XII conti pomiglianesi con varianti avellinesi, montellesi, bagnolesi, milanesi, toscane, ecc.

Part 13

Chapter 133,956 wordsPublic domain

C'era una volta una donnetta, contadina, con un po' di terra, e a male brighe ci ricavava il campamento. E lei tieneva a fargli le faccende un garzone. Si sa: le donne; quand' 'ènno sole accanto all'omo, finiscano tutte a un modo. Quella donnetta e' garbò al garzone, e lui a lei. Sicchè, dunque, non potiedero stare tanto tempo a patire, e conclusono lo sposalizio; e subbito la donna fu pregna. Ma nun istiede ma' bene, perchene lei nun trovava nulla di bono per mangiare, e nun c'era versi, che gli entrasse 'n bocca altro che prezzemolo. Ma sì! il prezzemolo dell'orto, ce ne fussi stato! gli era finito da un pezzo. E 'mperò la donna rimase insenza metter qualcosa nello stomaco da tre giorni 'n fila. Eran disperati lì per casa. Eccoti, comparisce un merciajo, di quelli, che vanno colla paniera a zonzo per le campagne a vender ninnoli, spilli, cotone alle massaje. Lui, a vedere que' due mezzo allocchiti, dice:--«Oh! ch' ate voi? oh! che v'ène apparita la Versiera?»--Dice l'omo:--«Eh! no. La mi' donna, poeraccia, gli ène pregna e nun pole mangiare che prezzemolo. Ma s'ène rifinito tutto quello dell'orto e 'n questi loghi non se ne trova più; sicchè lei, da tre giorni, l'è resta a denti asciutti».--Dice il merciajo:--«Ve lo 'nsegno io addove del prezzemolo ci se ne trova a dovizia. A un cinque o sei miglia da qui, un signore gli ha un orto tutto serrato, con ogni ben di dio dientro e con tre prode di prezzemolo fitto e rigoglioso, che proprio ène una maraviglia. Corrite là a bruzzolo, che del mangiare vo' n'arete a corbelli».--Il garzone nun intese a sordo; e la mattina, che il sole non era nemmanco levo, pigliato un sacchetto con seco e un falciole, se n'andiede a ricercare l'orto, e cammina cammina ci arrivò. Ma gli ci volse del bono a ripire su per il muro erto: insomma, gli rinuscì entrarci. Non c'era anima viva; e lui lesto lesto segò mezza una proda di prezzemolo. N'empiette il sacchetto e via. Via a corsa a portarlo alla su' donna, che, contentona, n'ebbe da sfamarsi per una settimana, figuratevi! Ora, bisogna sapere, che quell'orto l'avea nel su' possesso l'Orco; e, quando lui sortì dal letto e vedde lo sciupinio del prezzemolo, gli prese una gran passione, e principiò a berciare alla su' moglie:--«Scendi giù, Catèra! Vieni a vedere, che m'hanno rubo il prezzemolo. Ladracci 'nfami! Almanco, se gli bisognava, me l'avessin chiesto. Ma rubbarmelo, è stato da birboni. S'i' vi scopro!... S'i' vi scopro!... E da tornare vo' ci avete».--Anzi lui in questa credenza, rizzò lì in disparte un capanno ricoperto con delle frasche verdi, e ci si messe a far la guardia al su' prezzemolo. In capo a otto giorni il prezzemolo era bell' e finito; sicchè, dunque, il garzone, col su' sacchetto e col falciolo, riviense di niscosto all'orto dell'Orco, per farne un'altra provvista. Ma, a male brighe che principiò a segare, eccoti, salta fori l'Orco e l'agguanta per il collo.--«T'ho chiappo, malandrino!»--scramò con una vociaccia da metter paura a un sacco di Madonne:--«E ora, nun c'è scampi, e tu me l' ha' a pagare colla tu' pelle».--E in quel dire lo strascica in casa, e lì lo sbacchiò per la terre per finirlo. E gridava:--«'Gnamo[2], corri Catèra, s'ha da mangiar subbito».--Il garzone, a quegli strapazzi, si credè morto; ma poi gli prese un animo, s'arrizzò in ginocchioni e si diede a raccontare la su' storia all'Orco; e seppe lui accosì raccontarla bene e con tante lagrime, che l'Orco si sentette intenerire e disse:--«Ti perdono, via! ma a un patto».--«Dite pure»,--gli arrispose il garzone rinfranchito:--«V'accordo ugni cosa, purchè mi lassate ritornare dalla mi' poera donna».--Dice l'Orco:--«Questo è il patto. Piglia pure del prezzemolo nel mi' orto quanto ti ce ne vole per mantienere la tu' moglie; lei col prezzemolo fresco accosì partorirà una bella creatura fresca. Ma, quando lei avrà partorito, io la creatura la vo' mezza per me, che m'ha da servire per culizione[3]».--«Guà! sia fatto il piacer vostro»;--arrispose in senza pensarci il contadino. E poi, pienato il sacchetto col prezzemolo, più morto che vivo, reggendosi appena sulle gambe, ritornò a la su' casa. La moglie, quando lo vedde a quel modo sficurito, s'insospettì a bono; e volse sapere quel, che gli era intravenuto. E lui gli disse tutte le disgrazie, che gli eran tocche. Scrama la donna:--«Oh! sciaurato, quel, che tu ha' 'mpromesso! Dunque la creatura bisognerà squartarla in du' pezzi?...»--E il contadino:--«Cattadeddina! i' voleo vedere, se tu fossi stata lì e t'avessin volsuto stiaffare dientro a una caldaja per poi mangiarti allesso, icchè aressi tu fatto. Quand' e' siemo lontano de'pericoli, è anche facile fare il brào; ma lì, 'n que' ferri, anche e' brai s'attutano. 'Gnamo via! nun si pensi tanto a male; quando alle cose c'è del tempo, e' si pole anco mutar la fortuna».--La donna, a quel discorso, si chetò; e poi nun c'era rimedio; e allora deliberorno di tirare innanzi insenza sgomentarsi, sicchè tutti i giorni il garzone andeva dall'Orco a pigliare il prezzemolo fresco, e la su' donna ingrossava accosì a vista d'occhio vispola e forzuta.--«Il tempo è galantomo»--dicevano. Viense il giorno del parto; e la donna partorì una bambina grassa, co' capelli biondi, ch' era propio una gran bellezza a vederla, con quegli occhini aperti e luccichenti. Eccoti, picchiano all'uscio.--«Chi è?»--«Aprite, i' son l'Orco. Che ve ne siete scordi de' patti?»--Figuratevi lo sgomento di que' du' genitori disperati! Ma l'Orco, duro! Tira fori un segolo arrotato, poi agguanta la bambina per un piedi, dà quell'altro alla su' donna e poi alza il braccio col ferro, per isquartare nel mezzo la creatura. A quella vista la mamma nun si potiede tienere; salta giù dal letto e si butta in ginocchioni, e principia a urlare e piagnere come un' anima dannata:--«Nun me la squartate! nun me la squartate! Piuttosto pigliatevela tutta, chè almanco nun la vedrò guasta accosì[4].»--Dice l'Orco:--«I' accetto, la piglierò tutta per me. Ma ora subbito nò. I' ve la lasso a custodire; e anzi vi pagherò tutti i mesi per l'incomido. Poi, quando la bambina sarà grande, la menerò con meco, e ci vo' fare una pietanza ghiotta. Dunque, addio, e siamo intesi. Arrivedersi!»--L'Orco e la su' donna tornorno a casa e mantiensero la parola, perchè tutti i mesi mandavano a' genitori della bambina una bella somma di quattrini, e robbe di vestuario, e cose bone e trascelte per mangiare. Ma, quando la bambina gli ebbe cinqu'anni, l'Orco viense a prenderla, e fu tutto inutile, chè la volse con seco in ugni mò; e, quando l'ebbe portata a casa sua, la rinchiuse a ingrassare in una stanza dientro una torre, addove nun c' era per montarci su punte scale; e poi disse alla Catèra:--«Custodiscila, che non gli manchi nulla; e bada che nissun la vegga e che lei nun iscappi, quand' i' sono fori per i fatti mia».--E, per poterla chiamare, lui gli messe nome _Prezzemolina_. Dunque la Prezzemolina, lassù serrata in quella stanza, cresceva sempre più bella; e, siccome chi la custodiva era la Catèra, lei gli diceva _mamma_; e, quando la Catèra voleva salir su nella torre a tenergli compagnia, chiamava dal fondo:--«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».--E Prezzemolina ciondolava le trecce da una finestra e la tirava nella stanza. Un giorno dice la Catèra:--«Pettinami, Prezzemolina».--Subbito Prezzemolina prese un pettine e si messe a pettinare la Catèra. Dice in quel mentre la Catèra:--.«Che ci trovi tu, Prezzemolina?»--Guà! che volete voi? ci trovo di molti pidocchi».--«Brava, Prezzemolina! Sai quel, che tu ha' da fare?»--dice la Catèra:--«Pigliagli questi pidocchi e mettigli dientro un cannone di canna. Ti potrebbano abbisognare qualche giorno; perchè, a soffiarci nel cannone, loro si spargano e nasce subbito una gran siepe addove cascano».--E la Prezzemolina fece come voleva la su' mamma. Un'altra volta la Catèra urla dal pian terreno della torre:--«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre!»--e, quando l'ebbe tirata su, la Catèra gli disse:--«Ma s' ì' avessi bisogno di star fori del tempo, che te saperessi fartelo da mangiare?»--«Io no»;--gli arrispose Prezzemolina:--«E poi, addov'ènno le robbe da mangiare e le legne per cocerle?»--Dice la Catèra:--«A tutto c' è rimedio. Piglia qui: ti dò questa bacchetta fatata, e chiedi pure a tu' piacimento, chè in ugni cosa sarai subbito contentata».--Poi gli diede l'addio e andette via di casa per istar fori del tempo a fare i su' interessi. Una mattina, tutt'a un tratto, Prezzemolina sentiede, che la chiamavano di fondo alla torre:--«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».--Lei si pensò che fusse la Catèra; ma, quando gli ebbe tirato su colle trecce, lei s' avvedde invece, che era un bel giovane, un figliolo di Re. Guà! l'esca accanto al foco! S'innammororno in nel momento e restorno assieme anco la notte. Il giorno doppo eccoti la Catèra:--«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».--Figurarsi, che sconfondimento per que' du' poeri giovani innamorati!--«Come si fa? come si fa?»--Perchè, se la Catèra gli trovava assieme, chi sa mai come gli andeva a loro!--«Niente paura[5]! che ci ho il rimedio»,--dice Prezzemolina; e, pigliata la bacchettina dello 'ncanto, il figliolo del Re lo fece diventare un fascino di legne; doppo calò le trecce e tirò su la su' mamma. A male brighe che la Catèra gli entrò nella stanza, diviato e' vedde quel fascino; dice:--«Oh! questo, ch' è qui, a che serv' egli?»--«To', a che serv'egli? A cocere da desinare»,--gli arrispose Prezzemolina:--«Oh! che nun ve n' arricordate, che m' avete dato la bacchetta per supperire a' mi' comodi, quando vo' nun ci siete?»--Dice la Catèra:--«Sì, sì, t'ha' ragione. Brava la mi' bambina! Dunque, fa le cose a modo, perch' ì' torno via; e bisogna, ch' i' stia fori de' giorni. Addio, addio».--E se ne va per istar fori del tempo a fare i suoi interessi. Doppo tre o quattro mattine, eccoti che riviene la Catèra:--«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».--Ma Prezzemolina, prima di tirarla su, fece diventare un porcellino il figliolo del Re[6]. Dice la Catèra:--«Oh! che bel porcellino! Chi te l'ha egli dato quest' animale?»--«La vostra bacchetta»,--arrispose Prezzemolina:--«Oh! che non ve n' arricordate de' vostri insegnamenti? I' lo tengo qui per mi' compagnia, per non istar solingola, quando vo' non ci siete».--Dice la Catèra:--«Brava la mi' bambina! Portati sempre bene accosì, sai. Ma bisogna, che ti lassi, perchè non l'ho anco finite fori le mi' faccende. Addio, addio.»--E se ne va fori a fare i su' interessi. Quando la Catèra fu andata via, Prezzemolina fece ritornare omo il porcellino; e fissorno tra di loro di scappare assieme. Ma Prezzemolina aveva paura, che gli facessan la spia gli arnesi della su' camera, perchè erano tutti fatati; lei però si messe in capo d'abbonirli. Subbito disse alla bacchetta:--«Voglio una bella caldaja piena di maccheroni:»--e, quando i maccheroni apparirne in nella stanza, Prezzemolina ne diede una ramajolata a ugni cosa: una ramajolata al letto, una alle seggiole, una allo specchio; insomma a tutto; ma della cassetta della spazzatura lei se ne scordò. Doppo, presa la meglia robba, Prezzemolina e il giovane si calorno dalla finestra e via! a gambe a traverso i campi. Lassamoli correre a quel mo' e torniamo alla Catèra. Lei riveniva di fori coll' Orco su' marito; e, quando fu in casa, urla, come al solito:--«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».--Risponde il letto:--«Nun posso; i' sono a letto».--Dice la Catèra:--«Spicciati, nun mi fare aspettare».--Risponde la seggiola:--«Nun posso; i' son sulla seggiola».--Dice la Catèra:--«Oh! che ha' tu stamani, che sie' tanto pighera? Spicciati, gnamo».--Risponde lo specchio:--«I' mi guardo allo specchio».--Insomma, a una per volta, tutte le mobilie e gli attrezzi e i serrami della cammera trovavano delle billere per non iscoprire Prezzemolina, scappata via col su' giovanotto; soltanto la cassetta della spazzatura principiò a sbraidare:--«Nun è vero, nun è vero. Prezzemolina nun c' è più; è pe' campi con il su' damo, che la porta con seco».--A questo discorso la Catèra e l'Orco figuratevi come rimasono! Dice la Catèra:--«Corri, mi' omo, corri; colle tu' gambacce tu l'arriverai in du' salti. Oh! birboni! me l'hanno fatta!»--E in quel mentre, che l'Orco dava dietro a que' du' sciaurati, la cassetta della spazzatura badava a berciare:--«Poera padrona! l'avete visto il fascino? l'avete visto il majalino? Gli eran lui, il su' damo, e vo' non l'avete cognosciuto. E' maccheroni sono tocchi a tutti per dir le bugie, e a me niente; ma io le bugie nun ve le dico».--E la Catèra a sentirsi raccontare com' era ita via Prezzemolina nun si poteva racquetare, nun si poteva! Infrattanto l'Orco a corsa gli era arrivo a vedergli da lontano, Prezzemolina col su' giovanotto, e s'arrapinava per raggiungergli e acchiappargli. Dice Prezzemolina:--«Giannino! i' sento fresco alle rene».--«Mettiti lo scialle,»--dice lui. Dice Prezzemolina:--«Chè! gli è mi' padre di sicuro. Se ci piglia, poeri noi! Ma ora l'accomodo io».--E, in nel parlare accosì, cava fori di seno il cannone co' pidocchi e gli soffia inverso l'Orco; sicchè, in un momento, eccoti, che nasce un siepone alto e largo ismisurato, che pareva un bosco di spini. E quando l'Orco ci fu arrivato, nun vedde più niente, e nun lo potiede passare, e gli toccò a ritornare addietro. Dice la Catèra:--«Oh! dunque?»--Dice l'Orco:--«Quando ero lì per acchiapparli tutti e due, mi sono spariti; perchè io ho trovo un siepone di spini, che serrava tutte le strade, e nun c' era valico per andare oltre».--Scrama la Catèra:--«Oh! me sciaurata! son' io, che gli ho insegnato le malizie: sono i mi' pidocchi del cannone! Corri, corri, mi' omo! Tu sie' sempre a tempo a arrivargli».--E l'Orco, via! E, doppo un pezzo, eccoti, che rivede Prezzemolina col su' damo, che camminavano. Dice Prezzemolina:--«Giannino! i' sento fresco alle rene».--«Copriti meglio»;--dice lui.--«Chè! gli è mi' padre, gli è l'Orco, che ci dà dietro»--arrispose Prezzemolina:--«Ma ci ho anco il rimedio!».--E, colla bacchetta fatata, lei si trasmutò in una chiesa e il su' giovanotto era il prete, che si parava in sagrestia per dire la messa; e po fece apparire un ragazzino, che badava le pecore in sul prato dinanzi alla chiesa. Eccoti! arriva l'Orco e domanda subbito a quel guarda-pecore:--«Di' su, bambino; che gli ha' tu visti due, che erano assieme, un giovanotto con una ragazza?»--E il guarda-pecore:--«Galantomo! gli entra la messa[7] e i' nun ho tempo da perdere; se volete sentirla anche voi, vienite in chiesa».--Dice l'Orco:--«I' ti domando, se tu ha' visto passare due assieme per di qui, un giovanotto con una ragazza a braccetto?»--Dice il guarda-pecore:--«Avete sentuto? gli è sonato il cenno. Ecco, il prete monta all'altare. Se volete vienire anche voi in chiesa, sbrigatevi. Io ci vo e addio».--A farla corta, all'Orco non gli riescì raccapezzar nulla, e pensò meglio ritornare a casa sua. Guà, non era malizioso, lui. Quando la Catèra vedde il su' marito senza nessuno e lui gli raccontò della chiesa, del prete e del ragazzo, che guardava le pecore sul prato, tutta imbizzita scramò:--«Oh! mammalucco d'omo! non te ne sie' accorto, che la chiesa era Prezzemolina e il prete il su' giovanotto? Lei ha fatto quella trasfigurazione colla mi' bacchetta fatata, che da grulla i' gli regalai. Corri, mi' Omo, corri; raggiugnigli e non ti far vincere dagli inganni».--A quelle parole della su' donna, l'Orco si messe daccapo a correre dietro a Prezzemolina; e, doppo camminato di molte miglia, e' la vedde sempre assieme col so' damo andare per la strada. Dice Prezzemolina:--«Giannino! i' sento fresco alle rene. Dicerto gli è l'Orco al solito! e poeri noi! se ci acciuffa. Presto, presto, niscondiamoci accosì».--E in quel mentre, lei, colla bacchetta fatata, fece comparire un lago; e tutti e due ci si tufforno dientro; sicchè Prezzemolina diventò una lasca, e Giannino, figliolo del Re, un bel luccio, e navicavano nell'acqua a più nun posso. In du'salti, l'Orco viense in sulle sponde del lago; dice:--Questa volta nun mi scappate: v'ho cognosciuti!»--e, per acchiappargli meglio colle su' manacce, si buttò diviato nei lago. Ma fu tutto inutile: lui pigliava il luccio e il luccio via, gli scivolava d'intra le dita; pigliava la lasca, e quella il medesimo. Si sa, i pesci sono a quel modo, tutti moccicosi; e in mano non ci stanno. Sicchè, dunque, l'Orco, impermalito, sortì fori dell'acqua; e poi disse a que' pesci:--«Vi maladico. E te, che t'avevo rileva come figliola, ti maladico per la prima. Sie' maladetta da me; e lui, il tu' damo,

«A un'osteria ti lasserà; «E, quando su' madre lo bacerà, «Di te si scorderà».--

E se n'andette doppo, senza voltarsi nè in qua, nè in là. Quando Prezzemolina e il figliolo del Re furno ritornati nelle su' persone di prima e che erano a male brighe lontani cinque miglia dalla città reale, disse il giovanotto:--«Senti, Prezzemolina, io a questo modo non ti ci posso condurre al palazzo del mi' babbo. Bisogna, che lo faccia sapere alla corte, che ho trovo la sposa; e che poi ti vienga a pigliare colla carrozza e le guardie in figura di Principessa e tu sia vestita da signora. Dunque, ti lasserò qui a questo albergo; e fra tre giorni al più i' sarò di ritorno, com'i' t'ho detto».--Dice Prezzemolina:--«Fate la pace vostra, che io sto a quel, che voi comandate. Ma arricordatevi, che la mamma nun vi baci; perchè l'Orco, lo sapete, ci ha dato quel brutto avviso e ci maladisse».--«Chè, chè, nun aver temenza, Prezzemolina»,--gli arrispose Giannino:--«La mamma non lasserò, che mi baci».--E, doppo averla raccomandata all'oste, il figliolo del Re si partiede per la su' città. Alla corte, quando Giannino entrò in palazzo, nacque un chiasso e una festa, chè la gente corse tutta a vedere quel, che era stato.--«Ben'arrivato! ben'arrivato! Gli era tanti mesi, che nun si sapeva più dove Lei era, se era morto oppuramente vivo. Si steva in pena, sa; anco il su' babbo e la su' mamma».--Questi discorsi a Giannino gliegli facevano lì, in nel mentre, che lui saliva le scale del palazzo; e, sul pianerottolo, gli viensero incontro il Re e la Regina colle lagrime agli occhi; ma lui, non ci fu versi, che si lassasse baciare da su' madre; e lei gli era mezza disperata e nun si poteva capacitare, che il su' figliolo fosse tanto senza core. Lui però gli disse, per rabbonirla, che ce l'aveva una ragione, e che gli perdonassi, perchè poi a su' tempo si sarebbe lassato baciare a su' piacimento. Insomma, finiti i complimenti, si messano a cena; e in quel mentre, che mangiavano, Giannino raccontò la su' vita, e che aveva trovato una bella sposa, e che sarebbe andato a pigliarla nell'osteria assieme a tutta la corte e colla carrozza e co' cavalli del Re; e doppo, quando fu tardi, che stiedero molto a tavola, i servitori gli accompagnorno ognuno alla su' cammera per dormire. A male brighe che il sole spuntò, la Regina, che nun aveva potuto serrare un occhio in tutta la notte dalla pena, che il su' figliolo nun s'era lassato baciare da lei, sortì dal letto; e in peduli se ne andiede in camera di Giannino, che dormiva tavia come un loppo; e, senza nemmanco svegliarlo, gli saltò al collo e lo baciò quanto volse. A tutto quel tramestio Giannino si riscosse, vedde su' madre, gli rese i baci e intanto della su' sposa Prezzemolina se n' era bell' e scordato. E accosì passorno tre giorni, passorno tre mesi, senza che lui pensassi mai alle su' promesse e a quella poera dibandonata, che l'aspettava nell'osteria. Infrattanto la Regina pensò di dargli moglie; e fu trova per lui una figliola di Re; e s'era già incomincio a fare l'apparecchio delle feste per le nozze; e i bandi gli appiccicorno in tutti i paesi del Regno. Torniamo ora a Prezzemolina a quel mo' solingola in un'osteria e che si struggeva dalla pena. Poerina! lei diceva tra di sè:--«Di certo Giannino s'è lassato baciare dalla su' mamma, epperò di me se n'è scordato. Oh! com'i' ho da fare?»--E figuratevi poi se la pianse, poera sciaurata, quando sentì i bandi dello sposalizio del figliolo del Re! Ma pure, gli viense in capo di provare la su' bacchetta fatata; e fece apparire du' be' piccioni, un mastio e una femmina, che tutt'e due parlavano come Cristiani, e gli mandò a discorire sulla finestra della cammera del su' giovanotto, quando lui era sempre a letto. Dunque, i piccioni s'eran messi lì sul davanzale: e il mastio figurava di non gli voler dare retta alla su' sposa, e quella gli diceva:--«Nun te n'arricordi, quando volasti su in quella torre, dove stevo serrata; e i' ti messi nel mi' nidio?»--E il mastio:--«Sì, sì, ora me n'arricordo».--E la femmina daccapo:--«O di que' giorni, che ti trasmutai in fascino di legne e poi in porcellino, perchè la mi' mamma nun ti ricognoscesse; e di quando si feciano i maccheroni e si diedano a tutti, fori che alla cassetta della spazzatura, e che poi si scappò assieme, nun te n'arricordi più?»--E il mastio:--«È vero, è vero, ora me n'arricordo».--E la femmina a seguitare:--«Che ti sie' scordato anco di quando s'era per la strada? E che l'Orco ci corse dietro per tre volte? E io da prima feci comparire una siepe di spini; poi ci si trasmutò in una chiesa con te dientro a dire la messa e il ragazzo guarda-pecore sul prato; e poi si diventò du' be' pesci in mezzo a un lago, e che l'Orco ci maladisse?»--Dice il mastio:--«No ve'! e' mi rinvengono in mente queste cose».--E la femmina:--«O che l'Orco disse a me:

«_A un'osteria ti lasserà;_ «_E, quando su' madre lo bacerà,_ «_Di te si scorderà;_

e che te davvero mi lassasti a quell'osteria, colla promessa di tornarmi a pigliare fra tre giorni al più, nun l'arricordi, mi' sposo? Che dunque la tu' mamma t'ha baciato?»--In nel sentire questi ragionamenti de' due piccioni, il povero Principe si scionnò; e si messe a ripensare alla su' vita passata; e finì col ricordarsi d'ugni cosa e della Prezzemolina, che l'aspettava da tanto tempo in quell'osteria; sicchè, dunque, salta infurito dal letto, sona tutti i campanelli e comincia a urlare: che venghino i servitori e il su' babbo e la su' mamma. A quel buggianchio, che lui faceva, corsano a vedere quel, che era successo. E Giannino si messe a raccontare i discorsi, che aveva sentuti da' piccioni sulla finestra, e che loro erano stati quelli, che gli avevano fatto ricordare della su' sposa Prezzemolina, dibandonata all'osteria a motivo de' baci di su' madre e della maladizione dell'Orco.--«Presto,»--dice:--«Si vadia colle carrozze a cercar la Prezzemolina».--In senza indugio attaccorno i cavalli; e tutta la corte andette a pigliare Prezzemolina. E la portorno in trionfo al palazzo, dove si feciano le nozze con gran feste e giostre e desinari, e con invito a tutte le persone del Regno. E accossì finirno le pene di Prezzemolina e lei stiede allegra e contenta col su' sposo in sin che campò.

NOTE