Zanna Bianca

Part 1

Chapter 13,814 wordsPublic domain

JACK LONDON

ZANNA BIANCA

(WHITE FANG)

ROMANZO

MCMXXV «MODERNISSIMA» MILANO — Via Vivaio, 10

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano (7)

_Nel presentare il primo volume delle opere complete di Jack London, «Il richiamo della foresta», misi in particolare rilievo il profondo significato allegorico riposto nel semplice racconto della vita di un cane, perchè il lettore non si fermasse alla maestrìa descrittiva e fantasiosa dell’artista, ma ne penetrasse l’anima e si guardasse dallo scambiare un’opera profondamente umana e sociale con un racconto d’avventure per ragazzi, cioè dal rischio di vedersi sfuggire elementi essenziali dell’opera d’arte, e il capolavoro nella sua interezza._

_Leggere le opere di Jack London e non conoscere, sia pure sommariamente, la sua vita avventurosa e travagliata, è ignorare la fonte vera della sua poesia e la qualità della poesia stessa. Seguire soltanto le vicende dei suoi personaggi e le crudeltà cui il Destino li sottopone, fremendo alle loro disperate ribellioni e commovendosi per le loro prodigiose abnegazioni, ma ignorando l’ideale ultimo al quale l’autore si è ispirato e per il quale ha lottato tutta la vita, significa far torto agli ideali sociali dello scrittore, ignorare le ragioni profonde che lo muovono, e valutare incompiutamente i sentimenti che ne alimentano impulsi ed azioni e le rendono ragionevoli e possibili, aderenti alla vita, illuminatrici del destino, del passato e dell’avvenire dell’uomo._

_Il poeta ci commuove, l’artista ci riempie di meraviglia, ma è l’uomo che tramuta la poesia e la bellezza in pensiero, le sensazioni in travaglio interiore, affinchè, mediante la nostra sensibilità artistica, un lato nuovo della verità universale appaia alla nostra coscienza. I capolavori hanno sempre l’intima virtù di aggiungere ad un godimento puramente spirituale una forza morale che ci rende partecipi di esperienze universali, chè, se questa forza non avessero, mancherebbero del loro elemento più vitale._

_Io volli, appunto, con la mia prefazione al «Richiamo della foresta», mostrare il London uomo, e non credo di aver fatto cosa inutile o superflua, giacchè persone che avevano già letto il volume nel testo inglese o nella traduzione francese, rileggendolo dopo la mia prefazione, sono rimaste stupite di trovare, in quello che prima era sembrato un semplice racconto d’animali, una rappresentazione realistica e dolorosa del destino umano. Tanto in Buck, il cane che diventa lupo, come in Zanna Bianca, il lupo che acquista la domesticità e socievolezza del cane, il sentimento dominante è la ribellione contro la tirannìa del più forte, ribellione che si muta, nel tiranneggiato, in un bisogno di prevalenza sui simili e sui più deboli di lui, di diventare a propria volta, il trionfatore e il tiranno. Entrambi sperimentano la fredda, implacabile e spesso folle e inutile ferocia degli uomini, e finiscono coll’assoggettarvisi; ma mentre si affina, in questa schiavitù, ogni spirito peggiore, il naturale germe d’amore non inaridisce in essi, e allorchè Buck incontra Giovanni Thorton, e Zanna Bianca Weedon Scott, cioè l’uomo buono, il forte devoto al debole, quel germe d’amore si sviluppa prodigiosamente, sino a diventare forza irresistibile e travolgente, la forza che spinge al sacrificio gioioso della vita per la creatura amata._

_«Weedon Scott s’era posto il compito di redimere Zanna Bianca, o, piuttosto, di redimere l’Umanità dal male che aveva fatto a Zanna Bianca. Era una questione di principio e di coscienza. Sentiva che il male fatto a Zanna Bianca era un debito assunto dagli uomini, e che doveva essere pagato. E così si sforzò d’essere più che mai buono verso Zanna Bianca... E col passare dei giorni, l’evoluzione della simpatia in amore s’accelerò. Lo stesso Zanna Bianca incominciò a rendersene conto, ancorchè esso non avesse consapevolezza alcuna di ciò che fosse l’amore. Gli si manifestava come un vuoto nel suo essere, un nuoto che assomigliava alla fame, che faceva male, che voleva essere riempito»._

_Zanna Bianca sentiva ciò che Buck aveva già provato dopo la morte di Giovanni Thorton. «Sentiva che quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male e che il cibo non poteva riempire»._

_Nelle straordinarie avventure di Buck e di Zanna Bianca ci affascina lo spettacolo grandioso del paesaggio dell’Alaska terribile e selvaggio, le paurose lotte dell’uomo e degli animali contro la solitudine e le insidie di terre inesplorate; ma ci conquista e ci commuove, soprattutto, in un tragico quadro di miserie e crudeltà, questa misteriosa forza dell’Amore «questa forza calda e radiante, nella cui luce la natura animale si espande come un fiore sotto i raggi del sole». E ad un tratto, la vita dell’Umanità travagliata s’immedesima e identifica nella vita di queste creature dal London, così che proviamo anche noi la sensazione di un vuoto interiore, di un vuoto che assomiglia alla fame, che fa male e che deve essere riempito, e dal profondo di noi sale la sensazione della sola cosa che può redimere l’Umanità e mutar faccia al mondo, l’antichissimo e nuovissimo miracolo dell’Amore, l’amore che si manifesta e disciplina nella devozione del forte per il debole, nella venerazione del debole per il forte, con senso religioso universale. Visti sotto questa luce, ch’è la vera luce dell’animo di Jack London, uomo forte, doloroso e appassionato, «Il richiamo della foresta» e «Zanna Bianca» formano una maestosa sinfonia del dolore del mondo, di questo dio folle che muove, come l’antico_ Deus ex machina, _la tragedia spaventevole dell’Umanità governata dalla tirannide del forte sul debole. Nel «Tallone di ferro», che pubblicheremo subito dopo «Zanna Bianca», vedremo la tragedia in atto, gli animali sostituiti dagli uomini, più bestialmente crudeli, governati da leggi inesorabili, come quella della mazza e del dente, ma infinitamente più raffinati e perversi. In luogo delle grandi foreste vedremo le grandi città, piene di mortifere insidie, e udremo l’urlo di ribellione alla tirannide del forte levarsi più formidabile e farci fremere e inorridire..._

_Ma mentre ripenso, rabbrividendo, agli orrori del «Tallone di ferro» divenuti realtà nella guerra mondiale e nella rivoluzione russa; mentre rievoco i compagni lacerati dalla mitraglia nelle putride trincee del Podgora..._

. . . . . . .

_... tutte le aberrazioni e miserie della nostra povera Umanità insanguinata, violenta, lurida, avida, egoista, risento quel vuoto interiore che alcun cibo non può riempire, quel vuoto che fa male, e mi chino ad abbracciare il povero cane dal cuore fedele che insegna con la sua illimitata devozione ciò che gli uomini non m’hanno insegnato: l’amore che sa dare e non chiedere, l’amore che ama l’amore._

GIAN DÀULI.

Rapallo, dicembre del 1924.

ZANNA BIANCA

I.

LA TRACCIA DELLA CARNE.

Da ciascun lato del fiume gelato, si stendeva l’immensa foresta d’abeti, fosca e minacciosa. Gli alberi, sbarazzati di fresco del loro manto di brina dal vento, sembravano appoggiarsi gli uni sugli altri, neri e fatidici, contro la luce del giorno che impallidiva. La terra era tutt’una desolazione infinita e senza vita, dove nulla si moveva, e così fredda e deserta che, davanti ad essa il pensiero stesso si ritraeva, sorpassando la tristezza. Una specie di voglia di ridere pareva sopraffare l’animo ed era un riso tragico, come di Sfinge, un riso agghiacciato e senza gioia, come un sarcasmo dell’Eterno sulla futilità della vita e sulla vanità dei nostri sforzi. Era il Wild, il Wild selvaggio, gelido nel profondo del cuore, della terra del Nord[1].

Sul ghiaccio del fiume e come una sfida al nulla del Wild, s’affaticava una muta di cani lupi. Il loro pelame arruffato era greve di neve, e il loro fiato, appena uscito dalla bocca, si condensava in vapore, gelandosi subito e ricadendo in forma di cristalli trasparenti, come se mandassero una lava di ghiaccioli.

I cani erano attaccati, per mezzo di cinghie di cuoio e guarnimenti, a una slitta che li seguiva, a distanza, sobbalzando. La slitta, senza pattini, era fatta di pezzi di corteccia di betulla, solidamente legati e poggiava, con tutta la sua superficie, sulla neve. La parte anteriore era ricurva in forma di rullo, in modo da respingere, senz’affondare i cumuli di neve che formavano come delle onde increspate. Sulla slitta era, solidamente tenuta, una grossa cassa, stretta e oblunga, che occupava quasi tutto lo spazio. Accanto ad essa erano ammucchiati oggetti varî: coperte, un’ascia, una caffettiera e una padella per friggere. Davanti ai cani, su larghe racchette, si affaticava un uomo, e dietro la slitta, un altro. Dentro la cassa posta sulla slitta giaceva un terzo che aveva finito di penare: il Wild lo aveva stroncato, in modo da impedirgli per sempre di muoversi e di lottare. Al Wild ripugna il moto, e la vita è come un’offesa. Esso congela l’acqua per impedirle di correre al mare, gela la linfa sotto la corteccia robusta degli alberi, sinchè questi non muoiono, e, in modo anche più feroce e implacabile, si accanisce contro l’uomo per sottometterlo e schiacciarlo. Perchè l’uomo, fra tutti gli esseri viventi, è il più agitato e non trova requie e non è mai stanco, e il Wild odia il moto.

Intanto, davanti e dietro la slitta, indomiti e senza scoraggiarsi, scarpinavano i due uomini ancora vivi. Essi erano coperti di pelliccia e di cuoio morbido conciato. Il loro fiato, gelando come quello dei cani, aveva ricoperto di cristalli ghiacciati le loro ciglia, le guance, le labbra, tutta la persona, così ch’era impossibile distinguere l’uno dall’altro. Sembravano becchini mascherati che accompagnassero, verso un mondo soprannaturale, il feretro di qualche fantasma. Ma sotto quella maschera c’erano uomini che avanzavano ad ogni costo, su quella terra desolata, sprezzanti, ironici e beffardi, erti e impassibili come l’infinito abisso dello spazio. Avanzavano con i muscoli tesi, evitando ogni sforzo inutile, e facendo economia persino del respiro. Intorno intorno ad essi si stendeva il silenzio, il silenzio che pareva schiacciarli col suo greve peso, come l’acqua sul corpo del palombaro, che gli grava addosso sempre più, a mano a mano ch’egli sprofonda nell’Oceano.

Trascorse un’ora, poi mezz’ora, e la livida luce del giorno, una luce senza sole, stava per spegnersi, allorchè, improvvisamente, s’udì un grido debole e lontano, nell’aria tranquilla. Poi il grido ingrandì, a sbalzi, sinchè non divenne acuto, e insistette, così, poi cessò. Sarebbe parso il richiamo di un’anima perduta, senza quel non so che di selvaggio e feroce che l’improntava: era uno strepito ardente e bestiale, uno schiamazzo di affamato che vuole la sua preda.

L’uomo che era davanti volse la testa in modo da incontrar lo sguardo dell’uomo che era dietro, e, al disopra della cassa rettangolare posta sulla slitta, tutt’e due fecero un segno d’intesa.

Risuonò un altro grido, nel silenzio. I due uomini ne stabilirono la provenienza: veniva dietro di loro, lungo la distesa di neve che avevano attraversata. Un terzo grido rispose agli altri; proveniva anch’esso di dietro le loro spalle e a sinistra del secondo grido.

— Ci seguono, Bill, — fece l’uomo che era davanti.

La voce risuonò, rude e come irreale: pareva ch’egli avesse fatto uno sforzo per parlare.

— La carne è scarsa, — aggiunse il compagno. — Da parecchi giorni non vedo neppure la traccia di un coniglio.

Quindi tacquero; ma tendevano l’orecchio verso quello strepito di caccia che ingrandiva dietro di essi.

Quando fu notte fatta, gli uomini staccarono i cani e li istallarono, in riva al fiume, in una macchia di abeti, poi a una certa distanza dagli animali, posero l’accampamento. La bara, accanto al fuoco, servì, insieme, da sedia e da tavola. I cani lupi brontolavano e rissavano tra loro, ma non tentavano di fuggire, nè di salvarsi nelle tenebre.

— Mi sembra, Enrico, ch’essi si mantengano insolitamente fedeli alla nostra compagnia, — osservò Bill.

Enrico, chino sul fuoco e occupato a fare sciogliere un po’ di ghiaccio, per preparare il caffè, approvò con un cenno della testa, poi, sedutosi sulla bara e preso qualche boccone, disse:

— Sanno che stando con noi hanno la pelle assicurata. Meglio mangiare, che essere mangiati. Quei cani non sono privi di spirito.

Bill scosse la testa:

— Oh io non ne so nulla!

Il compagno lo guardò sorpreso.

— È la prima volta, Bill, che vi sento dubitare dell’intelligenza dei cani.

— Avete osservato, — rispose l’altro, masticando delle fave, energicamente, — come si sono agitati quando ho portato loro il pasto? Quanti cani avete, Enrico?

— Sei.

— Bene, Enrico.

Bill indugiò un po’ come per aggiungere peso alle parole:

— Dicevamo di avere sei cani e ho preso sei pesci dal sacco e li ho distribuiti dandone uno a ciascun cane. Beh, mi mancava un pesce.

— Avrete contato male.

— Noi possediamo sei cani. — proseguì Bill, con calma. — Ora io ho preso sei pesci e «Un’Orecchia» non ha avuto il suo; allora sono tornato al sacco, e ho preso un settimo pesce, che gli ho dato.

— Eppure abbiamo sei cani.

— Non volevo dire che i cani erano sette, ma che erano in sette a mangiare, le bestie alle quali ho dato del pesce.

Enrico cessò di mangiare, e di sopra al fuoco, contò a distanza gli animali.

— Comunque — fece — ora sono sei.

— Ho visto il settimo che mangiava, fuggire sulla neve.

Enrico osservò Bill con aria pietosa, ed affermò:

— Sarò molto contento di finire questo viaggio.

— Che vorreste dire?

— Voglio dire che i troppi stenti vi hanno logorato i nervi, e che cominciate a veder cose....

— Così ho pensato anch’io, là per là, — rispose Bill, con gravità. — Ma le tracce che il settimo animale ha lasciate dietro di sè sono ancora segnate sulla neve. Ve le mostrerò, se volete.

Enrico non rispose e ricominciò a mangiare in silenzio. Terminato il pasto, egli annaffiò il cibo con una tazza di caffè e, pulitasi la bocca col dorso della mano:

— Dunque, Bill, voi credete che sia così?

Un lungo grido di appello, lamentoso e selvaggio insieme, sorse dall’oscurità e l’interruppe. L’uomo tacque per ascoltare, e, tendendo la mano nella direzione del grido, fece:

— È venuto uno di essi?

Bill approvò con la testa:

— Darei chissà quanto per poter pensare altrimenti. Voi stesso avete osservato il chiasso fatto dai cani.

Urli e urli, e altri urli si rispondevano, vicino, lontano, in tutte le direzioni, e parevano mutare a un tratto il Wild in un manicomio. I cani, spaventati, avevano spezzato i tiranti ed erano venuti ad ammucchiarsi, gli uni contro gli altri, attorno al fuoco, e così vicino che il loro pelo era bruciacchiato dalla fiamma.

Bill gettò altra legna sul fuoco, accese la pipa e trattone qualche sbuffo:

— Penso, Enrico, che questo qui che è dentro — e indicava, col pollice, la cassa sulla quale erano seduti — è incredibilmente felice, come voi e io non saremo mai. Anzichè viaggiare così comodamente, avremo noi, un giorno, una pietra almeno sulla nostra carcassa? Io non riesco a capire come mai un ragazzo come questo che doveva essere, nel suo paese, un lord o qualche cosa di simile, e che non ha avuto mai da scalmanarsi per la cuccia e per la fabbrica dell’appetito, abbia avuto l’idea di venire a trascinare i suoi stivaletti su questa terra che è alla fine del mondo, abbandonata da Dio. Francamente, questo io non riesco a capire bene.

— Poteva godersi una buona vecchiaia, se rimaneva in casa sua, — aggiunse Enrico, approvando.

Bill stava per seguitare la conversazione, quando vide, nel nero muro di tenebre che gravava su di essi, dove ogni forma era indistinta, un paio d’occhi lucenti come brace. Egli li mostrò ad Enrico che a sua volta gliene mostrò un altro paio, e poi un terzo. Un cerchio d’occhi scintillanti li circondava. A tratti, un paio di quegli occhi si spostava, o spariva, per riapparire subito dopo.

Il terrore dei cani aumentava: essi balzavano come pazzi di spavento attorno al fuoco, o andavano, strisciando, a rannicchiarsi tra le gambe dei due uomini, così che, fra quello scompiglio, uno di essi andò a finire nella fiamma e incominciò a lanciare urli di lamento, mentre l’aria si impregnava dell’odore di strinato del pelo. Questo trambusto fece disperdere il cerchio d’occhi, che si riformò appena l’incidente ebbe termine e i cani ridivennero tranquilli.

— È — fece Bill, — un’incresciosa e deplorevole condizione il trovarsi con poche munizioni.

Egli dato fondo alla sua pipa, aiutava il compagno a stendere, sui rami di abete ben disposti sulla neve, un letto di coperte e di pellicce.

Enrico borbottò mentre slacciava i suoi mocassini di pelle di daino.

— Dite un po’, Bill quante cartucce ci rimangono?

— Tre, e vorrei che fossero cento, per mostrare il fatto loro a quei dannati.

E agitò il pugno, con collera, verso gli occhi lucenti. Poi, slacciati a sua volta, i mocassini, li posò con cura davanti al fuoco.

— Desidererei proprio, anche, che questo freddo fosse spazzato. Abbiamo avuto 50 gradi sotto zero da due settimane. Volesse Iddio che non avessimo mai intrapreso un viaggio come questo, che ha preso una piega che non mi piace. La faccenda non va bene, lo sento. Ma giacchè ci siamo è bene ormai che termini al più presto, e non se ne parli più! Saremo felici quel giorno in cui ci troveremo, voi e io, nel forte M’Gurry, tranquillamente seduti accanto al fuoco, a giocare alle carte. Ecco quel che mi auguro!

Enrico emise un altro brontolìo e si ficcò nel letto. Ma mentre stava per addormentarsi, ecco Bill domandargli con vivacità:

— Dite, Enrico, perchè i cani non si sono lanciati addosso all’intruso, ch’è venuto ad unirsi alle nostre bestie e a beccarsi un pesce? Mi dà da pensare questa faccenda.

— Voi vi create troppe preoccupazioni, Bill — rispose Enrico, con voce assonnacchiata. — Prima non eravate così. Credo che digeriate male. Ma abbiamo discusso abbastanza! Dormite, altrimenti domani starete male in gamba. Voi vi rompete il cervello senz’alcuna ragione. E così i due compagni s’assopirono, con respiro grosso, a fianco a fianco sotto la stessa coperta.

Il fuoco cadde a poco a poco e gli occhi brillanti restrinsero il cerchio che formavano, ma allorchè due di essi s’avvicinarono più d’appresso i cani brontolarono, tra impauriti e minacciosi. A un punto, i loro gridi divennero così acuti che Bill si svegliò.

Egli scese dal letto con cautela per non turbare il sonno del compagno, e pose altra legna sul fuoco. Rialzatasi la fiamma, quel cerchio d’occhi indietreggiò. Bill lanciò uno sguardo sul gruppo dei cani, poi, sfregate le palpebre, tornò a guardare con maggior attenzione, e, ciò fatto, rificcatosi sotto le coperte, chiamò:

— Enrico... Oh! Enrico!

Enrico gemette, come fa uno quando è destato.

— Che c’è? — domandò.

— Nulla. Ma li ho contati: sono sette, nuovamente.

Enrico accolse la notizia senz’alcun turbamento, e poco dopo russava coi pugni chiusi.

Al mattino, egli si svegliò per primo e trasse fuori del letto il compagno. Erano le sei, ma bisognava che passassero altre tre ore prima che fosse giorno chiaro. Egli incominciò, al buio, a preparare la colazione, mentre Bill arrotolava le coperte e preparava la slitta per la partenza.

— Dite, Enrico, — domandò a un tratto, — quanti cani, secondo voi, abbiamo?

— Sei.

— È un errore! — esclamò Bill trionfante.

— Ancora sette? — oppose Enrico.

— No: cinque. Uno se ne è andato.

— All’inferno! — esclamò Enrico, con collera.

E interruppe le sue faccende, per andare a contare i cani:

— Avete ragione, Bill. «Palla di Sego» è partito.

— È sparito con la rapidità d’un lampo. Deve essere stato il fumo a nasconderci la sua fuga.

— Nè lui nè noi siamo fortunati. L’avranno inghiottito vivo. Scommetto che urlava come un dannato, quando lo sgozzavano. Maledetti!

— È stato sempre un cane pazzo — fece Bill.

— Per quanto pazzo fosse, può un cane essere tanto matto da suicidarsi così?

Enrico lanciò uno sguardo sui superstiti del tiro, valutando, con un sommario calcolo mentale, il loro carattere e le loro attitudini.

— Posso giurare che neppure uno di questi si abbandonerebbe ad un gesto simile: anche a picchiarli a bastonate, rifiuterebbero d’allontanarsi.

— Io ho sempre pensato, — fece Bill — e lo ripeto, che «Palla di Sego» doveva avere il cervello un tantino guasto.

Tale fu il discorso funebre in morte di un cane che lasciò la vita lungo il viaggio, seguendo un cammino della terra del Nord.

Ma quanti altri cani, quanti uomini, non hanno avuto neppur questo!

II. LA LUPA.

Terminata la colazione, e ricaricato il rudimentale materiale da campo sulla slitta, i due uomini voltarono le spalle al fuoco allegro e si spinsero innanzi nelle tenebre, che non s’erano ancora schiarite. I gridi di richiamo, funebri e feroci, continuavano a risuonare e a rispondersi, nel buio e nel freddo.

Tacquero quando il giorno, alle nove, cominciò a spuntare. A mezzodì, il cielo verso Sud, parve riscaldarsi, e tingersi di color rosa; e quella linea di separazione che la rotondità della terra forma tra i paesi meridionali, dove luce il sole, e il mondo del Nord, apparve; ma il color rosa impallidì, e gli successe una luce grigia che durò sino alle tre, e sparì a sua volta, quando il pallido crepuscolo artico, ridiscese sulla terra solitaria e silenziosa. Ritornata l’oscurità, i gridi belluini, a destra, a sinistra, ricominciarono, suscitando tra i cani, che pure erano molto stanchi, un folle pànico.

— Sarebbe ora, — disse Bill, rimettendo, per la centesima volta, i cani sul diritto sentiero, — che se ne andassero al diavolo e ci lasciassero in pace.

— Certo si è, che ci fanno un gran ribrezzo, — approvò Enrico.

L’accampamento fu posto come la sera prima. Enrico stava vigilando la pentola dove bollivano delle fave, allorchè un grand’urlo lanciato da Bill, e seguito da un grido acuto, di dolore, lo fece sussultare. Fece appena in tempo ad alzare il naso per vedere una forma vaga che correva verso la neve e spariva nel buio.

Poi, scorse Bill, che, in piedi tra i cani, tra allegro e dolente, teneva in una mano un forte randello e nell’altra la coda e una parte del corpo d’un salmone seccato.

— Mi è riuscito di salvarne soltanto la metà, — disse Bill. — Ma il ladro ha avuto abbastanza, per il resto: non lo sentite come urla?

— E che aspetto aveva il ladro? — domandò Enrico.

— Non ho potuto vederlo bene. Ma so che ha quattro zampe, una bocca e un pelame che rassomiglia a quello di un cane.

— Deve essere, lo giurerei, un lupo addomesticato.

— Accidenti! e come addomesticato, se lo è! È venuto proprio all’ora del pasto, a portarsi via un pezzo di pesce.

I due uomini, seduti sulla cassa rettangolare, avevano, dopo desinato, accese le pipe, come erano soliti di fare, ed ecco il cerchio di occhi fiammeggianti, circondarli come la sera precedente e stringerli più da vicino.

Bill ricominciò a lamentarsi.

— Voglia Iddio che incontrino una torma di alci o altra grossa selvaggina, e che sgombrino il terreno per seguirli. Sarebbe una liberazione, per noi...

Enrico fece finta di non aver capito, ma quando Bill si disponeva a ricominciare le sue lamentele, egli divenne tutto rosso dalla stizza.

— Bill, finitela con quel vostro crocidare: avete i crampi allo stomaco, ve l’ho già detto, e perciò divagate. Inghiottite una buona cucchiaiata di bicarbonato di soda: vi calmerete, e vi assicuro che ridiventerete di piacevole compagnia. Il mattino seguente, delle energiche bestemmie dette da Bill svegliarono Enrico, il quale si sollevò su un gomito, e alla luce del fuoco che risplendeva, vide il compagno che, attorniato dai cani, agitava drammaticamente le braccia, e si abbandonava a delle orribili smorfie.

— Hello — chiamò Enrico, — che c’è di nuovo?

— «Ranocchio» se ne è andato, — fu la risposta.

-No!

— Dico di sì!