Al polo australe in velocipede

Part 6

Chapter 63,633 wordsPublic domain

— Senza dubbio, Bisby, ma è pure difficile a scoprirlo tutto, poichè si afferma che sia circondato da una vasta calotta di ghiaccio che sarebbe larga parecchie centinaia di chilometri.

— Dunque voi credete impossibile che Lindermann possa, colla sua nave, avvicinarsi al polo.

— Sì, Bisby. Egli spera di trovare un passaggio al sud della Terra Alexandra, supponendo che quella sia un’isola, ma invece urterà contro il continente e sarà costretto di arrestarsi a qualche centinaio di miglia dal polo.

— E non potrà giungervi a piedi?

— Non vi riuscirà, Bisby. Le marcie attraverso ai campi di ghiaccio sono tremende e non si possono sopportare per dei mesi, quando il freddo scende a 45° od a 50° sotto lo zero.

— E voi sperate di trovarlo coi vostri velocipedi?

— Lo tenterò, Bisby, e se tutto va bene, chissà!.....

— Ed io non vi seguirò?

— È impossibile: comanderete la riserva dei marinai.

— Ci anderò per mio conto.

— A piedi?

— Colla mia pelle di bisonte.

— Quando giungeremo sulla terra di Graham, rinuncierete al vostro pazzo progetto... Ecco che la campana ci chiama a cena.

— Pronto, urlò Bisby. L’albatros è mio!.....

Mentre il capitano, Lindermann, Wilkye ed i due velocipedisti assalivano la cena e Bisby si accaniva contro un gigantesco pezzo di albatros preparato in salsa piccante, ma che non voleva lasciarsi masticare dai denti del ghiottone, tanto era coriaceo, la _Stella Polare_ continuava ad avanzarsi nel cuore dell’oceano australe.

La prima flottiglia di ghiacci era scomparsa, ma parecchie altre apparivano in tutte le direzioni. Erano montagne di dimensioni enormi, vasti campi di ghiaccio, dei veri _ice-fields_, sormontati da cupole bizzarre che sembravano rovine di moschee o torri di mole gigantesca.

Non si vedevano, però, nemmeno in quelli, i bizzarri frastagliamenti che si osservano nei ghiacci boreali e tutti conservavano quelle bizzarre arature, quei solchi che si notano nei grandi massi delle regioni australi.

Quei colossi sfilavano silenziosamente verso il nord come fantasmi immani, lasciandosi trasportare dal movimento delle onde che volge verso le terre dell’America meridionale. Di tratto in tratto qualche montagna, corrosa alla base dall’acqua che conservava ancora un po’ di tepore, perdeva bruscamente l’equilibrio e piombava in mare con un tonfo assordante, sollevando un’ondata mostruosa, la quale andava a rompersi con cupo fragore contro gli altri ghiaccioni.

Allora si vedeva il gigante sparire, poi comparire con un salto immenso alzando verso il cielo altre punte, oscillare violentemente per parecchi minuti, poi riacquistare a poco a poco la primiera immobilità.

La _Stella Polare_ si avanzava con precauzione, tenendosi lontana da quei pericolosi vicini che potevano frantumarla come se fosse un semplice guscio di noce. Aveva rallentato la sua rapida marcia e filava parallelamente a quelle flottiglie, per non lasciarsi prendere in mezzo ed imprigionare.

Alle 10 di sera però, nel momento in cui il sole stava per scomparire e che la croce del sud stava per delinearsi in cielo, il nebbione che si era solamente alzato, piombò quasi improvvisamente sull’oceano, rendendo quanto mai pericolosa la marcia della goletta.

I ghiacci in breve tempo scomparvero fra quel denso velo e l’oscurità diventò profonda tanto, che gli uomini di prua a mala pena scorgevano quelli di poppa.

Il capitano Bak era risalito in coperta, mentre gli esploratori si ritiravano nelle loro cabine, e cercava di evitare l’incontro di quelle masse enormi. Aveva comandato al macchinista di avanzare a piccolo vapore e all’equipaggio di portare in coperta dei buttafuori, specie di lunghi pali che servono a respingere i piccoli massi per evitare che urtino le navi.

Malgrado quei preparativi, era assai inquieto. Poteva da un momento all’altro trovarsi addosso ad una di quelle immense montagne e correre il pericolo di far urtare la nave; poteva pure passare a breve distanza da uno di quei colossi, nel momento che questi perdevano l’equilibrio e farsi schiacciare con tutto l’equipaggio. Un altro motivo, e non meno grave, lo preoccupava: la vicinanza di quella lunga barriera d’isole che si estende dinanzi al continente polare.

Le Shetland non dovevano essere lontane e l’isola del Re Giorgio o quella degli Elefanti, potevano trovarsi improvvisamente dinanzi alla prua della _Stella Polare_.

In quelle regioni, così vicine al polo magnetico, il quale non è situato precisamente nel punto ove dovrebbero riunirsi i meridiani, come si crede dai più, ma a 70° di latitudine e a 180° di longitudine secondo Hansten ed a 70° 30′ di latitudine e 135 di longitudine secondo Duperry, non si può basarsi con certezza sulle indicazioni della bussola, poichè questa, per l’attrazione magnetica sbaglia e sovente gli aghi impazziscono, dando direzioni contradditorie. Così, quando i nebbioni impediscono ai naviganti di fare il punto cogli ottanti per avere la longitudine e la latitudine, le navi sono costrette a procedere a tentoni.

In tale situazione si trovava appunto anche la _Stella Polare_, la quale s’avanzava senza avere una rotta determinata, col grave pericolo di trovarsi improvvisamente addosso a qualche isola delle Shetland australi.

Alle due del mattino, il nebbione era così fitto che non ci si vedeva a quattro passi di distanza. Scendeva a ondate sempre più dense, imprigionando il fumo che irrompeva dalla ciminiera, il quale si addensava sulla coperta della nave accrescendo l’oscurità.

Il capitano Bak aveva fatto accendere due lampade a magnesio munite di potenti riflettori, ma quella luce somigliante a quella che producono le lampade elettriche, non si disperdeva e restava, come il fumo, imprigionata fra quella pesante umidità.

Il pericolo intanto cresceva. Al largo si udivano sempre più frequenti i cupi cozzi delle montagne di ghiaccio, i lunghi scricchiolii dei piccoli banchi e di quando in quando dei tonfi orribili, che annunciavano la caduta di qualche colosso. Allora delle ondate spumeggianti correvano fra il nebbione e venivano a infrangersi con paurosi muggiti contro i fianchi della nave. Alle tre del mattino, fu veduto uno di quei colossi a breve distanza dal tribordo. Fu un momento d’inesprimibile angoscia per tutto l’equipaggio, il quale si trovava in coperta armato di buttafuori.

Il capitano Bak aveva dato il comando di: macchina indietro! La _Stella Polare_, che forse correva il pericolo o di investire o di farsi stritolare da quel colosso che si distingueva vagamente fra l’oscurità, retrocesse a tutto vapore, ma ricevette un tale urto, che la stiva rimbombò come se nel suo interno fosse scoppiata una granata.

Wilkye, Linderman e Bisby, svegliati di soprassalto, i due primi semi-vestiti e il terzo avvolto nella sua famosa pelle di bisonte, s’affrettarono a salire in coperta, credendo che la goletta si fosse arenata o fosse stata sfondata da qualche _ice-berg_.

— Cosa succede? chiese Linderman, che pareva avesse perduto il suo sangue freddo.

— Succede, signore, che noi siamo circondati dai ghiacci e che siamo stati urtati, rispose ii capitano.

— Ma dove ci troviamo noi?

— Lo ignoro io stesso, signore; da tre ore la bussola non dà più esatte direzioni e pare che sia impazzita.

— Forse al polo s’alza un’aurora australe, che questo nebbione ci impedisce di scorgere, disse Wilkye. Voi sapete che quel fenomeno meraviglioso altera le bussole, specialmente quando le navi s’avvicinano al polo magnetico.

— Ma non siamo che al 61° di latitudine.

— Ciò basta, signor Linderman.

— La situazione è adunque grave, signor Bak?

— Gravissima, signor Linderman, poichè noi siamo fra una vera flotta di ghiacci.

— Dannato nebbione!.... Cosa contate di fare?

— Avanzare a piccolo vapore.

— Sono lontane le Shetland?

— Non lo credo.

— Non urteremo contro qualche isola?

— Il fragore della risacca ce le indicherà. L’oceano è un po’ agitato e le onde si romperanno contro le scogliere.

— Avanti, adunque!

La _Stella Polare_, che si era arrestata, riprese la marcia a piccolo vapore, fendendo il nebbione che si scioglieva in una vera pioggia.

Tutti gli esploratori, resi edotti del pericolo che correva la goletta, erano saliti in coperta per essere pronti ad ogni evento. Bisby, sepolto sotto la grande pelle, si era cacciato in una scialuppa per essere più pronto a salvarsi e di là si sfogava in un diluvio d’imprecazioni contro la nebbia, i ghiacci ed il polo australe specialmente. Cominciava ad averne fin troppo di quella spedizione che diventava sempre più pericolosa, e di quel clima che non lo faceva ingrassare abbastanza, quantunque mangiasse per quattro e bevesse per sei.

Alle quattro del mattino un altro _ice-berg_, che doveva avere proporzioni enormi, apparve a pochi passi dalla nave, sul babordo. La sua altezza doveva essere immensa, poichè dalla cima si udivano cadere con sordo rumore dei pezzi di ghiaccio che dovevan pesare parecchi chilogrammi.

Alcuni di essi rimbalzarono perfino sulla coperta della nave, producendo delle contusioni a parecchi marinai.

Fortunatamente era stato scoperto a tempo e la _Stella Polare_, filando a tutto vapore, potè oltrepassarlo prima di venire urtata.

D’improvviso però, mentre il capitano Bak stava per dare il comando di rallentare la corsa, avvenne a prua un urto così violento che le membrature della nave scricchiolarono.

Un immenso grido di terrore echeggiò a bordo. I marinai fuggirono disordinatamente verso poppa abbandonando i buttafuori, mentre sul castello di prua rovinavano, con immenso fracasso, dei massi di ghiaccio.

[Illustrazione: ... la nave sfondando col proprio peso quel punto d’appoggio... (pag. 96)]

Il capitano Bak, Wilkye, Linderman stavano per slanciarsi a prua per rendersi conto della gravità della situazione, quando vennero bruscamente rovesciati.

La nave, sollevata da una forza misteriosa, si era inclinata a poppa, mentre la prua pareva che venisse portata in alto.

Un secondo urlo di terrore rimbombò in mezzo al nebbione, confondendosi con una serie di stravaganti detonazioni e di violenti scricchiolii:

— Aiuto! si udì a urlare Bisby.

Ad un tratto la goletta s’alzò, barcollò un istante in aria librandosi fuori dai flutti, poi si rovesciò sul tribordo con un cupo rimbombo, rotolando gli uomini addosso alla murata. Erasi arenata? No, poichè quasi subito si udì un lungo scricchiolìo, come uno spezzarsi di ghiacci e la nave, sfondando col proprio peso quel punto d’appoggio, ricadde in mare, mentre un tonfo immenso risuonava a breve distanza, seguito poco dopo da muggiti formidabili.

Un’ondata spumeggiante, una vera montagna d’acqua irruppe sul ponte, lo attraversò rovesciando tutto sul suo passaggio e sparve fra il nebbione, perdendosi in lontananza.

CAPITOLO XI.

Sull’Oceano Antartico.

Cosa era avvenuto? Quale tremendo pericolo aveva minacciato l’esistenza degli audaci esploratori del polo australe? Come lo avevano evitato e come la valorosa nave, che era stata strappata dai flutti, galleggiava ancora?

Se la spiegazione era impossibile per Bisby, non doveva essere difficile pel capitano Bak, per Wilkye e per Linderman, che avevano profonda conoscenza delle regioni polari e dei ghiacci.

La _Stella Polare_ che si era lanciata innanzi per sfuggire agli urti del primo _ice-berg_, era andata a urtare contro un secondo, che si manteneva in equilibrio per un miracolo e che le tagliava la via verso il sud.

Quel colpo di sperone era stato sufficiente per farlo cadere e siccome quei colossi hanno una immersione straordinaria, la goletta, che si trovava sopra la base che tenevasi sott’acqua, era stata bruscamente sollevata.

Fortunatamente il peso della nave era stato sufficiente per sfondare quella base ed era ricaduta in acqua, mentre il gigante si capovolgeva. Guai se non l’avesse spezzata! Sollevata in aria, rovesciata o sull’uno o sull’altro fianco, non sarebbe ricaduta che rotta o capovolta. E guai se l’_ice-berg_, invece di rovesciarsi in avanti si fosse piegato dalla parte della nave: nessuna corazzata, per quanto grande e solida fosse stata, avrebbe potuto resistere a quel tremendo urto, a quell’enorme peso che forse era di diecimila, di ventimila tonellate.

Se la fortuna aveva protetto gli arditi esploratori delle regioni australi, poteva però da un istante all’altro abbandonarli. Passato quel tremendo pericolo, altri li minacciavano.

Tutto intorno alla goletta, altri _ice-bergs_ ondeggiavano, mossi da quell’immensa ondata sollevata dalla caduta del colosso polare, che per poco non l’aveva schiacciata.

Alla luce delle lampade di magnesio, che cominciavano a proiettare all’ingiro i loro raggi azzurrognoli, essendosi la nebbia un po’ diradata, si vedevano alzarsi a prua, a poppa, a babordo ed a tribordo, gigantesche pareti di ghiaccio, che avevano degli strani bagliori. Si sarebbe detto che quelle montagne erano ansiose d’imprigionare la goletta, di stringerla, di soffocarla e di schiacciarla.

L’equipaggio, che non si era ancora rimesso dal terrore, non ardiva abbandonare le imbarcazioni e rimaneva sordo ai comandi del mastro d’equipaggio, il quale li incoraggiava a riprendere i buttafuori per tentar di respingere l’assalto dei ghiacci.

Perfino il capitano Bak, pareva che avesse perduto il suo sangue freddo e la sua sicurezza, e non ardiva dare alcun comando, temendo di compromettere la sorte della goletta.

Pure era necessario uscire, e senza perdere tempo, da quel cerchio che poteva da un istante all’altro rinchiudersi e imprigionarli tutti, oppure spezzarsi bruscamente e schiacciare la nave.

— Signore, disse Wilkye, che forse era il solo che non aveva perduto la sua calma abituale, rivolgendosi verso Linderman che rimaneva muto — bisogna forzare il passaggio o qui tutti ci lascieremo la vita.

— Ma dove volete andare? rispose l’armatore. Non vedete che siamo circondati?

— Dinanzi a noi, se i miei occhi non s’ingannano, scorgo un passaggio aperto fra due _ice-bergs_.

— Sarà libero?

— Io non lo so, ma tutto si deve tentare.

— Ma dietro vi possono essere degli altri ghiacci, signore, disse il capitano. Se ne urtiamo uno, può piombarci addosso.

— E se restiamo qui, verremo imprigionati. D’altronde non tutti gli _ice-bergs_ sono male equilibrati.

— Tentiamo il passaggio, disse Linderman. Se non potremo uscire, ritorneremo.

— Ai vostri posti! tuonò il capitano, volgendosi verso l’equipaggio. Se vi preme salvare la pelle, riprendete i buttafuori e respingete l’assalto.

Poi curvandosi sul boccaporto:

— Ingegnere: macchina avanti!...

— Andiamo a fracassarci? chiese Bisby a Wilkye.

— Chi può dirlo?

— Io ne ho abbastanza del vostro polo e vorrei tornare a Baltimora. Corpo di un bue salato! È una vitaccia da cani questa e che mi garba poco, amicone caro.

— Ormai i rimpianti sono inutili, Bisby. Io andrò innanzi, dovessi affrontare la morte ad ogni ora.

— Voi, ma io?...

— Lottiamo per la scienza.

— Me ne infischio della scienza.

— Lottiamo per la bandiera dell’Unione Americana.

— Sarà una bella cosa, ma io preferirei essere ne’ miei magazzini a far denari.

— Zitto: stiamo giuocando la nostra pelle.

— Giuocherei quella del bisonte, brontolò il povero negoziante. Auff!..... In che brutta avventura mi sono impegnato!.....

La _Stella Polare_ intanto, si avanzava con precauzione fra i ghiacci, che minacciavano di imprigionarla. Il capitano Bak si era messo alla ruota del timone non fidandosi, in quel supremo istante, che di sè stesso, mentre l’equipaggio si era collocato lungo le murate di babordo e di tribordo coi buttafuori, tentando respingere l’assalto dei colossi polari. Dinanzi alla prua, si distingueva confusamente un passaggio lasciato fra una montagna ed un grande banco e pareva che si prolungasse assai. Se i due ghiaccioni, che le onde e le correnti marine trasportavano, non si chiudevano, la _Stella Polare_ poteva evitare la prigionia.

In pochi istanti la distanza fu superata e la nave si inoltrò arditamente nello stretto, procurando di mantenersi in mezzo.

Aveva percorso circa tre gòmene, quando verso poppa si udirono dei tonfi che parevano prodotti dalla caduta di massi enormi e dei lunghi scricchiolii.

— A tutto vapore! gridò Wilkye.

La goletta, a rischio di andarsi a fracassare contro qualche banco che poteva trovarsi al di là dello stretto, si slanciò innanzi come una rondine marina.

Un istante dopo, una detonazione spaventevole, paragonabile allo scoppio d’una mina o al rimbombo simultaneo di pezzi d’artiglieria, echeggiava verso il nord, seguita da due tonfi orribili.

Le montagne di ghiaccio che minacciavano d’imprigionare la goletta si erano cozzate fracassandosi e si erano rovesciate. Pochi istanti di ritardo e la goletta rimaneva schiacciata!

— Siamo salvi! gridò il capitano.

— Urrah per la _Stella Polare!_ urlarono i marinai.

— Il mare è libero dinanzi a noi! gridò Linderman. Sia ringraziato Iddio!

— Ed io vedo un fuoco, disse una voce. Che laggiù si cucinino delle bistecche?..... Per bacco! Sarebbero le benvenute.

— Un fuoco! esclamarono Wilkye e Linderman.

— Volete che sia cieco? chiese Bisby, che era stato lui ad annunciarlo. O laggiù si fa cucina o fondono questi dannati ghiacci.

Linderman, Wilkye e il capitano Bak guardarono nella direzione che il negoziante indicava e videro infatti, verso il sud-est, brillare attraverso il nebbione un fuoco che s’alzava e si abbassava.

— Che sia una nave? chiese Linderman. I balenieri si spingono fino sulle coste delle Terre di Trinity e di Palmer.

— È impossibile, disse il capitano. Con questa nebbia non si può scorgere un fanale.

— Può essere il fornello che serve alla liquefazione del grasso di balena.

— No, è impossibile, signore. Quel fuoco è lontano e per scorgerlo deve avere dimensioni gigantesche.

— Che siano dei naufraghi?

— Non lo credo. Non vedete che ora s’innalza ed ora si abbassa? Deve essere una grande colonna di fuoco.

— Ditemi capitano, chiese Wilkye. Credete che siamo vicini alle Shetland?

— Temo di vederle sorgere dinanzi a noi da un momento all’altro.

— E di aver oltrepassate le isole degli Elefanti e del Re Giorgio?

— È possibile, signore. Due ore fa mi parve di aver udito, sulla nostra sinistra, dei lontani fragori, come un rompersi di onde contro le scogliere.

— Erano senza dubbio le isole Aspland e quel fuoco è prodotto dal vulcano dell’isola Bridgeman.

— Ma non vedete che quel fuoco brilla a poca altezza sul mare. Se fosse un vulcano, sarebbe certamente più alto.

— V’ingannate, signor Linderman. Quello dell’isola Bridgeman è il più basso che esista sul nostro globo, poichè è alto solamente quindici metri.

— Un giuocattolo da ragazzi, disse Bisby. Lo porterei volontieri a Baltimora.

— Sì, burlone, disse Wilkye.

— Se è l’isola Bridgeman, vuol dire che abbiamo oltrepassato il 62° di latitudine e che la Terra Trinity non è lontana, osservò il capitano. Possiamo piegare con tutta sicurezza verso l’ovest.

— Fatelo, disse Linderman.

La _Stella Polare_ virò di bordo e si slanciò verso quella nuova direzione che pareva sgombra di ghiacci.

Ogni pericolo ormai pareva evitato, tanto più che la nebbia cominciava ancora ad alzarsi e che il sole, che doveva essere ricomparso da un paio d’ore, principiava a foracchiare qua e là quelle masse vaporose cariche di umidità.

Gli uccelli cominciavano ad apparire e si vedevano volteggiare in grande numero, salutando l’astro diurno con acute strida. Erano stormi di grosse procellarie che di quando in quando si precipitavano in mare per pescare i _clios boreali_ dai corpi allungati e membranosi e la testa formata da lobi arrotondati, o le cotte australi che sono cartilaginose, bianchiccie, armate di pungoli. Si vedevano pure parecchi albatros che se la prendevano colle chimere antartiche, pesci che raggiungono sovente una lunghezza di tre piedi, ossia di un metro, colla pelle bianca argentata, la testa rotonda, il dorso munito di tre pinne ed il muso terminante in una specie di tromba che s’incurva verso la bocca.

Malgrado il loro peso, gli albatros, dopo di averle colpite a morte col robusto becco, le estraevano dall’acqua e volavano verso le terre più vicine per divorarsele con loro comodo.

Alle otto, quando il nebbione si dileguò, verso il nord apparve una costa alta assai e dirupata, sulla quale si vedevano volare bande immense di uccelli marini. Il capitano Bak, che aveva già visitate altre volte quelle regioni, la riconobbe subito.

— È l’isola del Re Giorgio, diss’egli a Wilkye. Voi non vi eravate ingannato; il vulcano che abbiamo veduto era quel di Bridgeman. Ecco laggiù la baia del Re, più oltre lo stretto di Freld e le colline dell’isola di Nelson.

— Sì, rispose Wilkye. La _Stella Polare_ è discesa al sud passando in mezzo alle Shetland orientali, fra l’isola del Re Giorgio e quella di Clarence e degli Elefanti.

— Se i ghiacci non ci ostacolano i passaggi, fra tre giorni voi sbarcherete, disse Linderman all’americano.

— Lo spero; ho fretta di mettermi in marcia.

— E di raggiungere il polo, è vero? chiese l’inglese, con leggiera ironia.

— Sì, signore.

— Coi vostri velocipedi.

— Coi miei velocipedi, signor Linderman, rispose l’americano con voce asciutta.

— I quali speriamo che non si guasteranno.

— E perchè devono guastarsi?

— Ma non avete anche pensato, signor Wilkye, che i metalli esposti alle temperature freddissime delle regioni polari, cagionano delle atroci bruciature alle mani che li toccano?

— Non è cosa nuova per me, signor Linderman, che ho visitata la Groenlandia e la baia di Baffin del polo settentrionale.

— E le vostre gomme, credete che resistano?

— E la vostra nave, credete che resista alle tremende pressioni dei ghiacci? D’altronde voi non avete veduto ancora i miei velocipedi?

— Devono essere capilavori.

— E andranno lontani a dispetto della vostra ironia, disse l’americano stizzito. Ci vedremo al polo, signor Linderman, se sarete capace di giungervi.

— Mi credereste forse un pauroso? chiese l’inglese, coi denti stretti.

— Non ve l’ho ancora detto, ma vi sfido a raggiungermi al polo.

— _By-god!_... Che fiducia!... Fate già conto di esservi!... Ci manca ancora, signor Wilkye, o meglio avete ancora da cominciare.

— E voi pure.

— La mia nave si avanza verso il sud.

— Ed io fra poco vi precederò e pianterò prima di voi la stellata bandiera dell’Unione al polo.

— To’!... to’!... esclamò Bisby, intervenendo. Ecco due uomini che minacciano di diventare idrofobi per quel dannato polo, che io regalerei tanto volentieri agli orsi bianchi. Non vale la pena di scaldarsi, amici miei, specialmente con questo freddo. Per bacco! volete prendervi una polmonite o una costipazione?

— È vero, Bisby, disse Wilkye, ridendo. È troppo presto per intavolare delle dispute: siamo ancor lontani dal polo.

[Illustrazione: — Olà, cuoco, dà un tocco di campana!... (pag. 107)]

— Allora andiamo a fare colazione in compagnia: comincia a fare un certo freddo qui, che se non si combatte a colpi di bistecche e a bottiglie, finiremo col diventare di ghiaccio anche noi. — Olà, cuoco, dà un tocco di campana!...

Il bravo negoziante si prese a braccio i due rivali e li condusse sotto coperta, mentre la _Stella Polare_ filava lungo le Shetland occidentali.

CAPITOLO XII.

Il continente Australe.

Le isole Shetland che si dividono in due gruppi, l’occidentale e l’orientale, si estendono dinanzi alla Terra Trinity, fra quella di Palmer e di Luigi Filippo, occupando uno spazio di circa quattrocento chilometri.

Il numero esatto forse non si conosce ancora, essendo state visitate da pochi navigatori, da Delaroche nel 1675 che pel primo scoprì l’isola del Re Giorgio, da Powell nel 1825, da Foster che prendeva possesso delle terre australi nel 1829, e da Biscoë, lo scopritore della Terra di Enderby, di quella d’Adelaide e di quella di Graham nel suo viaggio del 1832.