Zanna Bianca

Part 7

Chapter 73,833 wordsPublic domain

La libertà di girovagare, di correre, di stendersi a terra, là dove gli piacesse, era stata, sino a quel giorno, suo patrimonio; e ora invece, egli era prigioniero. Sua madre non poteva muoversi oltre la lunghezza del bastone, al quale era legata, ed al quale era legato anch’egli, perchè non immaginava neppure che potesse separarsi da sua madre.

Quella costrizione non gli piacque; specialmente quando gli animali uomini, alzatisi, si rimisero in cammino.

Un animale uomo, macilento all’aspetto, prese in mano la correggia del bastone al quale era legata Kisce e si condusse la lupa dietro. Dietro Kisce veniva Zanna Bianca, molto turbato e tormentato da quella nuova avventura che gli era capitata.

Il corteo discese la valle, proseguendo molto più avanti dei luoghi dove si era spinto nelle sue più lunghe scorribande, il lupetto, sino al punto in cui il torrente si gettava nel fiume Makenzie.

A questo punto c’erano dei canotti issati in aria su delle pertiche, e si stendevano dei graticci che servivano per seccare il pesce.

Lì si fermarono e si accamparono. La superiorità degli animali uomini si affermava sempre più; quello spettacolo, ancor più che il loro dominio sui cani dai denti aguzzi, era un segno evidente della loro potenza.

Mediante il potere di comunicare il movimento alle cose, era loro facile mutare il vero aspetto del mondo.

Quel piantare ed erigere le pertiche per stabilire l’accampamento, attirò l’attenzione del lupetto: in fondo, era una piccola operazione compiuta dalle stesse creature che lanciavano a distanza bastoni e pietre.

Ma quando egli vide le pertiche riunirsi e coprirsi di teli e di pelli, formando delle tende, Zanna Bianca rimase stupito.

Quelle tende, d’una colossale ed impressionante grandezza, s’innalzavano torno torno a lui, ingrandivano a vista d’occhio, da tutti i lati, come mostruose forme di vita.

Esse empivano quasi tutto l’orizzonte, e parevano dominarlo minacciosamente; quando la brezza le agitava in grandi movimenti, egli si appiattiva al suolo, spaventato e timoroso, pur non perdendoli di vista, pronto a balzare o fuggir lontano, se gli fosse accaduto di vedersele addosso.

Dopo un momento, anche la paura delle tende svanì; egli vide che donne e bambini vi penetravano e ne uscivano senz’alcun male; vide entrarvi anche dei cani, ricacciati però rudemente dalla voce o dalle pietre volanti.

Cosicchè poco dopo, lasciati i fianchi di Kisce, anche Zanna Bianca, provando a sua volta, strisciava con precauzione, verso la tenda più vicina, spinto dalla curiosità continuamente desta in lui, dal bisogno d’imparare e di conoscere, per propria esperienza

Quando fu quasi sul punto di varcare il muro di tele e di pelli raddoppiò la prudenza, avanzando con un movimento impercettibile.

Gli avvenimenti di quel giorno avevano preparato il lupetto al contatto con l’Ignoto, alle manifestazioni più meravigliose e inattese.

Finalmente ecco che il suo muso tocca l’involucro della tenda; il lupetto attese, e non essendo accaduto nulla, fiutò nella strana materia, satura di odore umano, e, presala fra i denti, diede una piccola scossa.

Non accadde nulla di straordinario; solo una parte della tenda incominciò a muoversi. Allora egli scosse più audacemente, e il movimento si accrebbe. Il lupetto ne era entusiasmato, e scosse più forte, più forte, ripetendo, sinchè tutta la tenda si mosse.

Allora si udì il grido acuto di un Indiano, e il lupetto, spaventato, s’affrettò a ritornare, correndo, presso sua madre, ma da allora non ebbe più paura delle enormi tende.

Vinta quell’emozione, Zanna Bianca si scostò nuovamente da Kisce che, legata a un cavicchio, non poteva seguirlo.

Poco dopo, incontrava un cagnolo, un tantino più grosso e più anziano di lui, che gli veniva davanti, a passi sospettosi, dissimulando delle intenzioni bellicose.

Quel cagnolo si chiamava, così egli seppe poi udendone il nome, Lip-Lip, ed era già temibile, anche perchè, lottando con altri cagnoli, aveva acquistato già esperienza della lotta.

Lip-Lip apparteneva alla razza dei cani lupi, che era la più affine a Zanna Bianca; era giovane e sembrava poco pericoloso, cosicchè il lupetto si accingeva ad accoglierlo amichevolmente.

Senonchè, quando vide che lo straniero, camminando, si irrigidiva e aggrinzando le labbra mostrava i denti, anch’egli si irrigidì e rispose scoprendo le mandibole.

Incominciarono a girarsi intorno a vicenda col pelo irto, ringhiando; quel girotondo durò parecchi minuti, e Zanna Bianca ci stava prendendo gusto come a un gioco, allorchè ad un tratto, con sorprendente vivacità, Lip-Lip gli saltò addosso, gli diede un rapido morso, e saltò nuovamente indietro.

Quel morso aveva colpito proprio la spalla già ferita dalla lince, e rimasta, nella parte vicina all’osso, internamente addolorata.

La sorpresa e il colpo gli strapparono un gemito, ma immediatamente, con un balzo di collera, egli si slanciò su Lip-Lip, e lo morse furiosamente.

Lip-Lip era, come si è detto, già avvezzo alla lotta: tre, quattro, sei volte le sue piccole zanne aguzze si accanirono su Zanna Bianca che, tutto sconcertato, finì coll’abbandonare la lotta e col rifugiarsi, vergognoso e dolente, presso sua madre, chiedendole protezione.

Fu quello il primo combattimento con Lip-Lip, ma non doveva essere l’ultimo, perchè da quel giorno essi si ritrovarono l’uno di fronte all’altro come nemici naturali, essendo ciascuno dei due d’una natura che era in eterno contrasto con quella dell’altro.

Kisce leccò con dolcezza il suo piccolo, e tentò d’impedirgli, d’allora in poi, di allontanarsi, ma la curiosità di Zanna Bianca andava aumentando di giorno in giorno.

Dimentico di quella disavventura, egli si rimise immediatamente in cammino, per proseguire nelle sue indagini.

S’imbattè in uno degli animali uomini, in Castoro Grigio, che, seduto sulle calcagna lavorava intorno a dei pezzetti di legno e dei fili di musco, sparsi al suolo davanti a lui.

Il lupetto si accostò e lo guardò. Castoro Grigio fece dei rumori con la bocca che il lupetto interpretò come segni non ostili, e si avvicinò più dappresso.

Donne e bambini portavano altri pezzi di legno e altri rami all’indiano. Si vedeva che quella era la loro faccenda, pel momento.

Il lupetto si accostò sino a toccare il ginocchio di Castoro Grigio, dimenticando, per troppa curiosità, che costui era un terribile animale uomo.

A un tratto egli vide, fra le mani di Castoro Grigio, come una nebbia innalzarsi dai pezzetti di legno e dal musco, poi apparire una cosa viva che splendeva e ondeggiava, ed era dello stesso colore del sole nel cielo.

Zanna Bianca non aveva alcun concetto del fuoco; quel chiarore che ne sprizzò lo attrasse, come l’aveva attratto la luce del giorno, nella sua prima infanzia, spingendolo verso l’entrata della caverna, e strisciò verso la fiamma.

Udì Castoro Grigio che gli rideva sul capo; ma poichè il suono del riso non era ostile, egli accostò il naso alla fiamma, e nello stesso tempo mise fuori la lingua per leccarla.

Per un istante rimase come paralizzato: l’ignoto, che lo spiava tra i pezzetti di legno e di musco, l’aveva preso ferocemente pel naso. Poi saltò indietro con una furia di guaiti disperati: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!».

Kisce, udendolo, cominciò a balzare, tirando un capo del bastone, ringhiando furiosamente, perchè non poteva correre in aiuto del lupetto.

Intanto, Castoro Grigio rideva a squarciagola, battendosi le cosce colle mani, e raccontava la storia a tutta la gente dell’accampamento, facendo scoppiare tutti dal ridere.

Zanna Bianca, accovacciato, gridava sempre più disperatamente: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!» e solo, abbandonato da tutti, faceva, in mezzo agli animali uomini una misera figura.

Era quello il peggior male che avesse sofferto: il naso e la lingua gli erano stati feriti dalla cosa viva color del sole, che era ingrandita fra le mani di Castoro Grigio. Egli gridò; gridò interminabilmente, e ogni nuovo sfogo di urli era accolto da nuovi scoppi di risa degli animali uomini.

Egli tentò di mitigare con la lingua l’ardore della bruciatura al naso, ma le sue sofferenze, sovrapponendosi, ne produssero una maggiore, ed egli gridò più disperatamente che mai.

Infine fu vinto da vergogna, quando conobbe il risultato di quelle risate. Non è possibile spiegare come facciano certi animali a comprendere la natura del riso umano e a capire che noi ridiamo di loro; certo si è che il lupetto ebbe la chiara nozione che gli animali uomini si burlavano di lui e se ne vergognò.

Scappò, non tanto per il dolore delle bruciature, che provava, quanto perchè era punito nel suo orgoglio, vedendosi oggetto di scherno, e fuggì verso Kisce che si dimenava furibonda, tirando la punta del bastone, come una bestia arrabbiata; verso Kisce che era la sola creatura al mondo che non ridesse di lui.

Cadde il crepuscolo, seguì la notte, e Zanna Bianca rimaneva presso sua madre. Il naso e la lingua addolorate, lo facevano soffrire; ma soprattutto un’altra causa lo tormentava. Egli rimpiangeva la tana nella quale era nato, desiderava la quiete raccolta della caverna sulla rupe, sopra il torrente.

La vita era diventata troppo popolosa; lì c’erano troppi animali uomini, donne e bambini, che facevano un gran baccano irritante, e c’erano cani che abbaiavano e mordevano, che lanciavano urli ogni momento e producevano confusione.

La solitudine tranquilla della vita di prima, era finita. Lì persino l’aria palpitava di vita, in un incessante mormorio e ronzio, la cui intensità variava da un momento all’altro, e le cui note diverse, gli urtavano i nervi e gl’irritavano i sensi.

Egli ne era crucciato e preoccupato, e oltremodo stanco, e temeva continuamente qualche catastrofe.

Guardava muoversi e andare su e giù per l’accampamento gli animali uomini. Li osservava con rispetto, con quel senso di distanza che l’uomo interpone fra lui e gli dei ch’egli crea.

Nel suo oscuro cervello egli considerava gli uomini come gli uomini consideravano gli dei, e cioè come meravigliose creature, come esseri potenti che disponevano di tutte le forze dell’Ignoto.

Signori e padroni di tutto ciò che vive e di tutto ciò che non vive, essi costringevano alla ubbidienza tutto ciò che si muove, e comunicavano il movimento a tutto ciò che non si muove, facevano nascere dal musco e dal legno morto, la fiamma color del sole; la fiamma che viveva e mordeva.

Erano i creatori del fuoco, erano Dei!!

X.

LA SCHIAVITÙ.

Ogni giorno che passava, era per Zanna Bianca causa di nuova esperienza. Durante il tempo in cui Kisce rimase legata al bastone, egli corse solo, per tutto l’accampamento, cercando, rubacchiando, istruendosi.

Egli apprese, in breve, le diverse abitudini degli animali uomini, ma poichè la familiarità non comporta sempre ammirazione, più egli viveva in dimestichezza con essi, più odiava la loro superiorità, e temeva il loro potere misterioso che, quanto più grande era, d’altrettanto rendeva minacciosa la loro divinità.

Spesso l’uomo si abbandona all’illusione di vedere i suoi dei rovesciati e calpestati sugli altari, ma a un lupo e a un cane selvatico, venuti ad acquattarsi ai piedi dell’uomo, tale disavventura non capita mai. Mentre i nostri dei rimangono invisibili e soprannaturali, e i vapori e le nebbie della nostra immaginazione ce ne velano la realtà facendoci smarrire come ciechi che se ne vanno tastoni nel regno del pensiero assorti in concezioni astratte d’onnipotenza e di bellezza suprema, il lupo e il cane selvaggio, seduti al nostro focolare, si trovano di fronte a dei in carne ed ossa, tangibili, dei che tengono il loro posto nel mondo, e vivono nel tempo e nello spazio, per compiere i loro atti e i loro fini.

Non occorre sforzo alcuno di fede per credere a un tale dio; non c’è scatto di volontà che possa indurre a disobbedirgli e rinnegarlo; questo dio se ne sta in piedi, fermo sulle sue gambe di dietro, con un bastone in mano, onnipotente, abbandonato a tutte le passioni, affettuoso e irritato, secondo i casi, come un potere misterioso in un involucro di carne, di carne che sanguina da tutte le parti, come quella degli altri animali e che è allora più saporita d’ogni altra, a divorarla.

Zanna Bianca si sottomise alla legge comune: gli animali uomini furono per lui, dal principio, senza errore possibile, gli dei ai quali era necessario assoggettarsi.

Come Kisce sua madre, che aveva, appena si era sentita chiamare, ripreso la sua catena, così egli, subito, si sottomise con piena obbedienza. Seguì i loro passi, come una schiavitù fatale, e quando essi camminavano, egli si scostava per lasciarli passare; e quando lo chiamavano accorreva; se lo minacciavano, si stendeva ai loro piedi, e se gli comandavano di allontanarsi, egli si allontanava alla svelta; giacchè dietro ogni desiderio loro c’era il potere immediato di imporne l’esecuzione, potere che si manifestava con colpi di mano, di bastone, di pietre volanti, e con frustate che lasciavano il segno.

Egli apparteneva, come tutti i cani dell’accampamento, agli animali uomini; i suoi atti, il suo corpo, che poteva essere battuto e calpestato, senza diritti a proteste, erano loro.

Tale fu la lezione che egli imparò subito; e fu una dura lezione, data la forza personale e l’indipendenza, di cui aveva già il senso sviluppato, della propria natura.

Ma, pur avendo in odio quel nuovo stato di cose, egli imparava anche, inconsciamente, ad amarlo.

Infatti, le preoccupazioni della sua sorte, erano affidate ad altri esseri, presso i quali, la sua vita, scevra di responsabilità, trovava come un rifugio. E questo era un compenso, giacchè è sempre più comodo appoggiarsi nella vita a qualcuno, anzichè essere soli.

Egli non giunse però, senza ribellione, ad abbandonarsi così, anima e corpo, a respingere la selvaggia eredità della razza, e il ricordo del Wild. C’erano dei giorni in cui strisciava lungo i margini della foresta, e rimaneva là immobile, ad ascoltare le voci lontane che lo chiamavano; poi se ne ritornava verso Kisce, irrequieto e malinconico, a gemere dolcemente e pensosamente presso di lei, a leccarle la faccia, come se si lamentasse e l’interrogasse.

Il lupetto aveva conosciuto rapidamente tutte le adiacenze e attinenze della vita del campo; conobbe l’ingiustizia dei grossi cani e la loro ingordigia, quando la carne e il pesce erano loro gettati all’ora dei pasti; seppe che gli uomini erano di solito più giusti, i bambini più crudeli, le donne più clementi e disposte a lanciargli un pezzetto di carne o d’osso. Dopo due o tre avventure incresciose con le madri dei cani cuccioli, capì che era buona politica lasciare stare questi, star lontano dalle madri il più possibile, e, vedendole venire, scansarle.

Ma il flagello della sua vita era Lip-Lip. Lip-Lip, che era più anziano, più forte e più grosso del lupetto, s’era fatto di Zanna Bianca lo zimbello.

Il lupetto si difendeva con bravura ma, rispetto all’altro era out-classed, assolutamente inferiore. Così che Lip-Lip divenne un incubo per lui. Appena il lupetto s’arrischiava ad allontanarsi un po’ da sua madre, era sicuro di vedere apparire quel birbante che gli teneva dietro abbaiando e minacciando, e attendeva il momento propizio, cioè quando non fosse presente alcun animale uomo, per slanciarglisi e costringerlo a combattere.

Lip-Lip lo vinceva sempre e se ne gloriava in modo smisurato; per lui quegl’incontri erano il miglior godimento della sua vita, mentre erano un continuo tormento della vita di Zanna Bianca.

Ma il lupetto non si diede per vinto: sebbene quelle sconfitte fossero molto dure per lui, pure non volle sottomettersi; ma quella persecuzione continua influì in modo nefasto sul carattere di Zanna Bianca, che divenne cattivo e sornione.

La parte selvaggia della sua natura peggiorò; quegli slanci gioiosi di cucciolo ingenuo d’una volta, non si manifestarono più.

A lui non fu mai permesso di giocare e sgambettare coi cuccioli dell’accampamento, appena si avvicinava loro. Lip-Lip, piombandogli addosso, lo faceva ruzzolare e fuggire atterrito, o, se il lupetto resisteva, attaccava battaglia sinchè non lo costringeva alla fuga.

Zanna Bianca fu privato di molte gioie della sua infanzia, il che lo fece invecchiare precocemente; egli si rinchiuse in se stesso e sviluppò la sua mente; divenne scaltro e, nei lunghi periodi di ozio, meditò sul modo migliore di ingannare e frodare.

Poichè veniva ostacolato nel prendere, alla distribuzione dei pasti, la sua porzione quotidiana di carne e pesce, divenne un abile ladro.

Costretto a provvedersi da sè, egli riuscì così bene nello scopo, che divenne per le donne degli indiani, una vera calamità.

Imparò a strisciare nell’accampamento, come un serpente, a mostrarsi accorto, a conoscere in ogni occasione il modo migliore di comportarsi, a informarsi, con la vista e con l’udito, di tutto ciò che poteva interessarlo, per non essere preso alla sprovvista, e anche a ricorrere a mille artifizî per evitare il suo implacabile persecutore.

Quando quella persecuzione aveva raggiunto il massimo, egli giocò il primo tiro, giovandosi delle risorse della sua mente, e godendosi una saporita rivincita.

Come aveva fatto Kisce quando, essendo coi lupi, aveva adescato i cani per attirarli fuori dell’accampamento degli uomini ed esporli alla morte, così il lupetto, con un espediente analogo, riuscì ad attirare Lip-Lip sotto la mascella vendicatrice di Kisce.

Ritirandosi, ma seguitando a combattere, Zanna Bianca si trasse dietro il nemico fra le varie tende dell’accampamento; egli era per eccellenza corridore più rapido di tutti i cagnoli della sua grandezza, e più svelto di Lip-Lip.

Senza abbandonarsi a tutta la velocità che gli era possibile, egli si limitò a mantenere la distanza necessaria, quella d’un balzo circa fra lui e l’inseguitore.

Lip-Lip, eccitato dalla caccia e dall’imminenza della vittoria, perse tutta la sua prudenza, e non badò al punto dove si trovava; quando se ne accorse, era troppo tardi.

Dopo essere passato di gran carriera davanti all’ultima tenda, egli finì col capitare addosso a Kisce, legata al bastone, e lanciò un grido di stupore, ma già le zanne vendicatrici gli si conficcavano nelle carni. Sebbene Kisce fosse legata, non gli fu possibile liberarsi da lei che lo rivoltò sul dorso, con le zampe in aria, in modo da impedirgli di fuggire, e lo lacerò e straziò.

Quando finalmente, rotolandosi, potè mettersi fuori dall’attacco di lei, e rimettersi in piedi, si ritrovò tutto malconcio, ferito nel corpo e nell’animo, col pelo tutto strappato qua e là, pendente a ciuffi umidi, stracciati dai denti bavosi della lupa. Egli rimase là dove s’era rialzato e, spalancata la piccola gola, emise un lungo e lamentoso guaito di cane battuto. Ma non ebbe il tempo di finire il lamento, giacchè, a un tratto, Zanna Bianca, piombandogli addosso, gli piantò le zanne nei lombi.

Lip-Lip, che non aveva più forza per combattere, se la svignò vergognosamente verso la sua tenda, inseguito alle calcagna dalla sua vittima in altri scontri.

Quando egli giunse alla sua cuccia, accorsero le donne in suo aiuto, e il lupetto che sembrava un demonio, fu finalmente scacciato a furia di sassate.

Venne il giorno in cui Castoro Grigio, convinto che Kisce fosse ormai riavvezza alla vita con gli uomini, la slegò.

Zanna Bianca, quando vide che la madre aveva riacquistato la libertà, fu tutto contento e l’accompagnò festosamente in mezzo all’accampamento.

Lip-Lip, vedendolo alle costole della lupa, conservò una rispettosa distanza, e sebbene il lupetto s’irrigidisse tutto sulle zampe quando l’altro si accostava, e rizzasse il pelo, Lip-Lip faceva finta di non accorgersi della sfida.

Aveva una gran sete di vendetta, ma era troppo saggio per accettar la lotta in tali condizioni, e preferiva aspettare il giorno in cui fosse possibile incontrarsi da solo a solo con Zanna Bianca.

Quello stesso giorno, il lupetto e sua madre, andarono vagolando insieme, lungo i margini della foresta vicina all’accampamento.

Zanna Bianca vi aveva condotto Kisce a passo a passo, trascinandola avanti quando essa esitava. Il torrente, la foresta tranquilla lo chiamavano, ed egli si sforzò in tutti i modi perchè essa lo seguisse lontano. Correva qualche passo innanzi, poi si fermava e guardava indietro; ma essa non si muoveva.

Egli gemette lamentosamente e ringhiò, correndo a destra ed a sinistra sotto gli alberi folti, poi ritornò verso di lei, le leccò il muso e ricominciò a correre lontano. Ma essa non si mosse.

Allora egli rifece il cammino e la guardò con una specie d’implorazione ardente nello sguardo, che cadde quand’egli vide Kisce voltar la testa e fissar l’accampamento.

Sua madre udiva come lui dentro di sè la voce della vasta solitudine; ma un altro richiamo più forte sentiva dentro di sè, quello del fuoco dell’uomo; il richiamo che solo il lupo e il cane selvatico suo fratello, fra tutti gli animali, hanno sentito.

Kisce, voltatasi, incominciò a trotterellare lentamente verso il campo; più solida del legame materiale, del bastone che l’aveva tenuta legata, era per lei l’impresa dell’uomo. Gli dei, invisibili e misteriosi, la tenevano in loro potere e rifiutavano di lasciarla andare.

Zanna Bianca si distese sotto una betulla e pianse dolcemente. L’odore acuto degli abeti, la fragranza sottile dei boschi impregnavano l’atmosfera e facevano ricordare al lupetto la sua vita libera d’un tempo, prima della schiavitù.

Ma più che il richiamo del Wild e dell’uomo, poteva su di lui l’attrattiva di sua madre, essendo egli ancora piccolo. Non era ancora giunta l’ora dell’indipendenza.

Egli si rialzò desolato, e trottò anch’egli verso l’accampamento, facendo sosta, una volta o due, per sedere a terra, girare e ascoltare la voce che cantava in fondo alla foresta.

Il tempo, concesso a sua madre per l’educazione dei figli piccoli, e per mantenersi in loro compagnia, non è lungo nel Wild: e meno lungo ancora esso è sotto il dominio dell’uomo. Zanna Bianca ne fece la prova.

Castoro Grigio era debitore di Tre Aquile, che s’accingeva al percorso del fiume Makenzie sino al Gran Lago dello Schiavo.

Egli si sdebitò dandogli una tenda di tela scarlatta, una pelle d’orso, venti cartucce e Kisce.

Il lupetto vide sua madre condotta a bordo del canotto di Tre Aquile, e tentò seguirla, ma un colpo assestatogli dall’Indiano, lo respinse a terra, e il canotto si allontanò. Egli si slanciò nell’acqua e gli nuotò dietro, sordo ai gridi di richiamo di Castoro Grigio; era tale il terrore di perdere sua madre, che aveva perfino dimenticato il potere di un animale uomo e d’un dio.

Ma gli dei sono avvezzi ad essere ubbiditi, e Castoro Grigio, irritato, mise in acqua un altro canotto, inseguendo Zanna Bianca. Quando lo ebbe raggiunto, lo afferrò per la pelle del collo e lo trasse fuori dell’acqua, ma, tenendolo sospeso con una mano, lo picchiò ben bene con l’altra. Sì, fu proprio una buona pestata d’ossa: la mano era pesante e ogni colpo tale da lasciare il segno, e i colpi piovevano all’infinito.

Colpito ora su un fianco, ora sull’altro, Zanna Bianca oscillava avanti, indietro, come il bilanciere d’un pendolo frenetico e disordinato.

Egli provò diverse sensazioni; là per là, alla sorpresa successe lo spavento, sentendosi colpire ripetutamente dalla mano; poi subito dopo, alla paura successe la collera, e la libera natura del lupetto prese il sopravvento; egli mostrò i denti e osò ringhiare in faccia al dio corrucciato. Il dio s’infuriò di più e raddoppiò i colpi, colpi rudi da far male sul serio.

Castoro Grigio seguitava a picchiare, Zanna Bianca a ringhiare, ma la cosa non poteva durare; bisognava che uno dei due cedesse, e Zanna Bianca cedette. La paura lo vinse nuovamente; per la prima volta egli conosceva il vero potere della mano dell’uomo, giacchè i colpi di pietra e di bastone che aveva ricevuto, erano delle carezze, a confronto dei colpi presenti.