Al polo australe in velocipede
Part 3
Il 5 la _Stella Polare_ tagliava il tropico del Cancro presso il 319° di longitudine a mille miglia dalle isole Bahama e metteva la prua verso il capo Orange, volendo passare al largo delle Piccole Antille, isole che non godono troppo buona fama in causa dei frequenti uragani che le visitano, mettendo a dura prova le navi che percorrono quei paraggi.
Il 7 già l’equipaggio della goletta avvistava l’isola di Fonseca che è la più orientale delle Antille, la prima quindi che s’incontra venendo dall’Europa o dai porti dell’Africa settentrionale.
Quel giorno, l’oceano che fino allora si era mantenuto calmo, cominciò a montare, mentre il cielo si abbuiava rapidamente nascondendo il sole. Dall’est soffiavano, di quando in quando, raffiche impetuose, le quali sollevavano la superficie dell’Atlantico in ondate enormi e nel seno delle nubi rullava, ad intervalli, il tuono, mescendosi ai muggiti ed ai cozzi furiosi delle acque. La tinta dell’oceano, che fino allora erasi mantenuta d’un azzurro carico, si alterò diventando verdastra.
[Illustrazione: Il giorno 5 la «Stella Polare» tagliava il tropico del Cancro... (pag. 36)]
— Questo cambiamento di tinta lo dobbiamo ai flutti di fondo, disse Wilkye, che si trovava sul ponte in compagnia dell’inseparabile Bisby, il quale non lo lasciava un solo istante.
— Cosa sono questi flutti di fondo? chiese il negoziante.
— Sono ondate formidabili che si formano là dove il fondo del mare ha dei bruschi rialzi. Forse sotto di noi il fondo si alza in forma di dirupate montagne.
— Sicchè le onde urtandovi contro rimbalzano.
— Proprio così, amico mio, e rimbalzando muovono le sabbie del fondo.
— Quante cose sapete voi! Ma, ditemi, senza quei flutti di fondo, sarebbe sempre uguale la tinta degli oceani?
— No, Bisby, varia in molti luoghi. Generalmente la tinta degli oceani è azzurro-verdastra, che diventa più chiara avvicinandosi alle coste dei continenti, ma alcuni mari hanno colori diversi. Alle isole Maldive, per esempio, terre che si trovano nell’oceano Indiano, l’acqua che le circonda è nerastra.
— Sorgono adunque sopra un mare d’inchiostro? Ciò deve produrre un effetto poco allegro.
— Nel golfo di Guinea, in Africa, l’acqua è invece biancastra.
— Un mare di latte! Deve essere bizzarro.
— Fra la China ed il Giappone vi è un mare le cui acque sono giallastre e perciò fu chiamato mar Giallo; presso la California, invece, il mare assume tinte o riflessi rossastri, e presso le Canarie e le Azzorre l’acqua è verde.
— Ma da cosa derivano quelle tinte?
— Il colore azzurro verdastro dell’oceano, deriva senza dubbio dalle stesse cause che fanno parere azzurri i monti veduti ad una certa distanza e che danno all’atmosfera quel colore azzurro che chiamasi cielo. In taluni luoghi, però, la maggiore o minor intensità della tinta deriva dalla maggiore o minore profondità delle acque o dalla salsedine. Infatti, la grande corrente del Gulf-Stream, che è più salata dell’acqua dell’oceano, è più cupa; in altri luoghi è più oscura in causa della maggior quantità di corpuscoli in sospensione e sui quali viene a rinfrangersi la luce solare.
— Ma i mari gialli, rossi, bianchi.....
— Hanno altre cause. Taluni sembrano tali, ma in realtà non lo sono; assumono quelle tinte per illusioni ottiche. Il mar Rosso però, deve la sua tinta ad un essere microscopico intermedio fra l’animale ed il vegetale, ad una specie particolare di oscillaria.
— È vero che ci sono anche dei mari limpidissimi?
— Sì, Bisby, ma la loro limpidezza non è immensa, nè tale da permettere di scorgere il fondo marino. Quella limpidezza si osserva per lo più negli oceani situati presso le regioni polari e specialmente nell’oceano Antartico; anche nei mari situati fra i tropici, la trasparenza è notevole. In taluni luoghi si possono vedere dei pesci a nuotare ad una profondità di ben centotrenta metri.
— Un’altra domanda.
— Sono a vostra disposizione.
— Hanno voluto farmi credere che l’acqua del mare, oltre contenere il sale, ha pure dell’argento.
— È vero Bisby; il mare contiene tanto argento, tanto ferro, rame e piombo, da arricchire tutti i popoli, se quei metalli si potessero estrarre. Si afferma che l’argento che contiene è così enorme, da superare tutto quello che possiede la popolazione della terra, più quello che contengono ancora le miniere del Perù e del Messico.
— Ma perchè non lo estraggono?
— Perchè bisognerebbe far evaporare un mare per ottenere forse tre o quattrocento chilogrammi del prezioso metallo, ed il carbone occorrente per tale immensa evaporizzazione, costerebbe cento volte il doppio.
— Ma allora la massa d’acqua che circonda la nostra terra deve essere immensa.
— Tale da formare una sfera sedici o diciasette volte più grande di quella che darebbe la terra dei nostri continenti e delle nostre isole riunite.
— Che disgrazia!..... Avrei voluto tentare il ricupero di così enormi ricchezze.
— Siete americano e ciò non mi sorprende. I progetti colossali sono una specialità della nostra razza. Andiamo sotto coperta, Bisby, che le onde invadono il ponte.
L’Atlantico cominciava ad assalir con furore la goletta, facendola beccheggiare e rollare violentemente e lanciando sul ponte di essa vere ondate, le quali correvano impetuosamente da prua a poppa, rovesciando gli uomini di quarto.
Si dovettero chiudere i sabordi di poppa e le aperture di babordo e di tribordo per non inondare le cabine e le sale, ed imbrogliare i fiocchi che erano stati spiegati per dare alla nave un po’ di stabilità.
Fortunatamente la _Stella Polare_ filava come una rondine marina e nella notte attraversò quella porzione dell’Atlantico sferzata dalla bufera.
Due giorni dopo avvistava il capo Orange che è situato fra il confine della Gujana Francese ed il Brasile; il 10, poco prima del tramonto, fu rilevato dal capitano Bak il capo di S. Rocco, che è il più avanzato, verso oriente, delle coste dell’America del Sud.
Il 14 la _Stella Polare_ passava al largo del Rio della Plata e il 16 gettava l’ancora nel porto di Egmont, stazione principale delle isole Falkland, dove contava di rifornirsi di carbone, prima di avventurarsi tra i gelidi mari del polo australe.
CAPITOLO V.
Le coste della Patagonia.
Le isole Falkland o Maluïne, si trovano presso l’estremità dell’America meridionale a circa quattrocentocinquanta chilometri dallo stretto di Magellano ed a trecentotrenta dall’isola degli Stati.
Sono novantadue, ma la maggior parte sono piccole e non abitabili; due solamente sono vaste e popolate: West Falkland e Ost Falkland e sono separate da un canale detto di S. Carlo.
Sono sterili per lo più, hanno montagne poco elevate e le pianure sono formate da strati di quarzo, di pirite, di ocra gialla e rossa e di buona torba. Malgrado i reiterati tentativi degli isolani, su quelle terre non crescono che erbe le quali raggiungono uno sviluppo enorme, formando dei veri boschetti; tutti gli alberi trapiantati colà muoiono in breve, eccettuati alcuni importati con grandi spese dal Canadà, come i _tithymalus spinosi_, gli _epipactis_ e le _azoldaracks_.
Malgrado ciò, gli abitanti non sono esposti al pericolo di morire di fame, poichè su quelle isole si propagano rapidamente gli animali bovini, acquistando una fecondità straordinaria. Infatti gli ottocento capi di bestiame colà importati dagli Spagnuoli nel 1780, sono diventati ora 10,000, malgrado il continuo consumo e l’esportazione di carni salate.
Fino al 1700 rimasero sconosciute; i primi a visitarle furono alcuni naviganti di S. Malò che le chiamarono Maluine, poi furono occupate dagli Spagnuoli, quindi dagli Inglesi i quali fondarono parecchie borgate, specialmente nei porti di Egmont, di Etienne e di Volunter e nei dintorni della baia di Melville.
Oggi sono diventate importanti stazioni pei balenieri, e tutti gli anni al principiare della stagione calda, si radunano colà navi baleniere per fare le loro provviste, prima di affrontare i ghiacci polari ed i giganti della creazione.
La _Stella Polare_ contava di fermarsi poche ore, il tempo strettamente necessario per completare la provvista di carbone che era assai scemata in quella rapidissima corsa.
Accostatasi alla banchina, di fronte ai magazzini, l’equipaggio sbarcò per sollecitare l’imbarco del combustibile. Linderman, Wilkye, Bisby e i due soci del Club, approfittarono per sgranchirsi le gambe e fare una gita nei dintorni del porto.
Vi era ben poco però da vedere a porto Egmont. Alcune misere abitazioni, sette od otto alberi, dei boschetti di erbe giganti, dei buoi che pascolavano pacificamente fra le ubertose praterie, enormi quantità di pesci messi a seccare e due bastimenti che caricavano una materia rossastra o grigia, che tramandava un puzzo insopportabile.
— Che specie di robaccia imbarcano quelle navi? chiese Bisby, che si turava il naso.
— _Guano_, rispose Wilkye.
— Cos’è? Ho udito parlare altra volta di questo _guano_, ma non so precisamente cosa sia.
— È un concime animale misto ad ammoniaca ed a fosfato di calce, elementi necessari ad ogni buona vegetazione. Se ne fa un consumo enorme ed a centinaia si contano i bastimenti che lo caricano per conto di grandi piantatori delle Antille, delle isole Mascarene e delle Indie orientali. Esso ha la proprietà di raddoppiare o di triplicare i raccolti.
— E vengono qui a caricarlo?
— Alcune navi sì, ma i grandi depositi si trovano alle Chincha, isole situate presso le coste del Perù.
— Ma chi produce quel prezioso concime?
— Vedete volare laggiù, presso quelle isole, quegli stormi di uccelli? Sono _sarcillos, piqueros, gaviotas, alcatraces, paiaros ninos, patillos_, ecc., e sono loro che depongono il _guano_.
— Non vi comprendo bene, Wilkye. Ho la testa un po’ dura io.
— Mi spiegherò meglio. Quei milioni di uccelli, che appartengono alla specie marina, pescano, si rimpinzano di pesci, poi tornano sulle isole e cominciano una lenta e laboriosa digestione, poichè vi sono alcuni che sono così ghiotti, che non si possono muovere per lunghe ore e altri che sono costretti a rigettare dei pesci interi.
Formano in tal modo degli strati di sterco, i quali, cogli anni si alzano gradatamente e si fossilizzano. Non piovendo quasi mai in queste regioni australi, quegli escrementi si condensano e si comprimono, senza che ne vada perduta una sola particella.
In tal modo a poco a poco si formano dei veri _huaneras_, cioè delle cave di _guano_. Basta solo che gli uomini vadano a lavorarle.
— Cosa facile, poichè suppongo che quegli escrementi non siano molto resistenti.
— È vero, ma l’estrazione è difficile, Bisby. Fra quei depositi, allorchè sono lavorati, s’innalzano una polvere gialla e salina e tali esalazioni ammoniacali da asfissiare. Non vi sono che i chinesi ed i negri che s’addattino a tale lavoro e sono costretti a scavare il _guano_ di notte, poichè la polvere sospesa in aria ed il riverbero del suolo, di giorno rendono la temperatura insopportabile.
— Sono grandi quei depositi, Wilkye?
— Alle Chincha s’innalzano sovente per trenta e più metri.
— Quanti secoli devono essere stati necessarii agli uccelli!
— Molti, senza dubbio.
— Vi è una sola specie di guano?
— No, due: il _guano blanco_, che consiste in escrementi recenti e il _guano pardo_ che è il più vecchio.
— E si pagano cari?
— Il governo peruviano, che è proprietario delle isole Chincha, ricava parecchi milioni, poichè l’esportazione di quelle isole tocca annualmente le 400,000 tonellate. Quando visiteremo le isole dell’Oceano australe, troveremo dei grandi depositi, Bisby, e....
— Un momento!... Vedo una bilancia!...
Bisby, abbandonando bruscamente il compagno, s’era precipitato verso un gruppo di uomini cenciosi e luridi che stavano pesando degli ammassi di guano, prima di caricarlo sulle navi.
Respinse bruscamente quegli uomini, gettando addosso a loro una manata di dollari, rovesciò il _guano_ e si sedette trionfante sulla grande bilancia, accennando di pesarlo. Un istante dopo un formidabile _urrah_ usciva dalla gola del negoziante.
— Ohe, Bisby, siete impazzito? chiese Wilkye.
— No, amico mio, gridò l’omaccio. _Urràh! urràh!_
— Ma cosa avete trovato infine?...
— Ho... ho... che sono cresciuto di due libbre!..... Capite, amico mio, due libbre guadagnate in pochi giorni! Urràh pel mare!... Viva il polo!... Diventerò presidente della Società degli uomini grassi e detronizzerò Dorkin!
Un fischio acuto echeggiò in quell’istante nella baia.
— A bordo! disse Wilkye. La _Stella Polare_ sta per ripartire.
— Sì, a bordo, a bordo!... gridò Bisby, che pareva fosse impazzito per la gioia. È sul mare che io ingrasso! Ah! non averlo saputo prima! A quest’ora sarei grasso come un ippopotamo!
L’equipaggio della goletta aveva completato le provviste di carbone e il capitano Bak chiamava a bordo le persone che si trovavano a terra. La macchina era sotto pressione e dalla ciminiera uscivano fitte nubi di fumo nerissimo.
Linderman, Wilkye, Bisby ed i due velocipedisti si affrettarono a imbarcarsi.
La _Stella Polare_ si scostò dalla banchina, uscì dal porto e s’inoltrò nel canale di San Carlo, passando fra le due isole maggiori di West Falkland e di Ost Falkland. Le spiaggie di quelle isole apparivano aride, ruinate e sventrate dall’eterno corrodere delle onde e affatto deserte. Solo di quando in quando, in fondo a qualche baia, appariva qualche capanna o sull’alto delle rupi si scorgeva qualche uomo occupato a raccogliere i _tussak_, specie di vimini che crescono presso le spiaggie e che vengono adoperati nella costruzione delle capanne, o dei canestri e delle stuoie.
Su quelle isole, la popolazione è scarsa assai, quantunque abbiano una superficie di 11,500 chilometri quadrati. Si contano tutt’al più quattrocento abitanti, compresa la piccola guarnigione inglese che è accasermata a Porto Guglielmo, all’ingresso meridionale dello stretto di Berckeley, ove vi è la sede del governo.
Abbondavano invece gli uccelli i quali volteggiavano in grandi stormi presso le spiagge, mandando grida discordi. Si vedevano, oltre gli uccelli che producono il guano, gran numero di pinguini, volatili assai agili quando si trovano in acqua, tanto anzi che sovente furono confusi colle rapide bonite, ma goffi e pesantissimi quando si trovano a terra; poi bande di chioni, appartenenti alla famiglia dei trampolieri, grossi come piccioni, colle penne bianche, il becco corto e conico e gli occhi racchiusi entro un cerchio rossastro, e stormi di aptenatidi, uccelli grossi come le oche, colle penne color ardesia sul dorso e bianche sotto.
Anche qualche animale si mostrava fra le scogliere di quelle isole: erano _warrah_, una specie di lupi assai grassi ma però niente affatto aggressivi ed eccellenti a mangiarsi.
La _Stella Polare_, percorso il canale, s’addentrò in mezzo ad un vero labirinto d’isole, d’isolotti e di scogliere, passando successivamente dinanzi a Borbon, Salvas, Kermolinas, Swan, Peble, Lively, ecc., poi uscì in pieno mare, filando parallelamente alla costa patagone, ma a tale distanza che quella terra appariva visibile come una leggiera sfumatura.
— È laggiù che vivono gli uomini più alti del globo? chiese Bisby a Wilkye ed a Linderman che osservavano la costa coi cannocchiali.
— Sì, rispose l’americano.
— Ma che sia vero che sono di statura colossale? Mi hanno detto che gli uomini più alti della razza bianca, non giungono alla loro cintola.