Part 2
Enrico saltò fuori dalle coperte, e andò verso i cani, e, dopo averli contati con cura, si unì a Bill per maledire le potenze maligne del Wild, che gli avevano rapito un altro cane.
— «Ranocchio» era il più vigoroso della muta, — fece Bill.
— E non era un cane pazzo, — aggiunse Enrico.
E questo fu nel corso di due giorni, il secondo discorso funebre.
La colazione fu malinconica, e i quattro cani superstiti furono legati alla slitta. La giornata non fu diversa dalla precedente: i due uomini s’affaticavano senza parlare, il silenzio era rotto soltanto dai gridi che li inseguivano e che parevano attaccarsi, invisibili, al loro cammino. Ci fu lo stesso pànico dei cani, si ripetè lo sbandamento fuori del sentiero, tracciato, e la stessa stanchezza fisica e morale dei due uomini, derivante da tutto ciò.
Stabilito l’accampamento, Bill, secondo l’uso indiano, avvolse attorno al collo dei cani una solida correggia di cuoio tenuta da un bastone di cinque o sei piedi di lunghezza, che all’altra estremità era legato, per mezzo di un’altra correggia, a un piuolo fisso nella terra. I nodi erano così stretti che i cani non potevano nè mordere nè rodere il cuoio.
— Guardate, Enrico, — fece Bill, con soddisfazione. — se non ho fatto un buon lavoro! Questi imbecilli saranno costretti a star tranquilli sino a domani. Se mancasse uno solo all’appello, rinunzierei al mio caffè.
Enrico trovò che la cosa era fatta a perfezione; ma, mostrando a Bill il cerchio delle ardenti pupille che, per la terza sera, li stringeva, fece:
— Eppure è un peccato non potere assestare a queste bestiaccie qualche buona fucilata! Hanno capito che non abbiamo cartucce, e diventano perciò sempre più audaci.
I due uomini indugiarono un po’ prima di coricarsi. Guardarono le forme vaghe andare e venire, fuori del campo di luce segnato dal fuoco, e, osservando attentamente il punto in cui apparivano un paio di occhi, finivano per scorgere i contorni dell’animale che si profilava e si muoveva nelle tenebre. Una specie di pànico che avvenne tra i cani, li fece voltare da quella parte. «Un’Orecchia», gemendo e lamentandosi con urli acuti, tirava con tutte le sue forze verso la direzione dell’ombra, sul suo bastone, ch’egli mordeva freneticamente e addentava con tutti i denti.
— Bill, guardate, — mormorò Enrico.
Al chiarore del fuoco, un animale, simile a un cane, s’insinuava, con un movimento obliquo e furtivo, di soppiatto. Pareva, insieme, audace e timoroso, osservava i due uomini, con precauzione, e cercava, evidentemente, di accostarsi ai cani. «Un’Orecchia», appiattandosi verso l’animale, sul suolo, raddoppiava i gemiti.
— È una lupa. — mormorò Enrico. — Serve alla torma, come adescamento: quando è riuscita ad attirarsi dietro un cane, tutta la torma gli piomba addosso e se lo divora.
In quel mentre un pezzo di legno della catasta accesa, ruzzolò, rompendosi con fracasso, e lo strano animale, spaventato, diede un salto indietro nelle tenebre e scomparve.
— Penso una cosa, — fece Bill.
— Che cosa, per piacere?
— Che l’animale visto da noi è lo stesso che ho randellato io, ieri.
— Non c’è neppure il minimo dubbio su ciò.
— Bisogna inoltre osservare, — proseguì Bill — che la sua domestichezza eccessiva con la fiamma del nostro fuoco non è naturale e urta contro tutte le nostre idee tradizionali.
— Quel lupo, certo, ne sa più di quanto ne possa sapere un vero lupo, — approvò Enrico. — Conosce persino l’ora del pasto dei cani. È un animale che ha delle esperienze.
— Il vecchio Villano, — fece Bill, riflettendo ad alta voce, — possedeva un cane che era avvezzo a svignarsela per andare a correre con gli altri lupi. Lo so benissimo, tant’è vero che lo ammazzai, un bel giorno, in una pastura di alci, su Little Stik. Il vecchio Villano ne pianse come un neonato. Non vedeva quel cane da tre anni, tre anni, durante i quali il cane era stato con i lupi.
— Credo — dichiarò Enrico, — che abbiate indovinato la verità. Quel lupo è un cane, e da molto tempo mangia il pesce dalla mano dell’uomo.
— Se sarò un po’ fortunato, di quel lupo, che è un cane, finiremo con avere la pelle, — dichiarò Bill. — Non possiamo continuare a perdere altre bestie.
— Ricordatevi però che ci rimangono tre cartucce soltanto.
— Lo so, e le conservo per un colpo sicuro.
Enrico, al mattino, riattizzato il fuoco, fece cuocere la colazione, accompagnato, durante quella faccenda, dal russare sonoro del compagno, che si svegliò sol quando gli alimenti furono pronti. Bill, ancora assonnacchiato, cominciò a mangiare. Poi, avendo osservato che la sua tazza da caffè era vuota, si chinò per prender la caffettiera; ma essa era dalla parte di Enrico, tenuta discosto.
— Dite un po’, Enrico, — fece egli con una specie di amichevole borbottìo, — non avete dimenticato di darmi qualche cosa?
Enrico fece finta di cercare intorno a sè, e scosse la testa.
Bill pone la tazza vuota.
— Non avrete il caffè, — affermò Enrico.
— S’è rovesciato? — domandò Bill con ansietà.
— No, no.
— Se non me lo date, mi guastate la digestione.
— Non ne avrete!
La faccia di Bill divenne, a un tratto, sanguigna, dalla collera.
— Volete, per favore parlare e spiegarvi?
— «Arditone» è partito.
Lentamente, rassegnandosi alla sciagura, Bill voltò la testa e contò i cani. Poi domandò, avvilito:
— E com’è accaduto?
— Non so: certo è che «Arditone» non poteva rodere da sè la correggia, che lo teneva legato al bastone. Dev’essere stato «Un’Orecchia» a servirlo.
— Dannato di un cane! — esclamò Bill. — Non potendo liberare sè, ha liberato il compare.
— Comunque, ormai, «Arditone» è bell’e spacciato. Credo che sia stato già digerito e che ruzzi nel ventre di venti lupi diversi.
Pronunziato, così, il terzo discorso funebre, Enrico proseguì:
— Ora, Bill, volete del caffè?
Bill fece un cenno negativo.
— È proprio sicuro? — insistè Enrico, alzando la caffettiera, — eppure è buono.
Ma Bill ch’era cocciuto scostò la tazza.
— Anzichè accettare, mi farei impiccare: ho dato la mia parola e la manterrò.
Fece colazione senza bere, inaffiandola di maledizioni rivolte a «Un’Orecchia» che gli aveva giocato quel brutto tiro.
— Stanotte, — fece — li legherò tra loro, contro ogni tentativo.
I due uomini ripresero il cammino; ma fatti appena cento _yards_, ecco Enrico, che andava innanzi, urtare col piede, al buio, in un oggetto. Egli lo raccolse, e voltosi corse incontro a Bill.
— Tenete, Bill, — disse, — ecco una cosa che potrà esservi utile.
Bill lanciò un’esclamazione: era quell’oggetto l’unico avanzo di «Arditone», il bastone al quale era stato attaccato.
— Se lo son mangiato tutto, — fece Bill: — ossa, costole, pelle, tutto hanno divorato. Persino il bastone, non è proprio liscio come la palma della mano: ne hanno mangiato il cuoio che ne guarniva le estremità. Speriamo che a voi e a me non tocchi la stessa sorte, prima di terminare il nostro viaggio!
Enrico rise.
— È la prima volta, — fece, — che sono così perseguitato dai lupi; ma ho conosciuti altri pericoli, e ne sono uscito sano e salvo. Fatevi coraggio, risolutamente, e non temete nulla: non ci avranno, figlio mio.
— Questo non si sa, sì, non si può sapere...
— Voi siete pallido, segno che la circolazione del sangue è cattiva. Dovreste prendere del chinino. Ve ne rimpinzerò quando saremo giunti a destinazione.
Anche quel giorno fu simile ai precedenti: all’alba, alle nove, e a mezzodì il riflesso lontano, verso sud, del sole invisibile; poi il pomeriggio grigio, che precedeva una rapida notte. Quando il sole proiettò il suo fioco chiarore, Bill, prese il fucile dalla slitta, e disse:
— Vado a vedere, Enrico, che cosa possa fare.
— Siate prudente, e badate che non vi capiti una disgrazia!
Bill s’allontanò in quei luoghi deserti. Un’ora dopo, ritornava verso il compagno che l’aspettava con una certa ansia.
— Si sono sparpagliati, — riferì — e vagolano al largo, lontano da noi, correndo qua e là, ma senza abbandonarci. Sono sicuri di averci, e sanno che basta pazientare. Intanto, cercano qualche altra cosa da rosicchiare.
— Secondo voi, — osservò Enrico, — sono sicuri di averci?
Bill fece finta di non aver inteso e continuò:
— Ne ho intravvisto qualcuno: sono magri, da far paura. Non hanno mangiato un boccone da settimane, tranne s’intende i nostri tre cani. Fra loro ve ne sono alcuni che non dureranno; hanno le costole come stropicciapanni, e le pance appiattite a livello della spina dorsale: sono, posso dirvelo, al colmo della disperazione, sono mezzo arrabbiati e aspettano.
Erano trascorsi pochi minuti, quando Enrico, che aveva preso posto dietro e spingeva la slitta, per aiutare il tiro dei cani, lanciò, come richiamo a Bill, un fischio soffocato. Dietro di essi, in piena vista, e seguendo le tracce del cammino percorso dalla muta, s’avanzava, col naso fisso al suolo, una forma villosa. La bestia, che trotterellava senz’alcuno sforzo apparente, pareva che scivolasse, anzichè correre. I due uomini si fermarono, e anch’essa si fermò, e, alzata la testa, li guardò fissamente, dilatando le narici frementi, fiutando il loro odore, come per formarsi un concetto dei due.
— È la lupa! — fece Bill.
I cani s’erano coricati sulla neve, e Bill, dietro alla slitta, raggiunse il compagno. Tutti e due esaminarono lo strano animale, che li seguiva da parecchi giorni e aveva già spazzato metà della muta. Essi lo videro trotterellare ancora qualche passo avanti, poi fermarsi e ricominciare daccapo, a tratti, lo stesso movimento, sinchè non fu a breve distanza. Allora sostò, a testa alta, presso una macchia di abeti e ricominciò a osservare i due uomini, come avrebbe fatto un cane; ma senz’avere negli occhi neppure un segno dello sguardo affettuoso dell’amico dell’uomo. Era la insistenza della fame, implacabile come le zanne della bestia, disumana come la neve e il freddo.
L’animale era alquanto più grosso d’un lupo, le sue forme scarnite rivelavano uno degli esemplari più importanti della specie.
— Dev’essere di quasi due piedi e mezzo di altezza, alla spalla, — osservò Enrico, e ha quasi cinque piedi di lunghezza.
— Per un lupo, — fece Bill — ha uno strano colore: non ne ho mai visti di simili. Ma un manto che tende al rossiccio, quasi all’arancio: una tinta cannella. Veramente, il pelo della bestia, non era di questo colore, ma prevalentemente grigio, com’è di tutti i lupi; ma in quel momento, vaghi e indefinibili riflessi che percorrevano il pelo dell’animale ingannavano e confondevano la vista.
— Parrebbe un rude e grosso cane da tiro, — proseguì Bill. — Non mi meraviglierei di vedergli muovere la coda.
— Neh, cagnaccio, — chiamò. — Venite qua, qua, chiunque siate!
— Non ha nessunissima paura di te, — osservò Enrico, ridendo.
Bill agitò la mano, fece finta di minacciare, gridò a squarciagola, ma la bestia non manifestò alcun timore: si limitò a mettersi un po’ in guardia, non cessando di tener d’occhio i due uomini, con una fissità d’affamata.
Evidentemente, se avesse osato, si sarebbe accostata con piacere a quella carne, per saziarsene.
— Sentite, Enrico, — fece Bill, a bassa voce, pianissimo. — Ecco il momento di utilizzare le nostre tre cartucce; ma bisogna che il colpo non fallisca e che sia mortale: che ve ne pare?
Enrico acconsentì, e Bill, con mille precauzioni, avvicinò a sè il fucile; ma aveva fatto appena il gesto d’imbracciarlo, ed ecco la lupa, con un salto di fianco, sparire, fuori di tiro, fra gli abeti.
I due compagni si guardarono; Enrico fischiettò, con aria d’intelligenza, e Bill, dominandosi, rimise a posto il fucile.
— Dovevo aspettarmelo, — disse. — Un lupo che la sa tanto lunga, da venire a spartire il cibo con i nostri cani, deve costarci molto caro: ma io, com’è vero che mi chiamo Bill, lo distruggerò; e giacchè, è troppo scaltro per essere ucciso allo scoperto, l’andrò a scovare.
— Se volete tentare di abbatterlo, fatelo qui, — consigliò Enrico. — Ammesso pure che le vostre cartucce uccidano tre bestie, se sopravviene la torma e vi circonda, le altre si vendicheranno su di voi.
Accamparono di buon’ora, quella sera. I tre cani superstiti avevano tirato lentamente la slitta, e s’erano stancati prima del tempo. I due uomini dormirono con un occhio aperto; il cerchio dei nemici s’era stretto attorno nuovamente, così che bisognava alzarsi senza soste per attizzare il fuoco e non lasciare languire la fiamma.
— Ho udito dei marinai, — disse Bill, — parlare dei pescicani di terra. Nelle loro faccende, queste bestie ne sanno più di noi; sanno che fra breve ci avranno.
— Vi hanno già preso mezzo, — ribattè Enrico, ruvidamente, — se vi abbandonate a questi discorsi. Quand’uno si dichiara perduto, è bello e spacciato. Confessando di esserlo, voi siete mezzo divorato.
— Ne hanno divorati tanti che valevano quanto voi e me, — rispose Bill.
— Basta, basta! voi volete soverchiare un po’ troppo.
Ed Enrico voltò le spalle a Bill, bruscamente, aspettandosi l’irritazione del compagno, ch’egli sapeva di carattere violento e collerico. Ma Bill non rispose nulla.
— Brutto segno! — pensò Enrico, cui le palpebre si chiudevano involontariamente. — Non c’è dubbio che il morale di Bill sia gravemente tocco. Domattina, avrò un bel da fare a rianimare quel ragazzo.
III.
L’URLO DELLA FAME.
La giornata incominciò sotto migliori auspici. I due uomini non avevano perduti i cani durante la notte, e con l’animo sollevato ripresero il cammino, nel silenzio, nel buio e nel freddo. Pareva che Bill avesse dimenticato i suoi sinistri presentimenti: i cani rovesciarono la slitta, ed egli accolse scherzando quell’accidente. Eppure era una orribile confusione: la slitta, capovolta, era rimasta incastrata fra un tronco d’albero e un enorme masso. Bisognò, innanzi tutto, togliere i finimenti dei cani per liberarli e scioglierli; ciò fatto, mentre i due uomini erano occupati a raddrizzare la slitta, Enrico scorse «Un’Orecchia» che, strisciando, stava per svignarsela.
— Qui, «Un’orecchia», — gridò egli, rivolto al cane.
Ma il cane, anzichè ubbidire balzò avanti e se la svignò, correndo con tutte le sue forze, trascinandosi dietro i finimenti.
Laggiù, sulla pista, l’attendeva la lupa. Nell’accostarsi ad essa, il cane parve esitare, a un tratto e rallentare la corsa, guardando fissamente l’animale con sospetto e desiderio insieme. Essa pareva che gli ammiccasse e gli sorridesse con tutti i suoi denti, poi avanzò d’un passo verso di lui, a mo’ di approccio, e «Un’Orecchia» s’accostò ma rimanendo in guardia, rizzando la testa, le orecchie e la coda.
Raggiuntala, egli tentò di sfiorare col suo naso il naso dell’altra; ma essa si voltò, con freddezza, e fece un passo indietro e ripetè più volte lo stesso atto, come per trascinarlo lontano dai suoi compagni umani. A un punto (e parve che un sospetto passasse per il cervello del cane) «Un’Orecchia», voltatosi, guardò indietro i due compagni del tiro, la slitta rovesciata e i due uomini che lo chiamavano. Ma avendogli la lupa porto il naso, perchè lo sfregasse, egli dimenticò subito ogni altro pensiero, e ricominciò a seguirla pochi minuti dopo; in un pudico e nuovo indietreggiamento ch’essa fece.
Bill, durante questo tempo, aveva pensato al fucile; ma il fucile era andato a finire sotto la slitta e quando, con l’aiuto d’Enrico, potè afferrarlo, il cane e la lupa erano già troppo lontani, e troppo vicini fra loro, per poter tirare. Troppo tardi, «Un’Orecchia» s’accorse d’avere sbagliato: ma già una dozzina di lupi magri, balzando sulla neve, piombavano ad angolo retto sul cane per tagliargli la via. Quanto alla lupa, messi da parte grazia e pudore, s’era lanciata sull’innamorato, con un rauco mugolìo, e, rovesciatolo con un colpo di spalla s’era unita agli altri inseguitori e lo incalzava, alle calcagna.
— Dove andate? — gridò Enrico, posando una mano sul braccio di Bill.
Bill si svincolò con un brusco movimento.
— Non posso permettere, — disse, — quel che avviene. Essi non debbono avere più, se posso impedirlo, nemmeno uno dei nostri cani.
E, col fucile in pugno, egli sparì nel boschetto che orlava il sentiero.
— Bada, Bill! — gli gridò dietro Enrico ancora una volta, — sii prudente.
Enrico, seduto sulla slitta, vide sparire il compagno. «Un’Orecchia» aveva abbandonato il cammino battuto e tentava di arrivare alla slitta, descrivendo un gran cerchio. Enrico lo intravvedeva a tratti, che se la batteva fra gli abeti radi e si sforzava di vincere i lupi nella corsa, mentre Bill tentava a sua volta, — era evidente — di ostacolare l’inseguimento. Ma la partita era già perduta, tanto più che altri lupi, sbucando da tutte le parti, s’univano alla caccia. A un tratto, Enrico, udì un colpo di fucile seguito immediatamente da altri due, e capì che le cartucce erano finite.
Seguirono un gran fracasso, dei mugolìi e degli urli ed Enrico udì il cane che guaiva ed urlava; un urlo di lupo gli fece comprendere che uno degli animali era stato colpito, poi non intese altro: gemiti e mugolii cessarono, ed Enrico rimase lungo tempo seduto sulla slitta, non sentendo il bisogno di andare a vedere coi propri occhi ciò ch’era accaduto: lo sapeva come se avesse assistito alla scena. Pure, a un tratto, si alzò, con un sussulto, e, con fretta febbrile, cercò l’accetta nel bagaglio, poi ritornò a sedere, e riflettè a lungo, in compagnia dei due cani superstiti che gli stavano accucciati ai piedi, tremanti.
In fine s’alzò, come oppresso da un’enorme stanchezza e credette suo dovere attaccare i cani alla slitta.
Egli stesso, messosi a spalla un arnese da tiro, accompagnò il traino delle bestie. La tappa fu breve. Appena cominciò ad imbrunire, Enrico s’affrettò a predisporre l’accampamento, diede il pasto ai cani, fece cuocere e mangiò il suo cibo e si fece il letto presso il fuoco. Ma non aveva ancora chiusi gli occhi, quand’ecco arrivare i lupi e incalzare così dappresso, che non c’era da pensare a dormire. Erano là, attorno a lui e così poco lontani, che li poteva vedere come in pieno giorno; stavano coricati o accosciati attorno al fuoco, e, strisciando col ventre, ora avanzavano, ora indietreggiavano. Alcuni dormivano, coricati in cerchio sulla neve, come cani. Egli non cessò, neppure un momento, d’alimentare la fiamma, perchè sapeva ch’essa era il solo ostacolo che si frapponesse fra la sua carne e le loro zanne. I due cani gli si stringevano addosso implorando protezione. Di tanto in tanto, il cerchio dei lupi si agitava e tutti urlavano a coro, poi si ricoricavano o si accosciavano e il cerchio si restringeva.
Intanto, avanzandosi un po’ alla volta, i lupi finirono col toccarlo quasi; allora, egli prese dei tizzoni accesi e cominciò a lanciarli nel mucchio dei nemici, i quali balzarono indietro, con un salto precipitoso, accompagnato da urli di collera e da mugolii paurosi quando un ramo ben lanciato ne colpiva qualcuno.
Al mattino, l’uomo aveva un aspetto torvo e accasciato, gli occhi dilatati dal sonno. Egli cucinò e trangugiò la colazione, poi, quando la luce ebbe dispersa la torma dei lupi, s’adoperò a eseguire un disegno che aveva meditato durante le ore della notte. Abbattuti, a colpi d’accetta, alcuni alberi d’abete giovani, formò con essi, legandoli in croce, una specie di palco alquanto alto, sostenuto da quattro abeti robusti, poi, servendosi delle correggie della slitta, come corde, con l’aiuto dei cani, sollevò su quel palco la bara che aveva con sè.
— Hanno avuto Bill, — disse, rivolto al corpo del morto, quando l’ebbe coricato in quella specie di sepolcro aereo, — e, prenderanno, forse, anche me, ma, voi, o giovane, non sarete loro preda.
Poi la slitta riprese la corsa dietro i cani che ansimavano, pieni di slancio, perchè sapevano anch’essi che il canile del forte M’Gurry era la loro salvezza. Ma i lupi non erano rimasti lontano e avevano ricominciato l’inseguimento, ormai apertamente. Essi trotterellavano tranquillamente dietro la slitta, disposti in file parallele, con le lingue pèndule, i fianchi magri sui quali si movevano le costole, accompagnando ogni movimento.
Enrico non poteva non ammirare, come quelle bestie reggessero ancora sulle loro zampe, senza sprofondare nella neve.
A mezzogiorno, verso il Sud, non apparve solo un riflesso di sole, ma il sole stesso, emergendo dall’orizzonte, pallido e dorato nella parte superiore. Enrico ne trasse un buon presagio; riapparso il sole, i giorni s’allungavano. Ma fu una gioia di breve durata; quasi subito la luce s’attenuò, ed egli non tardò a predisporsi per la notte: avrebbe impiegato quelle poche ore di chiarore grigiastro e di velato crepuscolo, che rimanevano, per tagliare una gran quantità di legna da far fuoco.
Con la notte, ritornò il terrore, e fu il massimo.
Enrico era angustiato, più che dai lupi, dal bisogno di dormire. S’addormentò infatti senza accorgersene, raggomitolato presso il fuoco, con le coperte sulle spalle, l’accetta fra le ginocchia, un cane a destra e l’altro a sinistra. In quello stato di dormiveglia, egli intravvedeva tutta la torma che lo contemplava, come un pasto ritardato ma certo, e gli pareva di vedere tanti ragazzi attorno ad una tavola imbandita, in attesa del permesso di cominciare a mangiare.
Poi, irresistibilmente, le palpebre gli si ripiegavano ed egli esaminava il suo corpo con attenzione che gli era insolita. Si toccava i muscoli e li contraeva, interessandosi in modo straordinario al loro movimento; alla luce del fuoco, apriva le dita, distendeva o piegava le falangi delle dita, sorpreso dell’obbedienza e dell’elasticità della sua mano che, bruscamente o dolcemente, trepidava secondo la volontà di lui, sino alla punta delle unghie.
E, come affascinato, si sentiva preso da infinito amore per quel corpo mirabile, al quale non aveva, sin’allora, mai badato; da tenerezza infinita per quella carne viva, destinata a saziare fra breve quei bruti, a essere ridotta a brandelli. Che cos’era egli ormai? Nient’altro che cibo per delle zanne fameliche, nutrimento d’altri stomachi, simile agli alci ed ai conigli, di cui egli s’era tante volte cibato.
A pochi piedi di distanza, la lupa dai riflessi rossi, era accosciata sulla neve e lo guardava, con uno sguardo penoso. I loro sguardi s’incontrarono, ed egli comprese agevolmente ch’essa se lo godeva già, a giudicare dalla gola che si spalancava ghiottamente, scoprendo le zanne bianche, sino alla radice.
La saliva le scolava dalle labbra, ed essa se la leccava. Allora Enrico ebbe un sussulto di spavento: fece un gesto brusco per impadronirsi di un tizzo e lanciarlo sulla lupa; ma questa con eguale rapidità, scomparve. Allora egli ricominciò a osservare la sua mano, con senso di adorazione, a esaminare, l’uno dopo l’altro tutte le sue dita e come si adattassero perfettamente alle rugosità del ramo che egli brandiva.
Poi, siccome, il suo dito mignolo correva il rischio di scottarsi, lo ripiegò delicatamente, tenendolo un po’ discosto dalla fiamma.
Pure, la notte passò senza accidenti di sorta, e apparve il mattino. Per la prima volta, la luce del giorno non disperse i lupi: invano l’uomo attese la loro partenza; essi stavano in cerchio attorno a lui e al fuoco, con un’insolenza che gli avviliva ogni coraggio ritornatogli con la luce crescente. Ciò nonostante, egli tentò uno sforzo sovrumano per rimettersi in cammino.
Ma aveva appena riposta la slitta sul sentiero e s’era scostato di pochi passi dalla protezione del fuoco, allorchè un lupo, più audace degli altri, gli si lanciò addosso. La bestia calcolò male lo slancio: fece un salto troppo corto, i suoi denti, stridendo, afferrarono il vuoto, mentre Enrico per difendersi, faceva un balzo di lato, poi, indietreggiando verso il fuoco, fece piovere una quantità di tizzoni ardenti fra gli altri lupi, che, eccitati dall’esempio, s’erano drizzati in piedi e si preparavano già a gettarglisi addosso.