Part 26
«Vi ripeto che non mi diedi compagni; temendo m'invidiassero l'alta impresa di _ridurre in buon vivere e in libertà questi cristiani_.»
«_Questo non toccava a voi._»
«_Toccava allo imperatore._»
«_Perchè dunque non ne lasciavate la cura a S. M.?_»
«_E qui sta il mio errore_: io ho rotto, io pago. Quale tormento mi avanza a patire?»
«Ahimè! oltre ogni immaginativa orribile: vi chiuderà il _cavaliere_[27] le gambe in grossi e pesanti ceppi, sicchè siate costretto a tenerle ferme, e dopo avervi unto di sego le ignude piante dei piedi, vi ci accosterà mano a mano carboni ardenti finchè tutte non le abbia abbrustolite il fuoco....»
«Orribile cosa invero.... Dio mi aiuti! io sono nelle vostre mani.»
Allora il commissario ordinò lo scalzassero e portassero il fuoco: intanto che gli serravano dentro i ceppi le gambe, lo andava stringendo perchè dicesse intera la verità; terrori mesceva a speranze, minacce a preghiere; ma l'altro imperterrito ripeteva:
«_Signore, io non so che mai dirvi altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro di quello che ho detto_[28].»
«Il che vedendo, aggiunge il processo allegato[29], lo prefato signor commissario e cognoscendo la ferma costantia del detto Burlamacchi, atteso li tormenti hauti e lo apparato del foco fattoli come sopra, e anchora attesa la età e delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patirìa tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fusse lassato e non tormentato: e così fu dimisso in detta carcere con la medesima custodia.»
Compito il processo secondochè parve al senatore Belloni, se ne tornò a Milano portatore di opposte istanze, le une per la parte di Cosimo intorato più che mai a volerlo nelle ugne, le altre dei Signori di Lucca a non volerglielo dare; s'egli questi più di quello favorisse ignoro; forse avrà preso lo ingoffo da ambedue le parti e poi avrà lasciato andare l'acqua per la china; anco a quei tempi pigliavasi, non quanto adesso, ma quasi. — Però Ferrante Gonzaga, in apparenza amico a Cosimo, in cuore lo aveva caro quanto il fumo agli occhi; onde è dato presumere che in cotesta come in altre occasioni lo disservisse; di vero venne comandamento espresso dallo imperatore che il prigione si trasportasse a Milano e quivi senza dare luogo ad altre prove, esaminata la causa, pronunziassero la sentenza. Se fosse stato di oro, non si sarebbe posta maggiore diligenza a custodire nè a consegnare il Burlamacchi: alla tremenda paura del senato lucchese premeva che quello sventurato arrivasse in vita a Milano per remuovere ogni suspicione e calunnia; colà giunto vivo, quanto più presto si poteva cessasse. Impertanto venne di Lombardia a prenderlo il bargello con due squadre di sbirri; i Lucchesi lo mandarono guardato da una compagnia di milizia ai confini; colà trovarono il notaro ser Francesco Pauli, che a richiesta del commissario lucchese rogò atto pubblico di consegna; il quale il bargello lombardo ebbe a segnare prima che in sue mani depositassero Francesco nostro. Senza impedimento che ne importunasse il cammino, arrivato a Milano, fu messo in onesta carcere in castello, concedendogli fino dal primo giorno facoltà di moversi liberamente pei piazzali, ma, quasi in contrasto alla non bieca accoglienza, dopo pochi giorni gli fu letta la sentenza con la quale veniva condannato nel capo lui e Giovambattista Carletti, che insieme con esso era stato tradotto a Milano. Per quanto è dato giudicare, sembra che lo imperatore adoperasse a quel modo per sottrarsi alle molestie di Cosimo, pensando che smettesse ogni pensiero su lui, come uomo ormai sfidato e morto.
Gli amici e i parenti del Burlamacchi, commossi dal pericolo di quel caro capo, tutti si posero a tentare qualunque via per salvarlo: ora vedremo come nulla per loro si pretermettesse e come nulla o per malvolere degli uomini o per disdetta di fortuna approdasse. Da prima a bene sperare furono cagione le parole confortevoli di don Ferrante Gonzaga, a cui essendo stato indiritto messere Domenico Sandonini per propiziarlo alla causa del Burlamacchi, n'ebbe in risposta: quetassero l'animo agitato, però che il dabbene uomo rimarrebbe per alcun tempo e forse lungo prigione, ma camperebbe la vita; nè si fermarono a questo gli amorevoli ed i congiunti di Francesco, chè supplicarono il consiglio di Lucca a fare loro abilità di sottomettere memoriali a S. M. lo imperatore ed al duca Cosimo affinchè volessero graziare il reo della vita, attesochè avesse cotesto fallo commesso più per ignoranza che per malignità e nulla mandato ad esecuzione, onde i suoi concetti si riducevano a meri sogni ed a immaginazioni senza danno pubblico nè privato. Parve la domanda giusta al senato, che facilmente la concesse; e composti subito due memoriali per virtù di ragioni e per garbo di dettatura notabili, gli affidarono a Girolamo Lucchesi suo cugino, il quale senza perdere tempo si mise la via fra le gambe andando a presentarli ai principi a cui erano rivolti: e poichè se di alcuna cosa si patisce penuria nelle corti, non è certo di buone parole, così il Lucchesi di queste ebbe piene le bolge; però, non si fidando, i benevoli di Francesco persuasero Niccolaio suo fratello, il quale più che volentieri ne tolse il carico, di recarsi a Genova presso il principe Andrea Doria e quivi tanto destreggiarsi con lui da potergli cavare di sotto lettere commendatizie per quanto possibile fosse premurose da presentarsi allo imperatore, essendo ormai noto pel mondo quanto godesse credito il principe nella corte imperiale: e a vero dire Andrea, sentendo compassione dell'uomo, non fu restio a scrivere lettere caldissime in pro' di lui. Giunto in corte Niccolaio, esperto troppo che colà come altrove, ma più là che altrove le ruote senza olio non girano, cercò gratificarsi co' doni i maggiorenti, i quali quanto larghi a promettere così mostraronsi scarsi a mantenere, chè il vender fumo è pure mestiere speciale a cui sta in corte: io trovo nei cronisti lucchesi che la casa Burlamacchi gittò a tale effetto in cotesto fondo fino a trentaseimila ducati, e mi paiono troppi; ma siccome aggiungono che per così eccessivo dispendio i Burlamacchi impoverirono, siamo in certa guisa costretti a crederli. Silvestro Trenta fratello di Caterina moglie di Francesco consigliò la desolata di andare a gettarsi ai piedi di Cosimo per impetrare la grazia del marito; il Minutoli scrive che la donna prima implorasse e ottenesse il patrocinio della madre di Cosimo, mentre il Mazzarosa afferma che non alla madre si rivolse ella, bensì all'amica, forse la Cammilla Martelli; ed io credo l'ultimo perchè la voce della madre suona potente, ma nei cuori disposti a bontà, mentre per una ragione o per un'altra anco i tristi si commovono talora alle supplicazioni dell'amante. Cosimo però spettava alla specie dei rarissimi presso cui l'amante conta poco, la madre nulla; onde, infastidito per le istanze reiterate delle donne, le respinse borbottando: «Badassero ai fatti loro, chè gli stati non si governano con la pietà delle lagrime donnesche.»
Non aveva l'imperatore graziato la supplica dei Burlamacchi nè l'aveva respinta; ed essi vivevano di quella vita atroce che or teme ed ora spera, e così allo spirito come al fisico fa lo effetto di cui con subita vicenda passa dallo ardore al gelo; noiosa allora diventa la mensa, sazievoli i familiari colloqui, il letto siepe: si strinsero insieme tutti e risolverono tentare gli estremi conati perchè Francesco, uscito dal castello di Milano, potesse ricoverarsi in Francia: di denari non si facesse a spilluzzico, quello che ci voleva si spendesse; dove era andata la galera andasse il brigantino; il punto stava nel trovare gli arnesi. Come s'ingegnassero non è noto: nella storia di Antonio Mazzarosa occorre un cenno di questo caso là dove scrive che fu avviso toccare più potente molla che le lacrime donnesche non sono, vale a dire l'oro, ed avrebbe sortito esito propizio se per mero errore non fosse stata sospesa l'accettazione della lettera di cambio; per la quale cosa perduto il momento, non si potè più riagguantare la occasione; ed io, volendo chiarire il senso oscuro di siffatte parole, ho rinvenuto nelle _Memorie delle famiglie lucchesi_, opera che si conserva manoscritta nella biblioteca di Lucca, dettata da Nicolò Penintesi, i particolari della fatale ventura, e come gli ho ricavati così gli scrivo. Narra pertanto la cronaca «Come i parenti del Burlamacchi non perdonassero a qualunque gran somma di danaro per salvargli la vita, e mentre vi aguzzavano intorno il cervello per riuscirvi non senza molta speranza, per non dire certezza, si scoperse uno accidente che rese la liberazione di lui, almeno per via della fuga, affatto sfidata. E questo caso fummi raccontato molte volte da Tomaso Burlamacchi trovandomi io a Lione. E' fu appuntato in Milano che fossero tratti marchi 400 di oro di sole, che erano 8 30/m di oro di sole a Lione, con la banca Burlamacchi, nella quale serviva come giovane di contare il suddetto Tomaso di assai fresca età, ma per essere della famiglia e nipote dei magnifici ministri facevano portare a lui un quadernuccio delle accettationi delle lettere di cambio che in un giorno deputato si sogliono accettare nella piazza di Lione, a cui fu ordinato dai Maggiori, secondo l'uso delle predette accettationi, quali lettere di cambio dovesse subito accettare e quali tenere sospese; ma quando fu all'atto pubblico dell'accettatione che segue alla presenza d'infiniti testimoni di diverse nazioni che accorrono a tal fatto, Tomaso equivocando (così almeno dicea a me) sospese le tratte dei 400 marchi che doveva accettare, mentre all'opposto ne accettò altre che doveva respingere, onde i presentatori della lettera spedirono subito per la posta corriero a Milano con lo avviso della sospensione.» — Di che indispettiti coloro che avevano le mani nel trattato, resero impossibile la fuga del Burlamacchi di già abbastanza difficile.
Francesco incontrò nel castello di Milano parecchi gentiluomini di cui la storia tace il nome, eccetto quello del marchese Giulio Malaspina, col quale prese usanza, sicchè spesso trovandosi insieme, si narravano le scambievoli sventure, e l'uno andava l'altro confortando. Dei casi del marchese Giulio non importa discorrere; ne scrissi largamente nella vita di Andrea Doria, e là chi ne sente vaghezza potrà riscontrarli; basti tanto che alle prime ribellioni lo spinse Cosimo perchè gli tornavano, per le seconde, che non gli tornavano, egli fu sbirro, chè, arrestatolo proditoriamente a Pontremoli, lo consegnò allo imperatore come si manda il bue al macello. —
Lo imperatore Carlo V, fondatore della odierna tirannide e con paura e pericoli grandissimi uscito appena incolume dalle ribellioni germaniche, odiava qualunque sommossa capace a scomporre l'ordine di cose stabilito da lui, non amava Cosimo, aborriva la Francia, ma più di questi aborriva chiunque la regia potestà offendesse per conto proprio: concedasi ai re soli disfare i re, e ci pigli parte anco il popolo a patto che glielo comandi il re e sotto la condotta del re; allora servo devoto e degno di encomio; all'opposto se il popolo sorga contra il re per suo interesse e spontaneo, diventa ribelle e degno di scure sul collo. — Veramente Giulio non tentò ammazzare il Doria in benefizio del popolo, ma per necessità gli era forza ch'egli si commettesse in balía di lui. Adesso era venuto per Carlo il tempo della vendemmia della tirannide; tutti quelli che gli avevano messo spavento avevano a morire. Taluno afferma che egli ordinasse la morte del Burlamacchi perchè, per tenersi bene edificati i Signori di Lucca e il duca Cosimo, ai primi avesse promesso di non dare il prigione, al secondo di consegnarglielo; onde trovandosi per le focose istanze di questo in imbarazzo, come mezzo termine per cavarsene, comandasse tagliassero il capo al Burlamacchi e così farne un fine: forse anco simile considerazione avrà contribuito, ma non ce n'era mestiero; bastava la paura e la persuasione comune a tutti i principati di provvedere alla propria salute co' bagni di sangue: anco il sospetto che nelle congiure del Burlamacchi e del marchese Cibo Malaspina vi avesse parte la Francia può darsi che abbia dato la spinta a Carlo: breve, questo può dirsi, che ragioni per ispegnere i prigionieri ei ne aveva di avanzo.
Dalle cronache manoscritte del Canonico Dalli si ricavano i seguenti particolari intorno agli estremi ed alla morte di Francesco Burlamacchi, i quali come percossero me, così penso che varranno a commovere altri. Don Ferrante Gonzaga, quando meno se lo aspettava e contro le sue previsioni, ricevè lettere imperiali che gli ordinavano procurasse, senza mettere tempo di mezzo, Francesco Burlamacchi e il marchese Giulio Cibo Malaspina si giustiziassero; al Gonzaga, che assai favoriva la causa loro, parve ostico il boccone, tuttavia, sendogli forza trangugiarlo, inviò tosto un suo mandato al castellano del castel di Milano con una lettera la quale gli commetteva il supplizio dei due meschini. Il messo arriva in castello mentre il marchese, che giovane era e ben disposto della persona, giocava alla palla con altri prigioni che stavano (come si dice in idioma di carcerato) alla larga, e il Burlamacchi insieme con altri si tratteneva a vederli. Il castellano gli fece chiamare in fortezza, ed essi andarono a tutto altro pensando che a dover morire: appena arrivati i guardiani li separano e chiudono in luogo segreto; tanto fu eseguito per ordine del castellano, a cui crepava il cuore per doglia, così grande amore aveva posto nel Burlamacchi e così teneva in pregio, sicchè a significargli che si apparecchiasse a morire non gli bastò l'animo, onde si raccomandò ad un valente religioso che in destro modo glielo facesse intendere.
Il Dalli afferma che il Burlamacchi andò a morte confessato, e può darsi, ma non certo pentito. La mattina seguente ebbero il capo mozzo nella piazza del castello il Burlamacchi, il marchese Cibo e Giovambattista Carletti, e fu come ho avvertito di già, il 14 febbraio 1548; dove mettessero il Carletti uomo plebeo ignoro, il marchese e il Burlamacchi furono sepolti nella chiesa del castello, sicchè volendo si potrebbero cercare con molta probabilità di trovarle, le sue ossa e dare loro insieme a quelle del Ferruccio onorata sepoltura in Santa Croce; e il suo tempo verrà, non ora; adesso bisogna che sgocciolino gl'istituti e gli uomini nemici al popolo, anzi alla umanità. — A questo modo, dopo avere narrato la miserabile strage del Burlamacchi e del Cibo, sentenzia il canonico Dalli, finirono per _ghiribizzi fantastici_, nè un canonico ai giorni nostri giudicherebbe diverso. —
Sebastiano Carletti, preso vento a tempo, si salvò in Francia, nè di lui si seppe più novella mai, almeno non la registrarono la storia nè i ricordi dei tempi. — Avanza a dire di Cesare Benedino, a cui incolse la mala ventura: per sua disgrazia credè che la rabbia di Cosimo si fosse attutita; anco i serpenti dopo il pasto posano addormentati, ma il tiranno non chiude mai le palpebre: sicchè il Benedino si affidò di aggirarsi in questa ed in quell'altra città come farfalla intorno al lume e si arse le ale, imperciocchè un suo compare lo tradiva menandolo alla mazza; preso da Cosimo, lo provò con le più atroci torture per cavarne fuori notizie che approdassero ai suoi disegni in danno di Lucca, ma poichè lo ebbe stritolato e lacero senza poterne spillare cosa che volesse, lo buttò al carnefice, il quale lo scemò del capo nella piazza di Santo Apollinare lì presso il palazzo del bargello 12 anni dopo la morte del Burlamacchi e 14 dalla tramata congiura. Nella cancelleria dello antico magistrato degli Otto un dì si trovava il suo processo; adesso dove si conservi ignoro; questo so, che nulla di particolare ci era da cavarne, imperciocchè ei molte cose sapesse non tutte nè le più riposte; tra le mie note rintraccio la sua sentenza e la pubblico in conferma della verità di quanto fu da me esposto[30].
Qui finisce la quarta delle vite e forse l'ultima degli uomini illustri italiani in politica ed in arme che io aveva promesso dettare; ora conviene che io mi fermi, colpa molta dei tempi e parte mia. Ai nepoti degeneri atroce ingiuria il racconto della virtù dei padri. Quanto a me, confesso apertamente che altri potevano dettare queste vite con maggior senno, non già con più diligenza o con più amore. Delle quattro quelle che si accostano maggiormente soavi all'anima nostra le vite di Francesco Burlamacchi e di Francesco Ferrucci: questo più famoso perchè amici e nemici della meritata lode lo proseguirono: chè se nello andato secolo e nel primo terzo del presente se ne infievolì il nome, più che del principe fu colpa di popolo, il quale se nella schiavitù perde mezza l'anima, qual maraviglia poi se perde la memoria, ch'è una delle molte facoltà di quella? E il Ferruccio fecero splendido l'audacia dei consigli, le vinte battaglie, la solerzia stupenda, lo inopinato scoprirsi gran capitano e non meno grande politico, per ultimo la sua morte sul campo, dove giacque sì, ma riposando il capo come su di un guanciale sul corpo estinto del capitano nemico, prosapia di principi e riputato dei primi fra gl'illustri uomini di arme del tempo; breve la sua vita, ma luminosa, simile alla stella cadente che staccatasi dal firmamento precipita in mare. All'opposto il Burlamacchi perì mentre la sua impresa non per anco uscita dal concetto e dallo apparecchio stava per diventare fatto: ei fu pari al minatore, il quale, dopo che con fatica infinita penetrò nelle viscere della terra per estrarre il metallo prezioso, rimane di un tratto sepolto per lo scoscendimento di quella; ovvero simile al Crotoniate che, mentre tenta fendere il mal ceppo della tirannide, resta preso nello squarcio ed è divorato dai lupi: amici e nemici si accordarono a denigrare la sua impresa come follia, sicchè per poco stette che la terra gittata sopra il suo cadavere non seppellisse ad un punto la sua fama: e non per tanto, tutto bene considerato, per me giudico Francesco Burlamacchi non pure superiore al Doria e all'Ornano, ma sì eziandio allo stesso Ferruccio: di vero questi trovò armi parate, la guerra accesa, popolo inferocito nel proponimento di sè incenerire e la patria piuttostochè sopportare da capo la tirannide di Clemente VII principe e papa; rinvenne altresì emuli generosi, argomento efficacissimo acciò la virtù scintilli; fama sicura, vita inclita e morte onorata. Francesco Burlamacchi solo si sente vivo in Italia ormai fatta cimiterio e non dispera richiamare i morti alla vita, nè solo alla vita, ma anco alla potenza e alla gloria, concetto al tutto divino; manca di armi e le appresta con arguzia suprema onde il sospettoso tiranno toscano non ci abbadi, e i suoi stessi concittadini non indovinino lo scopo: sbalordisce la operosità con la quale raccoglie forze e la sagacia onde fa sì che tutti ignorino il suo disegno, e lo conoscano pochi e non intero. Pesa con la diligenza che l'orafo pone a bilanciare l'oro lo stato della Europa, le armi e i fini dei diversi potentati, le sequele della riforma; niente viene trascurato di quanto attenga alla materia ovvero allo spirito, più peculiarmente indaga la Toscana e la Italia: dopo accertato il corso stava per isciogliere la vela. Il suo concetto, gagliardo di verità perchè composto con la sapienza dei grandi che lo precederono e con la sua; partiti per condurlo a termine quali si vogliono per necessità e che trascurati partoriscono sicura ruina. — Con la libertà egli intese conquistare la potenza della patria; libertà di coscienza sovvertendo Roma, che nella stessa mano presume stringere Croce e mannaia, e libertà civile, affrancando la Italia da ogni tirannide principesca così domestica come straniera; quanto ai partiti pratici questi e non altri: il popolo si travagli a costruire lo edifizio del popolo; importa che il popolo uscendo dalla secolare ed abbietta servitù si purghi con la sventura, con gesti disperati e con la effusione del sangue corrotto; a mondarlo dalla sozza lebbra non basta la piscina miracolosa, ci è mestieri la propria virtù. Desta quanto sai, anco squassandolo pei capelli, il popolo dal letargo in cui lo immerse il servaggio, dove tu non gli sgranchisca col pensiero la mente, con lo affetto il cuore, col moto il sangue, tu avrai fatto la prova di rizzare in piedi un cadavere. Questo non piacque: un dì salutarono il popolo padrone perchè si eleggesse padrone, e dopo la sceda dei Giudei, i quali, messa la corona di spine sul capo a Gesù, lo salutavano re percotendogli il volto con la ceffata, mai nel mondo fu vista in ignominia la pari; il popolo certo era chiamato a versare il suo sangue, e lo versò ma a mo' dello stagno che si cola nel buco ad assicurare l'arpione dove attaccano la catena: successero miserabili saturnali di prepotenza, di codardia di cupidità e di altre più ree passioni, donde nacquero odio, infamia e miseria: per ciò sorse un grido, che a taluno parve motteggio, ed altri abbaiò, il quale fu: «Stavamo meglio quando stavamo peggio:» questo il _mane, techel, fares_ dei tempi: non si creda già, come asserirono falsamente, che un uomo pescasse il detto e ne imboccasse il popolo; il popolo sa vestire i suoi concetti di forma da disgradarne anco Dante. _Adesso il popolo non crede più che per mutati ordini politici si miglioreranno le sue sorti, o non gl'importa, o non ci bada_; persuaso è di questo, che fin qui andò di male in peggio; per la quale cosa oggi presente che bisogna trasformare lo stato dell'umano consorzio; in questo nuovo intento migliore arnese fia quegli che patisce di più: non importa frequentare gli studi alla università per avere fame, ed un singulto di affamato insegna più di cento lezioni di professore; però una volta quando si andava a caccia di forme politiche, e credeva che giovasse così, il popolo si preponeva letterati, uomini di scienza, gente insomma che andava per la maggiore, e dietro ad essi camminava nella fiducia di essere condotto per la retta via; oggi il popolo si chiama legione, a lui non fanno letterati, nè li cerca; basta a sè e non vuole essere più abbindolato: di qui la sazietà degl'istituti parlamentari come quelli che ai casi soprastanti non si affanno; tanto varrebbe adoperare un vaglio per attingere acqua dal pozzo: i governi smaniano a scoprire gli agitatori del popolo, ed essi altro non mostrano che la inanità del loro intelletto; il popolo si agita da sè; mettano in carcere il popolo se sanno, o se meglio loro capiti, ci mettano la fame; ma nè anco questo basta, egli è mestieri imprigionare il moto fatale che affatica il consorzio umano e lo spinge a sconquassarsi per ricomporsi poi. Dove da me volesse sapersi le guise dello scompaginamento, quali le ruine che ingombreranno per un tempo gli stati, e quale l'ordine nuovo, confesso ignorarlo, ed io mi spavento meno della trasformazione che del modo col quale sarà operata. Un tempo forse con prudenza e con senno si sarebbe potuto provvedere sollevando gli argini mano a mano che le acque crescevano; si sono volute impedire con una chiusa a traverso, e le acque per ora riottose la scavalcano per iscassinarla più tardi. Oggimai per noi (e me lo credano gli uomini della mia età, esperti pur troppo a nostro danno con gli accidenti della lunga vita) oggimai per noi non vi ha più gloria a raccogliere e nè contentezza; la nostra sapienza ha da ridursi indi in poi a questo: nello studio di morire con manco rimorsi che ci fie possibile. —
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
APPENDICE
LETTERA INEDITA DI FRANCESCO BURLAMACCHI