Al polo australe in velocipede
Part 2
Vedendo avanzarsi Bisby, non potè trattenere un’esclamazione di meraviglia.
— È deciso di venire al polo con noi, disse Wilkye, prevenendo la sua domanda. Egli desidera d’istruirsi.
— Ben venuto sulla mia nave, disse l’armatore. C’incaricheremo noi della vostra istruzione, Bisby.
— Grazie, amico, rispose il mercante di carne salata. Vi sarò obbligatissimo.
— Vi prevengo però, che la vita dell’esploratore è poco allegra.
— Non mi spaventa.
— Che laggiù fa molto freddo.
— Mi coprirò per bene.
— Che possiamo soffrire anche la fame.
— Oh! questa poi...
Poi alzando le spalle:
— Bah!..... Mangerò delle foche, se sarà necessario, o degli orsi bianchi.
— Non ve ne sono.
— Delle renne.
— Nemmeno.
— Dei buoi muschiati.
— Niente.
— To’!... esclamò Bisby, al colmo della sorpresa. Ma cosa narrano gli esploratori che al polo vi sono tanti animali?
— Ma il polo australe non è quello settentrionale.
— Ma che! Deve essere lo stesso.
— Vi dico di no.
— Chi ve lo dice?
— Ve lo dimostrerò quando sbarcheremo sulla terra di Palmer o di Graham.
— Signore, disse in quel momento il capitano, avvicinandosi. Abbiamo la massima pressione e la marea è alta.
— È stato imbarcato tutto?
— Tutto, signor Linderman.
— I velocipedi del signor Wilkye, i viveri...
— Non manca nulla, signore.
— Desiderate nulla d’altro, signor Wilkye?
— No, rispose l’americano.
— Partiamo adunque.
— Ma i nostri amici? chiese Bisby.
— Li abbiamo salutati ieri sera, disse Linderman. Avanti, signor Bak!
Al comando dato dal capitano, alcuni marinai scesero sul gavitello galleggiante e staccarono la catena, che venne subito ritirata a bordo. Tosto l’elice si mise in movimento facendo spumeggiare l’acqua attorno alla poppa; dalla ciminiera uscirono neri nuvoloni di fumo e la goletta si mise a filare verso l’uscita del porto, passando fra un gran numero di navi ancorate.
Bisby, Linderman e Wilkye, ritti sul cassero, guardavano la città che si estendeva dinanzi a loro, ma che impiccioliva rapidamente. I due rivali parevano tranquilli; ma il negoziante di carne salata sembrava estremamente commosso e si grattava nervosamente la testa.
— Sarà un po’ di emozione, diss’egli, dopo un lungo silenzio, pure vi confesso, amici miei, che mi sento scombussolato.
I due rivali si misero a ridere.
— Il polo vi farebbe di già paura? chiese ironicamente l’armatore.
— Non è il polo, ma..... se non si tornasse più?
— Bell’esploratore che siete voi!
— Comincio ad esserlo ora; è quindi perdonabile la mia emozione. La cosa però mi sembra strana, perchè quando ho attraversato il lago Ontario non lo era affatto.
— Lo chiamate un viaggio d’esplorazione quello?
— No, ma infine.....
— Vi vedremo alla prima burrasca, Bisby.
— Non mi fa paura.
— O fra i ghiacci del polo.
— Indosserò la mia pelle di bisonte.
— Vi farà molto quella!... Addio Baltimora e chissà se ti rivedremo.
— Diavolo! brontolò Bisby. Che funebre augurio.
In quell’istante la goletta, superata l’estremità della gettata ed il faro, si lanciava a tutto vapore sulle acque azzurre della profonda baia di Chesapeak.
CAPITOLO III.
A bordo della «Stella Polare».
La _Stella Polare_, tale era il nome della goletta del signor Linderman, era una vera nave da corsa, capace di percorrere circa cinquecento miglia in sole ventiquattro ore, essendo dotata di una velocità di venti nodi all’ora ed anche di più, a tiraggio forzato. Non doveva quindi impiegare molto a percorrere la baia di Chesapeak, che ha una lunghezza mediocre.
In tre ore, continuando con quella velocità, che il signor Linderman pareva deciso di mantenere, poteva avvistare i due capi Charles ed Henry, che la rinserrano verso l’Atlantico.
Guidata da uno dei suoi migliori timonieri, filò dritta verso Annapolis, piccola città che dista poche miglia da Baltimora, passò dinanzi ai numerosi battelli ancorati dinanzi alla spiaggia e scese verso il sud, fendendo impetuosamente le acque, le cui ondate andavano ad infrangersi, con sordi fragori, sulle frastagliate coste occidentali.
Alle sette del mattino la _Stella Polare_ aveva già raggiunta la foce del Potomac, grosso fiume che scaricasi nella suddetta baia, ed alle 9, dopo aver avvistato il forte Monroe che difende la foce del James, sulle cui sponde sorge la città di Norfolk, superava il capo Henry, lanciandosi a tutto vapore sulle onde dell’Oceano Atlantico.
Bisby, che non aveva abbandonato il cassero della rapida nave, vedendo stendersi dinanzi a lui quell’immensa massa d’acqua che pareva non avesse confine e scorgendo le coste americane allontanarsi e rimpicciolire con fantastica rapidità, emise un sospiro così profondo, da essere udito da Wilkye e da Linderman.
— Ohe, Bisby! esclamò l’americano, sorridendo. Mi pare che l’Oceano Atlantico vi faccia un po’ d’effetto.
— Diamine! rispose il negoziante di carni salate, con aria imbarazzata. Vi confesso che tutta quest’acqua produce su di me una certa impressione. Non credeva che l’Oceano fosse così vasto.
— Speravate di scorgere le coste europee?
— Non dico che avessi questa speranza, ma vedo che ci allontaniamo dalle coste mentre potremmo tenerci vicini.
— Ho fatto mettere la prua verso le Bermude, disse Linderman. Preferisco girare al largo ora, per evitare le isole Lucaie e le Antille e muovere dritto sul capo S. Rocco. In tal modo non incontreremo la grande corrente del Gulf-Stream che sale verso Terranuova lambendo le spiaggie americane.
— Avete ragione, signor Linderman, rispose Wilkye. Perderemo meno tempo.
— Ma ditemi, caro amico, avremo da percorrere molta acqua, prima di giungere alle terre polari? chiese Bisby.
— Circa cinquemila miglia.
— Per mille quintali di carne salata! Che estensione ha dunque quest’Oceano?
— Considerevolissima, Bisby. La sua lunghezza, che va da un polo all’altro, è stata calcolata a ottomila miglia.
— Non sarà però così largo, suppongo.
— Oh no! Anzi in certi punti l’Oceano si restringe assai. Tra le coste della Groenlandia e della Norvegia, per esempio, non ha che una larghezza di ottocento miglia; fra quelle del Brasile e della Sierra Leone ne ha millecinquecento, e fra quelle della Florìda e del Marocco o della Plata e del Capo di Buona Speranza, supera le tremilaseicento.
— Una estensione d’acqua così immensa deve avere anche delle profondità considerevoli.
— Dei baratri spaventevoli, Bisby. Gli ultimi scandagli fatti dalle navi da guerra, hanno dato degli abissi capaci di sommergere delle montagne altissime. Fra l’Islanda e l’Inghilterra, per esempio, ve n’è uno profondo novemila piedi e largo milleduecento miglia; ma questo è nulla a paragone di molti altri. Fra le Canarie e Madera se n’è misurato uno di quindicimila piedi e fra le isole Azzorre e la costa del Portogallo un altro che oltrepassa di qualche po’ quella cifra.
— Che discesa, se la _Stella Polare_ dovesse andare a picco sopra uno di quei baratri! esclamò Bisby, rabbrividendo. Ma.....
— Cosa desiderate?
— Devo dirvi che sono immensamente contento di essermi imbarcato.
— Perchè, amico mio?
— Perchè comincio a credere che ingrasserò come un elefante. Ho fatto una lauta colazione prima di uscire di casa ed ecco che provo di già una fame formidabile. L’aria di mare mi conferisce straordinariamente.
— Temevo il contrario, disse Linderman, sorridendo. Se il mal di mare non vi coglie, ingrasserete Bisby. Se lo desiderate, andiamo pure a far colazione.
Lasciarono il ponte e scesero nella sala da pranzo, dopo d’aver dato ordine allo _stewart_ di preparare la colazione.
Il signor Linderman, da vero gran signore, nulla aveva risparmiato per rendere la sua nave comoda ed elegante.
Il salotto da pranzo della sua _Stella Polare_ poteva gareggiare con quelli dei più splendidi _steamer_ transatlantici.
I puntali, in forma di colonne, erano dipinti di bianco ed adorni di fregi; le pareti sparivano sotto un grosso feltro, eccellente riparo contro i grandi freddi; il tavolato era coperto di tappeti soffici e variopinti; i sabordi che davano la luce, erano riparati da vetri dello spessore di mezzo pollice e in fondo, una grande stufa di ferro, non aspettava che i primi geli per mettersi a russare.
Udendo suonare la campana che annunciava la colazione, il capitano Bak, comandante della goletta, era già disceso e li aspettava nel salotto. L’armatore, Wilkye e Bisby stavano per sedersi quando entrarono due giovanotti.
— Permettete, signori, disse Wilkye alzandosi, che vi presenti i miei due compagni di viaggio, il signor Ugo Peruschi, italiano naturalizzato americano, e il californiano John Blunt, due dei più valenti velocipedisti del Club di Baltimora.
— Siano i benvenuti a bordo della mia nave, disse Linderman, porgendo a loro la mano. Mi auguro che siano due buoni rivali.
— Lo saranno, signor Linderman, disse Wilkye. Hanno accettato con vero entusiasmo di seguirmi al polo e lotteranno fino all’estremo per la causa dell’America.
— Ed i miei marinai non saranno da meno dei vostri compagni, ve lo assicuro, signor Wilkye, disse l’armatore.
— Lo vedremo in seguito.
— Osereste dubitarne? chiese Linderman, piccato.
— Non ho mai avuto quest’intenzione. Alludevo al vostro progetto e alle difficoltà che dovranno superare i vostri uomini.
— Ne parleremo quando saremo di ritorno.
— Basta, signori, disse Bisby. Io ho fame.
— Avete ragione, signore, disse il capitano. Non è il momento di guastarsi il sangue, ora che il viaggio è appena cominciato. Al momento opportuno ognuno lotterà pel trionfo della propria bandiera.
Si assisero attorno alla tavola e assalirono vigorosamente i _beef-steaks_, le patate arrostite nel burro e il pane burrato.
Due parole innanzi a tutto sui due compagni di Wilkye. Erano entrambi giovani, poichè non avevano che ventiquattro o venticinque anni, ma erano diversi nei tipi. L’italiano, naturalizzato americano, era un bel giovanotto, alto, magro, tutto muscoli, colla pelle abbronzata, i lineamenti arditi; l’altro, invece, era di statura bassa con spalle larghe, petto ampio, braccia e gambe grosse, ma nervose, che dinotavano una forza poco comune ed una resistenza straordinaria. Era bruno come il compagno, ma i suoi lineamenti non erano così arditi; doveva essere invece un uomo dotato d’un sangue freddo e d’una calma tale, da dare dei punti ai migliori campioni della razza anglosassone.
Questi due velocipedisti formavano l’orgoglio del Club di Baltimora, ed i loro nomi erano sempre figurati primi in quasi tutte le gare velocipedistiche date nelle città dell’Unione Americana. Erano noti soprattutto per la loro resistenza ed avevano di già compiuto delle corse di parecchie centinaia di miglia, vincendo i migliori campioni, non solo canadesi, ma anche inglesi.
Come aveva detto il signor Wilkye, avevano accettato con entusiasmo la difficile e pericolosa impresa di seguirlo nelle terre dei mari del Sud, decisi a sfidare i terribili freddi delle regioni polari, purchè trionfasse la bandiera americana.
La colazione in pochi minuti fu divorata. Bisby, che si trovava molto bene sulla _Stella Polare_, e che non voleva perdere tempo, diede un saggio della capacità del suo stomaco e della sua buona volontà d’ingrassare rapidamente, facendo sparire in un batter d’occhio una mezza dozzina di _beef-steaks_,un canestro ricolmo di biscotti e quattro litri di birra. Malgrado ciò asseriva di avere nel suo stomaco un posticino ancora libero, ma che riservavasi di riempirlo alla seconda colazione delle 4 pomeridiane.
Terminato il pasto, americani ed inglesi accesero le loro pipe e intavolarono i discorsi fra un sorso di wisky e di gin.
— Signor Wilkye, disse Linderman, se non vi dispiace, finchè abbiamo tempo, vorrei farvi una domanda che riguarda la vostra spedizione, perchè io ignoro ancora dove dovrò sbarcarvi.
— Infatti, signore, non vi ho ancora detto su quale spiaggia io intendo di discendere.
— Sulla nostra rotta abbiamo parecchie terre e per me poco mi cale di sbarcarvi o su quella di Luigi Filippo, o di Trinity, o di Palmer o più lontano ancora, a quella di Graham, o a quella d’Alexandra.
— Io desidererei sbarcare sulla costa che è più vicina al polo.
— Ritengo però, che non spererete di seguirmi fin dove lancierò la mia nave. Voi avete i velocipedi ed io i miei uomini che saranno costretti a procedere colle loro gambe.
— Ma fin dove credete di giungere colla vostra nave? Il polo sud non ha le immense aperture che presenta il polo nord.
— E chi ve lo dice?
— Gli esploratori hanno trovato quasi dovunque una costa che s’oppose al loro avanzarsi.
— È vero, ma le loro esplorazioni si sono fermate a metà via. Chi vi dice che al sud della terra di Graham, fra questa e quella Alexandra, non esista un passaggio? Ambe le coste s’incurvano in dentro e i più suppongono che la terra Alexandra sia semplicemente un’isola. Raggiunto quel punto, la mia nave si troverà già al 70° di latitudine e quel passaggio può condurci, se non direttamente al polo, almeno molto vicino.
[Illustrazione: La colazione in pochi minuti fu divorata.... (pag. 27)]
— La vostra è una supposizione, signor Linderman.
— Sarà un tentativo che potrò ripetere altrove. La mia _Stella Polare_ è dotata d’una velocità straordinaria e potrà rifare la via percorsa nel colmo dell’estate, cioè nel gennaio e anche prima.
— Avrete un osso duro da rodere.
— Ed anche voi, signor Wilkye. Voglio vedere cosa faranno i vostri velocipedi fra le nevi e quando la temperatura scenderà a 40° o 50° sotto lo zero.
— Mi basteranno pochi giorni per toccare il polo.
— Lo vedremo, disse l’armatore, con ironia. Orsù, dove dovrò sbarcarvi?
— Se non vi rincresce, alla Terra di Graham, al di là dello stretto di Bismark, di fronte alle isole Krogman, Peterman e Boot.
— Non sarete che al 65° 40′ di latitudine, ossia ad una distanza di mille cinquecento e ottanta miglia dal polo. Come farete a percorrere una simile distanza coi velocipedi, che non possono portare un bagaglio pesante?
— Ho pensato a tutto, signor Linderman, ed ho tutto calcolato scrupolosamente.
— Ma dei vostri sei marinai che avete imbarcati, cosa farete?
— Mi seguiranno.
— Al polo?
— Non ho questa pretesa, ma mi aiuteranno nell’impresa.
— Ma voglio venire anch’io al polo, disse Bisby.
— Ci vorrebbe una macchina apposita per portarvi, disse Wilkye, ridendo. Resterete coi miei marinai.
— Ci verrò, vi dico. Le mie gambe sono solide e ci andrò a piedi.
— Con quel freddo? disse l’armatore, ironicamente.
— Ho la mia pelle di bisonte.
— Vi farà molto!
— E vorreste che io rimanessi indietro? Voglio vederlo anch’io, questo famoso polo.
— Ma cosa credereste di vedere? chiese Wilkye.
— Io non lo so, poichè non m’intendo che di carni salate, ma giacchè da molti anni partono navi per scoprirlo, suppongo che ci sia qualche cosa di straordinario.
— Niente affatto, Bisby.
— Ma allora per cosa vanno al polo? Spiegatemi voi il motivo.
— Ci vanno per accertarsi dell’esistenza di un mare libero di ghiacci e per chiarire, se nei paraggi settentrionali od australi, vi si goda una temperatura meno fredda delle regioni che li circondano.
— Cosa dite?.....
— Dico che gli scienziati sono concordi nell’affermare che al di là della barriera dei ghiacci che circondano i poli, vi sia un clima più mite, e perciò da anni e anni arditi navigatori affrontano i rigori polari per accertare questa supposizione. Questo è il movente principale, ma vi sono annesse altre questioni importantissime per la scienza, soprattutto questioni meteorologiche.
— Ci vanno per una curiosità adunque?
— Sì, se volete chiamarla con questo nome, ma quanti problemi che tormentano gli scienziati, si scioglierebbero se si potesse giungere al polo. Forse l’inclinazione dell’ago magnetico, la formazione delle aurore boreali, ecc. non sarebbero più un mistero impenetrabile.
— Se sapevo così.... mormorò Bisby, non sarei venuto, amico. Credevo di vedere qualche cosa di meraviglioso.
— Ma laggiù ingrasserete, Bisby. Mangerete per dieci, con quel freddo.
— Purchè non mangi tutte le provviste e ritorni magro come un’aringa!... Che disgrazia mai sarebbe!...
— È probabile, aggiunse Linderman, crollando il capo e come parlando fra sè. I morti di fame nelle regioni polari non si contano quasi più.
— Che lugubre augurio, mormorò Bisby, rabbrividendo. Ah! cane d’un polo!....
CAPITOLO IV.
Dalle Bermude alle Falkland.
La mattina del 4 novembre, la _Stella Polare_, che aveva mantenuto una velocità media di quindici miglia all’ora, avvistava le Bermude ad una distanza di sette leghe.
Queste isole sorgono in pieno oceano Atlantico, e la loro scoperta rimonta al 1522, nella cui epoca furono per la prima volta visitate dal navigatore spagnuolo Bermudes. Fu secondo l’inglese Pommers, che vi fu spinto dai venti nel 1609, rimanendovi per oltre nove mesi, essendo la sua nave naufragata.
Sono in numero di quattrocento, ma poche sono le abitabili, parecchie essendo semplici scogliere. Bermuda è la più grande avendo ventidue chilometri di lunghezza e due di larghezza; poi vengono S. Giorgio, S. David, Somerset, ecc. Vi sono parecchi buoni ancoraggi, ma quanto è triste il soggiorno in quelle isole perdute in mezzo all’Atlantico! L’aridità dei loro monti e delle loro coste, la tinta grigia, nebbiosa del loro cielo, i loro villaggi che sono formati da casette basse, costruite con una pietra molle come la pomice e coperte di foglie di palmizio; il puzzo che tramandano i pesci messi a seccare sulle spiagge, gli uragani formidabili che di frequente le devastano, danno a loro un aspetto che non è certo rallegrante. Pure contano circa diecimila abitanti, per la maggior parte negri, tutti valenti marinai che pescano da mane a sera e che lavorano accanitamente le terre per non morire di fame. Nei mesi di marzo e di aprile, quella popolazione cresce, giungendovi i pescatori di balene, essendo quelle isole di frequente visitate dai giganti dei mari.
Quantunque sian poco fertili, pure dànno aranci, cotone, tabacco e frumento il quale matura due volte all’anno. Producono certe specie di ginepri (_juniperus bermudiana_) i quali raggiungono un’altezza di sedici a venticinque metri e servono per la costruzione di leggieri navigli.
I viveri sono però carissimi, mancando quasi totalmente il bestiame e la selvaggina. Non vi sono che pochi volatili e brutti ragni neri e grossi, che tessono ragnatele così resistenti da prendere perfino gli uccelli.
— Ecco delle isole che non avranno lunga vita, disse Linderman, che le osservava assieme a Wilkye ed a Bisby.
— E perchè? chiese quest’ultimo.
— Pel motivo che le onde dell’Atlantico, che le investono furiosamente, le rodono costantemente.
— Sono parecchi secoli però, che oppongono una fiera resistenza, disse Wilkye. I polipi coralliferi sanno costruire robustamente le loro isole.
— Non sono di natura vulcanica?
— No, signor Linderman. Le Canarie, le Azzorre, Sant’Elena, Tristan d’Acunha e S. Paolo sono tutte isole vulcaniche, ma queste sono state costruite dai polipi coralliferi.
— Ma chi sono questi signori polipi? — chiese Bisby. — Voi sapete che io non m’intendo che.....
— Di carni salate, lo sappiamo, disse Wilkye. Vi dirò adunque allora, signor curioso, che quei polipi che le hanno costruite, sono esseri infinitamente piccoli, che vivono sotto le acque in gran numero. Si radunano per lo più sulle cime dei monti sottomarini, vi fondano le loro colonie, vivono, muoiono e morendo formano, coi loro corpicini, degli strati rocciosi d’una robustezza infinita.
— Ma non comprendo come possano costruire delle isole, finchè lavorano sott’acqua.
— Adagio, signor curioso. Di strato in strato, quei piccoli fabbricatori si alzano verso la superficie dell’Oceano, ed ecco costruita l’isola. Alcuni, dotati forse di maggior vitalità, continuano a costruire sopra l’acqua nutrendosi della spuma delle onde ed alzano ancora l’isola. Più tardi le piogge, convertiranno quello strato calcareo in terriccio; i cadaveri dei pesci o le alghe ingrasseranno quella terra, il vento porterà dei semi, gli uccelli popoleranno l’isola, quindi verrà l’uomo. Non vi pare che sia semplice tuttociò?
— Sì, ma anche meraviglioso! esclamò Bisby, stupefatto. Ah! come è bella la scienza!... Ed io che la credevo inventata per fare ammattire le persone!... Viaggio fortunato! Tornerò in America grasso e scienziato!...
Intanto la _Stella Polare_ filava a tutto vapore verso il sud, allontanandosi rapidamente dalle Bermude, che una fitta nebbia già avvolgeva.
L’Oceano Atlantico era un po’ agitato e scrollava vivamente la leggiera goletta. Dall’est venivano, brontolando minacciosamente, lunghe ondate colle creste irte di candida spuma e venivano a sfasciarsi sul tribordo con grande fracasso, lanciando, fino sulle murate, larghi sprazzi.
Nessuna nave vedevasi in quei paraggi, nemmeno una di quelle barche da pesca che sono tanto numerose nei pressi delle Bermude. Solamente in acqua si vedevano alcune coppie di delfini che giuocherellavano nella scìa biancheggiante della nave ed in aria parecchi stormi di quegli uccelli acquatici detti rincopi, somiglianti alle anitre; volatili disgraziati, poichè hanno il becco inferiore di molto più corto del superiore, rendendo così a loro molto difficile la pesca. Indicano la vicinanza dei tropici, poichè infatti quasi mai si scostano da quello del Cancro e da quello del Capricorno.
Fu segnalato anche un grosso stormo di quei bizzarri pesci che i marinai chiamano volanti e gli scienziati _Exocoetus volitans_ o _cyanopterus_. Questi pesci sono senza dubbio i più stravaganti abitatori degli Oceani, ma sono contemporaneamente anche i più disgraziati, poichè sono cacciati in acqua ed in aria.
Ve ne sono di due specie: gli uni piccoli, toccando appena una lunghezza di venti centimetri, colla pelle azzurra ed argentea che li fa rassomigliare a grosse sardine; gli altri invece sono lunghi un piede, ma bruttissimi tanto che si stenterebbe a mangiarli, se non si sapesse che sono invece deliziosi.
La pelle di questi ultimi è rossastra, le pinne sono nerastre, il loro capo somiglia ad un casco irto di pungiglioni bizzarri ed adorno di barbe che dànno a loro un aspetto tutt’altro che attraente.
S’incontrano per lo più nei climi caldi, ma a centinaia ed anche a migliaia, e vengono accanitamente inseguiti dai delfini, dai tonni, dai pesci velieri e dai pesci-cani.
Non possedendo armi difensive, quei disgraziati pesci cercano la loro salvezza in aria. Essendo dotati d’uno slancio poderoso e possedendo delle pinne assai lunghe e larghe, si slanciano fuori dell’acqua, vibrano quelle pinne rapidamente, tanto che a guardarle non si scorgono quasi più e spiccano una volata che dura circa 40 secondi.
Non crediate però, che i loro voli siano molto lunghi ed alti; perchè di rado percorrono più di centosettanta o duecento metri, mantenendosi ad un’altezza dai settanta centimetri ad un metro.
La banda segnalata dall’equipaggio della _Stella Polare_ pareva in preda ad un vivo terrore. Senza dubbio era stata assalita dai delfini o dai velieri.
S’alzavano in tutte le direzioni con un sordo ronzìo, incrociandosi in tutti i versi, facendo balenare ai raggi del sole la loro pelle azzurro-argentata e bruno-dorata. Volavano all’impazzata senza badare dove ricadevano, sempre pronti a risalire appena toccata l’acqua, per sfuggire ai denti degli affamati nemici.
Disgraziatamente, fuori dall’Oceano, non avevano scampo, poichè si vedevano piombare su di loro in grossi stormi, non solo i rincopi, ma anche i fetonti dalle ali forcute, gli alcioni dal fulmineo volo e perfino alcune procellarie, i funebri uccelli delle tempeste.
Parecchi di quei pesci, nella loro cieca fuga caddero sulla tolda della goletta e andarono a finire nella dispensa del cuoco, con grande soddisfazione di quel ghiottone di Bisby, che cominciava a lamentarsi della mancanza di carne fresca.