Vita di Guarino Veronese

Part 2

Chapter 23,814 wordsPublic domain

38. Con questa società gaia, mobile, studiosa aveva strettissimi legami Guarino. Erano suoi amici tutti, che aveva avuto occasione di conoscere o a Venezia o a Padova prima di andare a Costantinopoli o nel ritorno; alcuni erano suoi confidenti, il protonotario Donati e i fratelli portoghesi Alfonso e Valesio, alunni del Barzizza. Ed egli si piace di rappresentare umoristicamente quella società padovana. «Ai pranzi di Pietro Donati non s'imbandisce Cicerone, Fabio e Macrobio, ma Alessandro, Perdicca e i sacerdoti Galli. A Padova si adora per patrono il dio Bacco, a cui si fa festa tutti i giorni. E gli iniziati del dio cominciano sin dal mattino a chiamare a raccolta con certe facce rubiconde, con certi nasi maestosi e bitorzoluti, con certi occhi lagrimosi! Ivi mattina giorno e sera sempre orgia. Altro che il ginnasio di Socrate e l'accademia di Platone! _in illis namque disputari solitum aiunt, in his vero nostris dispotari, immo trispotari quaterque potari frequens patriae mos est.... Academici de uno, de vero, de motu disserunt, hi nostri de vino, de mero, de potu dispotant_.

39. Questa società però attraversò un brutto momento. Negli anni 1411 e 1412 le città venete Udine, Venezia, Verona furono funestate da una terribile invasione di Ungheri; Padova, Vicenza, Verona vennero conquistate e saccheggiate. Lo Studio di Padova si chiuse, il Barzizza si rifugiò a Ferrara, lo Scola a Verona e di là a Cremona, i giovani patrizi veneziani a Venezia. Guarino soffrì molto per i danni toccati alla sua amata Verona; e fosse per questo o per non so quali altri motivi, l'anno 1412 gli passò molto triste. «Tutti i favori della sorte mi si mutano in contrarietà; i pensieri, le deliberazioni sortiscono l'effetto opposto. Le mie più belle e più fondate speranze mi sguisciano di mano come serpenti. Fa una bellissima giornata? Mi metto in viaggio e giù acqua e grandine a rovesci: tutto mi succede al contrario dei miei desideri. Sicchè eccomi qui errante e ramingo mutar luogo ma non fortuna». E finisce invidiando all'amico Scola, a cui scriveva così sconfortato, la costanza nelle avversità e l'anima veramente stoica.

40. Par di vedere in Guarino come scossa e pericolante la sua posizione di professore a Firenze; altrimenti non si saprebbero spiegare quelle sue querimonie. Che egli avesse in quella città incontrate molte e potenti amicizie, si è veduto; bastino i nomi di Antonio Corbinelli, Roberto Rossi, Palla Strozzi, tutte persone autorevoli e a lui sinceramente affezionate. Ma è anche certo che vi deve aver trovato non poche ostilità. Se ne sente l'eco, un po' lontana ma abbastanza viva ancora, in una lettera posteriore di alcuni anni. «Io chiamo in testimonio Dio e i suoi santi, che nel tempo che io fui a Firenze non sorse, direi, giorno, che io non fossi tormentato da brighe, da insulti, da litigi. Vi è in codesta setta malvagia tanta smania, anzi avarizia di gloria, non di quella vera, ma di quella effimera e apparente, che pur di conseguirla non hanno alcun riguardo alla riputazione altrui. Onde non lodano nessuno se non con frasi mozze e soggiungendo sempre: — Si aspetta che faccia meglio per l'avvenire. — Se ti sentono lodare uno, se ne hanno a male, brontolano, fanno i visacci e, come se la lode data agli altri andasse a scapito della propria, invidiano i lodati e mordono i lodatori. Di qui animosità tra loro, odio contro gli altri. Queste non sono amicizie ma cospirazioni». Conchiude: _at vero paucorum improbitas plus ad nocendum quam plurimorum amor, modestia ad iuvandum pollet, praesertim cum fragile patrocinium haberi soleat ubi apud huiusmodi ingenia per innocentiam victitare studeas_.

41. A chi alluda qui Guarino, non si sa, toltone Lorenzo Benvenuti. Si capisce bene che la vita di un uomo si intreccia con quella di altri che sono illustri, di altri che sono oscuri; e di persone oscure si tratta qui senza dubbio. Ma non era oscuro al contrario un altro fiorentino, che osteggiò accanitamente il nostro Guarino: quello stesso che lo chiamò allo Studio di Firenze e che fu poi forse causa di farnelo partire, intendo il Niccoli.

42. Sul Niccoli i contemporanei e specialmente i suoi nemici, come il Bruni e il Filelfo, non lasciarono sfuggirsi occasione di dire tutto il male possibile e caddero in esagerazioni. Ma dall'ammettere le esagerazioni al negare ogni fede alle loro, sia pur passionate, asserzioni, ci corre un bel tratto. Fu sparsa dal Filelfo la notizia che il Crisolora, Guarino, l'Aurispa, chiamati a Firenze dal Niccoli, furono poi da lui stesso o per invidia o per ingenita malvagità mandati via. Per l'Aurispa l'accusa è falsa, ma per il Crisolora, della cui partenza da Firenze si adducono altri motivi, non è falsa interamente, giacchè il Bruni in una lettera al Niccoli parla chiaro di animosità di costui contro il Crisolora. Quanto a Guarino poi l'accusa è vera almeno per metà; non sarà stato il Niccoli la sola causa per cui Guarino abbandonò Firenze, ma una delle principali senza dubbio.

43. Il Niccoli aveva delle buone qualità; e un amatore degli studi classici gli perdona molto, perchè molto ha fatto in vantaggio di essi, specialmente col raccogliere e copiare manoscritti. Guarino nella sua invettiva contro il Niccoli è un po' troppo crudele, quando mettendolo in canzonatura lo riduce alle proporzioni di un asino carico di libri. Già il raccogliere codici e materiali era merito non piccolo per quei tempi di preparazione. Ma lasciando ciò, era forse il Niccoli null'altro che un semplice e dozzinale copista? Egli studiava e discuteva la forma delle lettere, facendo così opera utile, perchè su questa via egli fu condotto senza accorgersi a trattare questioni ortografiche. L'ortografia non è disciplina oziosa e lo mostrarono tutti quegli umanisti, che se ne occuparono di proposito, dal severo Barzizza al geniale Poliziano, non escluso Guarino stesso, che compose più tardi un trattato sui dittonghi latini e uno sugli spiriti greci: del resto nell'emendamento dei testi chissà quante volte egli non avrà discusso seriamente questioni di ortografia. Il Niccoli aggiunse due elementi nuovi a queste ricerche: il confronto delle forme latine con le corrispondenti greche e il sussidio delle lapidi, le quali non soffrono le alterazioni, a cui vanno soggetti i manoscritti.

44. Dove Guarino ha ragione è nella pittura che fa del carattere morale del Niccoli. Il Niccoli era in verità uomo moralmente meschino, che dava molto appiglio alla satira e alla caricatura. Quel vantarsi di saper tutto e dar la baia agli altri, mentre poi egli si lasciava cogliere grossolanamente in fallo, era uno dei suoi capitali difetti. Suo difetto era pure una tal quale burbanza da superiore coi pari; talchè si è tentati a prestare intera fede a Guarino, dove racconta che il Niccoli gli domandò dei codici, spacciando nei crocchi che egli fosse suo schiavo. Altro suo difetto era l'invidia e deve esser vero il fatto narrato da Guarino, che venuto il Niccoli in gelosia di un condiscepolo, a cui era inferiore per ingegno, volesse obbligare lui, Guarino, a cacciarlo dalla scuola. Ma Guarino era uomo di carattere e non si sarebbe a niun costo piegato a servire così bassamente i fanciulleschi dispettucci del suo protettore. Guarino oppose energica resistenza; e il Niccoli lo cominciò a perseguitare prima nei circoli privatamente, poi pubblicamente con una lettera.

45. Guarino non recedette: _ut conviciari et maledicere petulans superbumque arbitror, ita respondere et remaledicere civile fasque iudico_; e rispose. Non possiamo dire se fosse più mordace la risposta o la provocazione; ma la mordacità guariniana non fa certamente torto alla tempra dell'uomo. Dopo tutto Guarino fu il provocato e quanto a nobiltà d'animo ne avea da vendere al Niccoli e a molti altri. Pongasi poi mente al concetto che Guarino si era formato dell'uomo di lettere e si vedrà che distanza da lui al Niccoli. Egli ebbe ragione di spargere il ridicolo sul Niccoli, che si rese schiavo degli sciocchi capricci e delle prepotenze di una druda; ebbe ragione di affermare, che il volgo non poteva non scandolezzarsi di un uomo, il quale delle lettere si facea scudo a peccare: perchè nel concetto di Guarino il letterato deve essere virtuoso, deve avere un alto valore morale, deve essere insomma un uomo superiore.

Guarino a Venezia.

(1414-1419)

46. Il cozzo di Guarino col Niccoli era stato troppo violento e quell'ostilità aveva acquistato maggior gravità diventando pubblica. Il Niccoli nelle faccende dello Studio fiorentino avea gran peso e la posizione di Guarino a Firenze dovette rendersi insostenibile.

47. Egli era colà ancora nei primi mesi del 1414; ma poco più vi rimase. Giusto in quell'anno, verso la metà, capitò a Firenze Francesco Barbaro, non si saprebbe dire per quali ragioni. Forse era corsa qualche trattativa tra la famiglia Barbaro e Guarino da quando questi cominciò a trovarsi a disagio in Firenze; forse il Barbaro desiderò di conoscere da vicino quel centro di umanisti, così ormai famosi per tutta Italia e con alcuno dei quali era probabilmente in corrispondenza.

48. Comunque, a Firenze il Barbaro si sentì come in casa propria. Sedicenne appena, com'era allora, aveva pur levato un certo rumore intorno a sè per la precocità del suo ingegno e per il rapido progresso negli studi; al che si aggiungeva la nobiltà e liberalità della sua famiglia. Non era egli stato alunno di Giovanni da Ravenna, cancelliere dei Carrara a Padova, non meno celebre dell'omonimo che insegnava a Firenze? Non aveva egli udite le lezioni di Gasparino Barzizza, prima a Venezia in casa propria, dove il Barzizza era stato ospitato, e poi a Padova dove l'illustre umanista aveva piantata la sua feconda scuola? Non aveva egli conosciuto a Venezia quel Manuele Crisolora, che aveva insegnato a Firenze?

49. Ben a ragione pertanto il Barbaro respirò aria sua a Firenze e si mosse liberamente in quel circolo di umanisti, che nè potevano poi dimenticarlo, nè potevano essere dimenticati da lui. Ivi si strinse in amicizia con Giovanni di Bicci dei Medici e coi due suoi figliuoli Cosimo e Lorenzo, allora studiosi e più tardi fautori degli studi. Conobbe Palla Strozzi, Roberto Rossi, i Corbinelli, Leonardo Bruni e il frate Ambrogio Traversari, che di tutta quella schiera eletta gli restò il più intimo. Con lui ebbe infatti negli anni successivi vivo carteggio, che tenne strettamente legate le tre città le quali più di tutte allora rappresentavano l'umanismo, Venezia, Padova e Firenze.

50. Nel luglio del 1414 mosse Guarino da Firenze col Barbaro verso Venezia. Passando da Bologna, i due umanisti risalutarono gli amici della corte pontificia. Giovanni XXIII sin dal febbraio del 1414 si era stabilito in Bologna, donde partì poi il 1.º ottobre alla volta di Costanza. Tra quegli amici Guarino e il Barbaro videro anche il Crisolora, il quale anzi volle accompagnarli fino a Venezia. Imbarcatisi sul Po i nostri viaggiatori percorsero felicemente il fiume, ma quando entrarono nel mare furono colti dalla nausea. Come mai, si domandarono, non si sofferse la nausea sul Po, bensì sul mare? Allora il Crisolora, «tesoro inesauribile di dottrina», spiegò ai compagni come cagione della nausea siano un senso esterno e un interno: «l'esterno essere l'olfatto, perchè l'acqua marina esala odori disgustosi, l'interno essere il timore, perchè il mare nasconde sempre, anche sotto belle apparenze, minacce e pericoli». Noi ci figuriamo Guarino pendere tutt'occhi e tutt'orecchi dalla bocca del Crisolora, nel quale ammirava tanto quel filosofeggiare bonario e sentenzioso anche sulle più minute questioni.

51. L'arrivo di Guarino a Venezia «fu un trionfo». Ivi egli era molto conosciuto; ivi l'aveano veduto partire e tornare da Costantinopoli, avea già intimi vincoli di amicizia con la famiglia di Paolo Zane il suo benefattore, coi Donati, coi Barbaro e altre illustri case patrizie. Inoltre la gioventù veneziana lo aspettava con ansia, perchè tolte le momentanee apparizioni del Ravennate del Barzizza e del Crisolora, una scuola propria e stabile ivi non si era ancora fondata.

52. Appena giunto fu intanto generosamente ospitato in casa Barbaro, dove oltre a Francesco c'era il fratello Zaccaria con la moglie e il figlio Ermolao, il piccolo portento d'ingegno, allora forse di sei o sette anni. E Francesco Barbaro meritamente si gloria di questa ospitalità offerta al grande maestro.

53. Ma Guarino ben presto si costituì la propria dimora, che egli popolò di alunni privati, mettendo così le prime basi della scuola-convitto. Non era egli forse stato un famiglio in casa del Crisolora a Costantinopoli? e non praticava così a Padova il suo collega Barzizza, provetto institutore? Il Barzizza teneva in casa sua una parte dei suoi scolari, tra i quali forse quel Vittorino da Feltre, che più tardi era destinato a dare il proprio nome a questa instituzione. Ebbe a convittori figli d'illustri famiglie veneziane, tre nipoti del cardinale Branda Castiglioni, un figlio dei marchesi Malaspina e di qualche altro principe. Li faceva sorvegliare da persone fidate, qualche volta dai suoi stessi figliuoli; destinava alla loro istruzione appositi maestri: egli sedeva al timone, per dirla con la sua frase, invigilando il buon andamento generale.

54. Così Guarino a Venezia. La sua casa era una famiglia di studenti, talvolta assai numerosa: chiamava convitto (_contubernium_) la famiglia, camerate (_contubernales_) gli studenti. Nell'invitare a Venezia l'amico Paolo de Paolinis, professore di filosofia morale a Firenze, così gli scriveva: «Vieni e faremo vita comune; comune avremo il cibo, i discorsi, il sonno. Nè ti credere in ciò di recarmi incomodo; tutto si acconcierà nel migliore e più agevol modo possibile. Per te non faccio nessuna novità nè di apparecchi nè di cibi nè di letti, nulla nulla; preparati a una vita da studente, alla quale tu sei stato avvezzato, educato, cresciuto. Non ti prometto pietanze squisite, vasi preziosi, ricca supellettile; mangerai rape e fave, berrai in bicchieri di legno e adopererai posate alla buona. Condiremo ogni cosa coi continui ragionari, con le risa, coi giuochi, col brio; così Curio traeva in terra una vita celeste. Oro e argento non te ne posso offrire, ma buon umore e lieta brigata quanta ne vuoi».

55. Appena posto piede in Venezia, Guarino scrisse al Barzizza, che già dovea conoscere di persona, del suo arrivo e come sarebbe andato a trovarlo a Padova; a cui con altrettanta squisitezza ed urbanità il Barzizza rispose che sarebbe toccato a lui venirlo a vedere a Venezia. Così si strinse fra i due umanisti quel legame di reciproco affetto e stima, il quale fu veramente esemplare: che nè invidia nè gelosia rallentò mai, anche quando il Barzizza si vide rubare, come era naturale, dal nuovo collega gran numero di scolari «che erano stati primi ad amarlo». È bello veder quel loro scambio di codici e di pietosi sensi. Affettuose sono le condoglianze che Guarino fa al Barzizza in morte della moglie, affettuosi e veramente paterni gli ammonimenti che il Barzizza dà a Guarino sul mutar residenza e sul cercarsi dopo tanto peregrinare un posto sicuro e stabile. Da buoni colleghi si aiutano scambievolmente nei loro studi, professando l'un per l'altro quella stima che meritavano, nel che il Barzizza dava esempio di generosa modestia, proclamando Guarino il più dotto dell'età sua e il vero modello della bontà e dell'onestà.

56. Questa stessa affettuosa corrispondenza troviamo negli scolari delle due città vicine. Col Barbaro e col Giuliani, già allievi suoi ed ora di Guarino, il Barzizza è sempre in carteggio: loda al Giuliani l'orazione in morte del Crisolora, al Barbaro il _De re uxoria_, a lui e al Giustinian le traduzioni dal greco. Comuni amici del Barzizza e di Guarino restano il Corner e il Vettori, che ora fanno vita a Venezia, i fratelli Giona e Lazzarino Resti, Alfonso portoghese, Filippo di Cipro, che stanno a Padova; amico comune Cristoforo Parma, maestro vagante, che un anno troviamo a Padova, un anno a Ferrara, un anno a Verona, un anno a Venezia. Da Venezia Guarino si congratula degli studi di Battista Bevilacqua, a cui raccomanda gli amici suoi; e da Padova il Bevilacqua compiange in una affettuosa lettera a lui diretta la morte di Zaccaria Barbaro. Passa da Venezia a Padova e da questa a quella Pietro Donati, arcivescovo di Creta, ben voluto dai letterati delle due città. Da Venezia Guarino mette in relazione Francesco Bracco, suo camerata, col Donati, col Gualdo, col Barzizza a Padova e briga con tutti gli amici di Firenze per far nominare alla magistratura della mercanzia Filippo di Cipro, residente in Padova.

57. A Padova si erano incontrati alla scuola del Barzizza Giorgio da Trebisonda, Francesco Filelfo, Vittorino da Feltre, destinati tutti e tre ad occupare un posto cospicuo tra gli umanisti della prossima generazione; e da Padova si partono l'un dopo l'altro tutti e tre: il Filelfo a piantar scuola in Venezia, il Trebisonda a udirvi Guarino e a fare il copista in casa Barbaro, Vittorino a imparare un po' di greco dal dotto Veronese, a cui per compenso raffinò il gusto latino, facendo così quello che il Platina felicemente chiama «scambio di merci».

58. Ma ciò che più tiene vive le relazioni tra Venezia e Padova è la corrispondenza di Guarino con Girolamo Gualdo vicentino, a cui lo legavano anche rapporti di famiglia. A lui manda gli scritti suoi, come la lettera sulla vittoria di Gallipoli, e gli scritti degli amici, come l'orazione funebre del Poggio per lo Zabarella, le traduzioni dal greco e qualche lettera del Barbaro; e con lui scambia codici.

59. Nè in questi rapporti manca l'arguzia e la burletta, giacchè per quanto gli umanisti fossero quasi sempre al verde e in lotta tutto il giorno con le prime necessità della vita, pure la serenità e il brio non venivano loro mai meno. Quegli che alimentava la gaiezza in questa società era soprattutto il veneziano Giannino Corradini, che faceva il medico a Padova; «l'amenissimo e argutissimo Corradini,» ammiratore entusiastico di Guarino e delle sue lettere, al quale per ogni lettera che riceveva mandava in dono una gallina. «Ma bada, gli doveva scrivere Guarino, bada che questa mia non è nè lettera nè epistola, se no c'è il pericolo che mi capiti qui all'improvviso una gallina. Del resto vogliamo proprio fare il patto dello scambio delle lettere con le galline? io già non mi preoccupo che me ne venga nausea; tu valente medico non puoi mandare, naturalmente, cibi nauseosi. E intendi bene: io non seguo la setta degli Stoici e dei Peripatetici, ma degli Epicurei. Ho poi speciale antipatia per certi autori e simpatia per certi altri: antipatia per Cicerone, Lentulo, Fabio, Macrobio, autori insipidi; simpatia per Vitellio, Cepione, i sacerdoti Galli, Perdicca, compagno di Alessandro, e Carneade, non il vecchio ma il giovane».

60. A Padova andava spesso Guarino «a celebrarvi, come egli diceva, i sacri riti dell'amichevole sodalizio, del quale era consigliere e ospite». «Di ritorno ier l'altro, o diletto Gualdo, dalla mia visita al sodalizio di Padova, avevo d'innanzi agli occhi e mi risonava ancora negli orecchi la vostra festività, la cortesia, il brio condito di gravità; e tanto la mente mia si era immersa nel ricordo, che voi mi eravate al fianco compagni del viaggio». In un altro ritorno da Padova a Venezia si erano imbarcati Guarino, il Barbaro, il Giustinian e il Giuliani. Chiese di salire con loro un vecchiotto, che fu lo spasso della brigata. «Di che genere sei?» gli domandò il Giuliani. «Maschile», rispose quegli. «Me ne ero accorto, riprese il Giuliani, dalla barba bianca che ti copre il volto.» Allora il vecchiotto disse che era maestro di scuola. «Ho capito, replicò il Giuliani, sei _ludi magister_.» «Sì, e credo che ci chiamino così, perchè facciamo scuola ai bambini, i quali amano i giochi (_ludus_).» Risata generale. Intanto il Giuliani cavò di tasca un Persio e cominciò a leggere la sat. II: _hunc, Macrine, diem numera meliore lapillo.» «Che significa numerare meliore lapillo_»? domandò il Giustinian al maestro. E quegli franco soggiunse esser nato dal costume antico di contare i giorni con le pietre; perciò Persio inculca a Macrino di contare esattamente i suoi giorni, ma con una pietra di valore, p. e. con del marmo. Altra risata generale. E con queste corbellerie compirono la traversata, che non se ne accorsero nemmeno.

61. Nulla di importante avvenne nel primo anno che Guarino fu a Venezia, se ne eccettui l'arrivo nel gennaio 1415 dell'amico Valerio Floro dalla Grecia, che si recava ambasciatore alla repubblica e di là al papa a Costanza. Il Floro, a cui Guarino dedicò il trattatello sui Dittonghi, gli era legato d'amicizia da parecchio tempo, come pure Cristoforo vicentino, al quale Guarino partecipa la fausta novella dell'arrivo del Floro. Per mezzo poi dello stesso Cristoforo abbiamo occasione di vedere come erano sempre vive le relazioni di Guarino con Antonio Loschi tornato di fresco (verso la metà del 1415) da Costanza a Vicenza, dove si godette sei anni di tranquillità, aspettando per il papato tempi migliori.

62. Ma ecco da Costanza giungere e propagarsi per tutta Italia una triste notizia: il 15 aprile 1415 era morto colà Manuele Crisolora. Fu un colpo terribile per Guarino, il suo più entusiastico ammiratore. Il primo pensiero che gli corse alla mente fu di tessergli un elogio, che fosse un monumento di gratitudine e di affetto; ma lo stordimento per la sventura e l'altezza del tema ne lo distolsero. Da Costanza lo aveva a ciò eccitato il Vergerio, ma gli risponde che le sue spalle non reggerebbero al peso e addita piuttosto il Vergerio stesso come adatto più di ogni altro all'impresa. Il Rustici e il Poggio si erano pure proposti di dirne le lodi, ma non ne fecero poi nulla; e il Crisolora restò senza l'elogio di qualcuno dei suoi scolari ed amici: meno fortunato in questo di tanti che lo precedettero e che lo seguirono.

63. Però se tacquero gli scolari del Crisolora, parlò uno scolaro di Guarino. Guarino infatti verso il luglio dello stesso anno (1415) preparò una solenne commemorazione del Crisolora, affidando l'incarico del discorso d'occasione al patrizio Andrea Giuliani. Il Giuliani non fece un quadro biografico del Crisolora, ma ne tessè le lodi, tenendosi sulle generali e tributando ardente e viva ammirazione all'illustre defunto.

64. Il Barzizza da Padova lodò l'oratore, «che risuscitava i bei tempi dell'eloquenza antica». Guarino poi disseminò in un momento l'orazione del Giuliani, encomiandola altamente. Ne parlò nella lunga lettera consolatoria a Giovanni Crisolora, nipote del morto, ne parlò nella lettera a Giacomo Fabris giureconsulto veronese, la mandò agli amici di Costanza e di Ferrara. A Verona la portò egli stesso verso la fine del 1415 e in quell'occasione si parlò del Crisolora nel crocchio degli amici, quale Niccolò Brenzoni, l'abate di S. Zeno, il Salerno, il della Pigna; tra essi il Fabris aveva conosciuto il Crisolora, anzi aveva avuto l'onore di ospitarlo in casa propria. E con l'orazione del Giuliani lessero a Verona pure la lettera consolatoria di Guarino a Giovanni Crisolora; e i due scritti riscossero i più sinceri applausi: applausi tanto più vivi, quanto che il Giuliani era a Verona conosciuto ed amato e già si era letto il giudizio dato sul suo discorso dal Barzizza, la maggior autorità letteraria di quel tempo. Gli amici veronesi avevano poi un'altra ragione di congratularsi col Giuliani, perchè egli in quei giorni era passato a seconde nozze con una ricca e virtuosa signorina veneziana.