Part 25
«Per obbedienza al comandamento della Serenità Vostra io parlerò: penso, e, così dicendo, se non imbrocco, rasento il vero, che i miei Signori temano che voi per forza di tormenti facciate dire al Burlamacchi non quello ch'è vero, bensì quello che gioverebbe al vostro fine di disservire la Repubblica presso l'imperatore e il pontefice. Per altra parte a me fa difetto la commissione per negoziare simile faccenda: piacciavi, se così vi talenta, indirizzarvi alla Signoria.»
E Cosimo, che non si dava agevolmente per vinto, quindi a breve spedi suo oratore alla Repubblica messere Agnolo Niccolini, uomo sagace, devotissimo a lui, onde aguzzasse il suo ingegno per farglielo avere. Il panno mostrava troppo la corda, sicchè da un lato cresceva la tenacità a negarle alla stregua che dall'altro diventava più intensa la smania di volerlo. Parole molte, anzi infinite, scaltrimenti sottili e scherma da disgradarne i più scaltriti negoziatori, profferte e carezze, tutto riuscì invano: oltre alle ragioni già riferite, il Niccolini allegava come veruno meglio del duca fosse impegnato a scoprire proprio come la fosse ita la faccenda; e veruno essere provveduto meglio di lui degli arnesi adattati a questo. Lucca, luogo oltre ogni credere male acconcio a formare il processo; imperciocchè, messa da parte qualunque complicità dal lato dei concittadini e dei parenti del Burlamacchi, egli era naturale almeno che i congiunti, gli amici ed i clienti della sua casa e suoi di ogni pruno facessero siepe per arruffare le prove e sottrarlo al castigo: si lasciassero servire. Ma i Lucchesi, che non si volevano lasciare servire, volendosi salvare dall'ardente molestia, altro scampo non trovarono che dirgli: il fatto del Burlamacchi come attentatorio alla maestà dello impero doversi denunziare a cesare, il quale nel suo consiglio ordinerebbe quello che avessero a fare. — Cosimo sentì la botta; rise sottile, nè potendo pararla, risposo: «Giusto! Anco a lui pareva così: non si potevano i Signori riporre in migliori mani di quelle di cesare»; e volse raddoppiati i suoi conati in corte dello imperatore per avere il Burlamacchi, argomento per lui di terrore e arnese buono ad allargargli il principato.
CAPITOLO VIII.
Lucchesi, paurosi che il caso del Burlamacchi possa danneggiarli, fanno profferte vilissime a cesare. — Due volte mandansi oratori ai principi per tenerseli bene edificati. — Manoscritto originale del processo si conserva negli archivi di Lucca. — Quali le aderenze del Burlamacchi nelle città toscane. — Corrispondenze co' Sanesi quali. — Sua virtù a scolpare l'Umidi, che pure lo aveva tradito. — Confessa lui essere buono cattolico, e non ci si crede. — Testimonianze soppresse ed ora restituite. — E messo al tormento, altezza di animo dimostrata da lui in cotesto frangente. — Scrive allo imperatore ed al gonfaloniere di Lucca: della prima lettera non trovammo traccia; forse conservasi negli archivi di Vienna; pure se ne conosce il contenuto e si dichiara: si riporta la lettera del Burlamacchi al gonfaloniere. — Che cosa egli e gli Strozzi intendessero fare di Cosimo duca di Firenze. — Torturato da capo. — Smanie di Cosimo per avere nelle mani il Burlamacchi. — Lettera del duca Cosimo in corte allo imperatore per ottenere il suo intento. — Ferrante Gonzaga governatore di Milano manda un commissario imperiale per rinnovare gli esami del Burlamacchi. — Martoriato di capo: da sè spogliasi e si adatta alla corda. — Minacciato della prova del fuoco, da cui per pietà il commissario si rimane. — Terminato il processo, il commissario torna a Milano con due istanze contrarie: il duca voleva il Burlamacchi, e la Repubblica non glielo voleva dare. — Richiesto a Milano: squisite diligenze per custodirlo e perchè: si consegna con pubblico contratto: è messo in prigione onesta, ma dopo pochi giorni condannato a morte. — Tentativi degli amici e dei parenti del Burlamacchi per liberarlo. — Il Gonzaga dà buone parole; memoriali allo imperatore. — Andrea Doria raccomanda il Burlamacchi allo imperatore. — Per salvare Francesco, spendono in corte i parenti più di 36m. ff. — La moglie del Burlamacchi, la madre e l'amica di Cosimo pregano costui per la salvezza di Francesco, e risposta del duca. — Tentasi la fuga: disdetta onde non potè avere luogo: se vero o verosimile il caso. — Compagni di prigionia; chi fosse il marchese Giulio Cibo Malaspina. — Vengono per la tirannide le vendemmie di sangue: quali le cause che mossero cesare a incrudelire, e tra queste le principali. — Ultimi particolari della vita di Francesco Burlamacchi. — Sua sepoltura; potrebbero rinvenirsene le ossa. — Sebastiano Carletti si salva. — Fine miserabile di Cesare Benedino decapitato 14 anni dopo la congiura. — Commiato dello Autore.
Affannosi per paura, i Lucchesi mediante autorevoli oratori significavano a cesare avere incominciato gli esami del Burlamacchi; essere parso per maggiore solennità spediente aggiungere agli ordinari auditori di Rota diciotto cittadini dei primi non che il magistrato dei segretari; però, qualora egli temesse di parzialità per lo accusato, confessarsi paratissimi tutti a consegnarglielo, a patto però che in qualche città imperiale e da giudici suoi si esaminasse, ma in balía del duca Cosimo per cosa al mondo non si commettesse: ovvero, se meglio gli talentasse, ponesse un suo commissario a capo del tribunale di Lucca. Dagli oratori spediti ai principi non ricevendo confortanti novelle, spedirono altri personaggi di maggiore autorità presso i medesimi e presso altri stati per propiziarsene i principi; di questi ricorda il nome la Cronaca manoscritta di Nicola Tucci, ed io qui li scrivo: il dottore Cesare Nobili andò al duca di Ferrara, Vincenzo suo fratello alla città di Bologna; il dottore Bernardino dei Medici al duca di Mantova; presso il pontefice furono deputati tre, Vincenzo Parensi dottore, Francesco Cenami e il cardinale Guidiccioni vescovo di Lucca; presso i legati apostolici e gli ambasciatori dei principi concorsi al concilio di Trento il vescovo dei Nobili.
Intanto erano incominciati gli esami; questo processo si conserva a Lucca nello archivio di stato, e fu impresso nella monografia del Minutoli comechè con parecchie lacune: da questo ricaviamo come Francesco Burlamacchi, toccati gli evangeli, si obbligò con giuramento di confessare la verità senza mestieri torture; quello ch'ei disse nella massima parte fu da noi riferito nel precedente capitolo; non complici rivelò non compagni, eccetto il Benedino e il Carletto impossibile a celarsi; nel secondo interrogatorio, oltre Bastiano, denunciò Giovambattista Carletti; interrogato perchè nel suo primo esame lo avesse taciuto rispose: «Per dargli tempo a mettersi in salvo.» Incentivo alla impresa la continua lettura delle vite di Plutarco, massime dei quattro incliti capitani Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato, i quali con pochissima gente avevano operato grandi cose: su questi pensieri essere rimasto sei mesi e forse un anno senza aprirsi con persona: non si pente del concepito disegno, sfortunato sì, non ingeneroso; solo gli dorrebbe d'ineffabile amarezza se dovesse recare nocumento alla carissima patria ed ai cittadini diletti: disse ignorare la causa per la quale gli fu contesa l'uscita; non incolparne persona; tale ravvisa essere stata la volontà di Dio. E tale favellò il magnanimo per non lasciarsi dietro una maledetta traccia di rancori e di vendette; poco mostrò calergli la morte; anzi, mancata la impresa, rincrescergli la vita; ben premergli la fama e questa sperare si sarebbe mantenuta perenne fra i pochi gentili presso cui fortuna non vale virtù. — Certo avere di lunga mano disposta la materia acquistandosi da per tutto aderenze e cercando ogni via di mettersi in grazia alla gente non solo di Lucca ma fuori, massime nelle città toscane; così in Pisa, pigliando occasione dal sequestro di non so quali bestie e di taluni contadini, rinnovò col provveditore dei Capponi l'amicizia antica durata fra le due case; essersi reso benevolo a Pescia il capitano Bastiano Galeotti col pregarlo di tenergli al fonte battesimale un suo figliuolo, ed indi in poi coltivato con lui buona amistanza. In Barga noverare amici sviscerati Cristoforo Merighi e il fratel suo, come quelli che in grazia di lui erano stati richiamati dal bando e mercè ampissimo indulto rimessi a casa; se però togli simili offici di amicizia, onde ei riputandoli amorevoli, confidava che in caso di bisogno gli avrebbero fatto spalla o almeno non abbandonato; nè anco per ombra aver loro fatto subodorare il concepito disegno. Immaginava che i quattro gentiluomini sanesi rilegati a Lucca gli dovessero essere parziali sul fondamento che vivendo essi fuoriusciti di patria, non sarebbe loro parso vero di ritornarci per via onorata; però con messere Antonio Vecchi avere favellato una volta sola e di novelle del tutto aliene al suo concetto. Col cavaliere de' Landucci parlò due volte, una a San Gemignano, l'altra in palazzo, ed in ambedue gli tenne proposito di questa sua opinione dimostrandogli quanto buona e santa cosa sarebbe se la riuscisse; al che egli rispose: «Qui sta il punto.» Egli, per fargli toccare con mano come con minori forze maggiori imprese fossero tentate e compite, gli mandò il Plutarco raccomandandogli leggesse le vite dei quattro magnanimi quivi segnate; se non che il Landucci alcuni giorni dopo gli rese il libro dicendogli ch'ell'erano fantasticherie cotesti racconti buoni per farsi a veglia; egli avergli maladettamente in uggia. Al Sergardi ne tenne proposito due volte o tre ma su le generali, come sarebbe a dire; che divina impresa sarebbe unire la Toscana in uno stato solo, nella quale ognuno dovrebbe chiamarsi contento di mettere la roba e la vita; a cui il Sergardi rispose sempre: «Pur troppo, ma i tempi correre ormai contrari a simili disegni.»
Fu interrogato su l'Umidi, lo indegno uomo che per viltà rese male per bene, e al Burlamacchi per sicuro avrà sussultato fieramente il cuore nel vederselo comparire davanti; ma che sarebbe virtù se non vincesse queste prove? Francesco, senza pur mirarlo in faccia, onde il suo sguardo, malgrado lui, non lo avvilisse, e badando a non alterare la voce, confessò sul conto suo nè più nè meno di quello che depose intorno al cavaliere dei Landucci; vo' dire com'egli fosse non pure alieno, ma schernitore del disegno immaginato da lui; depose altresì essere buono e fedele cattolico, non avere mancato di confessarsi e comunicarsi cotesto anno a Ferrara; e questo avere fatto costantemente negli anni scorsi.
Ciò non era vero quanto al sentirsi buon cattolico, circa all'essersi confessato e comunicato può darsi, ma l'erano lustre per parere; ed a questo proposito parmi importante a sapersi come un Tomeo Maniscalco testimone interrogato intorno alla fede del Burlamacchi così rispondesse: «dixe che un giorno vidde il ditto Francesco passeggiare in una chiesa con frate per dui hore in circa, et li parava che ragionassero dei lutherani e non sa di che ordine fusse quel frate, ma che era vestito di nero per quello che si ricorda.» Di ciò non occorre traccia negli atti del processo mandati fuori per le stampe dal Minutoli, come pure della risposta data dal Bati allo interrogatorio se sapesse il suo padrone essersi confessato a Ferrara: «dixe non saperlo»: però i Cronisti manoscritti Tucci, Penintesi Dalli ed altri parecchi difendono a spada tratta il Burlamacchi dall'accusa di eresia; l'affannosa difesa somministra il più veemente indizio della colpa; poichè in cotesti tempi in Italia era colpa e meritevole di morte non professarsi cattolico apostolico romano. — Questo suo primo esame conchiuse affermando che la sua impresa, se la non si fosse scoperta, sarebbe riuscita per fermo, ed a giudizio suo oggi lo crede più che mai.
Fin qui sembra che non adoperassero tortura; a questa ricorsero il primo di settembre: in quel dì egli confermò le cose già dette, altre ne aggiunse le quali riferimmo nel capitolo antecedente; negò risoluto aver complici; interrogato se unendosi agli Strozzi avesse concepito qualche convegno di spartirsi con esso loro la Toscana, risoluto risponde: «No mai, era mio intento metterla in libertà e conservarla con la buona voluntà del popolo, e esso disegnava vivere da cittadino privato.»
Apporta inestimabile contentezza all'animo del lettore contristato da tanti esempi di odierna viltà la bella natura di Francesco, che, di nulla pensoso tranne della cara patria, a cui teme riuscire troppo molesto, si studia purgarla da ogni sospetto di connivenza con lui, sicchè in mezzo ai tormenti attesta: «solo di questo avere assicurato il priore di Capua, che, quando si fosse venuto al menar delle mani, la città di Lucca era necessitata favorire la impresa con armi e con denari, perchè non si saria potuta giustificare che senza il consenso suo si fosse mostro un tale accidente.»
Restituito in carcere, chiese ed ottenne dai padri facultà di scrivere; al quale scopo gli furono concessi due fogli, dove vergò due lettere una per Carlo V imperatore e l'altra pel gonfaloniere e gli anziani: della prima non occorre nei nostri archivi vestigio nè vi si può trovare, perchè fu lettera segreta e diretta allo imperatore: tuttavia ci è dato argomentare che cosa contenesse; imperciocchè, interrogato nel 3 settembre dagli esaminatori sul tenore della medesima, rispose che dove gli fosse riuscito il disegno di unire insieme la Toscana, egli si sarebbe condotto, ovvero avrebbe o mandato o scritto a S. M. lo imperatore per pregarlo di venire dalle parti di qua e vedere di mettere un po' a sesto le faccende della Chiesa, riformandola dai molti abusi che ci sono e riducendola ad uniformità di opinioni; il che _poteva riuscirgli con levarle l'entrate lassandole godere a quelli che l'havevano adesso, e doppo la morte loro l'applicasse o al pubblico o a sovventione di poveri segondo che li fusse parso meglio, che questo harebbe contentato gli Alemanni e riduttoli alla obbedientia sua, li quali non desideravano altro. Et che lo harebbe essortato a pigliare la via di Roma e con lo aiuto di detti Alemanni e della Toschana a farsi imperatore di Roma, parendogli sia male si domandi imperatore dei Romani e che non li comandi; e che questo gli sarebbe facilmente riuscito con soprascritto aiuto e con avere lì vicino il reame di Napoli e della parte in Roma._
Di leggieri si comprende che coteste erano girandole per ingrazianirsi lo imperatore, e a noi sembra per lo manco strano che con essi si augurasse il Burlamacchi di agguindolarlo, molto più che quegli aveva voce o noce di essere maliziato più di volpe vecchia; ma anco delle volpi se ne piglia, e vedremo che cotesto partito inefficace affatto non fu; forse se altri casi non cospiravano a danno del Burlamacchi, aveva salva la vita[23]. Se però non ci fu dato rintracciare la lettera del Burlamacchi allo imperatore, che forse non sarebbe difficile rinvenire negli archivi di Vienna, miglior ventura ci toccò di quella mandata al gonfaloniere, la quale, come cosa di molta rarità, qui offro stampata al lettore:
«MOLTO MAGNIFICO SIGNORE GONFALONIERE.
«Io ho desiderato havere modo di scrivere per la causa che VS. vederà, et questo è per potere scrivere una lettera a S. M., la quale ho scritto e sarà con questa, e il modo che avesse a tornare in benefitio grande di quella non l'haveo conferita a persona, ma me l'haveo serbata in me, pensando che, avendo effetto la impresa, tutto havesse a riuscire, nè mi è parso dirla alli signori giudici di Rota e altri cittadini; et quando la Signoria Vostra et i secretari la vorranno udire, non li dispiacerà. Et il mandare questa lettera a S. M. non mi pare che possi tornare in danno alla città, anzi utile, e mandarla per mezzo di Niccolò Burlamacchi, che potrà farci andare Gherardo in poste, e anco havesse questa spesa siando stato lui et Pietro causa che sin qui so che non mancherà di sopportarla, et anco parendo potrem mandarla per dui vie, uno per via ordinaria e l'altro per via di Svizzeri e di Agusta; che non potendo andare da S. M. quelli nostri amici di là non mancheran fare di ottenere chi vi andasse, e a SV. quanto posso mi raccomando, e come dissi a tutti con contento, ho che, havendovi tutti per amici e parenti alcuni, so che del mal mio ne havete tutti dispiacere quanto io. Et a Dio piaccia di tenere VS. in sua buona guardia.»
_Di VS. Serv._ FRANCESCO BURLAMACCHI.
In parte questa lettera corre senza sintassi; ma con lui che aveva le braccia slogate dalla tortura e temeva peggio non si vuole procedere troppo difficili. Questo a me, sembra che si palesi chiaro come il Burlamacchi, secondo la opinione di quanti Italiani ebbero fior di senno, pensò come la Italia non potesse avere salute mai dove il cattolicesimo dalla sovranità temporale non si sceverasse. Un'altra dichiarazione fece il Burlamacchi che certo si poteva risparmiare, conciossiachè non gli venisse affatto creduta, nè egli potè augurarsi che gliela credessero, ed è che, occupata la Toscana e messe le mani addosso, non avrebbero fatto punto male al duca Cosimo: al contrario, ridottolo in condizione cittadinesca, oltre lasciargli i beni propri, gli aríeno egli e gli Strozzi stanziato 20 / m S. di pensione, ponendo in sua balía lo stare o l'andare. Se fra gli Strozzi e i Medici, emuli antichi, debitori scambievolmente e creditori d'ingiurie, di sangue e di guasto negli averi, potessero correre le cose a quel modo lascio che giudichi chi legge. Per ultimo conchiusero col solito _gloria_: «Li signori essaminatori, per cognoscere meglio la verità, comandarno che detto costituto fosse legato alla corda, tormentato e in alto levato e quassato se a lor signori parrà. Et alzato da terra in alto per il _cavaliere_ e suoi birri; domandato di nuovo, dixe non avere altro che dire, e havere detta tutta la verità. Et allora comandarno che fusse quassato, e di nuovo interrogato replicò come di sopra e non havere altro che dire. Et allora li prefati signori examinatori, vedendo la risposta, costantia e perseveratione del ditto costituto così senza tortura come con torture, comandorno esso costituto essere sciolto e riposto nelle ditte carceri con animo di continuare l'examine se a loro parrà conveniente e cosa consona alla ragione».
Ma Cosimo non si poteva dare pace di non avere il Burlamacchi nell'ugne; e tu lo vedi irrequieto a far fuoco nell'orcio perchè glielo consegnino, mentre aveva detto e ripetuto a squarciagola il Burlamacchi _sciocco, folle_; la sua potenza assodata così su le armi e nel cuore dei sudditi da non temere crollo di fortuna nè malevoglienza di uomini, adesso dalle sue stesse lettere ti chiarirai com'ei non credesse punto a quello che diceva, anzi sbertava i Lucchesi, i quali anfanavano per dare ad intendere il Burlamacchi uomo che avesse mandato a rimpedulare il cervello; «davvero, scrive Cosimo, quanto sia verosimile che il gonfaloniere è persona capricciosa et pazza, lo dimostra il luogo supremo che tenea di quella Signoria, l'officio di commissario della militia loro.» Dichiara come, mosso non tanto dallo studio del proprio interesse quanto per servizio di Sua Maestà, mandasse subito oratori a Lucca perchè gli consegnassero il Burlamacchi; alla quale inchiesta avere i Signori lucchesi opposto sempre pertinace rifiuto, _come quelli (pensiamo noi) che debbono sapere che costui ha in corpo molto più di quello che loro hanno mandato fuora, e non vogliono si propali, maxime che dei compiici e fautori ce ne debbono essere assai della loro città et d'altronde, e forse persone d'importanza_; per ciò si raccomanda che nel modo stesso che S. M. compiacque i Lucchesi del Fatinello ponendolo nelle costoro mani affinchè lo esaminassero e punissero, così lui Cosimo gratificasse del Burlamacchi per esaminarlo nelle sue mani perchè si sappia lo intero di questo trattato _e per il suo e per il nostro interesse_[24].
Per levarsi dattorno cotesto assillo, don Ferrante Gonzaga governatore di Milano, certamente per ordine di Carlo V, giudicò opportuno spedire persona esperta e fidata a rinnovare gli esami a Lucca con la speranza che tanto sarebbe bastato all'indole sospettosa del duca. A tale uopo mandò a Lucca un dottore Girolamo Belloni da Casale di Monferrato col titolo e il nome di commissario imperiale; trovo in qualche cronista rammentato come costui innanzi di recarsi a Lucca passasse per conferire con Cosimo da Firenze, e può darsi; certo egli è poi che, terminati gli esami, ritornò a Firenze, senza dubbio per darne al medesimo particolarmente ragguaglio: se altro fra loro rimanesse stabilito ignoriamo.
Pertanto il senatore Belloni ripigliava gli esami del Burlamacchi la sera del mercoledì 13 ottobre 1546, i quali, continuati nei giorni 14 e 18 del medesimo mese, furono chiusi nel dì successivo 19. — In questi esami egli confermò in sostanza le cose già confessate; altro non poter dire; dove bisogni, si chiama pronto a patire il martirio e tutto quanto al signor commissario parerà di ragione: però nella notte del diciotto ottobre egli non fu estratto di carcere, all'opposto il commissario andò nella prigione del palazzo di Lucca, dove stava custodito il Burlamacchi, ed ordinò che quivi adattassero il curlo. Qui interrogato se avesse detto la verità e se avesse cosa da aggiungere ovvero mutare, poichè ebbe alle diverse domande rispettivamente risposto sì o no, al commissario cesareo parve bene ch'ei fosse spogliato, legato ed alzato, onde con la prova della tortura confermasse ovvero smentisse lo esposto.
Qual cuore fosse quello del nostro eroe nel vedersi in così misero stato, pensi chi legge; pure, chiudendo in sè la passione, non turba il sembiante nè aggronda i sopraccigli; da sè spogliasi, da sè si pone alla corda[25]; dove legato, lo alzano da quattro braccia sopra il pavimento e quivi lo lasciano a cotesto modo sospeso. Il commissario, passato alcun tempo, al fine che il peso del corpo aggravandosi slogasse le braccia e ne stirasse angosciosamente i muscoli, con voce pacata riprese: «Dite la verità degli altri complici più di quello che abbiate detto, massime dei signori Sanesi.» E il magnanimo a sua posta: «Ah! signor commissario, che io sono morto, le ho detto la verità, ahimè!» Il commissario allora, per rispondere al richiamo che cotesto infelice faceva alla sua pietà, ordinò lo sollevassero qualche altro braccio di più e poi lo lasciassero ire giù a piombo[26]: questo chiamavasi squasso ed anco strappata; e se i meschini sentissero strapparsi, Dio ve lo dica per me.
Il giorno dopo il buon senatore tornava ai tormenti per ispuntarla: così gl'insegnava il suo mestiere, ed è precetto antico che bisogna battere il ferro quando è caldo; nè io di lui mi dolgo nè lo maledico; a quel mo' in cotesti tempi persuadeva la scienza, e noi meritamente lo riprendiamo barbaro; forse e senza forse più tardi gli uomini censureranno incivile quello che adesso la scienza insegna come dogma dalle cattedre: un po' di modestia non fa male a nessuno, nè anco alla scienza.
Pertanto il commissario entrato nella carcere del Burlamacchi il 19 ottobre 1546, di nuovo lo ricercava a dire tutta ed intera la verità: a cui il tormentato rispondeva traendo guai: «Ahimè! Signore, che cosa volete che io dica se tutto quello che sapeva fu da me liberamente confessato? Forse quanto confessai alla mia morte non basta? Non avete, signore, la cosa chiara? Di grazia fatemi tagliare più presto la testa che tormentarmi tanto; non vedete ch'io sono tutto stroppiato?»
Il commissario soggiunse: «Dio sa se me ne duole nell'anima, ma le mie istruzioni m'impongono che con le ultime prove io mi adoperi a strapparvi di bocca la intera verità, che voi pur troppo mi celate in parte:»
«Nulla vi ho celato.»
«Forse quanto a voi sì; no per certo quanto ai vostri compiici.»