Part 3
65. Guarino in quel suo giro del 1415 toccò Padova, dove s'incontrò con alcuni del circolo letterato ferrarese, seppure non prolungò il viaggio fin proprio a Ferrara. Le relazioni tra Ferrara e Venezia erano molto amichevoli. Era marchese allora di Ferrara Niccolò d'Este, fautore dei buoni studi, il quale veniva di quando in quando a Venezia per assistere alle feste pubbliche e ai tornei; e c'era stato giusto di fresco nell'aprile del 1415 accompagnato dal suo aiutante Uguccione dei Contrari e forse anche dal cavaliere Alberto della Sale suo condottiero. In quella e in altre occasioni Guarino potè incontrarsi con quei signori, qualcuno dei quali era anche dilettante di letteratura, come il cavaliere della Sale.
66. Negli ultimi anni del secolo XIV le condizioni della cultura in Ferrara non erano troppo floride, giacchè il Vergerio non conosceva che un nome che in quel tempo (1392) facesse onore agli studi, Bartolomeo da Saliceto. Le condizioni si migliorarono certo con la riapertura dello Studio nel 1402. Negli anni 1411 e 1412 fece capolino a Ferrara il Barzizza, che aveva mandato colà la numerosa sua famiglia, sia perchè a Padova il vitto costava troppo caro, sia perchè l'invasione degli Ungheri aveva portato lo scompiglio nelle città del Veneto. In quelle visite il Barzizza conobbe molti personaggi della corte e pare che ne abbia ricevuta buona impressione. Viveva ancora, ma decrepito, Donato degli Albanzani, già segretario degli Estensi e istitutore di Niccolò III. Vi era il suo amico Lodovico conte di S. Bonifacio, studioso dei classici latini e specialmente dei moralisti; vi conobbe Uguccione dei Contrari e strinse relazione con Bartolomeo Mella, referendario del marchese.
67. Che qualche traccia non lasci il contatto, sia pur passeggiero, di un umanista come il Barzizza, non si può negare; perchè un certo impulso vien sempre dato, il quale si alimenta poi con la corrispondenza epistolare. Ma più che il Barzizza lasciò traccia la corrispondenza epistolare e la relazione personale di Guarino. Giacomo Zilioli, che fu più tardi consigliere intimo del marchese, deve certo a Guarino, se divenne liberal mecenate degli studiosi. E col giurista Niccolò Pirondoli e specialmente col medico Ugo Mazzolati avviò Guarino viva corrispondenza, che giovò moltissimo a promuovere gli studi in Ferrara.
68. Col mezzo di comuni amici che andavano e venivano da Ferrara, come Francesco Bracco, i Ferraresi erano messi a parte delle produzioni letterarie che uscivano in Venezia. Così l'orazione del Giuliani e le lettere di Guarino sulla morte del Crisolora e il _De re uxoria_ del Barbaro furono a suo tempo trasmesse a Ferrara. Così Ugo Mazzolati riceveva le versioni da Plutarco di Guarino e da lui si faceva emendar codici. Ugo pose tale affetto a Guarino, gli pose tale stima, che lo chiamava padre e si affliggeva se da lui non ricevesse almeno una lettera al mese. A Ferrara godeva la stima di Guarino un altro medico, Bartolomeo Mainenti; e ivi si trovò per qualche anno il grammatico Cristoforo Parma, amico del Mazzolati.
69. Mentre Guarino moltiplicava e intrecciava così la sua attività e le sue relazioni con Padova, Costanza, Vicenza, Verona, Ferrara, ferveva il lavoro e l'operosità nella sua scuola a Venezia, dove i suoi alunni facevano rapidi progressi e producevano ottimi frutti. Abbiamo parlato dell'orazione funebre del Giuliani; nè fu la sola, perchè egli ne compose un'altra in morte dello zio Paolo. Nel testamento però lo zio aveva vietato qualunque pompa funebre e l'orazione non fu recitata; il che non impedì a Guarino di pubblicarla all'insaputa dell'autore mentre era a Costanza. Nel 1418 il Giustinian recitò l'orazione funebre per Carlo Zen; due orazioni, l'una funebre in morte del diletto Corradini, rapito nel fior dell'età all'affetto degli amici, l'altra per la laurea del Perugino Guidaloti, avea pronunziate il Barbaro nel 1416 a Padova. Il Barbaro levò assai più rumore per un altro lavoro, il _De re uxoria_, uscito verso il maggio del 1416 e dedicato all'amico Lorenzo dei Medici in occasione delle sue nozze.
70. Questo opuscolo morale, scritto in venticinque giorni, tratta delle principali questioni attinenti al matrimonio: della sua essenza, della economia domestica, del coito, dell'allevamento dei figli. Si intende da sè che le massime non sono attinte alla pratica, ma all'erudizione del suo precettore; però un elemento pratico c'era, quello attinto al senno e all'esperienza di Zaccaria Trevisan, morto tre anni innanzi, uomo ascoltato sempre con affettuosa riverenza dal giovinetto Barbaro. In quel libro egli depositò tutta l'erudizione latina e greca, che aveva acquistato nei due anni di scuola di Guarino. Erano purtroppo lavori di semplice parata, condotti sugli esemplari classici, senza anima e senza sentimento, senza un alito di quella vita che allora viveano; la sola parte lodevole e durevole era l'acume dell'ingegno e la vivacità della forma.
71. Il Barbaro fece nè più nè meno di quello che s'aspettava il Barzizza, gran fabbro di lettere esercitatorie e di orazioni accademiche. Il Barzizza infatti saputo della pubblicazione di quel trattato, ne scrisse al Barbaro domandandogliene una copia. «Attendo la tua Res uxoria, che sento aver tu pubblicato testè. E mi si dice anche che il lavoro risponda degnamente al tuo ingegno e ai tuoi studi. Non dubito punto che esso sia scritto con senno ed eleganza; giacchè l'avrai certamente infiorato in molti luoghi di sentenze latine e greche; ma desidero vederlo per poterlo giudicare più col mio giudizio che con quello degli altri.»
72. Primo a riceverne copia fu naturalmente Lorenzo dei Medici e da lui gli amici fiorentini che lo lodarono. L'ebbe e lo ammirò Niccolò Pirondoli a Ferrara. A Costanza Guarino lo mandò allo Zabarella, presso cui lo lesse il Vergerio, il quale poi ne scrisse parole di grande elogio al medico veneziano Niccolò Leonardi. E da Guarino lo ricevette anche il Poggio, che lo passò al Rustici e a Biagio dei Guasconi. Il Poggio gli rispose che da quel saggio c'era da ripromettersi assai bene del giovinetto autore, ma che egli più che mai nel leggere il trattatello si era distolto dal pensiero di prender moglie, considerando i gravi pesi di quello stato.
73. Questo quanto riguarda i frutti dati negli studi latini. Nè minori furono quelli dati, specialmente tenuto conto della novità, negli studi greci, i quali anzi in Venezia ebbero un vero fondamento e ricevettero incremento solo per opera di Guarino. Tra la fine del 1415 e il principio del 1416 il Giustinian aveva tradotto il Cimone di Plutarco, rendendo così, come dice Guarino, testimonianza di gratitudine alla memoria del Crisolora, che primo aveva aperta la via alla cultura greca in Italia. Nel medesimo tempo il Barbaro tradusse l'_Aristide_ dello stesso Plutarco. Questi due primi saggi furono subito mandati a Verona al Salerno, che li avrà comunicati certamente agli amici di colà. Ben presto seguirono due nuove versioni da Plutarco: del _Lucullo_ per opera del Giustinian e del _Catone_ per opera del Barbaro. Le quattro vite erano già pubblicate nella fine del 1416 e vennero spedite al Traversari a Firenze e al Gualdo a Padova.
74. Questi studi greci, appunto perchè una novità, incontrarono qualche opposizione a Venezia. Organo di tale malcontento si fece Lorenzo Monaco, cancelliere di Creta, dando così il primo esempio della guerra, che diventò poi famosa, tra la letteratura greca e la latina. Lorenzo Monaco, già amico del Barbaro e ammiratore de' suoi lavori, quando lo vide tutto inteso agli studi greci, gli scrisse una lettera per dissuadernelo, cercando di mostrare che tanto lo studio del greco quanto le traduzioni dal greco erano inutili. Il Barbaro replicò con una lettera assai vivace, nella quale sostiene la necessità degli studi greci e l'utilità delle traduzioni dal greco, appoggiandosi all'autorità degli antichi e all'esempio dei più grandi traduttori moderni, Guarino e il Bruni. Di questa lettera Guarino mandò una copia al Gualdo a Padova, mentre da Firenze glie l'avea chiesta il Bruni, il quale, paladino come era degli studi greci, voleva entrare in lizza a rompere una lancia per essi.
75. La seconda metà del 1416 Venezia fu visitata dalla peste, lo spauracchio di Guarino, uomo forte e coraggioso, meno che davanti all'epidemia. Già sin dal maggio se ne vociferava e si diceva che Guarino in compagnia del Barbaro si sarebbero rifugiati a Firenze. Invece si rifugiarono a Padova, dove li troviamo al principio di luglio. Vi venne più tardi anche Zaccaria Barbaro con la famiglia e Vittorino da Feltre, che in quei giorni stava a Venezia. Nel tempo della sua dimora a Padova Guarino ricevette dal Poggio la famosa lettera sul supplizio di Girolamo da Praga e lo ricambiò con la sua sulla vittoria di Gallipoli.
76. Era ancora a Padova sul finire dell'anno, ma non pare sia sempre stato fermo colà, poichè almeno una volta fu certo a Verona. «Ho errato qua e là, egli scrive, come uno Scita e un Nomade». E di ciò si preoccupava non poco: «mi par mill'anni che finisca questa pestilenza e che noi possiamo tornare ai nostri studi; giacchè come il vomere non adoperato irrugginisce, così l'animo non esercitato illanguidisce. Ormai intorno alle tempie spuntano i capelli bianchi, la vecchiezza s'avanza (aveva allora 42 anni) a gran passi e lo scrigno è vuoto». Eppure c'era chi lo faceva ancora (come in fin dei conti era veramente) uomo fresco e voleva dargli moglie. Racconta egli che mentre stava a Padova vennero da lui alcune persone, che dopo un preambolo preso alla larga gli proposero un buon matrimonio. Guarino rispose celiando, che le mogli non gli piacevano, se non finchè erano mantenute dagli altri; che del resto la moglie egli l'aveva e cercava da un pezzo di far divorzio: questa moglie era la povertà. Ma il proposito negativo non durò molto tempo.
77. Di ritorno a Venezia nel 1417 tradusse il _Temistocle_ di Plutarco e lo dedicò a Carlo Zen, il quale, quantunque più che ottuagenario, trovava modo di occuparsi di letteratura; ma erano gli ultimi lampi di una vita agitata, spesa in pro' della patria; e il dì 8 maggio dell'anno seguente, 1418, chiuse la sua carriera mortale, accompagnato dalla parola calda ed eloquente del Giustinian, che gli recitò l'orazione funebre in mezzo all'ammirazione degli astanti. Assisteva un pubblico sceltissimo, tra cui anche gli amici della corte di Ferrara. Fu un nuovo trionfo per Guarino, il quale aveva ormai resi celebri i suoi tre migliori scolari, educandoli così in pari tempo a quella disinvoltura presso il pubblico, che è tanto necessaria a chi si applica all'amministrazione dello stato. E tutti e tre riuscirono uomini di stato, superiore a tutti il Barbaro, ma benemeriti anche il Giustinian e il Giuliani. Il Giuliani anzi era già entrato da prima nella carriera pubblica; e mentre studiava sotto Guarino aveva ottenuto l'ufficio di cassiere in Padova. Alla fine poi del 1417 lo incontriamo, probabilmente in qualità di ambasciatore della repubblica, a Costanza, dove si era pure recato da Padova il Barzizza, con la speranza forse di migliorare fortuna nella prossima elezione del nuovo pontefice, la quale dovea por termine allo scisma.
78. Per tal modo furono raddoppiate le relazioni, già sì frequenti e cordiali, tra Costanza e Venezia. Da Venezia infatti andavano di quando in quando ambasciatori a Costanza, come il Floro, che aveano amici comuni nelle due città; da Venezia partirono nel 1415 per il Concilio i cardinali veneti; da Venezia passò, diretto a Costanza, Carlo Malatesta, procuratore del pontefice veneto Gregorio XII. Tra Venezia e Costanza erano attivi gli scambi di lettere e codici col Poggio, il Vergerio, lo Zabarella, Bartolomeo da Montepulciano dall'una parte, con Guarino, il Barbaro, Niccolò Leonardi dall'altra.
79. La corte pontificia era giunta a Costanza il 28 ottobre 1414 con Giovanni XXIII e ne ripartì il 16 maggio 1418 con Martino V. Giovanni XXIII quando vide non potersi più sostenere di fronte al Concilio, fuggì di là il 19 marzo 1415, ma ripreso fu solennemente destituito il 29 maggio dello stesso anno. A questo atto ne seguì un altro il 4 luglio 1415, cioè la rinunzia di Gregorio XII per mezzo del suo procuratore Carlo Malatesta. Da allora in poi il Concilio, più libero nella sua azione, discusse e approvò una serie di provvedimenti e di riforme ecclesiastiche; da ultimo nell'8 novembre 1417 i cardinali e i vescovi entrarono in conclave, dal quale l'11 uscì eletto Martino V.
80. Tra i personaggi di nostra conoscenza troviamo a Costanza il cardinal fiorentino Zabarella, buon letterato e filosofo e generoso mecenate degli studi, «l'asilo dei dotti», come lo chiama il Poggio, sotto la cui protezione e al cui servizio stavano il Rustici, il Vergerio, Bartolomeo da Montepulciano. C'era il vescovo Capra addetto, come sembra, alla corte dell'imperatore Sigismondo; c'erano il Poggio, il Crisolora, il Loschi, il Bruni, arrivato quest'ultimo in ritardo verso la fine di decembre 1414: tutti quattro al servizio di Giovanni XXIII. Altri di minor conto, ma che pur meritano di essere ricordati, erano Biagio Guasconi, Caronda, Zomino da Pistoia, Bartolomeo del Regno, Benedetto da Piglio.
81. Deposto Giovanni XXIII, i suoi segretari si trovarono squilibrati e senza appoggio. Già prima della deposizione il Bruni, che aveva odorato il vento infido, sin dal principio del marzo 1415 avea preso il volo ed era tornato a Firenze, donde non si mosse più, attendendo tranquillamente ai suoi studi prediletti. Anche il Loschi nel corso del 1415 partì di là e si ritirò nella natia Vicenza aspettando tempi migliori. In compenso nella seconda metà del 1417 quel circolo di letterati si accrebbe del Giuliani e del Barzizza; ma nessuno potè compensare due gravi perdite: quella del Crisolora nel 1415 e quella del cardinal Zabarella il 26 settembre 1417, al quale il Poggio recitò l'orazione funebre, comunicata poi a Guarino a Venezia e da Guarino agli amici di Padova, città nativa dello Zabarella, dove avea tanti anni studiato e insegnato.
82. Ci fu in queste relazioni tra Venezia e Costanza anche un piccolo scandalo. Sul principio del 1416 Caronda sparse la voce che Guarino avesse composto un libro, nel quale avea raccolto tutti gli errori dei recenti traduttori dal greco; il Bruni naturalmente, come il più attivo dei traduttori, vi era impegnato. Bartolomeo da Montepulciano ne scrisse a Guarino chiedendogli una copia dell'opuscolo. Guarino gli rispose meravigliato di una simile fandonia e se ne lagnò anche col Poggio, che fece del suo meglio per cancellare ogni traccia della malevola invenzione; e tutto per allora finì lì.
83. Dal soggiorno della corte pontificia in Costanza l'umanismo ripete uno dei più grandi impulsi, venutogli con le scoperte di codici latini, delle quali il Poggio fu l'eroe. Approfittando dell'ozio che gli concedeva l'interregno pontificio egli intraprese da Costanza alcuni viaggi, parte in Francia, parte in Germania. Quelli in Francia, che furono i primi e li fece da solo, cadono nella seconda metà del 1415. Andò a Parigi, dove trovò un Nonio Marcello, che del resto era conosciuto, se non letto, già innanzi, poichè fin dal 1407 si sapeva esisterne una copia in Pavia. Trovò a Cluny un primo nucleo di orazioni ciceroniane e un secondo a Langres.
84. I viaggi in Germania invece cadono negli anni 1416 e 1417. Il centro di questa seconda serie di esplorazioni fu la badia di S. Gallo, dalla quale egli mosse alle badie circostanti. Qui il Poggio ebbe compagni il Rustici e più ancora Bartolomeo da Montepulciano. Anzi Bartolomeo nel febbraio 1417 proseguiva per proprio conto le ricerche e giusto in quel tempo scoperse a S. Gallo un Vegezio e un Festo.
85. Le notizie delle scoperte volavano subito per tutto, specialmente a Firenze e a Venezia. Da Venezia il 6 luglio 1417 il Barbaro scriveva al Poggio una lunga lettera di congratulazione, nella quale si trovano nominati i migliori acquisti fatti: Tertulliano, Silio Italico, Marcellino, Manilio, Lucio Settimio, Valerio Flacco, Capro, Probo, Eutichio, Nonio Marcello, Lucrezio, Asconio Pediano, Quintiliano, oltre ai suaccennati scoperti in Francia e a quelli di cui ci ha lasciato notizia il Rustici, cioè Vitruvio, Prisciano (_Partitiones XII versuum Aeneidos_) e Lattanzio (_De utroque homine_).
86. Questi autori o erano interamente ignorati o mal noti. A Venezia e a Padova arrivò subito un Marcello, non dopo la metà del 1416; Guarino e il Barzizza ebbero anche un Asconio, Guarino un Lucrezio. Ma i due più preziosi acquisti furono Quintiliano e le orazioni di Cicerone. Un Quintiliano l'ebbe Guarino dal Poggio, uno il Barzizza, probabilmente dal cardinale Branda Castiglioni. Il Poggio poi scoprì un secondo Quintiliano, di cui si impossessò e che portò o mandò in Italia: quello stesso che ora si conserva nella Laurenziana di Firenze. Anche di questo ricevette Guarino copia dal Poggio.
87. Per le orazioni di Cicerone invece Guarino e il Barbaro si dovettero rivolgere al circolo fiorentino, con cui il loro commercio epistolare non era meno vivo che con quello di Costanza, specialmente per alcuni Veronesi, che dimorando in Firenze contribuivano ad alimentare la corrispondenza tra le due città. Veronese era Galesio della Nichesola, ufficiale della mercanzia negli anni 1416-1417; veronese il Salerno, podestà nel 1418, col suo vicario Guglielmi; veronese Paolo de Paolinis, professore di filosofia morale. Nel 1418 Guarino raccomandava per l'ufficio della mercanzia in Firenze Filippo di Cipro al Corbinelli, allo Strozzi, al Barbadoro, al Boninsegni. E in uno di quegli anni fece, in compagnia di suo zio Francesco, una gita a Firenze il piccolo Ermolao Barbaro, che vi conobbe il Marsuppini, il Traversari e gli altri. Guarino era tornato in pace col Niccoli sino almeno dal 1416 e con lui e col Traversari scambiava codici.
88. Questo commercio avea di solito per intermediario il Barbaro, la cui corrispondenza col Traversari era copiosissima. Il Niccoli mandava a Venezia le orazioni di Cicerone scoperte dal Poggio e le _Epistole ad Attico_, rendeva conto di un Tucidide vendutogli dall'Aurispa a Pisa, di un Trogo scoperto dall'Adimari in Spagna e mandava le orazioni di Demostene tradotte dal Bruni. Il Traversari poi inviava a Venezia le lettere del Crisolora, copiava per il Barbaro l'_Agesilao_ di Senofonte ed emendavagli un Lattanzio; traduceva la _Scala Santa_ e Grisostomo e ne spediva copia a Venezia.
89. Da Venezia non erano meno generosi; di là partivano le nuove produzioni del Barbaro e del Giustinian; di là Guarino spediva gli opuscoli di Senofonte e il Barbaro colmava una lacuna al Livio del Traversari. La ricca collezione del Barbaro, della quale presentemente stava compilando il catalogo, fornì ai Fiorentini le lettere di Platone e di Basilio, un Nicandro, Alessandro Afrodisio, un Apollonio, un Filostrato, un Diogene. Anche Venezia ebbe la sua importante scoperta, poichè Guarino nei primi giorni del 1419 trovò fra molti codici sacri l'_Epistolario_ di Plinio in otto libri, antichissimo, ora perduto, e che fu l'archetipo di una intera famiglia di codici Pliniani.
90. Tirata la somma, Guarino nel quinquennio che stette a Venezia impresse un potente impulso agli studi. Quello fu un breve periodo, ma un periodo aureo, in cui Venezia brillò come faro dell'umanismo. A Venezia mettono capo le fila da Costanza, da Firenze, da Padova; e Guarino le raccoglie e le compone in mirabile unità. Ma Venezia dovea cedere presto il primato ad altre città, contentandosi di passare in secondo ordine, vuoi perchè non era favorita da tutte quelle condizioni che danno lunga vita a un centro di studi, vuoi perchè Guarino piantò altrove le sue tende, lasciando però dietro di sè larghe tracce in quella schiera di valorosi patrizi, che frequentarono la sua scuola.
91. Guarino si cominciò a sentire a disagio in Venezia sin dalla fine del 1417; anzi trattava per avere un posto presso la curia pontificia. Che volesse abbandonare l'insegnamento per cercarsi uno stato meno precario e più durevole? Già si lamentava nel 1416 quando comparivano i primi capelli grigi; e il Barzizza lo eccitava paternamente a costituirsi una buona volta una posizione stabile. Quelle esitanze di Guarino fecero rinascere la speranza nei Fiorentini di riaverlo, ma fu vana lusinga.
92. Fallito il tentativo con la curia, Guarino mutò punto di appoggio e rivolse le sue mire a Verona. Quanti vincoli non aveva egli a Verona! Tutti gli amici, tutti i parenti, che lo amavano, che lo stimavano, lo avrebbero voluto colà. Colà si era trasferito nella prima metà del 1418 il suo carissimo Cristoforo Parma, colà egli avrebbe desiderato tirare da Firenze il veronese Paolo de Paolinis. Il suo diletto Maggi e l'ottima madre metteano in opera tutti i mezzi per farlo venire a Verona; e pare che egli cominci a cedere.
93. Le sue visite alla città natale diventano più frequenti: il Maggi e la madre gli aveano proposto un matrimonio. Si offriva a Guarino quella posizione, che egli poteva considerare ormai come stabile e definitiva, il suo sogno era in via di avverarsi; egli avrebbe abbandonato la vita del maestro errante, che piaceva tanto all'amico Cristoforo. Alla fine di ottobre del 1418 egli torna da una visita a Verona lasciando, come si dice, carta bianca alla madre e al Maggi; e il matrimonio è combinato con Taddea Zendrata figlia di Niccolò.
94. Le nozze furono celebrate il 27 decembre dello stesso anno; come dote gli vennero assegnate delle case in Verona e dei terreni a Valpolicella. Non condusse però seco subito la moglie; il che non gli impedì di difendere strenuamente, per quanto νεοθάλαμος, il matrimonio quando Antonio Corbinelli pretendeva tra il serio e lo scherzevole di dimostrargli, che esso nuoce agli studi. Verso il principio del 1419 prese moglie anche Francesco Barbaro, a cui poco dopo morì il fratello Zaccaria: due nuove ragioni che distaccarono maggiormente Guarino da Venezia.
95. Nel marzo 1419 Federico Pittato, cugino della moglie, gli scriveva come ella lo sospirasse e come fosse aspettato a braccia aperte da tutta la città. Spesi pochi giorni a sbrigare le ultime faccende e a prender commiato dagli amici, Guarino già ai primi di aprile dovette probabilmente trovarsi a Verona.
Guarino a Verona.
(1419-1429)
96. Ecco nell'aprile del 1419 Guarino in Verona sua patria, in seno alla propria famiglia, nella casa dotale in contrada Falsurgo, circondato dall'affetto della madre, della sposa e degli altri parenti e degli amici. Non ha nessun incarico ufficiale per insegnare, ma egli apre subito scuola privata, alla quale accorrono i giovani delle migliori famiglie veronesi: i fratelli Verità, Lodovico Cavalli, Lodovico Mercanti, Lodovico Polentino, Bartolomeo Pellegrini, Bartolomeo Brenzoni, il Pisoni, il Maggi; da Bologna viene il Lamola.
97. Però questa scuola ebbe tristi auspicii, giacchè dopo poco più di un mese a Verona si sviluppò la pestilenza; gli scolari si sbandarono, i cittadini fuggirono e anche Guarino riparò nella sua villa di Valpolicella, portando seco la famiglia propria e quella del suocero. I fratelli Verità si ricoverarono a Cerea, il Brenzoni nella sua villa omonima sul lago di Garda, il Pisoni e il Maggi a Riva di Trento; il Lamola tornò a Bologna.
98. Guarino stava a Valpolicella già nel maggio. Era la prima volta che egli piantava residenza nella villa e perciò si compiace di ammirarla e di gustarne le bellezze. E non si può tenere dall'invitare a partecipare di tanta gioia i suoi cari, come il parente Battista Zendrata e Tommaso Fano e Zenone Ottobelli, cercando di adescarli con una minuta descrizione del luogo.