Al polo australe in velocipede
Part 4
Linderman e Wilkye erano saliti in coperta e guardavano con occhio tranquillo le ondate che correvano all’assalto della goletta. Bisby era con loro, ma il povero negoziante di carni salate aveva perduto la sua calma. Guardava con ansietà il cielo che sempre più si oscurava, impallidiva ogni volta che la _Stella Polare_ s’inclinava sul tribordo o sul babordo, si attaccava con suprema energia alle murate allargando per bene le gambe, profondi sospiri gli uscivano di tratto in tratto e pareva che avesse la lingua incollata al palato.
Aveva però energicamente rifiutato di ritirarsi sotto coperta e non aveva nemmeno deposto il suo cappello a cilindro, malgrado quei furiosi colpi di vento.
Il mare intanto montava sempre: parea che l’oceano Antartico e l’oceano Atlantico volessero misurare le loro forze e cimentarsi in una lotta titanica, mostruosa. Ondate alte dieci e perfino dodici metri, causate dai così detti flutti di fondo, si rompevano con furore estremo contro le coste della Terra del Fuoco e ritornavano al largo più irate di prima, prendendo in mezzo la _Stella Polare_.
Passavano bruscamente sotto la chiglia sollevando impetuosamente la goletta e scuotendola come fosse una semplice piuma, ribollivano come se il fondo dell’oceano si fosse tramutato in una caldaia ardente e si slanciavano sui capi di banda inondando la coperta da prua a poppa.
Il vento, ormai scatenato, ululava fra il sartiame e scuoteva i boscelli, i cordami e gli alberi, mescendo le sue urla ai muggiti dei marosi e al frangersi dei ghiacci.
La _Stella Polare_ però, malgrado quel formidabile rimescolamento degli elementi e la sua piccola mole, si comportava valorosamente. Lanciata a tutto vapore, squarciava con impeto i flutti e sormontava agilmente le montagne mobili, sfidando intrepida l’uragano.
Di quando in quando, dei massi di ghiaccio la urtavano, ma i suoi fianchi erano solidi e non cedevano e scappava subito via. Altre volte vi cadeva in mezzo e li frantumava col proprio peso, con un cupo rimbombo che si ripercuoteva fino in fondo alla stiva.
Il capitano Bak, avvolto nel suo pastrano di tela cerata, stava ritto sul ponte di comando, tranquillo come si trovasse su di una nave insommergibile. Comandava la manovra con voce calma ma squillante, tenendo gli occhi fissi verso il sud, per cercare di scoprire per tempo l’isola degli Stati che forma, colla punta estrema della Terra del Fuoco, lo stretto di Le-Maire.
Alle sette di sera, quantunque il sole dovesse brillare ancora, l’oscurità era così fitta, che non si poteva distinguere un oggetto qualsiasi alla distanza di cento passi. I due oceani lottavano con furore inaudito; mai forse, prima di allora, il capitano Bak aveva affrontato un simile uragano.
Alla luce dei fanali di prua, altro non scorgevasi che un furioso rimescolamento d’acqua. Le onde si succedevano alle onde e irrompevano sempre più tremende sulla coperta della nave.
Il capitano Bak aveva pregato l’armatore, Wilkye e Bisby di ritirarsi, per tema che qualche onda li trascinasse in mare o che qualche masso di ghiaccio li ferisse, ma si erano rifiutati. Il negoziante di carni salate pareva però esausto e di tratto in tratto, preso da un violento mal di mare, espettorava con tale abbondanza, che pareva una pompa!..... Che gemiti uscivano allora dal suo petto!... E come mandava a casa di belzebù il mare e il polo antartico!...
Alle 9 l’oceano apparve, verso il sud, coperto d’un immenso lenzuolo di candida spuma. Il capitano Bak scese dal ponte di comando e avvicinandosi all’armatore gli disse:
— Signore, fra pochi minuti saremo addosso all’Isola degli Stati. Questa spuma mi indica che dinanzi a noi, l’oceano si frange contro una costa.
— E così? disse Linderman, con perfetta calma.
— Devo impegnarmi nello stretto o girare l’isola?
— Credete di poter attraversare lo stretto senza pericolo?
— Il pericolo esiste da ambe le parti, nello stretto e fuori. Noi lottiamo contro una bufera tremenda, signore.
— Perderemo molto tempo a girare l’isola; preferisco tentare il passaggio lungo la costa della Terra del Fuoco, per oltrepassare presto il capo Horn. Lontani da queste isole lotteremo con maggiore vantaggio e non troveremo più queste pericolose contro-ondate.
— Sta bene signore: avanti a tutto vapore!...
Il capitano si recò a poppa e si pose egli stesso alla ruota del timone. In quel supremo istante voleva dirigere egli solo la nave affidatagli dall’armatore; egli non ignorava che una falsa manovra, una esitazione, potevano produrre una catastrofe e voleva assumersi da solo la tremenda responsabilità.
Cogli occhi fissi verso il sud e la bussola dinanzi, lanciò la _Stella Polare_ lungo la costa della Terra del Fuoco, speronando i banchi di ghiacciuoli che si accumulavano intorno al capo S. Diego.
La rapida nave che divorava la via con una velocità di diciotto nodi e sei decimi, avvolta in nuvoloni di fumo che il ventaccio sbatteva sulla coperta, s’avvicinava allo stretto. Colà, l’oceano Atlantico, non trovando uno sfogo sufficiente, si rompeva con furore spaventevole, scagliandosi contro il capo Parry, che forma la punta estrema della Terra del Fuoco e l’isola degli Stati, le cui coste apparivano, di quando in quando, alla livida luce dei lampi.
[Illustrazione: ... e Bisby sdraiato, sfinito dal mal di mare col cilindro per terra... (pag. 58)]
Era una scena ammirabile ed insieme spaventevole, il vedere quella piccola nave, guidata dal suo audace capitano, sfidare la rabbia di uno dei più vasti oceani!..... Sembrava un moscerino che lottasse contro un titano, ma quel moscerino non aveva paura e non dava indietro; muoveva anzi dritto sul nemico, come fosse deciso a vincere o a morire.
Si dice che la fortuna arride agli audaci; così deve essere, poichè la piccola _Stella Polare_, dopo una lotta terribile contro l’irrompere delle immense ondate e del vento scatenato, verso le dieci di sera si trovava dinanzi al canale di Le-Maire.
Fu un momento angoscioso per tutti: perfino Linderman e lo stesso Wilkye, provarono una stretta al cuore ed impallidirono, quando videro la goletta lanciarsi a tutto vapore entro il canale.
Guai se la prua trovava uno scoglio!... Lo scafo, quantunque costruito a prova di roccia, non avrebbe resistito e la piccola nave si sarebbe subbissata di colpo.
Entro lo stretto, il mare dibattevasi con furore estremo. Racchiuso fra le alte e dirupate spiagge della Terra del Fuoco e dell’isola degli Stati, schiacciato, compresso alle due uscite dall’oceano, si sollevava in ondate mostruose, si rompeva, si polverizzava. Tuonava con tale fracasso sulle due coste, da impedire all’equipaggio di udire i comandi del capitano.
Il povero negoziante di carni salate, che non aveva mai affrontata una tempesta, era livido come un morto e domandava con voce fioca, al suo amico Wilkye, se stavano per andare a picco. Esausto dal mal di mare che lo travagliava, impressionato dai muggiti delle onde e dai fischi sempre più striduli del vento, si era accovacciato ai piedi della scaletta del ponte di comando, mandando sordi gemiti.
Aveva perduto il cappello a cilindro che trabalzava per la coperta, ma non voleva ancora ritirarsi. Malgrado la sua nausea, voleva vedere dove si andava e non voleva perdere la sublimità di quello spettacolo!
Alla mezzanotte la _Stella Polare_ usciva dallo stretto girando la punta Parry, senza aver toccato in alcun luogo e si slanciava verso il sud-ovest per oltrepassare il capo Horn.
Ma anche colà, la tempesta infuriava tremendamente. Un altro oceano prendeva allora parte a quella lotta mostruosa: il Pacifico, il quale si avanzava con possenti muggiti fra le isole Herschell, Evout, Lennox, Neue, Pieton, Hermite, S. Diego e tutte le altre che coronano le coste occidentali della Terra del Fuoco, fino all’isola di Camden.
I tre oceani, non più frenati dalle terre, si urtavano l’un l’altro sormontandosi, lacerandosi, contorcendosi come se volessero respingersi a vicenda, però le loro ondate non erano più spezzate, ma si spiegavano più libere, pur raggiungendo altezze mostruose. Se ne vedevano alcune che non dovevano misurare meno di sedici metri di elevazione.
La _Stella Polare_ continuava tuttavia la sua corsa movendo dritta verso il capo Horn. Si sentiva più libera, ora che non aveva da temere più le scogliere e da affrontare le contro-ondate. Saliva intrepidamente, leggiera come un uccello, le montagne liquide, scivolava negli avvallamenti, poi tornava a librarsi sulle creste spumeggianti.
Il suo rollio ed il suo beccheggio non erano più tormentosi e la sua stabilità era maggiore, specialmente ora che l’equipaggio aveva spiegata la randa del trinchetto, con tre mani di terzaruoli.
Alle due del mattino, lunghi muggiti si udirono verso il sud-ovest. Pareva che laggiù il mare si rompesse contro una scogliera.
— Il capo Horn! gridò il capitano Bak.
Un istante dopo, al chiarore d’un lampo, si discerneva sul fosco orizzonte la temuta isola, l’ultima del continente americano.
CAPITOLO VII.
Una balena speronata.
Il capo Horn ebbe per lungo tempo, ed ha ancora, una fama tristissima, maggiore di gran lunga a quella che aveva il Capo di Buona Speranza. Il solo suo nome, per ben due secoli incusse un vero terrore ai naviganti: si parlava di quella gigantesca rupe come di una cosa diabolica e si creavano, su di essa, paurose leggende.
Infatti quell’estrema isola dell’America meridionale, perduta sui confini dell’Atlantico e dell’oceano Pacifico, sbattuta sempre dalle onde e spazzata dai gelidi soffi dell’oceano Australe, non poteva certo ispirare molta confidenza. Molte e molte sono state le navi, che trascinate dalle correnti e dalle contro-correnti o sfondate dai ghiacci, trovarono ai piedi del sinistro scoglio la loro tomba.
Ora le paurose leggende sono state sfatate ed a centinaia si contano i vascelli che ogni anno girano il temuto Capo, ma ancora si calcolano a quattro o cinque i legni che vanno a fracassarsi, durante la stagione invernale, sulle nere roccie, o che vanno ad arenarsi sulle spiagge vicine.
Questo capo Horn, non è però altro che un’isola, ma d’aspetto tetro. Si eleva sotto il 56° di latitudine Sud, poche decine di miglia al di là di quel gruppo d’isole che chiamansi dell’Eremita, le quali cingono le coste meridionali della Terra del Fuoco.
È una rupe enorme, isolata, composta di rocce nere sulle quali non nasce alcuna pianta. I suoi fianchi cadono a piombo sull’Oceano che è quasi sempre agitato e le onde s’ingolfano attraverso alle sue scogliere con cupi fragori.
Cornelio Schouten, olandese, che esplorava quelle estreme regioni dell’America meridionale in compagnia di Le-Maire, fu il primo a scoprire quel Capo nel 1616, e lo chiamò Horn a ricordo della propria città natìa.
L’uragano pareva che raddoppiasse la furia attorno a quella gigantesca rupe, quasi volesse confermare la sinistra fama che essa gode. Ondate enormi l’assalivano da tutte le parti, risalendo le scogliere con fragori formidabili e cacciandosi con sordi muggiti, entro le caverne marine, scavate dall’eterna azione delle acque irritate. Sulle nere vette, lividi lampi balenavano tingendo l’oceano d’una luce cadaverica e si udiva lassù ruggire tremendo il vento.
— Paese infernale! esclamò Bisby spaventato. Se questa è la via che conduce al polo, preferisco starmene per sempre a Baltimora.
— È troppo tardi, amico mio, disse Wilkye che conservava sempre un ammirabile sangue freddo. Non crediate però che questo uragano duri eternamente; si calmerà e fra breve saluteremo il sole polare che tramonta a mezzanotte.
Infatti di passo in passo che la _Stella Polare_ si allontanava dai paraggi della Terra del Fuoco inoltrandosi nell’oceano Antartico, l’uragano pareva che perdesse rapidamente la sua foga.
Il vento, non più arrestato dalle isole, soffiava con meno violenza, conservando una sola direzione, e le onde, non più infrante e respinte, pur conservandosi molto alte, continuavano a spiegarsi liberamente correndo dal sud-est al nord-ovest.
Un altro pericolo però minacciava la _Stella Polare_: era il continuo incontro di banchi di ghiaccio. L’uragano doveva imperversare anche sulle coste delle terre polari e doveva aver staccato numerosi ghiaccioni, i quali salivano verso il nord trasportati dalle onde e dal vento.
Erano ancora piccoli quelli che s’incontravano, ma non dovevano tardare a comparire i grossi, i veri _ice-bergs_ e gli _ice-fields_. La _Stella Polare_ di quando in quando urtava contro dei _palks_ e degli _streams_ di notevole spessore e non li spezzava che con grande fatica e subendo tali urti che gli uomini stramazzavano spesso sul ponte.
Il capitano Bak aveva dovuto rallentare la velocità della goletta per non danneggiare lo sperone, ed aveva mandato due marinai sulle crocette, per evitare a tempo i grossi banchi.
Ad un tratto però, verso le quattro del mattino, quando cominciava a calare sul procelloso oceano un denso nebbione, avvenne a prua un urto così violento, da far retrocedere la goletta e far cadere sul ponte molti marinai.
Quasi subito, fra i muggiti delle onde e gli urti dei ghiacci, si udì echeggiare una nota acuta, potente, che pareva emessa da un enorme tubo di bronzo.
— Cosa succede! chiese Wilkye, alzandosi prontamente.
— Abbiamo urtato contro un banco forse? chiese Linderman al capitano Bak che correva verso prua.
— No, signore, rispose questi. Il colpo sarebbe stato più violento e.....
Un’altra nota acuta, potente più della prima, s’alzò fra le onde e una montagna d’acqua si rovesciò sulla prua.
— Del sangue! esclamò una voce.
— Del sangue? chiesero Wilkye e Linderman.
— Che l’oceano sia diventato vino? disse Bisby, che si era risollevato. Quale fortuna, se fosse vero!..... In questa regione, si può aspettare anche questa sorpresa.
Il capitano Bak si era curvato sulla coperta e con suo grande stupore, vide che l’acqua che sfuggiva attraverso agli ombrinali era rossa.
— Macchina indietro a tutto vapore, tuonò.
— Ma infine, cos’è accaduto? chiese Linderman.
— Abbiamo investito una balena, signore, rispose il comandante.
— Una balena che dormiva forse?
— O che emerse dinanzi alla prua della nostra nave.
— E fuggiamo?
— È necessario, signore. Il cetaceo sarà furioso e può scagliarsi contro di noi; basta un colpo di coda per causarci una grossa avaria o un colpo di testa per mandarci a picco.
— Eccola!.... eccola!.... esclamarono i marinai, che si erano affollati a prua.
Linderman, Wilkye e Bisby corsero a prua ed a poche decine di metri dalla _Stella Polare_, che indietreggiava rapidamente per virare al largo, scorsero una massa enorme, lunga almeno sedici metri, che si dibatteva fra le onde, sollevando una coda mostruosa e lanciando in aria, con sordo rumore, due colonne di vapore.
Non vi era da ingannarsi: la Stella Polare aveva urtato contro una balena che forse sonnecchiava a fior d’acqua e l’aveva speronata, causandole probabilmente una grande ferita.
Un colpo furioso di vento che lacerò la nebbia spazzandola via, permise ai naviganti di osservare meglio il mostruoso cetaceo ed anche di misurare il pericolo che correvano.
La _Stella Polare_ lo aveva speronato in prossimità della testa, un po’ avanti la pinna pettorale sinistra, producendogli una ferita spaventosa, lunga tre metri e profonda uno. Da quell’enorme spaccatura cadeva in mare, a rapide pulsazioni, un torrente di sangue nerastro, spumeggiante, il quale si dilatava rapidamente, arrossando l’acqua per un tratto vastissimo.
La pinna, che aveva una lunghezza di tre metri, spaccata alla sua congiunzione, pendeva lungo il corpo del gigante, agitandosi convulsivamente.
Il cetaceo, che forse era stato colpito a morte, pareva furioso. La sua potente coda, che terminava in una pinna triangolare, larga non meno di sei metri, percuoteva con rabbia estrema l’acqua, sollevando delle ondate altissime, la sua immensa bocca, che misurava tre metri di larghezza su quattro di altezza, si apriva impetuosamente, mostrando i settecento fanoni pendenti dalla mascella superiore e assorbiva l’acqua con sordo fragore.
Stette per alcuni istanti immobile, ondeggiando fra il sangue che lo circondava, poi reso pazzo dal dolore e dal desiderio di vendicarsi, si precipitò innanzi con velocità incredibile, muovendo addosso alla goletta che virava allora di bordo.
Un grido di terrore echeggiò sulla coperta del legno. Guai se quel mostro lo investiva con quello slancio; un colpo di testa era più che sufficiente per rovesciarlo e mandare tutti gli uomini che lo montavano, a dormire per sempre sotto le fredde onde dell’oceano Australe.
Il capitano Bak non era però un uomo da spaventarsi, nè da perdere la sua calma. Prese subito il suo partito.
Comprendendo che non poteva sfuggire all’assalto del gigante, possedendo tali mostri una velocità vertiginosa, così rapida anzi da percorrere seicentosessanta metri al minuto, fidando nella robustezza eccezionale della goletta e sopratutto nell’acutezza dello sperone, con un’audacia che poteva chiamarsi anche una pazzia, decise di assalire a sua volta il nemico.
— Avanti a tutto vapore! tuonò.
[Illustrazione: Il capitano Bak.]
Poi volgendosi verso il timoniere:
— Waldek! — gridò. — Attento alla coda e sperona il mostro! Saldi in gambe, voialtri!...
— Ma..... volete farci colare a fondo? chiese Linderman.
— Silenzio, signore, rispose l’intrepido capitano. Ora comando io e rispondo di tutto!...
La balena, non distava che tre gòmene. Quella massa enorme, che si scagliava all’assalto con vigore straordinario malgrado l’orribile ferita, faceva paura e perfino Linderman e Wilkye erano diventati pallidi.
Mentre colla coda percuoteva furiosamente le onde per precipitare l’attacco, dalla sua gola uscivano note così acute, da poter essere udite a cinque miglia di distanza.
La _Stella Polare_ aveva ripreso la sua marcia in avanti e muoveva diritta sull’assalitrice, ma descrivendo un semi-cerchio per non abbordarla di fronte. Il capitano Bak, ritto sul ponte di comando, tranquillo come se si trattasse di far eseguire una semplice manovra, non staccava gli occhi dalla balena.
Ad un tratto questa s’inabissò bruscamente, formando una specie di vortice.
— Macchina indietro! comandò il capitano.
La _Stella Polare_ percorse una dozzina di metri trasportata dal proprio slancio, poi s’arrestò.
L’equipaggio, vivamente impressionato, scrutava attentamente le acque per vedere se il cetaceo appariva, temendo che sorgesse improvvisamente sotto la goletta.
— Macchinista, attenzione! gridò ad un tratto il capitano.
A cinquanta metri dalla goletta, fra due larghe ondate, si scorgeva un remolìo che sempre più si accentuava e si estendeva. Poco dopo apparve un punto nero: era l’estremità del muso della balena; indi apparvero gli sfiatatoi, i quali lanciarono in aria una doppia colonna di vapore biancastro, che saliva in forma di V.
— Sperona Waldek! gridò il capitano Bak.
La _Stella Polare_ si precipitò innanzi a tutto vapore, colla velocità di venti nodi all’ora. D’improvviso avvenne un urto violento che fece stramazzare sul ponte l’intero equipaggio, e la goletta s’inchinò a poppa, ma trasportata dallo slancio e dalle turbinose evoluzioni dell’elica, balzò innanzi, s’inchinò verso prua come se passasse sopra un banco, e proseguì la marcia.
Quasi nel medesimo istante che passava sul dorso del cetaceo, un uomo che si era curvato sul bordo per meglio vedere quell’attacco, spinto innanzi da quell’urto impetuoso, piombava nel vuoto.
Quella caduta era stata così improvvisa, che quel disgraziato non aveva nemmeno avuto il tempo di emettere un grido, e per colmo di sventura, nessuno lo aveva veduto.
Immaginatevi però quale fu la sua sorpresa nel sentirsi cadere su di una massa viscida, in mezzo ad una specie di canale, entro il quale scorreva un getto di sangue spumeggiante.
Una esclamazione di stupore gli uscì dalle labbra:
— Per centomila quintali di carne salata!... Ecco una avventura che non ho mai sognata!...
Bisby, poichè era lui, si raddrizzò per guardarsi intorno, ma quella massa enorme si alzò bruscamente sulle onde emettendo una nota così formidabile, da assordarlo.
— Ohe!... fermi per bacco!... gridò il disgraziato negoziante di carni salate. Ci sono qui io, e se...
La frase gli si gelò sulle labbra, mentre i capelli gli si rizzavano sulla fronte: solamente in quel momento si era accorto di essere caduto sul dorso della balena e precisamente in mezzo al solco mortale tracciato dallo sperone e dalla chiglia della goletta.
— Gran Dio!... mormorò con voce angosciata. Sono perduto!...
Gettò all’intorno uno sguardo smarrito: la goletta, credendo ormai di aver colpito a morte il cetaceo e di averlo quindi ridotto all’impotenza, si allontanava rapidamente e si perdeva fra le nebbie che calavano fitte fitte sull’oceano.
Mandò un grido disperato:
— Aiuto!... Aiuto Wilkye, amico mio!... Sono...
Non potè finire, poichè fu bruscamente rovesciato in fondo all’orribile ferita, entro quella specie di canale gorgogliante di sangue.
Il cetaceo, che non era ancora morto malgrado quella seconda speronata, si alzava sopra le onde, agitando convulsivamente la coda e le pinne pettorali.
Doveva essere agonizzante, poichè dagli sfiatatoi lanciava, ad intervalli, zampilli d’acqua tinta di rosso. Rauchi brontolii, paragonabili al tuono udito in lontananza e profondi sospiri che parevano muggiti, uscivano da quell’enorme massa, mentre dalle due ferite zampillavano in mare torrenti di sangue.
Il povero Bisby, atterrito, livido come un morto, non osava più muoversi. Rannicchiato in fondo alla ferita del cetaceo, si lasciava imbrattare di sangue e di grasso e cercava di scoprire la _Stella Polare_, sperando di vederla riapparire fra la nebbia.
Ad un tratto la balena fu presa da un brivido generale. Alzò lentamente il capo come volesse aspirare una ultima volta l’aria, emise una debole e rantolosa nota, la sua coda si distese inerte, poi si udì un rauco gorgoglio che pareva prodotto dall’irrompere dell’acqua nell’enorme corpo.
— Cosa succede? si chiese Bisby, con ansietà.
La risposta fu pronta: la balena affondava rapidamente. S’immerse la sua coda, poi il suo capo, indi la massa intera disparve, formando alla superficie dell’oceano un largo risucchio.
CAPITOLO VIII.
L’assalto dell’albatros.
La situazione del povero negoziante di carni salate, stava per diventare estremamente pericolosa. Pure lo credereste? Bisby che infine non mancava di coraggio, salutò la scomparsa del mostro con un sospiro di soddisfazione!... Quel cetaceo gli aveva prodotto un certo terrore, con quella sua enorme bocca che pareva pronta a inghiottire qualunque preda, sicchè trovavasi meglio solo in acqua che su quel dorso viscido.
Non sarebbe necessario dire che il negoziante, al pari del maggior numero dei suoi compatriotti, era un abile nuotatore. Aveva fatte le sue prove nella baia di Chesapeake, e un bagno anche prolungato non gli faceva più paura.
Il suo corpaccio grasso, d’altronde, lo sorreggeva facilmente e ritardava, almeno per qualche tempo, l’irrigidimento delle membra.
— L’avventura si complica, borbottò il negoziante, fendendo vigorosamente le onde. Che il mostro si sia inabissato, ne ho molto piacere, ma se la goletta tarda a ritornare, non so se continuerò a nuotare un paio di ore. Quest’acqua è diabolicamente fredda e mi pare che incrosti dei ghiacciuoli addosso ai miei panni. Auff! comincio averne abbastanza di questa spedizione polare e comincio a rimpiangere i miei magazzini. Orsù, coraggio Bisby mio, e cerchiamo di trovare un punto d’appoggio. Dannata nebbia!... Non mi lascia vedere uno scoglio a dieci metri di distanza!...