Part 6
Il lupetto stava per morire e noi non potremmo continuar la storia se la madre lupa non fosse accorsa, balzando attraverso le frasche. La donnola, lasciato il lupetto, si lanciò alla gola della lupa, non la colse, ma si attaccò alla mascella: la lupa scotendo il capo come un colpo di staffile, si liberò dalla presa, lanciò violentemente la donnola in aria, e, prima che il sottile corpo giallo ricadesse, l’afferrò a volo; le sue zanne strinsero la donnola come in una morsa, nella quale essa trovò la morte.
Il lupetto diede motivo ad un nuovo slancio di affetto da parte della madre, che lo fiutava, lo accarezzava e gli leccava le ferite prodotte dai denti della donnola. Pareva che la gioia d’averlo ritrovato fosse maggiore della gioia che egli provava nell’essere stato ritrovato. Madre e figlio divorarono la bevitrice di sangue, poi se ne tornarono alla caverna, dove si addormentarono.
VIII.
LA LEGGE DELLA CARNE.
Lo sviluppo del lupetto fu rapido. Dopo due giorni di riposo egli si avventurò nuovamente fuori della caverna e incontrò in questa avventura la piccola donnola di cui aveva, insieme con la lupa, divorata la madre. La uccise e se la mangiò; ma questa volta non si perdette, e quando si sentì stanco, ritornò alla tana, seguendo lo stesso cammino, per dormirci.
Egli cominciò ad avere una percezione più esatta del rapporto fra la sua forza e la sua debolezza, e conobbe quando conveniva essere audace e quando era utile essere prudente, e decise di accettare, come regola generale, la prudenza, tranne quando il successo fosse proprio sicuro; nel qual caso, egli poteva abbandonarsi ai suoi impulsi combattivi. Quando gli capitava d’imbattersi in un ptarmigan, sentiva tale furore, che pareva un vero demonio; se incontrava uno scoiattolo che ciaramellava in aria, su un abete, non mancava di rispondergli con una scarica di ingiurie, a modo suo.
La vista di un uccello degli alci lo faceva diventare furibondo sino al parossismo; egli non aveva dimenticata la beccata ricevuta sul naso da uno di quegli uccelli; si ricordava anche del falco e, appena vedeva un’ombra mobile nel cielo, correva subito ad acquattarsi nel più prossimo cespuglio.
Ma giunse un tempo in cui anche quegli spaventacchi non gli fecero più paura, quando si accorse che ormai era lui un pericolo per loro. Ormai non strisciava più nè si strascinava sul terreno, ma aveva già l’andatura obliqua e furtiva di sua madre, e delle mosse rapide e sconcertanti, a malapena percettibili, quasi immateriali.
I pulcini del ptarmigan e la piccola donnola erano state le sue prime vittime, la prima soddisfazione del suo desiderio di carne viva. Questo desiderio e l’istinto d’uccidere, s’accrebbero di giorno in giorno, e la collera aumentò contro lo scoiattolo dalla voce ciarliera e capricciosa, che avvertiva della presenza di lui tutte le altre bestie. Ma, come gli uccelli sfuggono a volo, così gli scoiattoli si arrampicano sugli alberi, e il lupetto non poteva nulla contro di essi, senonchè tentava di sorprenderli mentre erano posati sul suolo.
Il lupetto sentiva un gran rispetto per sua madre, ch’era così abile nel catturare la carne e non mancava di portargli la sua parte.
Inoltre essa non aveva paura più di nulla; egli non si rendeva conto del fatto che essa aveva più esperienza di lui e ne sapeva di più, e che perciò era più brava; egli non ne vedeva altro che la potente superiorità. Essa lo costringeva all’obbedienza, e, a mano a mano che cresceva, si mostrava meno paziente verso di lui, sostituendo ai colpi di naso e di zampa, le brucianti morsicature. Anche per questo egli la rispettava.
Ci fu una terza carestia, oltremodo dura, e il lupetto conobbe nuovamente, questa volta con più chiara coscienza, l’assillo della fame! La lupa andava a caccia ininterrottamente, cercando dappertutto una selvaggina che non riusciva a trovare e spesso non ritornava neppure per dormire, alla caverna.
Il lupetto andava a caccia con lei, in mortale angoscia, e anch’egli non riusciva a trovar nulla; ma questi stenti gli aguzzarono la mente e furono per lui un accrescimento di scienza e di saggezza. Egli osservò più da vicino la abitudini dello scoiattolo e si esercitò a corrergli addosso più svelto che potesse, per impadronirsene; studiò gli usi dei topi dei boschi e si esercitò a scavare il suolo con le grinfie, per trarli fuori dai loro buchi.
Neppure l’ombra del falco lo costringeva a rifugiarsi fra gli alberi folti; seduto sul deretano, in terreno scoperto, egli si spingeva, nella sua disperazione, al punto da provocare il temibile uccello che vedeva volare nel cielo, giacchè sapeva che lassù, nell’azzurro, ondeggiava della carne, quella carne che le sue viscere desideravano così ardentemente; ma lo sdegnoso falco rifiutava di scendere in lizza col lupetto, che se ne andava gemendo, dal corruccio e dalla fame.
Ma un giorno la carestia cessò; la lupa portò della carne nella tana, una strana carne, tanto diversa dalla solita. Era un piccolo di lince, di una età che s’accostava a quella del lupetto, ma un po’ meno grande. La madre glielo lasciò tutto, avendo, particolare che il lupetto ignorava, già divorato tutta la figliolanza della lince.
Egli non sapeva neppure quanta disperazione vi fosse in quell’atto; l’importante era la soddisfazione del suo stomaco, e ogni boccone della piccola lince, che egli inghiottiva, aumentava la contentezza.
Ma lo stomaco pieno concilia il sonno, e il lupetto, disteso nella caverna, s’addormentò appoggiato a sua madre.
Un ululato di lupa, quale non aveva mai udito, lo svegliò di soprassalto. Mai, in vita sua, la lupa aveva lanciato un grido così terribile: ella sapeva, infatti, che non si spoglia impunemente una tana di lince. La lince, la madre, giungeva; la lupa la vide, nella piena luce del pomeriggio, acquattata all’ingresso della caverna. Il suo pelame, a quella vista, si sollevò, poi ricadde lungo la schiena; lì non era questione d’istinto o di ragionamento; il grido di rabbia dell’intrusa, cominciato con un sordo ringhio, e diventato poi urlo terrificante, diceva chiaramente il pericolo. Pure, il lupetto sentì ribollire in sè il prodigio della vita; si rizzò a sedere, e si dispose accanto a sua madre, ringhiando bravamente; ma essa lo respinse lontano, indietro, con disprezzo.
La lince madre non poteva balzare essendo il budello d’ingresso della caverna troppo basso e troppo stretto: s’avanzò, perciò, strisciando, pronta a slanciarsi appena le fosse possibile; ma la lupa non gliene diede il tempo. Le balzò addosso e l’atterrò.
Il lupetto non distingueva gran che della battaglia: le due bestie ringhiavano, sbuffavano, urlavano e si laceravano fra loro.
La lince combatteva con le unghie e coi denti, la lupa usava le sue zanne. Il lupetto, approfittando d’un momento favorevole, si slanciò anch’egli e conficcò le sue zanne in una delle zampe posteriori della lince, alla quale si appese brontolando, paralizzando, senza rendersene conto col suo peso, i movimenti di quella zampa, apportando così a sua madre un aiuto efficace. Ma un mutamento di fronte della lotta fra i due avversarî lo respinse e gli fece lasciar la preda.
Un momento dopo, la lupa madre e la lince madre, erano separate: prima che nuovamente si precipitassero l’una contro l’altra, la lince colpì il lupetto con un colpo della sua larga zampa anteriore, gli squarciò la zampa sino all’osso e lo mandò rotoloni contro il muro della caverna: i gridi acuti e gli urli lamentosi del lupetto si unirono al frastuono dei ruggiti. Cessò di lamentarsi, ma la lotta durava ancora; egli ebbe il tempo di slanciarsi nuovamente nella lotta, in un nuovo desiderio di bravura; alla fine del combattimento egli era ancora appeso rabbiosamente alla zampa posteriore della lince, la quale era bell’e spacciata.
La lupa, da parte sua, era molto malconcia. Essa tentò di accarezzare il lupetto e di leccargli la spalla ferita, ma il sangue perduto l’aveva talmente stremata, che durante un giorno e una notte rimase distesa sul corpo del nemico, senza poter fare un movimento, respirando a stento. Per un’intera settimana ella non abbandonò punto la tana, tranne per andare a bere, e camminando, procedeva in modo lento e penoso. Intanto la lince veniva divorata, e le ferite della lupa erano cicatrizzate abbastanza per permetterle di correre nuovamente in cerca di selvaggina.
Per un po’ di tempo ancora la spalla del lupetto rimase irrigidita e indolenzita, ed egli fu costretto a zoppicare. Ma ormai il mondo gli pareva mutato; dopo la lotta con la lince la fiducia in sè gli s’era accresciuta. Egli aveva morsicato un nemico più forte di lui, e aveva sopravvissuto; perciò la sua andatura era diventata più ardita, e, sebbene il terrore misterioso dell’ignoto, sempre intangibile e minaccioso, seguitasse a pesare su di lui, gran parte della sua timidezza era scomparsa.
Cominciò coll’accompagnare sua madre a caccia e prender parte alla lotta; imparò ferocemente a uccidere e a nutrirsi della vittima. Ora vedeva tutto il mondo vivente diviso in due categorie: la prima, che comprendeva lui e sua madre; la seconda, nella quale erano compresi tutti gli altri esseri che vivevano e si muovevano.
Questi, a loro volta, si distinguevano in due specie: quelli che come lui e sua madre uccidevano e divoravano, e quelli che non sapevano uccidere o uccidevano malamente. Donde la legge suprema: la carne viveva di carne, la vita sulla vita. C’erano i divorati e i divoratori, secondo la legge: _Divora o sarai divorato_.
Senza formularla, senza ragionarci su, senza pensarci neppure, il lupetto viveva secondo questa legge. Infatti egli aveva divorato i piccoli del ptarmigan, il falco aveva divorato la madre ptarmigan, poi avrebbe voluto divorare lui che, però, diventato più forte, aveva tentato, a sua volta di divorare il falco.
Egli, il lupetto, aveva mangiato il piccolo della lince, e la lince madre avrebbe divorato lui se essa, a sua volta, non fosse stata uccisa e divorata.
Questa era la legge comune a tutti gli esseri viventi. La carne di cui egli si nutriva e che gli era necessaria per esistere, correva davanti a lui sul suolo, volava nell’aria, si arrampicava sugli alberi o si nascondeva nella terra; bisognava combattere con essa per conquistarla, chè, se voltava le spalle, era essa a corrergli dietro. Cacciatori e cacciati, divoratori e divorati, caos di ghiottoneria senza perdono e senza fine, ecco il mondo, come avrebbe potuto definirlo il lupetto se fosse stato poco filosofo, al modo degli uomini.
Ma la vita, con i suoi impulsi, aveva anche delle attrattive: sviluppare ed esercitare i muscoli, era per il lupetto un piacere senza fine; l’inseguimento della preda per balzarle poi addosso, era fonte di sensazioni e di fremiti deliziosi.
Furore e battaglie, davano gioia; persino il terrore e il mistero dell’ignoto avevano le loro attrattive.
Poi, a ogni fatica seguiva il compenso, la soddisfazione; prima fra tutte, quella dello stomaco pieno e d’un buon sonno ristoratore ai caldi raggi del sole. Perciò il lupetto non si lagnava nè della vita, che ha la sua ragione d’essere sufficiente, pel solo fatto che esiste, nè dell’ostilità del mondo che gli era attorno. Egli era pieno di umor vitale, beato e soddisfatto di sè.
IX.
I CREATORI DEL FUOCO.
Su di essi all’improvviso, cadde il lupetto. La colpa fu sua: aveva mancato di prudenza e camminava senza vedere. Ancora greve di sonno, (aveva cacciato tutta la notte e s’era allora svegliato) lasciata la caverna, era, trotterellando, disceso verso il torrente per andare a bere. A dir la verità, su quel sentiero a lui familiare, nessun accidente gli era mai capitato.
Aveva oltrepassato l’abete rovesciato, attraverso la radura e correva fra gli alberi; in quel momento vide e fiutò. Davanti a lui, seduti per terra, in silenzio, stavano cinque cose viventi, quali egli mai aveva incontrate. Era quella la prima volta che vedeva l’umanità!
I cinque uomini, al suo apparire, e la cosa lo sorprese, non mostrarono i denti, nè brontolarono, non fecero neppure un movimento, ma rimasero silenziosi e fatidici.
Neppure il lupetto si mosse; pure, tutto l’istinto della sua natura selvaggia, lo spingeva a fuggire, ma un altro istinto categorico e perentorio, si contrapponeva ad esso.
Uno stupore ignoto gli occupò la mente; il lupetto si sentiva, a un tratto, diminuito da una nuova conoscenza della sua piccolezza e debolezza; un potere superiore, molto al di sopra di lui, si appesantiva sull’animale e lo dominava.
Il lupetto non aveva mai visto un uomo, eppure, per istinto, sentiva l’uomo; nell’uomo egli riconosceva, oscuramente, l’animale che aveva combattuto e vinto tutti gli animali del Wild. Ed egli non guardava solo con gli occhi suoi, ma con quelli di tutti gli antenati, con pupille che avevano, durante generazioni, accerchiato nell’ombra e nella neve, innumerevoli accampamenti umani, spiato da lontano, sull’orizzonte e più dappresso, nel folto degli alberi, la strana bestia a due zampe che era il signore e padrone di tutte le cose viventi.
Quest’eredità morale e soprannaturale, formata da timore e da lunga serie di lotte, durata per secoli, sopraffaceva il lupetto, troppo giovane ancora per liberarsene.
Se fosse stato un lupo adulto, avrebbe preso rapidamente la fuga; ma, così com’era, egli si coricò, paralizzato dallo spavento, accettando già la sottomissione che la sua razza aveva accettato il primo giorno in cui un lupo era andato a sedersi al focolare di un uomo, per riscaldarvisi.
Uno degl’indiani finì per alzarsi, camminò verso la bestiola e gli si fermò sopra; il lupetto si appiattì sempre più verso il suolo. Era l’ignoto, diventato carne e sangue, che si chinava su di lui per afferrarlo. Il pelo dell’animale si rizzò involontariamente, le labbra si contrassero e le piccole zanne apparvero. La mano che gli stava sospesa addosso, come una condanna, esitò e l’uomo disse ridendo:
— _Wabam Wabisca ip pit tah!_ (Guardate le zanne bianche!)
Gli altri indiani risero alla loro volta grossamente, ed incitarono l’uomo a prendere il lupetto.
Mentre la mano si abbassava, a poco a poco, una violenta lotta interiore avveniva nell’animale, fra diversi istinti in contrasto.
Egli non sapeva se doveva soltanto ringhiare o combattere; finalmente ringhiò sino a quando la mano non lo toccò, poi diede battaglia.
I suoi denti lucenti morsero, ma immediatamente egli riceveva a un lato della testa, su un osso, un colpo tale che lo fece oscillare.
Allora ogni istinto di lotta lo abbandonò e la bestiola ricominciò a gemere come un bambino, e l’istinto della sottomissione vinse tutti gli altri istinti.
Rialzatosi, egli si accosciò, miaulando, ma l’indiano, che egli aveva morsicato, era irritato, e il lupetto si ebbe un altro colpo dall’altra parte del capo, e guaì più forte.
Gli altri quattro indiani si scompisciavano dal ridere, al punto che il loro compagno rise anch’egli. Tutti quanti circondarono il lupetto e lo beffarono, mentre egli gemeva dal dolore e dal terrore.
A un tratto, bestia e indiani si posero in ascolto. Il lupetto sapeva che cosa annunziava quel rumore che si faceva udire, e cessando di gemere, lanciò un lungo grido che manifestava, ora, più gioia che spavento. Poi tacque ed attese, attese l’arrivo della madre, di sua madre liberatrice, indomabile e tremenda, che sapeva combattere così bene, e uccideva tutto ciò che le resisteva, e non aveva mai paura.
Essa arrivò correndo e brontolando; vista l’impronta del suo piccolo, si precipitava per soccorrerlo. Balzò in mezzo al gruppo, magnifica, trasfigurata, nella sua furiosa e inquieta maternità.
Quello sdegno protettore era un sollievo pel lupetto, che saltò verso di lei, con un piccolo grido di gioia, mentre gli animali uomini indietreggiavano in fretta, di parecchi passi.
La lupa si fermò presso il piccolo, che si stringeva a lei, e tenne testa agl’indiani. Sulla faccia e sul muso della bestia appariva una contrazione di minaccia che le piegava tutta la pelle sino agli occhi, in una prodigiosa e orribile smorfia di collera.
Allora uno degli uomini lanciò un grido: — Kisce! — gridò egli con una esclamazione di sorpresa.
Il lupetto sentì, a quella voce, vacillare sua madre.
— _Kisce!_ — gridò nuovamente l’uomo, e questa volta con durezza, con un tono di comando.
E il lupetto vide sua madre, la lupa impaurita, piegarsi sino a toccare il ventre al suolo, gemendo e dimenando la coda, con i soliti segni di sottomissione e di pace.
Il lupetto non comprendeva nulla di quegli atti: si sentiva dominato nuovamente dal terrore dell’uomo, da un istinto che non l’aveva ingannato, al quale ubbidiva anche sua madre, rendendo anch’essa omaggio all’animale uomo.
L’indiano che aveva parlato le si accostò; le posò la mano sul capo, e lei si appiattì sempre più verso il suolo. Non brontolava nè tentava di mordere. Anche gli altri indiani si erano avvicinati, e aggruppatisi attorno alla lupa, la palpavano e l’accarezzavano senza suscitare in lei la minima velleità di resistenza e di ribellione.
I cinque uomini erano molto eccitati e facevano un gran vociare; ma poichè quel vocìo non pareva punto minaccioso, il lupetto si decise a coricarsi presso sua madre, drizzandosi di tanto in tanto, ma facendo il possibile per sottomettersi.
— Quello che succede non è affatto sorprendente, — disse uno degli indiani. — Il padre di Kisce era un lupo; vero è che sua madre era una cagna, ma mio fratello dimenticò di legarla nel bosco, per tre notti durante la stagione dagli amori, e un lupo la coprì.
— È passato un anno, Castoro Grigio, dacchè Kisce è fuggita.
— Tu conti bene, Lingua di Salmone: fu al tempo della carestia che noi soffrimmo, quando non avevamo più carne da dare ai cani.
— È rimasta con i lupi, — fece un terzo indiano.
— Proprio così, Tre Aprile, — approvò Castoro Grigio, toccando con la mano il lupetto. — Ed eccone la prova.
Il lupetto, al contatto della mano, accennò un ringhio, ma la mano si ritrasse e gli assestò uno scappellotto; allora egli ricoprì le zanne e s’accosciò in atto di sottomissione. La mano tornò a posarsi su di lui e gli sfregò amorevolmente il padiglione delle orecchie e la schiena.
— Questo lo prova, — rispose Castoro Grigio. — È chiaro che sua madre è Kisce; ma suo padre è anch’esso un lupo; però questo somiglia più a un lupo che a un cane; le sue zanne sono bianche, e White Fang (Zanna Bianca) dev’esser il suo nome. Ho detto, il cane è mio.
— Non era Kisce la cagna di mio fratello? E mio fratello non è morto?
Per un po’ gli animali uomini seguitarono a far rumore con le loro bocche: durante questi colloqui, il lupetto, che aveva ricevuto un nome nel mondo, se ne stava tranquillo e attendeva.
Poi, Castoro Grigio, preso un coltello da un sacchetto che gli pendeva sulla pancia, andò verso un cespuglio e tagliò un bastone. Zanna Bianca l’osservava.
A ciascun capo del bastone l’indiano fissò una correggia con una delle quali legò Kisce per il collo; e condotta la lupa presso un piccolo abete, la legò all’albero con l’altra correggia.
Zanna Bianca seguì sua madre e le si coricò accanto. Vide Lingua di Salmone stendere la mano verso di lui, e si sentì ripreso da paura, mentre Kisce, da parte sua, guardava con ansietà; ma l’Indiano, allargando le dita e curvandole, lo capovolse, e cominciò a fregargli il ventre in modo delizioso.
Il lupetto, colle zampe in aria, si lasciava maneggiare con aria goffa ed esilarata, senza tentare di opporsi. D’altra parte, nella posizione in cui si trovava, come avrebbe potuto? Se l’animale uomo avesse avuto l’intenzione di maltrattarlo, gli si sarebbe abbandonato senza difesa, non potendo fuggire.
Si rassegnò dunque, e si limitò a brontolare dolcemente: l’altro era più forte di lui.
Ma Lingua di Salmone pareva non accorgersene neppure e non gli diede alcun colpo sulla testa; anzi, seguitò a stropicciarlo dall’alto in basso, accrescendo il piacere del lupetto. Quando la mano carezzevole gli passò sui fianchi, egli cessò di brontolare, e quando le dita risalirono alle orecchie, premendone delicatamente la base, il godimento della bestiola non ebbe limiti.
Allorchè, infine, dopo l’ultima e abile frizione l’Indiano lo lasciò tranquillo, sparve ogni timore dall’animo del lupetto.
Senza dubbio, c’era da aspettarsi, in seguito, altre paure, ma da quel giorno egli sentì fiducia e cordialità verso l’uomo col quale doveva vivere.
Dopo un po’ Zanna Bianca udì avvicinarsi dei rumori insoliti, che egli, pronto com’era ad osservare e distinguere, riconobbe subito come prodotti dall’animale uomo.
Pochi istanti dopo infatti, tutta la tribù Indiana appariva lungo il sentiero. C’erano molti uomini, donne e bambini, in tutto quaranta teste; tutti carichi di bagagli da campo, di provviste di cibo e di utensili. C’erano anche molti cani carichi anch’essi, tranne i piccoli, come gli altri. Ciascuna bestia aveva dei sacchi legati sulla schiena, e portava un peso di venti o trenta libbre.
Zanna Bianca non aveva mai visto un cane, ma, dal primo sguardo capì che era un animale della sua stessa specie, con qualche cosa di diverso. Quanto ai cani, sentirono di più la diversità fra loro e il lupetto e la madre.
Ci fu una calca orribile. Zanna Bianca si drizzò, urlò e morse a casaccio nel flutto, fra quelle gole spalancate che gli si precipitavano addosso. Cadde e ruzzolò sotto i cani, provocando i morsi crudeli dei loro denti e morsicando, a sua volta, zampe e ventri.
Udiva, nella mischia, gli urli di sua madre, Kisce, che combatteva per lui, i gridi degli animali uomini e il rumore dei colpi dei loro bastoni sui cani, che gemevano dal dolore.
Tutto ciò in pochi secondi. Il lupetto, rimessosi in piedi, vide gl’Indiani che lo difendevano, respingere i cani indietro, a colpi di bastone e di pietra, e salvarlo dall’aggressione feroce dei suoi fratelli che non erano punto suoi fratelli.
E, sebbene non potesse concepire, nel suo cervello, un sentimento astratto come quello della giustizia, sentiva, a modo suo, la giustizia degli animali uomini; seppe così che essi dettavano le leggi e le imponevano.
Strano anche era il modo col quale adottavano le loro leggi, diverse da tutte le leggi che il lupo aveva incontrato sino ad allora. Essi non mordevano nè graffiavano, ma imponevano la loro forza viva mediante le cose morte, che facevano le veci dei morsi: bastoni e pietre dirette da quelle strane creature, saltavano nell’aria, come cose viventi, e andavano a colpire i cani.
Era un potere straordinario e misterioso che sorpassava i limiti della natura: era un potere divino.
S’intende che Zanna Bianca ignorava ogni concetto di divinità, ma lo stupore e il timore che sentiva al cospetto degli animali uomini era molto simile alla sorpresa ed al timore che avrebbe potuto provare un uomo che si trovasse in cima a una montagna, davanti a un essere divino, che, tenendo un fulmine in ciascuna mano, li scagliasse poi sul mondo atterrito.
Quando l’ultimo cane fu respinto indietro, il putiferio ebbe fine. Il lupetto incominciò a leccare le sue ferite; poi meditò su quel primo contatto con la torma crudele dei presunti fratelli, e sul suo ingresso fra loro. Egli non aveva mai pensato che la specie alla quale apparteneva, potesse comprendere tipi diversi dal vecchio lupo orbo, da sua madre e da lui, considerando loro tre, nel suo pensiero, come una razza a parte.
E a un tratto, ecco che scopriva molte altre creature che appartenevano alla sua specie, e sentì oscuramente, che era ingiusto che il primo movimento dei suoi fratelli di razza si dovesse manifestare in quel modo, col balzargli addosso e tentare di distruggerlo.
Era non meno doloroso vedere sua madre legata ad un bastone, pur pensando che la saggezza superiore degli animali uomini aveva voluto che così fosse; era, quella, una specie di schiavitù, cui non era avvezzo.