Vita mondana

Part 11

Chapter 113,725 wordsPublic domain

Sulla piattaforma della piccola stazione, la viaggiatrice, testè discesa da una carrozza di prima classe, rimase immobile, come incerta. Nessuno degli impiegati la conosceva. Era sola e non aveva bagaglio. Una borsa da viaggio ricchissima. Inglese, attillata la foggia della spolverina. Un ampio velo marrone le era calato sul volto non più freschissimo, ma fino ed affascinante. E, nel complesso della persona, come nel più minuto dei particolari, era in lei il marchio inimitabile della vera signora, la rivelazione di tutte le raffinatezze di un'esistenza finamente mondana.

Qualcosa pure, però, d'una stanchezza languida ed uggita.

S'avviò con lento passo verso l'uscita. Nel varcarla, chiese al bigliettario:

— Ci sarebbe una carrozza per recarsi in paese?

— Sì, signora. È venuto il vetturino. Guardi.

Davanti all'entrata esterna della stazione, stava infatti uno sgangherato calessino e un giovanotto sventolava, con un fazzoletto di cotone azzurro, i fianchi d'una vecchia cavalla, corsi da continui scotimenti nervosi, sotto le rabbiose punture delle mosche cavalline.

— Comanda, signora? — chiese alacremente il giovane, agitando lo scudiscio davanti a lei, che, nuovamente immobile, guardava la campagna circostante, come per orientarsi.

— Comanda, signora?

A quel secondo appello, ella si scosse e fece un cenno di adesione, senz'altro.

Il vetturino era già in serpa. Si voltò:

— Dove comanda?

— Monteforte, alla villa.

Un _ahoo_ imperioso, una chioccata di frusta, e via.

La strada era bella, tutta vaghezza di colli e pompa autunnale di campagna. Ma pareva triste in quel giorno senza sole, nella bianchezza afosa del tempo rannuvolato.

La signora interpellò ad un tratto il cocchiere:

— Siete il solo vetturino di Monteforte?

L'uomo, un buon diavolaccio, che amava le chiacchiere coi suoi clienti, rispose prontamente:

— Sì, signora! E ce n'è anche di troppo, coi bei tempi che corrono, e queste ferrovie e tram che si cacciano dappertutto. Son cinque anni che abbiamo la stazione. Per quel che fa, potevan lasciar di farla e di rovinar noi altri poveretti. Non c'è commercio da queste parti. Miseria grande, e altro.

— Non ci sono signori, dunque?

— Oh di quelli ce ne sono... Ma son tutti signori di denari, soltanto, son venuti su dal niente e taglierebbero un quattrino in croce. C'era bensì, una volta, una casata di signori veri, i conti di Monteforte, che venivano l'autunno; allora si stava allegri e andava bene per tutti, ma adesso...

— Adesso? — continuò la signora, che pareva prendere un certo interessamento al colloquio.

— Adesso la cuccagna è finita. Da quindici anni, non ci vengono più, e chi la fa grassa sono gli agenti e i fittabili.

— Lo so — disse la signora. E davvero lo sapeva.

— Mah! — proseguì il vetturino. — Succede sempre così, a non guardarci. I padroni non capitavano mai... mangia tu che mangio anch'io; fatto sta che ora la casa e i terreni, è tutta in vendita.

— Lo so — disse ancora la signora. Tacque, rannuvolata in viso.

Il vetturino ebbe un lampo d'ispirazione. Quella era venuta per visitar la villa, per comperarla, s'era di suo genio.

Contento della sua trovata, prese a lodare con astuzia diplomatica il paese, l'aria, i terreni, la campagna.

— Brava gente, sa... rispettosi, lavoratori. Tante persone pulite, fior di gente! Il prevosto, il coadiutore, il curato... C'era un certo Don Giulio, un po' vecchio ormai, ma ch'era sempre il maneggione di tutto. Famoso pei malati e per scongiurar le talpe. Corpo!... non c'era il compagno. Poi un curatino...

S'interruppe ad un tratto ed arrestò la cavalla.

— Guardi, signora. Di qui si vede bene. Quella è la villa.

Accennava, collo scudiscio, un'amenissima altura, e, a mezzo del pendio di questa, un vasto caseggiato signorile, attorniato da un ampio giardino. Un lungo viale di ippocastani finiva dinanzi al portone della casa, e davanti alla facciata meridionale di questa si stendeva un'ampia terrazza, cinta d'una balaustra di ferro leggiadramente intagliata e coperta di arrampicanti. I portoni serrati, le finestre chiuse tutte quante.

La signora si rizzò a sedere sui cuscini e fissò a lungo gli sguardi su quella villa.

— Bel luogo... eh!... — suggerì il vetturino. — Vedrà all'interno poi, che bellezza, che specchi, che mobili! Io veramente non ci sono mai stato; ma mio padre, che ci andava sempre per portar le lettere ai signori...

— Che! — interruppe vivamente la viaggiatrice — sareste mai il figliuolo del Gaspare?

Il vetturino si voltò, meravigliato.

— Per l'appunto. Ma allora, scusi..., lei ci è stata da queste parti?

La signora chinò il capo, con un fare svogliato e s'allungò sui cuscini.

Per un buon tratto di strada, fu silenzio. La cavalla trotterellava, scotendosi dietro la carrozza sul terreno disuguale e sassoso. La signora non reagiva punto contro i villani sobbalzi, dovuti alle pessime molle del legno, la sua persona abbandonata pareva anzi assecondare quelle brusche scosse.

Un giovane, di civile aspetto, passò sulla via, gettando nell'interno della carrozza uno sguardo attonito e curioso che corse poscia ad interrogare il cocchiere.

Questi scosse il manico della sferza, per salutare il giovane, e lo interpellò ad alta voce:

— E così?

L'altro alzò le spalle, con un gesto espressivo.

— È andato? — insistè il vetturino.

— No... ma poco ci manca.

Non ebbe tempo di dir altro; rimase addietro sulla strada..

— È un mio cugino che sta male — disse bonariamente il vetturino. — E quello lì è il nostro dottorino, vede! Gli ho chiesto... perchè quel poveretto, quello che sta male, sarebbe proprio ora che se ne andasse!

Ella sorrise alquanto.

— È molto vecchio? — chiese.

— Oh no! sulla quarantina, se pure. Ma è mezzo... — Si voltò, e recò la mano alla fronte, sventolandola energicamente. — Sono due anni ch'è ammalato, e tre mesi che sta a letto. È ridotto che fa paura. Ma era un bravo giovane, sa?... di talento, di studio; meno che non aveva la testa a casa. Dicono che fosse diventato così per uno scherzo che gli fecero dei buontemponi del paese, anni addietro, d'intesa coi signori qui della villa... dei signori giovani, che ridevano volentieri!

La signora si rizzò bruscamente a sedere.

— Come si chiama? — scattò a chiedere.

— Si chiama Lattanzio. Il _maes_ Lattanzio, che insegnava alle Comunali. Bravissimo del suo mestiere, faceva anche delle poesie! Ma!... era sempre stato una testa un po' matta. Dico io!... andar a immaginarsi che la signora Contessa....

Una brusca interrogazione gli troncò a mezzo la frase:

— Siamo ancor lontani dalla villa?

— No, signora — rispose attonito il vetturino — un mezzo chilometro, a dir molto.

— Spicciati; ho fretta.

L'accento era sì duro, sì imperioso che il loquace vetturino ammutolì e la punta dello scudiscio accarezzò le orecchie della cavalla.

— Che tipo curioso! — pensò il giovane — ora sa, ora chiede, ora vuole, ora non vuole. Chi diamine può essere?

Lo seppe poco dopo, quando furono all'entrata del viale e quando il vecchio custode, capitato finalmente, dopo lunghe chiamate, col mazzo delle chiavi, per aprire il cancello, se le lasciò cader di mano, in atto d'altissima meraviglia, udendo una nota frase sulle labbra della signora che scendeva dal legnetto. Non certo ancora, aguzzò lo sguardo ansiosamente. Ella, ridendo, rimosse il velo... Allora il vecchio giunse le mani e sclamò, gridò quasi:

— Ah Madonna! è proprio lei... la padrona!

— Corpo! — pensò il vetturino, inebetito dalla meraviglia. — E io che la piglio per un'acquirente, e a momenti le conto la storia di maes Lattanzio!...

* * *

Proprio lei... in persona... la contessa Fulvia di Monteforte. La fattora l'accompagnava in casa, sbarrava gli usci, spalancava le imposte nelle sale a terreno, suscitando galoppi udibili di sorci e fughe disperate di grossi ragni. Il tanfo del rinchiuso si esalava caldo e nauseante, la rabescatura bianchiccia del salnitro si accusava sui pavimenti e sugli zoccoli delle pareti e da esse pareva emanare una piccola frescura, acuta e malsana. Informi cataste di mobili avvolti in vecchie tele, rompevano qua e là il nudo e il vuoto degli ambienti.

L'assenza dei padroni era stata pretesto a qualche usurpazione dei custodi. In un piccolo _boudoir_ chinese, un odore acre, intollerabile, rivelava la presenza del raccolto dell'aglio. Il fattore aveva impiantato nello stanzino del bagno una specie di rustico studiolo. In una vasta antisala, dipinta a fresco, eran rizzate delle tavole di graticci a più piani, sui quali era distesa l'uva, fresca ancora della recente vendemmia; ma l'ingrato odore dei bozzoli, che avevan primi occupato il luogo, perdurava.

Le fine nari della Contessa ebbero delle non dubbie vibrazioni, ma essa nulla espresse del suo scontento, se pure ne risentì. Solo un istante, come se sentisse bisogno dell'aria pura, venne fuori, e diede un'occhiata al terrazzo.

Peggio che mai! L'incuria dei fattori, il vandalismo dei villani avevan presto avuta ragione della regolarità leggiadra dei comparti; la gramigna aveva invase e divorate le macchie, e i fagiuoli coprivano, colla tenacità dei loro tenui steli attorcigliati, le cime degli arbusti di lusso; le bordature eran diventate di prezzemolo e di insalata, e dai grandi vasi di limoni si riversava un'arruffata vegetazione di pomidoro. Solo il gelsomino e i due rosai, piantati appiè delle colonne del porticato, avevan vissuto per conto proprio, a dispetto dell'incuria. I rosai erano in piena fioritura, e il gelsomino era tutto in vaga costellazione bianca, e un cespo d'amorino, alla base d'uno dei rosai, metteva la sua nota pura ed intensa in quel terzetto di profumi. Un vecchio montone, sporco, colla lana arruffata, pascolava e dava capate in un piccolo recinto di vecchie canne di granoturco, addossato al piedestallo d'una muschiosa statua di Bacco. Su una cordicella tesa fra due colonne del porticato, asciugava, all'afa delle ore meridiane, tutto un bucatino di robicciuole infantili.

L'agente, che un ragazzo era andato a chiamare, capitò in fretta e furia, accatastando scuse e complimenti. Era ai prati, pel terzaruolo.

La Contessa congedò la fattora. E così, sui due piedi, l'agente seppe che la villa e la tenuta erano state definitivamente vendute a certi fratelli Robins, industriali. Nella vendita era pur compreso il mobilio, ma, per una convenzione speciale col marito, la Contessa aveva diritto a rilevare quanto le piacesse del detto mobilio, a prezzo di stima.

Era venuta per dare le sue disposizioni in proposito. Si tratterrebbe un giorno soltanto. Lascerebbe a lui la lista dei capi prescelti, e sarebbe sua cura lo spedirli...

— A Milano? — suggerì premurosamente l'agente.

No.... nè a Milano, nè alla villa sul lago. A un indirizzo nuovo che avrebbe mandato poi.

Il ricordo d'una bizzarra diceria, penetrata sino a Monteforte, sul crescente disaccordo fra la contessa Fulvia ed il marito, tornò repentino alla mente del signor Perelli, l'agente. Ma non ne fè cenno alcuno, naturalmente.... aveva ben altro pel capo, poveraccio.

Tentò invece di esprimere un decente rammarico per l'avvenimento, che lo separava dai suoi riveriti padroni. Ma il freddo contegno della signora non lo incoraggiava a grandi espansioni di rammarico. Due cure martellavano il buon uomo: la inevitabile resa dei conti e la curiosità di sapere che sorta di roba sarebbero i nuovi padroni. Stava lì, non sapendo come congedarsi dopo quel po' po' di notizia. La osservava perplesso, girando i pollici delle mani incrociate, trovandola magra, invecchiata, con una ciera brutta.... O che aveva da guardarlo così? Poichè ella, distratta, lo fissava con aspra attenzione, pensando alle dilapidazioni che rimarrebbero senza castigo.

Si congedò finalmente con grandi inchini e con grande senso di sollievo. Era già in giardino, quando s'avvide d'essersi scordato di offrire la sua governante pei servigi della signora Contessa. Fu lì lì per tornare indietro. Ma diè una buona crollata di spalle. Oh s'ingegnasse un po' anche lei. Tanto, non era più la padrona. Scuserebbe la fattora!

Scusava infatti, la fattora; ma che croce era mai, la buona donna, con quel suo mulinello di parole! Una ossessione, quelle sue continue domande.

— La illustrissima signora Contessa comanda di pranzare? A che ora?...

— Alle quattro. Facessero venire qualcosa dalla Trattoria del Leon d'Oro...

— E dormire? La illustrissima signora comandava?

La illustrissima ebbe un brusco moto d'impazienza.

— Dovunque, non importa. Per una notte sola.

— Oh Signore! Solo per una notte, proprio? Dopo tanto che non venivano, e ch'eran tanto desiderati?...

Di questo, a dir vero, la Contessa non s'era accorta. Le pareva che Monteforte avesse fatto benissimo i fatti suoi senza di loro. Ed ella era scontenta d'esser venuta.

La negletta casa le era parsa una tomba; tutto in essa era triste, mal destato, dopo quindici anni di vuoto e di sonno. Desinò sola, nel tinello grande, ove la fattora aveva voluto apparecchiare. Mangiò poco, serbando un silenzio quasi accigliato, che contrastava coll'incessante cicaleccio della buona donna. Lo ruppe solo, quasi involontariamente, quando udì annunziare, fra gli altri avvenimenti, la disgrazia del maes Lattanzio.

— Ma non è ancor morto! — disse vivacemente.

— No, ma quasi. In agonia, si può dire, da quindici giorni. Quanti soldi era costata la sua malattia! E che vite gli avevan fatte quelle due donne, la sorella e la cugina Cesira!

Quel nome non giunse nuovo alla Contessa.

— Una bella giovine, nevvero? la fidanzata di maes Lattanzio? Ma non s'erano sposati?...

— Mai più. Lui non aveva voluto più saperne quando s'era cominciato a scaldar la testa. Lei, per la gran passione, fece una malattia e non volle sposar più nessuno. Quando furono morti tutti i suoi e il Lattanzio cominciò a star male, ella venne in casa, come serva della sorella di lui. Tanti la criticarono e le tolsero il saluto. Ma ormai era vecchia e brutta, poteva anche farlo. E adesso vedesse cos'è diventata... a furia di nottate e di strapazzi.

La Contessa chiese il caffè, che le fu recato trionfalmente dalla fattora. L'aveva fatto lei ed era un'abbominevole cosa. Ma Fulvia non s'inquietò e non disse nulla. Tanto, era l'ultima volta.

— Per fortuna! — pensò con un piccolo brivido.

* * *

Curiosità, o senso di dovere. I notabili del paese vennero, in corpo, a riverire la signora Contessa. Essa li vide farsi avanti sul viale. Solo a misura che s'accostavano, avvertì i mutamenti ed i vuoti. Don Giulio, il prete che non aveva rivali per scongiurar le talpe, s'era fatto tutto bianco, ma la robustezza portentosa della tempra serbava alle forti membra, alle marcate fattezze l'antico marchio, quasi brutale, di forza e di energia. Piero Massini, il ricco fittabile, già così grosso, s'era fatto enorme ora, e camminava a stento, come un vecchio bue. Il tempo pareva invece aver sempre più assottigliati i contorni della scarsa persona del signor Tapretti, l'ex-sindaco, e la mobilità nervosa, fuggente, dello sguardo palesava sempre la nota fondamentale del carattere, una conigliesca insana paura di tutto. Il famoso Giovannino Prè, il bell'umore, il brillante della compagnia, proprietario-dell'albergo del Leon d'Oro, c'era non solo, ma non pareva punto invecchiato; portava ancor bene la snella persona di ex-militare e la sua faccia accesa, sensuale, aveva serbata la ilarità maligna di canzonatore spietato, sempre a caccia di grosse mistificazioni. Fra i mancanti, il farmacista pettegolo, famoso per le sue distrazioni, il vecchio dottore, facile al bicchiere e celebre per le sue imprese amorose. Mancavano pure l'astuto, malefico segretario, e il maestro di scuola, maes Lattanzio. Fulvia pensò a lui, e lo rivide col pensiero. Rivide l'esile persona, il pallore malsano, le acute fattezze del magrissimo volto, adombrato da una zazzera divisa in due portentosi ciuffi, ondulati e lucenti. Vide il suo sguardo ardente e spiritato, quell'indefinibile assieme di pretesa, di sussiego, di timidità; rammentò le sue frasi ampollose, arzigogolate, il suo fare tra impacciato e impudente, quei suoi scatti nervosi che avean del convulso. Sorrise per un secondo, evocando quella grottesca figura di pedagogo sentimentale, poi aggrottò le ciglia, pensando che egli, che il Giovannino Prè, che tutti gli altri di quella volgare combriccola di buontemponi erano stati per un anno intero ospiti quotidiani della villa. Rammentò l'acre avversione che aveva dapprima provata per la loro compagnia. Ma Roberto non tollerava la solitudine. Rideva di sua moglie e delle sue riluttanze, trovava ridicole le sue arie scandalezzate, fuor di luogo affatto: Naturalmente, eran gente impossibile, villani rifatti. Ma giacche non c'era altro, bisognava prenderli com'erano, e giovarsene, per non morir di noia. Sinchè si stava in campagna, bisognava adattarsi.

Fulvia aveva capita la lezione e coll'andar del tempo aveva finito coll'adattarsi anch'essa. Non si ribellava più contro la noia di quelle insulse conversazioni, contro il ridicolo del grossolano incenso delle adulazioni, le bizze, i pettegolezzi, le acri piccinerie, le volgarità serene, inconscie, dei suoi ospiti. Roberto, lietissimo, rideva di loro e se li aveva sempre d'attorno. Una gaia brigata; questo sì, sollazzevoli, a modo loro. Si facevano l'un coll'altro degli scherzi gustosissimi, che Roberto incitava e che lo facevan sbellicar dalle risa. Il Giovannino Prè era famoso per le trovate... certe finte citazioni al farmacista, all'ex-sindaco, tanto pauroso, degli spauracchi da fargli venir la terzana. E così, a furia di pensarne e di farne, era andato ad inventare la più bella fra tutte le celie, quella di persuadere maes Lattanzio che la contessa Fulvia fosse segretamente innamorata di lui!...

A dir vero, maes Lattanzio era un soggetto: unico per ogni specie di mistificazione. Malsano di mente e di corpo, estroso, un misto di strane audacie e di codardie, coll'immaginazione male in arnese, con un vacuo disordine di sogni e di aspirazioni. Era grottesco in tutto, nell'aspetto e nei modi; solenne nel parlare, pedantesco, con una spruzzatura di sentimentalismo, che dava l'ultima mano di ridicolo a quella infelice macchietta di pedagogo.

Sulle prime la Contessa aveva preso a proteggerlo, vedendolo fatto segno ai dileggi dei buoni amici. Lo aveva fatto per buon cuore e per spirito di contraddizione, sbadatamente; si divertiva della sua gonfia gratitudine, dell'ammirazione svenevole ch'egli le tributava. Non s'era nemmeno accorta dell'esaltamento vago, indeterminato, che la stessa bontà di lei aveva messo in quel povero cervello. Non avvertiva ch'egli diventava ogni giorno più brutto, che i suoi ciuffi prendevano delle dimensioni sempre più torreggianti, e che gli sguardi, già un po' loschi, del povero maestro avevano delle contorsioni sentimentali del più bell'effetto.... Ma, in vece sua, se ne accorsero gli amici e Roberto, il quale apprese pel primo, a Fulvia, ridendo come un matto, la bella conquista da lei fatta. E Giovannino Prè, cogli altri amici, ordirono tutto il piano della congiura. Si circuì l'infelice, si soffiò a piene gote nel suo focherello, a piene mani vi si gettò esca e paglia; tanto si disse e si fece, ch'egli finì col cader nella rete. Confidò a Giovannino il suo amore per la Contessa, e il Giovannino finì col confidargli ch'egli aveva forti motivi di credere che la Contessa nutrisse pure una segreta, ma violenta passione per l'erudito maes Lattanzio.

Figurarsi l'infelice maestrucolo!... Quel po' di buon senso, ch'egli poteva aver serbato, naufragò completamente nella piena dello smisurato suo trionfo. Egli credette. Tutto abboccò ciecamente di quell'esca grossolana e crudele. Una spina soltanto in quella grandinata di rose... la troppo giusta gelosia del marito.

Roberto figurava d'esser solo insospettito. Ogni tanto, saettava occhiatacce truci al maestro, che allibiva. E dopo queste scene mute, quando maes Lattanzio, sgomentato, se la batteva discretamente, perchè non succedessero disgrazie, quale immenso scoppio d'ilarità fra i congiurati! Come rifacevano le mosse, gli attucci, il contrasto di mimica amorosa e cauta di quell'imbecille. Tanto che la Contessa doveva finire col ridere anche lei del successo della celia.... Ella pure vi recitava la sua particina. La recitava maluccio, esagerandola, come tutte le esordienti; ma il maes Lattanzio, nella serenità del suo convincimento, non badava pel sottile: credeva e tirava via! E così il divertimento si prolungò all'infinito. Solo quando ne furon sazi, quando si vide il Maestro pressochè esasperato dalle speranze sempre deluse dal caso, si combinò con vera abilità una specie di catastrofe. Una lettera intercettata, le smanie gelose di Roberto, che giurava di sterminar l'audace..., la disperazione, le lagrime dell'innamorata Contessa..., la possibilità, anzi l'inevitabilità di un duello. Il Giovannino aveva quasi rapito il Lattanzio, l'aveva costretto ad allontanarsi, sinchè si fosse potuto placare l'adirato consorte. Il Maestro s'era generosamente adattato ad allontanarsi per salvare la Contessa, e intanto gli amici avrebbero placato il Conte. Intanto, invece, era venuta la fine della dimora in villa, il Conte e la Contessa erano partiti; e chi si rammentava più di maes Lattanzio e di Monteforte, nella gaia ed elegante baraonda d'un carnevale passato a Napoli? Solo per qualche tempo i due sposi rammentarono, ogni tanto, ridendo, quell'episodio. Poi venne un tempo in cui Fulvia e Roberto non risero più assieme. Ognuno rideva ormai per conto suo, e non certo a proposito di una vecchia celia, scordata da entrambi!

Ma lì, in paese, la ricordavano sempre, e, durante la visita dei notabili, tornò in campo anch'essa, frammezzo ai ricordi dei lieti giorni e ai rammarichi per la lunga assenza dei signori. Quanto si erano divertiti, quanto avevan riso alle spalle di quel povero maestro Lattanzio, eh! eh!

Ridevano ancora, in coro, con dei grossi scoppi d'ilarità chiassona, triviale, ai quali la Contessa non era più abituata, e che determinavano nell'intimo suo delle lievi crispazioni nervose. Pure, per un acre senso di curiosità, ascoltava non solo, ma interrogava.

— Ah! E poi, cos'era accaduto?

Il Giovannino Prè la informò minutamente di tutto, con grande compiacenza. Era accaduto che quel poveretto, tornando dall'esiglio e non trovando più la signora contessa, era rimasto «di carta», e s'era disperato. Poi, un po' per la paura avuta, un po' per lo strapazzo del correr dietro a quell'eterno appuntamento sempre mandato a male da un caso impreveduto, s'era buscata una fiera malattia, e poco mancò non andasse al mondo di là sin d'allora. Poi, quando fu ben guarito, gli amici dissero ch'era stata tutta una buffonata, una cosa per ridere. Credevano di fargli un bene... eh! una carità perchè si desse pace.

— Già!... E lui?

— Lui invece... la prese tutta a rovescio. Avesse visto che occhi, che furie! Diventò come disperato; cominciò a far il diavolo in casa, in scuola. Già, era sempre stato un po' strambo; ma d'allora in poi divenne così inquieto che alcuni parlavano di farlo ritirare, ma i suoi non vollero. Sua sorella e sua cugina, una giovane ch'egli doveva sposare... la Cesira... si ricorda?...

Ella assentì con un cenno. — E poi?

— E poi, rimase sempre così, come scombussolato nel cervello; ma a poco a poco diventò più quieto. Tutti lo canzonavano, si sa, ma egli canzonava noi, dicendo che s'era benissimo accorto della nostra malignità, che parlavamo per invidia, mentre tutto ciò ch'era accaduto era vero verissimo. E per quanto gli dicessimo, non si volle mai ricredere. Sicchè, può immaginare quanto abbiam riso ancora!

— Però — disse timidamente il fittabile Massini — dopo si persuase.

— Si persuase un corno — ribattè vivacemente Giovannino. — Non parlò più, perchè noi gli eravamo subito addosso a minchionarlo; ma faceva certe faccie... che si capiva che nel suo cuore, era certo... certissimo, benchè...