Part 12
Ammiccò maliziosamente, ma qualcosa, nello sguardo della Contessa, gli suggerì di soggiungere in fretta:
— Matto da legare, s'intende... Mah! poveretto!
La visita fu lunga; per quel benedetto vezzo che hanno certe persone di non saper mai trovare il momento buono per andarsene. Pure non era per alcuno una visita piacevole. Ognuno pensava, guardando la Contessa: non è più lei. Non tanto per gli anni trascorsi, nè pel mutamento fisico, era ancora bellissima; ma qualcosa d'indefinibile aveva fatto della gaia sposina d'un tempo una donna inquieta e inquietante nella stessa sua calma. Era gentile, e s'informava dei fatti d'ognuno con mirabile sforzo di memoria; pure, sentivano d'esserle diventati al tutto estranei. Poi non sapevano come interpretare la sua venuta a Monteforte e come chiederle di Roberto; ella stessa avea parlato sì fuggevolmente di suo marito!
I visitatori erano molti, ma parevano sfumare nella nuda vastità della sala, a mala pena rischiarata da una lucernetta, la sola che la fattora avesse saputo approntare. Si parlava a mezza voce. Seduto accanto alla contessa, il brillante Giovannino Prè tentava invano di animare la riunione. Parecchi rammentarono che a quel posto soleva stare bene spesso maes Lattanzio. A proposito; peggiorava sempre e si dubitava che potesse passar la notte.
Finalmente se ne andarono, in corpo come erano venuti, incerti, disorientati. Ella disse che sarebbe partita la domane, senza aggiungere schiarimenti di sorta. Non s'incomodasse pure nessuno, non aveva fissata l'ora della partenza. Sperava di rivederli, era grata del buon ricordo... Ma essi avvertivano in quelle parole qualcosa che le rendeva vane, e pareva dare una smentita indefinibile al loro stesso significato.
Ella rimase sola nel grande salotto, fatto tepido dalla dimora di tante persone. Avevan fumato, e l'odore dei sigari rimaneva, acre, disgustoso... La Contessa si ritirò subito. Era stanchissima.
* * *
Aveva detto che non gliene importava nulla, che dormirebbe dovunque. Pure, quando vide che la fattora le aveva preparata l'antica camera coll'alcova, quella ch'ella aveva occupata un tempo con Roberto, ebbe una impressione sgradita. Il letto era fatto, la fattora aveva messi i lenzuoli grandi, d'un sol telo, coi quattro cuscini ricamati, recanti sulla fodera le cifre intrecciate _R. M._ (Roberto Monteforte). Fu quasi per dirle: — Mettimi altrove. — Ma poi disse a sè stessa: — Che importa? sono stanca, dormirò subito.
Ma non dormì subito. Il sonno se n'era andato ad un tratto, ed ella guardava attorno a sè. La camera era vasta, gaia, semplicemente arredata. Le pareti eran dipinte a paesaggio, una campagna aperta, con molto cielo. L'alcova figurava una grotta di tufi chiari, e dagli interstizi di questi pendevano dei ciuffi d'un verde tenerissimo, imitazione molto libera di felci e di capelvenere. Qua e là, per figurare forse le segrete linfe, lumeggiavano dei pezzi di specchio incastrati nella parete. Sopra il letto un baldacchino bianco, sostenuto da freccie di legno dorato. Ai lati due acquasantini d'argento con due angioletti di stucco, oranti, coll'ali tese.
Uno sgomento colpì improvvisamente Fulvia, quando l'alto silenzio della notte l'ebbe al tutto isolata in quel calmo ambiente. Le parve di trovarvi una grave eloquenza di paragoni e di accuse. Si sentì giudicata da quella quiete, le parve che tutte quelle cose, rivedendola, non la riconoscessero più; si rammentò di quanto essa aveva troppo, irremediabilmente scordato e sentì la nota dissonante ch'ella recava in quella pace, piena ancora della purezza e dei sogni del passato. Un rammarico acuto la colse, un inesplicabile senso di tenerezza amara per quel luogo, per quelle pareti. Poichè ella quivi... quivi soltanto era stata veramente felice! Illusioni, forse. Anzi, certo... Ma lì aveva vissuta quella vita d'illusioni, e forse non le avrebbe perse tutte, se fosse rimasta nel loro nido. — Ora tutto se n'era andato. Illusioni e il resto. Venduto anche il nido..., l'altare dell'ultima fede. Per qualche giorno soltanto aveva il diritto, la possibilità di restarvi. Non era già più suo.
Se ne doleva ora e volle poscia deridere in sè stessa quello strano senso di cruccio. Ma non le venne fatto... Tenne a lungo lo sguardo fisso sul lucignolo vacillante della pessima candela che le aveva data la fattora. Si scosse, le parve di sentire un gran caldo nella persona. Aprì la finestra di centro e vi si affacciò. Una cupa notte, ingombra di nubi tenebrose. L'atmosfera era umida per la pioggia già caduta e per quella imminente. Sulla fuliginosa bassura dell'orizzonte spiccava il vasto tracciato della campagna, cogli accavallati profili dei colli. Tutto il rimanente: un nereggiamento cupo e caotico. Ogni particolare naufragava nell'oscurità; le grandi linee emergevano sole da quell'oceano silenzioso delle tenebre.
Ella vide quel nero, e si ricordò. Nella tenebra della sua mente, del suo cuore, vide alzarsi nude, gigantesche, isolate nell'ombra le grandi linee della sua vita.
Pure rammentava anche un grande e caldo sfolgorio di luce.... Oh le estasi, le gaiezze dei primi tempi del suo matrimonio, quando era passata, senza transazione, dal chiostro a Monteforte, dalla solitudine alle braccia di Roberto! Oh le rivelazioni del dio ignoto... di se stessa, del mondo intero! Il suo pazzo amore per Roberto! Che paradiso le era parso Monteforte!... come aveva sognato di vivere colà in perfetta solitudine con lui, bastandogli in tutto come in tutto egli era bastevole a lei! Una consacrazione reciproca, tale era stato il sogno di quel folle cuore. Ma Roberto era più saggio di lei. Sapeva che siffatti metodi non sono possibili, e glielo disse non solo, ma glielo provò. Per previdenza, per farlo durar più a lungo, egli anacquò il vino della sua felicità. Escluse l'idea dell'isolamento; ricercò invece la compagnia degli amici. Volle compagni, commensali, corteo di clienti, grati e festevoli.
Li aveva sempre d'attorno, sempre; ed ella finì coll'abituarsi. Fece, giorno per giorno, delle concessioni, piccole, ma continue, tolleranze bonarie di motti e di frasi equivoche, ovvero della grossa libertà di espressioni che gli ospiti usavano talvolta, incoraggiati dal suo silenzio, dalla sua indulgenza sconfortata. E così, di concessione in concessione, s'era giunti sino all'episodio di maes Lattanzio.
Ella era quasi insorta, allora; un innato senso morale, una ripugnanza istintiva le aveva suggerito di non prestar mano a quell'ignobile tranello. Ma poi Roberto, gli amici, una malsana curiosità di provar sè stessa...
Alla lunga, finì col divertirsi ella pure delle assurde smanie del maestrucolo. Cominciò a metterci un certo impegno, come una bimba che si prova a far la signora. Fece _in corpore vili_ l'esperienza dell'esercizio d'un potere che a lei stessa si rivelava solo a misura ch'ella andava esercitandolo, s'impossessò dell'arte di sedurre senza amare, di quanto, cioè, havvi nella donna di più basso e sleale. E, in quel gioco crudele, ella e gli altri perseverarono ridendo. Poi, quando ebbero riso a sufficienza dell'imbecille che aveva osato credere, quando ebbero irritate, esasperate sino alla follia le assurde passioni di colui, la celia non ebbe tempo di farsi stucchevole. Finì ad un tratto, senza inconvenienti, per la partenza dei signori.
Erano stati assenti per 15 anni. Che le era accaduto in quel frattempo? Nulla di speciale, nè di strano. Era entrata in società, il mondo l'aveva presa e presto foggiata a modo suo. Roberto l'attorniava ancora dei suoi amici. Senonchè ora, questi erano giovanotti garbati, educatissimi, bei nomi, belle fortune, modi attraenti; talvolta avevano dello spirito, o l'arte di simularne il possesso. Tutti avevano delle avventure. Le signore che la attorniavano, ch'ella prendeva subito ad amare, erano giovani, elegantissime, non tutte incolumi dal soffio della maldicenza, alcune avevano anzi un passato alquanto discusso e un presente discutibile. Essa le imitava per piacere a Roberto. Roberto s'era presto emancipato, a dir vero, dal legame dell'amor conjugale, e la voragine mondana ebbe facile ragione degli ultimi suoi scrupoli. A un tratto, bruscamente, Fulvia si seppe tradita.
Credeva di morire, tanto ne sofferse... Ma non morì. Voleva separarsi da suo marito; non si separò. La prima volta perdonò, perchè l'amava ancora; la seconda, perchè non lo amava più. La terza, ahimè, la terza!...
Tutto ciò era venuto lentamente, a furia di piccole rinunzie, di concessioni successive. Un po' colpa sua, un po' di Roberto, degli amici, delle amiche..., dell'aria che respirava. Anche in quel nuovo ambiente, ella aveva avute dapprima delle ribellioni intime, qualche velleità di lotta, che abbandonò poscia, come aveva abbandonato quelle di Monteforte. E in fondo, in fondo, guardando bene, mutate le forme, le parvenze, il vestito, il linguaggio, era pur sempre la stessa cosa! Il feroce egoismo, la bramosia dei facili piaceri, il vuoto delle menti, l'orrore alla semplicità ed alla serietà, il segreto cinismo degli animi. A conti fatti, era tutt'uno... Ella non lottò e non vinse, nè a Monteforte, nè altrove.
Fulvia fu indolente e sfortunata; non seppe trovare nè amici sinceri, nè consiglieri leali; non fu atta a suscitare, in chi l'attorniava, affetti duraturi e giovevoli. Soffrì talvolta.... Fu offesa, sinistramente giudicata da alcuni, e incrudelì, alla sua volta, con chi non lo meritava. Si perdette in dettaglio, a spizzico: senza unità, nè grandiosità d'immolazione.
Credette d'amare e s'accorse, troppo tardi, che, ciò che aveva creduto una passione, non era stato nulla più che un capriccio; provò delle ebbrezze manchevoli, incomplete, ravvisò bene spesso bruscamente dietro le parvenze d'una cavalleresca poesia d'adorazione, un feroce vero di brutalità. S'abituò a disistimare tutti, ed a vivere placidamente in mezzo alle persone distimate, si fece un'amara e beffarda idea della vita e del cuore. Mentì per vezzo, per spirito di difesa e di vendetta. Tra essa ed il marito, dopo le prime scene violente, una bella pace di tomba, una tacita e bassa convenzione di libertà reciproca.... purchè fosse evitato lo scandalo.
Ma nello scandalo appunto ell'era di recente incappata. Uno scandalo volgare, del quale le amiche ridevano dietro il ventaglio, dicendo che quella povera Fulvia si era proprio resa impossibile, ormai!
In quel lento naufragio era andato travolto, oltre il patrimonio morale, anche il ricco censo dei Monteforte. Scialaquo, noncuranza, rovinoso bisogno di continui svaghi. Roberto s'era accorto, un bel giorno, che sua moglie tornava ormai troppo cara alla sua dignità e alla sua borsa. Allora si pensò al rimedio, e questo fu pronto ed efficace. Così l'amore, il dovere, il legame eterno, tutto finiva in una grande liquidazione generale.
E dopo quella: ognuno per sè e Dio per tutti!
Fulvia non si ribellò... Alzò le sue belle, bianchissime spalle. Un sollievo, quasi, quella completa rottura col passato e con Roberto. Non si fermò a pensare. Andrebbe avanti ancora, come prima, ciecamente. Parte della sua dote era rimasta incolume. Vivrebbe a Parigi, a Nizza, a Roma. Ebbene, meglio così!
Ma ora, lì a Monteforte, affacciata alla finestra dell'antica sua camera, ella non diceva: meglio così! Misurava tutta l'estensione della sua sventura. Si sentiva sola e indifesa, sentiva tutto ciò che aveva perduto. La vecchia dimora aveva risuscitato il vecchio tempo, ridestate le antiche voci. E una sincerità nuova, crudele pareva levarsi dal fondo di quel baratro nero, ch'ella involontariamente interrogava e che le rispondeva la verità. Tutto ciò ch'ella aveva scordato, negletto nel suo pensiero, si ridestò colla tortura d'un nuovo aspetto. Ella rammentò i primordi puri e beati, l'intorbidarsi primo della serenità del cuore e della coscienza, la prima menzogna, la prima bassa condiscendenza. E la vecchia celia, commessa così alla leggera, per ridere, scordata da tanto tempo, campeggiò nettamente in quella vertigine di ricordi angosciosi, parve capitanare tutte le altre avventure della sciupata esistenza di quegli anni, le vere cadute, le debolezze vergognose e codarde, i capricci insensati e dannosi, tutto ciò che a gradi a gradi aveva mutato e pervertito quel fiacco animo di donna, e resolo ciò ch'ella era oggidì, ciò che si sentiva ora chiaramente nella pace immutata e nella solitudine dell'antica dimora!
Curvò la testa sul davanzale e colle aride mani si costrinse la fronte. Per un minuto s'inabissò nel vuoto della sua disperazione. La sua perfetta immobilità parve una morte di più, nella quiete sepolcrale della notte.
S'alzò poscia, chiuse la finestra e si coricò.
Aveva seco un libro, e si provò a leggere, per conciliare il sonno o per distrarsi, ma non raggiunse nè l'uno scopo, nè l'altro. Le venne invece una strana ossessione. Le parve d'esser la Fulvia di allora, la sposa innamorata e felice.
A un tratto, di fuori prese a piovere. Ma, sulle prime, ella non riconobbe lo strepito della piova; balzò a sedere sul letto origliando, con un violento battito del cuore. Le goccie cadevano rade ancora, picchiavano regolari e frettolose sulla ghiaia del vialetto che correva sotto le finestre, imitando quasi lo strepito di un passo baldo, spigliato.
A Fulvia parve per un secondo il passo di Roberto. Tornava così, la sera tardi, dopo una seduta cogli amici al Leon d'Oro. Tornava, e lei, che lo aveva sì a lungo atteso, riconosceva il suo passo con un delizioso tremore. Diceva a sè stessa, esultando: è qui! Dava una rapida occhiata agli specchietti più vicini, le stava bene la cuffia, così? Si accomodava in fretta, poi giù, cogli occhi serrati, a finger di dormire per fargli dispetto, per esser destata, come al solito, con un gaio bacio. E mentre egli saliva le scale, il cuore di lei, quel folle, sciocco cuore batteva, batteva.
Ricadde a giacere, con un beffardo sorriso. La piova cadeva regolarmente ora, e non somigliava più ad un baldo passo.
Nella turbata mente di Fulvia era passata soltanto, come un razzo nella notte, l'immagine di Roberto, colla sua bellezza d'Apollo e col suo sorriso di amante. L'ombra era nuovamente infestata da un disordine di vacue larve. Ma torreggiante, distinta, perdurava la precisione d'un ricordo simile ad un incubo: la pallida faccia, la smorfia sentimentale e grottesca, gli occhi spiritati ed i lucidi ciuffi di maes Lattanzio.
* * *
La notte era trascorsa e l'ospite attesa, la grande ospite nera, non aveva puranco picchiato alla porta di maes Lattanzio. Un alto silenzio regnava nella casetta del docente, e nella sua camera pareva quasi avverarsi una sosta dell'angosciosa aspettazione. L'inquieta veglia finiva in una calma quasi serena.
Tutto in ordine, pulito e ravviato. Due seggiole accostate ai letto, un lavoro di donna tuttora giacente sul copripiedi, facevano fede d'una sorveglianza femminile e recente. La sera prima avevan recato il viatico, e la camera serbava ancora un leggero profumo d'incenso. Una coperta a fiorami era sciorinata sullo scrittoio, e i libri del maestro, ammonticchiati uno sull'altro, formavano una specie d'altarino, tuttora sormontato da un piccolo crocifisso.
L'ammalato era quieto, immobile nel letto pulitissimo e cogli occhi languidamente socchiusi, collo sguardo nitido ancora, ma già attonito, già stanco forse di trovarsi a contatto delle cose umane. La luce del giorno fatto entrava, grigia e malinconica, dalle finestre, solo a mezzo schermita dalle imposte accostate, e nel suo semi-chiarore moriva quello d'una lucernetta d'ottone a petrolio, tuttora accesa e posata a terra in un canto. Una donna, seduta davanti a un tavolino, dormiva. Il sonno doveva averla colta a tradimento. La mano distesa sul tavolino serrava un rosario intralciato fra le dita, e il capo posava con grave abbandono sull'avambraccio. Il respiro della dormiente suonava lieve e regolare; quello dell'ammalato aveva delle lunghe intermittenze; pareva per qualche secondo, cessare affatto, poi ricominciava, lievissimo dapprima, più forte poscia e quasi roco, alzandosi finalmente sino al diapason d'un piccolo rantolo. Poi, daccapo con quella strana, brusca interruzione.
Egli non dormiva. Viveva e sentiva. E tese l'orecchio, udendo, ben prima d'ogni altro, un passo leggerissimo, esitante, che veniva accostandosi alle scale poi un — Si può? — sommesso, che aspettava, e si ripeteva poscia, senza alzarsi oltre la misura di un bisbiglio.
Qualcosa come una leggera contrazione passò sul volto di maes Lattanzio; il suo sguardo ebbe un'attenzione intensa, quasi soprannaturale.
— Cesira! — egli chiamò — Cesira!
Quel filo di voce fu bastevole a destare la giovane. La persona ebbe una scossa brusca, il capo s'alzò con impeto, lo sguardo corse al letto con un'interrogazione angosciosa.
Rassicurata, la Cesira balzò in piedi, venne accanto al letto, chinando sull'ammalato la sua faccia stravolta.
— Sono qui, eccomi, ti occorre qualcosa?... Vuoi la Margina?
Ma egli scosse il capo. Accennò l'uscio, presso il quale il timido — Si può? — si iterava, dolce e musicale.
— Va ad aprire.
La Cesira obbedì. — Un momento dopo, campeggiò sulla soglia l'alta figura della contessa Fulvia di Monteforte.
Le due donne si ravvisarono subito, si guardarono incerte, quasi ostili, per un secondo. Ogni traccia di gioventù e di bellezza era scomparsa nella Cesira. Nei suoi poveri panni, la persona s'allungava, magrissima, ascetica quasi, nell'estremo affinamento delle forme. Ell'era pallida e vecchia. Stanca delle lunghe veglie, stanca di avere sì a lungo lottato per allontanare la morte. Stanca come Giacobbe, dopo la vana lotta coll'Angiolo.
La Contessa pure era pallida e sbattuta. Non aveva chiuso occhio, e solo un capriccio morboso e prepotente l'aveva chiamata colà. Ma la vita è così fatta che la Cesira, obbedendo al fascino d'un istinto, s'inchinò, mormorando una frase di saluto ossequiente, davanti a quella donna che per niente, per ridere, le aveva tutto tolto nella vita. Così il vicino povero salutò forse il vicino, padrone d'innumeri armenti, che gli aveva rapito l'unico agnello, per imbandirlo all'ospite suo.
— Come va? — chiese Fulvia a voce bassa.
Quella di Cesira non tremò, nè fu incerta nel rispondere. Essa alzò il capo, con una mossa altera e ribelle.
— Muore — disse laconicamente, raccogliendo le mani sul grembo.
* * *
Fulvia non poteva spiccarsi di là.
Margina, la sorella del maestro, scesa poc'anzi, le aveva accostato un seggiolone appiè del letto. Ella vi sedeva, immersa in una specie di fredda contemplazione, collo sguardo fisso sul morente. Egli giaceva disteso e composto. Sul candore del guanciale la zazzera incolta, cresciuta a dismisura, metteva un'ampia macchia d'un nero lucido d'inchiostro. Il volto era mutato, ma riconoscibile; serbava tuttora l'impronta della crucciosa caricatura dell'espressione. Lo sguardo errava attorno alla Contessa, con visibile sforzo, assumendo una strana indole di dubbiosità. Una mano, del colore della cera, posava quieta, lunghissima, sulla rimboccatura del lenzuolo.
La Cesira s'era messa a fianco del guanciale, la sua posa era dura, rigida; ella pareva davvero una sentinella della morte. La Margina s'era allontanata alquanto; piangeva, col volto rivolto verso la finestra. Ma le sue lacrime scorrevano senza strepito. Il solo che s'udisse era quello rotto, incalzante del respiro di maes Lattanzio, quella vicenda alternata di crescendo e diminuendo, la solfa, quasi musicale, dell'ultimo appello.
* * *
Non andò guari che la piccola camera fu quasi piena di gente.
Gli amici, venuti per udire l'annunzio della sua morte, salirono, udendo con sorpresa come egli fosse ancor vivo. Ma l'aspetto di lui non valse a rasserenarli, ed essi rimasero senza parola dinanzi a lui, e dinanzi alla strana visitatrice che sedeva immobile, taciturna, appiè del letto. Come mai... la Contessa?...
E quel silenzio sì grave, sì assoluto impressionava i sopraggiunti. La grossa persona di Pietro si dissimulava dietro il tavolo, e Giovannino Prè chiedeva notizie alla Cesira, abbassando la voce sino ad un susurro. La faccia dell'ex sindaco era tutta un tremito di piccoli contorcimenti nervosi. Don Giulio conferiva in segreto colla Margina. Le pareva... sarebbe ora per gli olii santi?..
A un tratto, con una mossa che non diè strepito di sorta, la Contessa si alzò e si fece presso al malato, per salutarlo. Depose la destra inguantata sulla nuda e livida destra di lui.
Allora accadde una strana cosa... La mano di Lattanzio, con una lentezza stecchita di movimento, si ritrasse..., si alzò, si sovrappose, _essa_, sulla mano di Fulvia.
La Contessa taceva e non si moveva, come se quel contatto l'avesse tutta impietrita. Un ipnotismo generale inchiodava su quelle due mani, così unite, tutti gli sguardi degli astanti.
Maes Lattanzio sollevò alquanto il capo, e il suo sguardo, lottante colla prossima tenebra, si confisse in quello della Contessa. Dalle sue labbra violacee, che parevano ogni secondo più ritrarsi di fianco alle gengive, escì netta, precisa, una domanda: — Era vero?
Una vampa di fuoco passò sul volto di Fulvia, lasciandolo poscia d'un pallore appena secondo a quello del morente. La sua persona ebbe un piccolo spasimo visibile. Esitò un secondo...., e ciò ch'ella visse in quel secondo le sarà forse contato nel gran giorno.
Ma l'errore, l'esitanza, tutto fu vinto.
— Sì, — disse chiaro, lentamente — Era vero.
Allora egli, con un inesprimibile sforzo, rimosse lo sguardo da lei e guardò Giovannino Prè. E nella contrazione convulsa delle fattezze che si alteravano rapidamente, nei prodromi faticosi della fine, un sorriso funebre e grottesco, un sorriso di trionfo e di scherno, si disegnò sulla bocca di lui.
Si disegnò e rimase.
* * *
Poche ore dopo, la Contessa partiva. Temeva di perdere il treno, e il vetturino, lo stesso che l'aveva condotta, costringeva alacremente al corso la magra cavalla. Il legnetto fuggiva, sobbalzando forte sulla strada maestra. E come se tuttora lo inseguisse, giungeva sempre più fievole dal paese, discosto ormai e celato dalle alture, il rintocco lento di un'agonia!...
Gita Estiva.
I.
A Firenze, in un caldo meriggio di giugno. Passando a caso per _quella_ via il barone Leonardo Folgardi alzò lo sguardo verso il palazzo e vide aperte alcune finestre del primo piano.
Attraversò la via, varcò la soglia del portone ed entrò in portineria per chieder ragguagli.
La portinaja non ne fu avara. Donna Costanza era in città da due giorni, sola. — La contessa Clelia era rimasta in villa a Terbeno. Desiderava far passare ambasciata?
Egli rimase alquanto perplesso. Desiderava di riverir donna Costanza, certamente, e gli pareva strano ch'ella non lo avesse fatto avvertito del suo passaggio in città.
— Riceve donna Costanza? — chiese finalmente.
La portinaia esitò alla sua volta. Veramente, aveva ricevuto ordini.... Ma trattandosi di lui, proverebbe.
Si accostò al portavoce e la chioccia frase s'ingolfò nel tubo.
Dopo un istante di attesa la donna si voltò e disse:
— Passi, signor Barone.
Leonardo salì il ricco scalone di marmo e trovò sul pianerottolo Gaetano, il vecchio domestico, il quale lo salutò col rispetto dovuto ad un intimo amico di casa e lo informò che donna Costanza contava di ripartire all'indomani mattina.