Vita di Francesco Burlamacchi

Part 19

Chapter 193,256 wordsPublic domain

Di monsignor Pietro Carnesecchi non si potrebbe dire bene tanto che bastasse: indole umana, benigna e più, comechè nella pratica della virtù rigidamente costante; egli dotto nelle greche e nelle latine lettere, parlatore diserto, poeta insigne, consigliere argutissimo e fedele, delizia di quanti il conobbero, tra i quali piace distinguere quei due chiari intelletti che furono i cardinali Sadoleto e Bembo. Gli fu amico Giulio dei Medici, esaltato poi a pontefice col nome di Clemente VII, il quale lo elesse pronotaro apostolico e segretario; con tre abbazie lo locupletò nel reame di Napoli, in Francia e nel Polesine; avendolo a mandare allo imperatore Carlo V nel 1531, lo accompagnò con questa commendatizia di cui non sapremmo immaginare nè più calzante nè più affettuosa: «Noi ti raccomandiamo un cittadino fiorentino, uomo di somma fede e di modestia singolare, il quale, e pei suoi meriti e per l'animo a noi divotissimo e per nobiltà e per virtù, amiamo quanto maggiormente possiamo.» E certo il papa favellava sincero, imperciocchè perfino del proprio nome volle ch'ei usasse; ed in cotesti tempi corse fama che la Chiesa pei consigli del Carnesecchi si governasse. — Siffatto intelletto era impossibile che le improntitudini romane sopportassero; convenuto sovente a Viterbo presso il cardinale Reginaldo Polo in compagnia di Marcantonio Flaminio, si pascevano _de illo cibo qui non perit_, ovvero di ragionamenti ribelli all'enormezze di preti cupidi, feroci ed ignoranti; a Napoli prese usanza col Valdes, l'Ochino, il Vermiglio e il Caracciolo; altrove strinse amicizia col vescovo Soranzo, col Vergerio, col Rangoni, Priuli, Merenda, Altieri, Celsi ed altri parecchi; mantenne più che benevole corrispondenza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoia, Renata di Francia, Lavinia della Rovere e Giulia Gonzaga; generoso ed umano sussidiò largamente i perseguitati; diceva anco a chi non lo voleva sapere come a capacitare gli uomini ci vogliono buoni argomenti esposti con amore, non già lo immane urlío «_abbrucia, ammazza_»; pii ed innocentissimi affermava avere provato la più parte dei protestanti; cui si ritrattava compiangeva di spirito debole e di animo abbiosciato, all'opposto chi persisteva nella fede novellamente assunta lodava, e fra questi levò a cielo il Valdes scrivendone al Bonfadio; insomma disse ed operò in guisa che in cotesti tempi per mandare alle fiamme un uomo dabbene ce n'era anco di troppo. Citato a Roma nel 1546, il cardinale di Burgos lo esaminò intorno le sue corrispondenze con gli eretici, i sussidi loro somministrati, le raccomandazioni come precettori di tali che insinuatisi nelle famiglie sotto pretesto d'insegnare pervertivano la coscienza dei giovanetti, il favore fatto presso duchessa di Traietto in pro di due ospitati perchè il vero evangelo bandissero alle genti; ventura per lui che Paolo III beveva grosso ed impedì che il negozio inciprignisse: ma pecora segnata ormai egli era; ito in Francia, tornarono ad appiccargli le accuse; le quali a cagione della regina Caterina che gli si professava parzialissima poterono attecchire anco meno che a Roma. Poteva costà vivere tranquillo, ma i fati che strascinano gli uomini più che questi non credono e certo poi più che non vorrebbero, lo condussero di nuovo in Italia, farfalla intorno alla fiamma che lo aveva a incenerire; egli mise stanza in Padova, città ch'ei giudicava appartata dalle romane insidie epperò opportuna alla professione pacifica delle sue dottrine: s'ingannava, anco là la curia prese a perseguitarlo più implacata che mai; niente gli valse separarsi dai viventi o chiudersi nella solitudine o studiare le parole e i passi; l'odio, che non perdona mai, lo circondava come l'atmosfera. Il Gelido con queste pietose parole dava contezza di lui al Bibbiena segretario del duca Cosimo: «Molto spesso ragiono di lei con monsignor Carnesecchi, il quale è abbandonato, si può dire, da ognuno, eccetto da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico, e certo non per beneficii che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma perchè sempre l'ho conosciuto uomo dabbene e bonissimo, e se mai lo ebbi tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possono accadere ad un uomo, perchè si perde la roba, l'onore e quasi la vita, finisco di certificarmi che Dio è con lui e lo governa e lo consola e lo fortifica, chè altrimenti non potrebbe tollerare questo colpo mortalissimo con tanta costanza di animo e quasi con ilarità come con effetto tollera. Si è ritirato in casa, che fa conto gli sia una onesta carcere: conversa co' suoi libri e coi suoi pensieri per la maggior parte divini e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che, in questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini, l'assuefarà a conversare con gli angioli, e così verrà a trarsi altro frutto di questo suo esilio di quello che dal suo trasse Boezio o qualsivoglia altro filosofo, perchè altra consolazione si trova nella filosofia cristiana che nella umana.»

Fra Michele inquisitore a nome di Paolo IV citò il Carnesecchi a Roma, ed egli mantenendosi contumace, senz'altra indagine venne scomunicato il 5 aprile 1559; come a Dio piacque, a Paolo successe Giovannangelo dei Medici col titolo di Pio IV, il quale sendogli amico, lo ebbe tosto ribenedetto dichiarandolo buon cattolico ed obbediente alla Chiesa. Allora, punto dal desiderio del natio luogo o nello intento di porsi al riparo di più sicuro asilo, il Carnesecchi da Padova si trasferì a dimorare a Firenze, dove visse in pace onorato da tutti e caro, come credeva, a Cosimo fino alla esaltazione di Pio V; in quel torno, senza che il Carnesecchi se ne addasse, una terribile procella si affoltò sopra di lui. Rincresceva acerbamente a Cosimo che la morte gli cavasse dalle mani un papa prima di averlo sfruttato secondo i suoi bisogni; tanta era stata fin lì la sua prevalenza sopra la curia romana che Pasquino espresse questa opinione universale effigiando Cosimo vestito da papa col motto: «_ecce Cosmus Medices pontefex maximus_.» Col papa amico pareva a Cosimo potere navigare sicuro pel pelago intricato della politica ed anco alla occasione prepotere, imperciocchè i concetti di Cosimo fossero grandi o almeno cupidi, e poi i contrasti per le precedenze a cotesti tempi si mostrassero od avessero occasione per mostrarsi più dispettosi che mai; e ciò o rispondesse alla fumosità per virtù dei costumi spagnuoli diventata tanta parte del cervello italiano, o piuttosto a segno esteriore di primazia proseguita dai principotti con tanto maggiore smania nelle apparenze quanto più impotenti a conseguirla in sostanza. Al duca di Firenze davano continua molestia i duchi di Savoia, di Mantova e di Ferrara, massime di Ferrara: mentre quel di Savoia era andato a pescare il titolo di re fino a Cipro non senza riso dei potentati d'Italia e di fuori, e fin d'allora Cosimo mulinava conseguire dal papa titolo e grado che lo preponessero ai suoi emuli, come di fatti pei meriti suoi, tra i quali non ultimo la consegna del Carnesecchi, acquistò e fu incoronato granduca.

Pertanto il cardinale Pacecco scrisse al duca il 10 giugno 1566 una lettera perfida come la sanno scrivere i preti: «Sarebbe peccato grave per Cosimo se non desse al papa tutto favore perchè egli potesse adempire il suo ufficio di vicario di Cristo: avendogli sua Beatitudine parlato con molta premura di questo negozio, egli Pacecco avere reputato spediente agl'interessi del duca accertarlo di due cose, la prima che in tutta la cristianità non viveva principe il quale delle cose della Inquisizione fosse zelatore come egli Cosimo, e questo molto bene conosce da per sè la S. S. e lo predica; la seconda, che non vi sarebbe cosa, per grave che fosse, che Ella non fosse disposta a fare per suo particolare contento e consolazione: non si maravigli poi della premura che si muove per un uomo, imperciocchè costui non sia un uomo come un altro, e si nutre sicurezza di ricavare da lui molte cose ed importantissime _e forse qualcheduna che fosse di suo servizio_.» Preparato a questo modo il terreno, il giorno dopo Pio V spediva al duca il maestro del sacro palazzo con una lettera scritta tutta di proprio pugno: «Dilecte fili, etc. Ella pare innocente come l'acqua; dia ad esso maestro la credenza che daria alla sua medesima persona, e così la Divina Maestà lo benedica.» — Il maestro del sacro palazzo non aveva altra commissione eccetto quella di farsi consegnare il Carnesecchi, nè si partisse da Firenze se con esso seco non lo trasportasse. Dalle carte del Carnesecchi poi si rilevò come gli amici suoi di oltremonte più volte avessero mosso ressa appo lui ond'egli da Firenze si cansasse, nè egli se ne era mostrato alieno, ma poi, fidando nell'amicizia antica di Cosimo, bandito ogni sospetto da sè come ingiurioso a così egregio principe, si era rimasto; e giusto nel punto che il maestro giunse al palazzo del duca il Carnesecchi pranzava coll'ottimo principe; il quale letta la lettera e udito il messaggio senza scomporsi, mandato pel bargello, fece tradurre l'amico della sua famiglia e suo dalla mensa ospitale al carcere dei malfattori. E qui non vuolsi omettere di notare come cause della feroce persecuzione contro il Carnesecchi fossero due: la prima la strenua difesa con la quale il Carnesecchi pigliò sempre a sostenere la fama di Cosimo; di che si ha notizia in una lettera del Gelido: «Tu ti devi ricordare che tre anni fa predicò un frate di santo Agostino chiamato il Montalcino. Costui pose tanto odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a trovarlo in camera e con buon modo mostrò al padre che faceva male a parlare del duca di Fiorenza manco che onoratamente: ma poichè egli era uno dei più arrabbiati Sanesi che mai si potessero immaginare non che trovare, cominciò a levare la voce e dare del tiranno per la testa in modo che il Carnesecchi mi ha detto che bisognò gli dicesse a lettere da scatola ch'egli era la più solenne bestia che andasse sopra due gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò a dolersene più volte col cardinale Triulzio, ch'era qui legato, e trovando che non ne faceva caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe il modo di rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose che la inquisizione era aperta, e che a monsignore, parlando seco, era scappata di bocca non so qual parola sopra un passo di santo Agostino che sentiva dello eretico, ed insomma troviamo che questo frataccio ha suscitata questa persecuzione.» E questo fatto sarà stato argomento per Cosimo di vendicarsi del frate, ma nol fu per salvare il misero Carnesecchi; la seconda causa si desume da certa lettera scritta dal Babbi oratore toscano al duca Cosimo: «Mi disse iersera il governatore di Roma che il Carnesecchi porta gran pericolo di vita, sebbene il processo suo non è ancora maturo, ed ha un gran bisogno di aiuto: quando campi la vita, _sarà murato_ in luogo che non si rivedrà, più essendosi trovate fra le sue scritture minute di lettere che scriveva pel mondo quando fu creato questo buon papa, detestando questa santa elezione _e dicendo molto male di lui e di tutto il collegio_.»

E preti e donne non perdonano mai, costumava dire il cardinale di Richelieu, che se ne intendeva. Trentaquattro furono gli errori imputatigli (e quello che per avventura lo condusse a morte si tacque); affinchè uomo conosca per quali cause trecento anni fa Roma ardeva, strangolava, arrotava, mazzolava e squartava le creature umane, io li vo' riferire: «L'uomo con la fede sola si giustifica; fede, e non opere, necessaria alla salute eterna; facile però all'uomo graziato della fede compire opere buone: quantunque inani alla salvazione dell'anima, le buone opere otterranno maggior grado di gloria: per natura inclinati al male e, avanti la grazia, al peccato: arduo ed impossibile, senza grazia di Dio, copia di fede e di speranza, osservare il decalogo, massime i due primi precetti di quello. Si stia alla parola del Signore attestata dalle Scritture; delle indulgenze nella Scrittura non occorre neppure una parola. Lo Spirito Santo non presiedè a tutti i concili nè si mostrava chiaro intorno alla persona legittima per convocarlo: quanti avessero ad essere i sacramenti non sapeva: non obbligatoria la confessione: dubitava del purgatorio e sosteneva apocrifo il libro II dei Maccabei, dove si giudica efficace il suffragio pei morti. Che nella Eucaristia sia presente il corpo di Cristo non nega, nega la transustanziazione e qui ciondola tra Lutero e Calvino: sarebbe bene che anco i laici comunicassero sotto le due specie. La Messa propizia solo per la memoria della passione di Cristo o vero in quanto eccita la fede, per la quale unicamente impetriamo la rimessione dei peccati. Per eccellenza il papa è primo vescovo, non per autorità, la quale non può esercitare sopra le altre chiese, se pure il mondo non gliela deferisca per rispetto a Roma. La più parte degli ordini monastici aborriva, massime gli accattoni, cavallette del pane del povero: le prediche dannose anzichè no, come quelle che raccomandavano troppo le opere: turpe il celibato dei preti: iniquo il voto di castità, la quale è dono di Dio: l'andare pellegrinando randagio attorno vizio di vagabondo, non santità: la cernita dei cibi assurda, non meritorio il digiuno; e poichè Cristo si era offerto mediatore fra Dio e gli uomini, inutile la invocazione dei santi; con altre giuntarelle che toccai disopra, perchè a suo danno si raccolsero le briciole; le quali cose tutte adesso ci paiono opinioni in parte plausibili, in parte oziose; ma i tempi portavano così, ed essi letterati erano e dialettici e teologhi non già filosofi. Caduto in malebranche, il Carnesecchi, per bene due volte atrocemente provato con la tortura, confessò quello che vollero; spontaneo avrebbe detto tanto che mezzo bastava per arderlo. Però tormenti non valsero a denunziare complici, sè accusò solo. Cosimo, fosse vergogna o rimorso o piuttosto astutezza, contando coll'esagerare il sacrifizio fatto al papa ottenerne più lauto compenso, assai si dimenò per proteggerlo; e col mezzo del suo oratore veniva supplicando il papa considerasse la nobile prosapia dello accusato, il nome chiaro, la diuturna familiarità, un _monte di donzelle del suo parentado da accasarsi_, la servitù alla casa Medici, il grado illustre; e il papa, tutto bene considerato, rispondeva: _che se avesse in mano uno che avesse morto dieci uomini non mancherebbe darglielo e concederglielo; il Carnesecchi non potere; e che se si avesse rispetto ai parenti ed alle famiglie, non si sarieno fatte esecuzioni come si sono fatte in molti signori_. Onde il Serristori, che sparvierato uomo di corte era, presa lingua, scriveva al suo padrone per dissuaderlo da mettersi nella calca a farsi pigiare: «Non ci è verso alcuno di aiutarlo, e ciò che l'E. V. facessero non gli gioverieno, ma sì bene imbratterebbono in gran parte quella candidezza e gran volontà che con le opere hanno mostro contro questa pestilenza di eretici, per il che presso Sua Santità sono tenuti in concetto dei più cattolici principi che sieno in cristianità, la religione, virtù e giustizia dei quali da Lei si predica con ogni uomo.» E poi, secondo il costume di tutti i tempi, che i vili, a cui il bene materiato piace, sentono bisogno di tôrre ai magnanimi fino il compianto dei loro simili, il Serristori denigra presso Cosimo il Carnesecchi come uomo senza cervello che in mal tempo, invece di gittarsi giù di sfascio ai piedi del papa ed implorare mercede, aveva tolto a difendersi; insensato che si ostina a non ritrattarsi come tanti altri fanno: ma forse il cortigiano con siffatte parole perfidissime veniva piaggiando l'anima di Cosimo, la quale, lacerata dal rimorso, doveva trovare qualche sollievo al truce tradimento dandosi ad intendere che al postutto il Carnesecchi non era uomo che meritasse osservanza di fede.

Anco lui con lusinghe e con terrori tentarono affinchè si ritrattasse: stette fermo, e ad una voce avversi e finti o timidi amici condannarono la sua caparbietà, la quale se non era, l'ottimo pontefice gli avrebbe fatto senz'altro la grazia. Qual mai grazia? Chiuso in perpetua prigione in mano a frati fanatici, ovvero dentro una celletta _murato_; chè il carcere solitario, privo di ogni consolazione, pieno di ogni angoscia mortale, immaginarono i preti nello inferno dei loro pensieri prima che scendesse nel cervello dei moderni[17] filosofi.

E poi ormai nel Carnesecchi, venute meno le cause del vivere, era surta la voluttà della morte: chiunque per cause più o meno lodevoli e sovente contennende si sente attaccato alla vita questo non pensa o non crede, ma pur troppo si danno casi pei quali all'uomo la vita diventa supplizio, refrigerio la morte. Il Carnesecchi, non che ritrattarsi, quanti confortatori gli mandavano procurava che si ravvedessero e, lasciato il sentiero dello errore, su la via del vero Evangelo s'incamminassero; donde lo esasperarsi delle pretesche ire. Non sembra che gli fosse letta la sentenza su la piazza della Minerva, bensì in chiesa davanti la sepoltura di Clemente VII, che tanto lo ebbe caro; quindi condotto in sagrestia, dove lo vestirono con la tunica gialla dipinta a fiamme; ridicole cose adesso, allora feroci; il martedì, che, fu il primo di ottobre 1567, portato in ponte, vi ebbe mozzo il capo, e poi l'arsero.[18] Tutti gli storici notarono l'attillatura con la quale ei si condusse a morte quasi segno di vanità o di follia; e questa attillatura, stando alla relazione del Serristori, consistè nel vestire camicia bianca e usare guanti nuovi e pezzuola pur bianca in mano; costoro non sapevano o piuttosto fingevano ignorare come la mondizie del corpo spesso renda testimonianza della purezza dello spirito. Il papa Pio, per non far torto al nome, delle entrate riscosse e da riscotersi de' suoi benefizi, che sommavano a circa cinquemila ducati, fece grazia ai suoi parenti, ma le abbazie di Napoli e del Polesine tenne per sè; quella di Francia sembra che non potesse agguantare. —

La viltà, che alla più parte degli uomini somministra le fasce dentro le quali essi vengono ravvolti fin dal nascimento loro, operò in guisa che gli amici lo rinnegarono, gratificando la tristizia del sacerdote, la quale non patisce che dei suoi avversari sopravviva il nome ovvero consente sì che duri, ma infame. Il Mureto, aveva composto un'oda in plauso del Carnesecchi e stava in procinto di pubblicarla, se non che, repugnando sconciare i fatti suoi, si consultò con taluni solenni barbassori di santa madre Chiesa, che lo consigliarono pel suo meglio a rimetterla nel fodero; ed egli comechè ciò costasse non già alla sua amicizia ormai svanita, sibbene alla sua vanità, tenne lo avviso. Del pari cadde l'animo allo stampatore Aldo Manuzio amico sviscerato del Carnesecchi, che gli levò al sacro fonte un figliuolo, e nelle collezione delle sue lettere stampata dopo la condanna di cotesto infelice al nome di lui sostituì quello di _Pero_; anzi nel 1558 costui dettò un magnifico panegirico del suo _caro Carnesecchi_ dedicato al Mureto; più tardi non volendo sopprimere il panegirico, che gli pareva gran cosa, e dall'altra parte aborrendo mettersi a cimento, surrogava il nome di Molini a quello dello amico sventurato; ancora, nella dedica di una edizione di Sallustio al cardinale Triulzio, il Manuzio così favella del Carnesecchi: «Piero Carnesecchi protonotaro; personaggio onorevole, preclaro per virtù e per dottrina facilmente primo su quanti io mi abbia riscontrati nel corso della mia vita», ma nelle edizioni posteriori alla sventura del 1567 nomi e lodi tu cerchereste invano. L'atroce persecuzione durava tuttavia verso la metà del secolo decimottavo, sicchè un Mancurti compatriota del Flaminio, pubblicando certa edizione delle sue opere, giudicò spediente sopprimere le ode intitolate al Carnesecchi, «per non esporsi alla censura della gente, la quale aveva affermato eretico il Flaminio attesa l'amicizia che professava al Carnesecchi.» Altre cose potrei aggiungere; me ne passo, chè me piglia insopportabile il tedio alla vista di tanta abiezione.[19] —