Al polo australe in velocipede

Part 5

Chapter 53,646 wordsPublic domain

Gettò uno sguardo all’ingiro sperando di scorgere qualche isolotto od i fanali di posizione della _Stella Polare_, ma invano. Attorno a lui non s’agitavano che le onde, le quali lo assalivano da tutte le parti con sordi muggiti, quasi fossero ansiose d’inghiottire quella preda umana e di seppellirla in fondo ai gelidi abissi dell’oceano australe. Sopra invece, scendeva lentamente il nebbione, stendendosi sopra i flutti come un gigantesco velo grigiastro.

— Nulla, mormorò Bisby, rabbrividendo, e l’acqua diventa sempre più fredda. Che a bordo della _Stella Polare_ non si siano ancora accorti della mia scomparsa? Proviamo a chiamare.

Con una spinta vigorosa s’alzò sulle onde e gettò tre tuonanti chiamate. Tese gli orecchi e poco dopo, con suo immenso stupore, udì dei ragli sonori.

— To’! esclamò egli, sbarrando gli occhi. Ma dove mi trovo io?... Che vi siano degli asini che nuotano in quest’oceano?... Oh che sia vicino a qualche isola abitata?... Ma degli asini qui?... C’è da impazzire.

Gettò altre due chiamate e anche questo volta vi risposero dei ragli, ma venivano dall’alto. La sorpresa del negoziante di carni salate, non aveva più limiti.

— Che in questa strana regione vi siano degli asini che volano?... Veramente non ne ho mai udito parlare e Wilkye mi avrebbe detto qualche cosa.

Guardò in alto e vide, attraverso al nebbione, volare delle grosse ombre che parevano uccelli marini, i quali emettevano quei ragli che lo avevano tanto imbarazzato.

— Strano paese! esclamò. Si sono mai uditi degli uccelli a imitare gli asini?... Ma... io mi occupo degli uccelli e le mie membra intanto cominciano a irrigidirsi. Se Dio non m’aiuta, non so come finirà questa brutta avventura, e... Non finì la frase. Qualche cosa di grosso gli era piombato improvvisamente addosso, emettendo un rauco grido, e lo aveva urtato così ruvidamente, da cacciarlo sott’acqua, riempiendogli la bocca di quel liquido amaro e salato.

Con un vigoroso colpo di tallone rimontò alla superficie, ma si sentì percuotere furiosamente da due ali grandissime e lacerare di colpo una manica.

Furioso per quell’assalto inaspettato, rimontò a galla per la seconda volta e vide sopra di sè un grande uccello, di forme tozze e robuste, colle penne biancastre, ma nere sul dorso, con le ali che misuravano per lo meno quattro metri di lunghezza, ed il capo armato d’un becco grosso ed uncinato.

Comprese subito con quale avversario aveva da fare.

— Un albatros!... esclamò. In guardia Bisby o ci va di mezzo il cranio!

Infatti, quell’uccellaccio che si preparava ad assalirlo era un vero albatros.

Questi volatili, che i marinai chiamano «navi da guerra» o «pirati del mare» sono senza dubbio i più grossi che s’incontrano nell’oceano Australe, raggiungendo sovente dimensioni tali, da superare le aquile ed i condor dell’America meridionale.

Voracissimi come sono, seguono per delle intere settimane le navi per raccogliere gli avanzi della cucina che i cuochi di bordo gettano in mare e pescano da mane a sera, affrontando dei pesci anche grossissimi.

Essendo muniti di un becco robustissimo e assai acuto, con un solo colpo possono spaccare il cranio ad un uomo, ma sono però poco coraggiosi. Se affrontano l’uomo caduto in acqua, che forse scambiano per qualche pesce, fuggono davanti alle procellarie e perfino ai gabbiani, e la loro paura è tale che si nascondono sott’acqua.

Bisby, che aveva già veduto nei giorni precedenti parecchi di quegli uccellacci, e che non ignorava quale forza posseggono, vedendosi assalito, alzò ambe le mani per proteggersi il capo. L’albatros, che forse credeva di aver da fare con un abitante dell’oceano, non indugiò a ritornare all’assalto. S’alzò di parecchi metri aprendo le sue grandi ali, poi gli piombò addosso con velocità fulminea, cercando di spaccargli il cranio col robusto rostro.

Bisby, appena se lo vide vicino, allungò prontamente le braccia ed afferratolo pel collo, si mise a stringerlo con suprema energia. L’albatros, sentendosi soffocare, si dibatteva con furore, cacciava grida rauche, agitava disperatamente le ali cercando di stordire l’avversario, arruffava le penne e coi piedi palmati tentava di colpirlo in viso; ma il negoziante, che si sentiva mezzo sollevato fuor delle onde, stringeva sempre.

— Eh mio caro!... gridava. Non ti lascio più e ti strozzerò!... Ah! birbante!... Volevi spaccarmi il cranio come fosse una nocciuola?... Soffoca, canaglia!...

L’albatros, strangolato dalle larghe mani dell’americano, rallentava la sua resistenza. Le sue grida diventavano sempre più rauche, le sue potenti ali non si agitavano che ad intervalli, ed il robusto becco invano si apriva per aspirare una boccata d’aria.

Ad un tratto cessò di dibattersi e s’abbandonò addosso a Bisby, il quale affondò sotto quel peso piombatogli improvvisamente sul capo.

Tornato a galla, vide l’albatros che galleggiava a pochi passi di distanza. Mandò un grido di gioia.

— Il punto d’appoggio è finalmente trovato!...

Con due bracciate raggiunse il gigantesco uccello e vi si appoggiò, senza che quello affondasse. Era tempo! Il povero negoziante di carni salate che si trovava da oltre mezz’ora immerso in quell’acqua fredda, non poteva più reggersi. Le sue membra che a poco a poco si irrigidivano cominciavano a rifiutarsi di muoversi, e le sue vesti, già completamente inzuppate, erano diventate così pesanti, da impedirgli di mantenersi a galla.

Malgrado avesse trovato quel punto d’appoggio, la sua situazione era sempre gravissima e poteva diventare disperata. La nebbia calava sempre più densa, l’oceano non accennava ancora a diventare tranquillo, il freddo cresceva di momento in momento e la _Stella Polare_ non compariva.

Sinistre inquietudini l’assalivano; si credeva ormai abbandonato in mezzo all’oceano Australe. Cosa sarebbe avvenuto di lui, se non incontrava un’isola o uno scoglio qualsiasi? Avrebbe potuto resistere quattro, cinque ore forse, ma poi?...

— Se la _Stella Polare_ non mi trova, fra breve sarò morto, balbettò il disgraziato. Sento il freddo salirmi al cuore e non posso più reggermi. Dannata balena!... Se...

S’interruppe bruscamente e tese gli orecchi. Gli era sembrato di aver udito una lontana detonazione.

— Che mi sia ingannato? mormorò, con inesprimibile angoscia. Che la Stella Polare mi cerchi?

Tese ancora gli orecchi rattenendo il respiro, e questa volta, fra i muggiti delle onde, udì distintamente un’acuta detonazione.

— Buono!.... esclamò, respirando liberamente. Finalmente si sono accorti che il povero Bisby mancava! Radunò tutte le sue forze e si mise a urlare:

— Ohe!.... Della _Stella Polare_! Wilkye! Linderman! capitano Bak! Ove siete voi?...

Una terza detonazione e più distinta giunse ai suoi orecchi. Ormai non v’era più alcun dubbio: a bordo della goletta si erano accorti della sua scomparsa e ritornavano a tutto vapore per ritrovarlo.

Bisby, che si sentiva mancare rapidamente le forze, raddoppiava le grida e si teneva disperatamente attaccato all’albatros.

Passarono alcuni minuti d’angosciosa aspettativa pel disgraziato naufrago, poi in mezzo al nebbione distinse una massa oscura sormontata da due punti luminosi e udì un quarto sparo. Gettò un ultimo grido:

— Aiuto.... Wilkye!....

Una voce tuonante, quella del capitano Bak, vi rispose:

— Coraggio!... Giungiamo!...

La _Stella Polare_ si era arrestata ad una gomena di distanza. Poco dopo una scialuppa montata da cinque uomini, veniva calata in mare e raggiungeva Bisby proprio nel momento in cui questi, completamente assiderato ed esausto di forze, stava per abbandonare l’albatros.

— Mio povero amico! disse una voce.

— Wil...kye... borbottò Bisby. Gra...zie... ami...co.

Quattro braccia vigorose lo afferrarono e non senza fatica lo trassero nell’imbarcazione. Il disgraziato accennò l’albatros.

— Vo... glio... man...giarmelo, rantolò. Brrr!... Che fred...do... orri...bile!...

Poi le forze gli vennero meno e cadde fra le braccia di Wilkye.

[Illustrazione: ... si teneva disperatamente attaccato all’albatros. (pag. 74)]

La scialuppa ritornò rapidamente a bordo e fu issata sulla _Stella Polare_, insieme agli uomini che la montavano.

Linderman porse a Bisby una bottiglia di _wisky_, dicendogli:

— Bevete, e poi a letto. Siete bravo se non vi prendete un grave malanno.

Il negoziante tracannò un dietro l’altro sei lunghi sorsi.

— Fa bene, disse.

— A letto subito, disse Wilkye.

— Un momento.

— Parlerete più tardi.

— Ma no.... voglio sapere se vi sono degli asini su questo mare.

— Siete pazzo, Bisby?

— Ma no, ho udito dei ragli e non sono sordo, ve lo assicuro.

— Erano uccelli, dei semplici aptenatidi.

— Ma ragliavano.

— Gridano così. Presto, amico mio, a letto.

— Un momento... sono vivo ancora.

— Gelerete, vi dico.

— Sgelerò poi. Ditemi, sono buoni da mangiare gli albatros?

— Hanno la carne dura come quella dei tapiri.

— Non importa, disse Bisby gravemente. Cucinatemi il mio albatros: lo mangerò tutto!

Poi tracannò un altro sorso di _wisky_, e seguì Wilkye sotto coperta, ripetendo:

— Lo mangerò! Oh se lo mangerò!

CAPITOLO IX.

I banchi di kelp.

Ritrovato Bisby, la _Stella Polare_ aveva ripresa la sua rapida corsa verso le terre polari del Sud, dirigendosi sulle Shetland australi, considerevole gruppo d’isole che circonda le spiagge settentrionali della Terra Trinity e quella di Palmer.

La spedizione aveva fretta di giungere presso le coste del continente polare per evitare i grandi banchi di ghiaccio, che si staccano durante le stagioni estive, emigrando poi in gran numero verso le regioni settentrionali e accumulandosi talvolta nei dintorni del lontano capo Horn.

È bensì vero che l’estate non era ancora cominciata, ma un ritardo poteva essere disastroso, sia per gli americani che per gli inglesi. In quelle regioni, il sole non è mai caldo e se riesce a sgelare i banchi, le montagne ed i campi di ghiaccio, basta una bufera per saldare ancora quei colossi e chiudere qualsiasi sbocco del continente australe.

Era necessario quindi, soprattutto per l’armatore, di trovarsi più al Sud che era possibile al principiare dello sgelo, per tentare l’esplorazione della Terra Alexandra. Solo allora poteva sperare di seguire le spiagge di quell’isola e di spingersi tanto innanzi nel cuore del continente, da avvicinarsi a quel misterioso polo che fino allora nessun essere umano aveva toccato.

La velocità della _Stella Polare_, quindi non scemava. Malgrado la folta nebbia, filava verso le regioni australi, senza deviare dalla rotta stabilita, fendendo con cupo fragore le onde di quell’Oceano, che travolgevano fra la spuma i primi ghiacciuoli, l’avanguardia degli _ice-bergs_ e dei campi immensi di ghiaccio.

Una profonda oscurità avvolgeva quel gelido mare, quantunque fosse di giorno. Quel nebbione impediva al sole d’illuminare quella regione, sebbene già dovesse splendere fino ad ora tarda, tramontando alle undici di sera.

Il silenzio che regnava era solamente rotto dal frangersi dei ghiacciuoli e dalle rapide pulsazioni della macchina. Talvolta però echeggiavano delle rauche strida e si vedevano giuocherellare, attraverso alla nebbia, degli stormi di uccelli, i quali nuotavano verso le regioni meridionali.

Erano bande di _Micropterus cinerus_, strani uccelli somiglianti ai pinguini, colle penne grigio-plumbee sul petto e sul collo, bianco-giallastre sotto il ventre, il becco color arancio e grosse sopracciglia biancastre che sembrano occhiali.

Hanno il volo pesante, essendo grossi e possedendo delle ali corte, quindi non si alzano quasi mai, ma sono eccellenti nuotatori e possono rimanere sott’acqua anche parecchi minuti.

Qualche volta invece volteggiavano in alto degli stormi immensi di grosse procellarie, di berte e anche di quando in quando passava, rasentando gli alberi della goletta, qualche diomedea fuliginosa, grossissimi volatili, chiamati giustamente avoltoi dell’oceano, voracissimi e dotati d’un volo potente, possedendo delle ali che misurano, quando sono spiegate, circa quattro metri di larghezza.

A mezzodì, mentre la _Stella Polare_ rallentava la corsa per tema di urtare improvvisamente contro qualche grande banco di ghiaccio, l’elice cessò improvvisamente le sue evoluzioni. Già da qualche minuto pareva che girasse con difficoltà, imprimendo alla nave delle strane scosse, ora rallentando ed ora accelerando le battute.

— Abbiamo urtato? chiese Linderman che si trovava in coperta.

— È impossibile, signore, rispose il capitano Bak, curvandosi sul bordo.

In quel momento il capo-macchinista apparve sul ponte.

— Signore, disse, volgendosi verso il capitano. L’elice non funziona più.

— Lo vedo, rispose il comandante. Che sia avvenuto un guasto?

— No, rispose una voce a prua. L’elica è stata legata.

— Legata!... esclamarono Linderman e il capitano.

— Sì, signori, disse Wilkye, facendosi innanzi. Noi passiamo sopra una grande piantagione di kelp.

— Sopra delle alghe, volete dire?

— Sì, signor Linderman.

— E credete che non riusciremo a sbarazzarci?

— Sarà un po’ difficile, per ora. Vi consiglio di far spiegare le vele; più tardi farete liberare l’elica.

— Il vento è favorevole, disse il capitano. Soffia dal nord-ovest e potremo filare comodamente sei o sette nodi all’ora.

— Fate — disse Linderman.

Al primo fischio emesso dal mastro d’equipaggio, i marinai si affrettarono ad eseguire la manovra.

Le rande, le contro-rande e i fiocchi in pochi istanti furono spiegati, e la goletta, obbedendo all’azione del vento e del timone, scivolò leggiera leggiera sul denso strato d’alghe, civettuolamente inclinata sul babordo.

Come aveva detto Wilkye, era giunta nel mezzo di un immenso banco di _kelp_. Queste alghe, che chiamansi _Macrocystis pyrifere_, nascono solamente nei mari australi e avvertono la vicinanza di bassi-fondi o di isole. Raggiungono delle lunghezze incredibili, poichè sovente misurano settecento, ottocento e perfino mille piedi, ossia circa trecentotrenta metri.

Esse fissano le radici in fondo al mare, si ramificano e salgono obbliquamente verso la superficie. Alcune sottilissime si tengono celate sott’acqua, ma altre più larghe, in forma di lamine dentellate, emergono. Queste sono le più pericolose, poichè giunte a fior d’acqua si ramificano enormemente, imprigionando di frequente le navi.

Esse sono sorrette da piccolissime vesciche aeree e in mezzo a quel caos di nastri giganteschi brulica una quantità di animaletti, come l’_uraster_, che è di un bel giallo aranciato, l’_acanthocyclus gai_, che è un crostaceo, il _lophyrus granosus_ e il _comholepas oblungus_, che sono molluschi e soprattutto dei veri banchi di _clios_ australi, molluschi lunghi tre centimetri, che sono avidamente ricercati dai cetacei; anzi costituiscono la così detta zuppa delle balene.

Si dice che il _kelp_ circondi tutto il continente australe, racchiudendolo entro un immenso cerchio.

La _Stella Polare_ però passava facilmente sopra quella grande prateria marina. Se l’elica non poteva più funzionare, il vento la spingeva con rapidità verso il Sud, gonfiando le rande e le contro-rande.

Pel momento non era il caso di liberare l’elica, poichè quei lunghi vegetali non avrebbero tardato ad imprigionarla ancora.

Tutto il giorno la goletta navigò sul _kelp_, ma verso le otto di sera, nel momento che il nebbione si alzava, e che il sole cominciava ad apparire indorando le cupe acque dell’oceano Antartico, le alghe quasi improvvisamente scomparvero.

Tosto furono ammainate le vele, la gran scialuppa fu calata in mare e sei uomini andarono a sbarazzare l’elica. Non fu però una operazione facile, poichè le alghe si erano attortigliate alle pale in siffatto modo, da richiedere una lunga operazione prima di reciderle.

Alle nove però, la _Stella Polare_ si rimetteva in marcia a tutto vapore.

Quasi nel medesimo istante compariva in coperta Bisby. Aveva dormito una dozzina di ore dopo d’aver bevuto una bottiglia di vino caldo e pareva completamente rimesso da quella brutta avventura che per poco non gli era costata la vita.

Si era infagottato in vesti di pelle di foca, si era avvolto maestosamente nella sua famosa pelle di bisonte che gli dava un aspetto di capo indiano e si era messo in testa un cilindro nuovissimo, avendo perduto l’altro nel brutto capitombolo.

La sua prima domanda, appena mise piede in coperta, fu questa:

— È cucinato il mio albatros?

— Il ghiottone! esclamò Wilkye. Tanto vi preme la carne coriacea di quell’uccellaccio?

— Cospettaccio!..... se mi preme?..... Ah! voi non sapete che voleva mangiarmi?

— Eh via! esclamò Linderman, ridendo. Non siete un gabbiano, nè un pesce.

— Mi aveva assalito, signore, e se non lo strozzavo non so se sarei ancora vivo.

— Ma come siete caduto? chiese Wilkye.

[Illustrazione: ... alcuni uomini andarono a sbarazzare l’elica (pag. 82)]

— Ve lo dirò poi; ma voi, non vi eravate accorti della mia scomparsa?

— No, Bisby; vi credevamo nella vostra cabina e ci accorgemmo solamente due ore dopo. Siete stato fortunato di farvi trovare, con quel nebbione che scendeva sull’oceano.

— Lo credo, ma ora sto benissimo e non ho che un solo desiderio, cioè quello di dare un colpo di dente a quel brutto uccellaccio che aveva scambiata la mia testa per un pesce.

— Lo mangerete a cena in salsa piccante.

— Ma io ho fame!

— Fra mezz’ora la campana ci radunerà a cena.

— A cena!..... esclamò Bisby stupito. A pranzo, vorrete dire.

— No, amico mio: avete dormito dodici ore e sono quasi le 9 di sera.

— Ma voi siete pazzo o volete scherzare, Wilkye. Non vedete che splende ancora il sole?

— E cosa vuol dire ciò?

— Che in nessun paese del globo, alle nove di sera si vede il sole, guardate come è ancora lontano dall’orizzonte.

— Questa regione, mio caro Bisby, è diversa dalle altre e l’astro diurno, per ora, non tramonterà che a undici ore, fra pochi giorni a mezzanotte, e fra qualche settimana non si nasconderà più e c’illuminerà per ventiquattro ore continue, anzi per tre o quattro mesi, se continueremo a scendere al sud, e per sei se toccheremo il polo.

— Ma che storie strabilianti mi narrate, Wilkye. Volete scherzare, approfittando della mia ignoranza?

— No, vi do la mia parola; guardate il mio orologio: segna otto ore e cinquanta minuti ed il sole non accenna a tramontare.

— E anche il mio! esclamò Bisby, che cadeva di sorpresa in sorpresa. Ma che paese è mai questo?..... C’è da impazzire, Wilkye.

— E perchè amico mio?

— Perchè non comprendo questo fenomeno.

— Non è un fenomeno e la spiegazione è semplicissima, mio caro Bisby. Nelle nostre regioni settentrionali, sapete perchè le giornate d’inverno si accorciano?

— Non ve lo saprei dire; non m’intendo che di carni salate.

— Semplicemente pel fatto, che allora il sole volge i suoi raggi più diretti verso le regioni meridionali situate al di là dell’equatore, le quali appunto allora godono l’estate. Il polo nord, essendo il più lontano dall’equatore e quindi anche dal sole che si trova nell’emisfero australe, in causa della rotondità della terra non può ricevere alcun raggio solare.

Infatti se Baltimora, e per conseguenza tutte le regioni situate sullo stesso parallelo, all’inverno godono dieci ore di luce, quelle più al nord ne godranno solamente nove, le altre più lontane otto, sette e via via finchè talune non ne avranno affatto.

La stessa cosa avviene nelle regioni australi. Il sole ha passato l’equatore e si allontana sempre più dall’emisfero settentrionale scendendo verso il sud. I paesi situati al di là del circolo antartico, avranno sempre il giorno e la notte, poichè la terra gira, ma il polo che può considerarsi come il perno, rimane quasi fisso, quindi laggiù il sole, durante l’estate non tramonta mai; quando però si allontana e risale nell’emisfero settentrionale, piomba laggiù una notte orrenda che ha l’istessa durata. Aspettate che sopraggiunga l’autunno, e in queste regioni vedrete il sole allontanarsi rapidamente, le giornate scorciarsi presto, finchè regnerà un’oscurità così profonda che nè le stelle nè la luna riesciranno a rompere.

— Brrr! mi fate venire freddo, Wilkye.

— Ne avrete allora, Bisby, e molto. Queste regioni si copriranno di nevi e di ghiacci spaventevoli e la temperatura discenderà a 40° e perfino a 50° sotto lo zero.

— Ho la mia pelle di bisonte: sento che mi fa sudare.

— Ora sì, ma allora vi farà ben poco.

— E non ritorneremo prima?

— Chi può dirlo? Se la _Stella Polare_ viene imprigionata dai ghiacci, saremo costretti a svernare sulle coste della Terra di Graham.

— Fra i ghiacci?

— Sì, Bisby.

— Non mi spiacerebbe vedere quei famosi monti di ghiaccio. Si dice che siano belli.

— Volete vederne alcuni?

— Sì, Wilkye.

— Ecco laggiù una vera flotta: sono ammirabili quegli _ice-bergs_, ma indicano che lo scioglimento è cominciato sulle coste del continente polare e ci dicono che ben presto, la nostra valorosa goletta, sarà messa a dura prova.

CAPITOLO X.

L’assalto dei ghiacci.

Infatti una vera flotta di ghiacci appariva verso il sud ingrandendo a vista d’occhio, avvicinandosi la goletta rapidamente a loro. Erano dieci o dodici, ma quali giganti!... Quei figli del gelido polo, che le correnti marine avevano certo staccati dal continente, sulle cui coste forse da secoli sonnecchiavano, mai contaminati, probabilmente, da alcun piede umano, filavano lentamente verso le regioni settentrionali, verso le regioni indorate dal sole.

Avevano proporzioni mostruose: taluni avevano una estensione di mezzo miglio ed un’altezza di duecento metri. Figuratevi quali masse, quando si pensa che se hanno un’altezza di cento metri, devono averne trecento di sotto!....... Alcuni di quei giganti dovevano adunque avere uno spessore di ottocento metri!

I raggi solari, riflettendosi su quelle superfici bianche venate di un azzurro languido o di verde pallido, sprigionavano qua e là, attorno alle punte o negli angoli, delle tinte superbe. Alcuni di quegli _ice-bergs_ (è il nome che si dà alle montagne di ghiaccio galleggianti) sembravano enormi diamanti incrostati di zaffiri o di smeraldi; altri sembrava che celassero nel loro interno un vero fuoco, poichè le loro estremità riflettevano delle tinte rosse, ed altri ancora, che non potevano ricevere la luce solare, parevano zaffiri ma sposati ad una sostanza ignota e meravigliosa, la quale rifletteva tutti i colori dell’arcobaleno.

Cosa strana: quei ghiacci del polo australe non avevano le forme stravaganti che si riscontrano negli _ice-bergs_ dell’oceano Artico. Erano sorprendenti per la loro semplicità, per la loro struttura regolare e tagliata a filo e le loro superfici, viste da lontano, sembrava che fossero state solcate da un aratro.

— Quale diversità fra questi ghiacci e quelli del polo Artico! esclamò Wilkye. Gli stessi freddi intensi, ma quale differenza fra le regioni dei due poli!......

— Ma sono belli, stupendi, Wilkye, disse Bisby, che non si stancava di ammirarli. Che masse enormi!...... Quale nave potrebbe resistere ai loro urti?

— Nessuna, Bisby.

— E ne incontreremo ancora?

— Più scendiamo al sud, più diverranno numerosi.

— È vero quello che si dice, amico mio, che il polo australe è più difficile da scoprirsi che il boreale?

— Sì, Bisby.

— E perchè? Forse che laggiù fa più freddo?

— No, ma pei ghiacci. Esistendo al polo australe un vero continente, attorno a questo, da secoli e secoli si accumulano immensi _ice-bergs_ e vasti campi di ghiaccio, i quali impediscono alle navi di avanzare.

— Ma è proprio vero che esiste un continente?

— Tutto lo indica, Bisby. Gli esploratori ne hanno già delineato i contorni, e poi, credete voi che quelle immense montagne di ghiaccio si possano formare in alto mare? No, si formano solamente in vicinanza delle terre.

— Ma quel continente, non può invece essere composto di semplici isole unite fra loro da banchi di ghiaccio?

— No, poichè non s’incontrerebbero, in tal caso, degli _ice-bergs_ così colossali. Il polo nord è cosparso di isole, ma colà non si vedono montagne di ghiaccio di dimensioni pari a queste.

— Deve essere vasto quel continente.