Vita di Francesco Burlamacchi

Part 18

Chapter 183,187 wordsPublic domain

Secondando lo impeto dell'avventata indole, Paolo IV aborrì come codardi i partiti discreti; si compiacque dello scandalo esclamando che la torcia doveva mettersi in cima al candeliere, non già tenersi riposta sotto lo staio; però di un tratto sostenne principi, principesse, preti, frati, vescovi, intere accademie e perfino alcuni giudici del tribunale del santo Uffizio: procedendo più oltre minacciò cernire il loglio dal grano anco nel sacro collegio, al quale effetto commise si ricercassero intorno alla fede i cardinali Polo e Morone, Foscarari vescovo di Modena, Luigi Priuli ed altri spettabili personaggi. Riarso dalla febbre della superstizione, per istinto feroce, inasprito dal contegno dei nepoti, ai quali troppo si commise e i quali troppo perseguitò, cotesto papa presso a tirare l'ultimo fiato non ebbe altro pensiero tranne quello di chiamarsi intorno al letto alcuni cardinali e raccomandare loro che per l'amore di Dio la Inquisizione nella sua interezza mantenessero; se non periva, egli avrebbe intorno a sè seminato il deserto: appena lo seppe morto, il popolo riduce in cenere il palazzo della Inquisizione, le sue statue rompe e scaraventa nel Tevere; furibondo adesso quanto prima fu vile. Il successore Pio IV da prima parve più mite; alla rovescia dei gatti, i quali sul principio allungano gli ugnoli, i preti li ritirano: ma di mano in mano se non peggio di Paolo, quanto lui contristò la umanità; il tribunale della Inquisizione mise in luogo appartato oltre Tevere, quasi vergognando mostrarlo: ma, nascosto o palese, tendeva ai medesimi fini co' medesimi tormenti; quivi l'alemanno Filippo Camerier conobbe e consolò l'anima afflitta di Pompeo Di Negri calabrese, cui nè amore di congiunti nè opera di amici valsero a liberare da fato inesorabile; solo, offerendo ben settemila scudi alla avarizia sacerdotale, ottennero questo, che invece di _bruciarlo vivo_, prima lo _strangolassero_, poi _ardessero_: ciò discrede il Cantù, che ogni sua fede pone nelle testimonianze del carnefice.

Pareva di peggio non potesse accadere e non fu così: a due cose non si trova fondo, allo inferno e alla crudeltà dei preti. Eletto il Ghislieri a pontefice col nome di Pio V, mostrò fin dove possano giungere la forza e il malvolere giunti al fanatismo. A costui non parve abbastanza feroce Carlo IX nè la strage di san Bartolomeo sufficiente olocausto al suo furore, sicchè scriveva lettere su lettere a cotesto re minacciandolo dell'ira celeste, dove avesse risparmiato un capo solo degli eretici, e fosse qualunque; e Spagna e Francia contrastavansi allora cotesta belva di prete per avventarsela contro, ed ella insanì per modo che un giorno mostrò i denti ad ambedue pubblicando le sue costituzioni, delle quali espresso il sugo ai giorni nostri leggemmo nel sillabo di Pio IX. Prima ardevano pel delitto, adesso pel sospetto di eresia: non passava giorno che Roma non andasse contristata da simili immanità; infinite le lusinghe perchè gli eretici veri o supposti si ritrattassero; per questa sottomissione attendessero non solo perdono bensì laude e premi; ma côlti al varco le promesse irridevano; il barone Bernardo di Angola, che nella speranza di uscir di pena confessò quello che vollero, ebbe a pagare pel riscatto della vita bene ottomila scudi e poi fu condannato a perpetua prigionia, e la segnasse col carbone bianco; non diverso toccò al conte di Pitigliano, il quale, oltre a sfamare la pretina avarizia con mille scudi, ebbe a ridursi a stare, finchè gli durò la vita, dentro un convento di gesuiti.

Sconvolto ogni senso morale, lodevoli anzi santi si giudicarono i fatti i quali si proponessero la esaltazione della Chiesa; tradimenti e sacramenti del pari graditi a Dio. Certo gentiluomo modenese notte tempo è chiamato in Castello Sant'Angiolo; ei va tremando per ogni vena; condotto alla presenza del castellano, questi lo interroga se egli avesse un parente del tal nome, il quale, condannato come eretico in Modena, erasi rifuggito a Ferrara; il gentiluomo rispose affermativamente; allora il castellano senza ambage gli dice: «Or bè, adesso a voi tocca morire, ovvero scrivete al cugino che pel giorno e alla tale ora si faccia trovare alla posta tale in Bologna per conferire insieme su negozio gravissimo; scegliete.» Il gentiluomo sopraffatto dallo spavento scrive, e tuttavia lo tengono sostenuto fino ad esito del tranello; il quale pur troppo riuscì favorevole alla perfidia pretesca, imperciocchè il cugino improvvido, male affrettandosi per compiacere al parente, in breve cadesse nelle granfie sacerdotali.

Lascio dei morti, minori in fama (pari tuttavia nel merito, e nel merito come nel martirio furono Fannio faventino e Domenico della Casa Bianca da Bassano) per parlare della fine di Mollio da Montalcino; lui rendevano venerato presso la gente la scienza infinita e la pietà insigne, quindi tanto più dalla curia romana aborrito, la quale gli pose i suoi segugi dietro per agguantarlo, come di fatto lo raggiunsero a Ravenna dove si stava acquattato: giorno fausto giudicarono cotesto a Roma, dove venne tratto con istrepito di armati. — Ammanita una solenne udienza della Inquisizione a cui assisterono con molti inquisitori parecchi vescovi e sei cardinali, vi comparve il Mollio in compagnia di non pochi altri sostenuti, nelle cui mani posero un torchietto acceso appena entrarono in sala: letta l'accusa, concessero agli accusati la difesa. Il Mollio si difese da sè: egli pertanto a viso aperto propugnò la propria dottrina intorno alla giustificazione, alla confessione auricolare, ai sacramenti; disse, com'è, empio ed usurpato il potere che il papa si arroga, e finalmente, vôlto con piglio severo verso i giudici, a questo modo gli apostrofò: «Se mai, o vescovi e cardinali, avessi potuto persuadermi che la potenza da voi usurpata e le dignità delle quali voi v'insignite rispondessero a taluno merito vostro, io non vi vorrei arguire; ma poichè io conosco di certa scienza come per voi sono state calpeste la temperanza, la verecondia, la onestà e la virtù, così emmi forza significarvi alla ricisa che voi le derivate non già da Dio, bensì dal demonio. Se fosse la vostra davvero potestà apostolica, come presumete dare ad intendere agl'ingenui, la dottrina e la vita vostre si rassomiglierebbero a un punto quelle degli apostoli: ora non è così, i vostri atti portano tutti il marchio della corruttela, della ipocrisia e della cupidità; ond'io non posso astenermi da considerare la vostra chiesa asilo di masnadieri e caverna di ladri. La vostra dottrina ch'è mai se non tessuto di menzogne? La vita vostra non palesa chiaro che vi siete fatto Dio del ventre? Voi siete sempre assetati del sangue degli eletti. Con qual fronte voi vi vantate successori degli apostoli e di Gesù Cristo voi che lo spernete nella parola e nelle opere, voi che trucidate i suoi fedeli ministri, voi che costumate come se Dio non fosse in cielo, rendete inutili i suoi precetti sopra la terra, fate forza alla coscienza dei santi? Impertanto dalla vostra sentenza mi appello, e v'intimo, gente sanguinaria e dolosa, a comparire dinanzi al tribunale di Cristo quando i titoli vostri di superbia non abbindoleranno, e quando gli strazi ed i carnefici vostri non atterriranno più la gente; ed in testimonianza di quanto vi ho detto, ecco vi rendo quando voi mi avete dato.» E qui scagliato in terra il torchietto che aveva nelle mani lo spense: forse, anzi di certo, non avria avuto virtù per salvarlo più mite sermone, tuttavolta e' pare che al Mollio come a Socrate in cotesta occasione premesse meno difendere sè stesso che empire di vergogna i propri giudici; ma co' preti la vergogna è sciupata.

Pomponio Algeri fu di Nola; studiò a Padova, ingegno sottile e nell'arte critica supremo, se la morte acerba non lo rapiva alla sapienza: tuttavia scolare compose certa operetta breve di mole, di argomentazione potentissima, con la quale si riduce in polvere tutto quanto i curiali romani anfanando ricavano dalle Scritture e dalle decretali in pro' del papa: avesse egli dettato blasfemi contro Dio, rilevava poco, Dio si difende da sè; contro il papa gli era ben altro negozio: faceva pertanto mestiero spegnere cotesto aspide innanzi che crescesse. Venezia servì da sbirro il papa; pure, sentisse rimorso o pudore, non volle consegnare il misero giovane al papa, lo condannò ella stessa cacciandolo in galera, donde pure ci ha redenzione. Ma siffatti empiastri non talentavano al papa, amico dei partiti netti, il quale focosamente instò presso il senato perchè glielo consegnasse: a sbramare la belva poteva dargli una carogna il senato, ma temè cimentarsi, però che cotesto maestrato ormai fosse destinato a scendere di viltà in viltà dentro il sepolcro; quindi glielo inviava vivo e incatenato a Roma, dove senza gingillare lo condannarono ad essere arso vivo: morì a trentaquattro anni con tali segni di grazia divina che i cardinali assistenti al supplizio per renderlo più solenne ne rimasero spaventati pur pensando al tardo ma inevitabile giudizio di Dio.

Le spie stavano attaccate come l'ombra ai corpi dei sospetti, nè in casa solo, ma fuori; così a Francesco Gamba da Como, frequentando per suoi commerci Ginevra, essendo accaduto certa volta di celebrarvi la cena in compagnia dei suoi fratelli nel Signore, al suo ritorno fu preso e in meno che non si dice un _Credo_ condannato alle fiamme; s'interpose l'ambasciatore imperiale, che a grande stento ottenne la esecuzione della sentenza per qualche giorno si differisse, e cotesta il misero ebbe a sperimentare importuna pietà, imperciocchè in quello intervallo di tempo i frati non facessero altro che tambussarlo con isciolemi e scede e di ogni maniera strazi, cui egli rispose mansueto sempre: anco i parenti e gli amici gli diedero molestia, pure tentando scrollare l'anima indomita con le considerazioni di affetti e d'interessi terreni. Di tutto ei prevalse: dal volto dai gesti, dalla dolce favella usciva uno incanto che investiva i cuori dei carnefici postigli attorno e gli sforzava al pianto; li benedisse, li perdonò supplice si volse a Dio perchè egli pure li perdonasse: tanto amore gli nocque; gl'inquisitori, temendo l'effetto della sua facondia, ordinarono che prima di condurlo al patibolo gli mozzassero la lingua, come fu fatto: così tratto fuori, anco sul palco gorgogliò sangue e preghiere pei suoi persecutori, quinci volse intorno gli sguardi e, visto alla lontana un suo amico lo salutò della mano; subito dopo lo strangolarono ed arsero. Tutti gli astanti piansero, eccetto i preti, i quali ruggirono: essi ben potevano percotere questi uomini dabbene con le pene degli scellerati, impedire che santi fossero e come tali si venerassero non potevano. Poco è a dirsi del Varaglia piemontese, già cappuccino, che mandato a convertire i Vadesi rimase convertito; a tradimento preso, fu condannato a morte a Torino: morendo volle spaventare come Scevola gl'inquisitori annunziando loro tanti essere i suoi fratelli nella fede di Cristo che gl'inquisitori non saprebbero trovare canapa nè legna a bastanza per istrangolarli ed arderli tutti; ma gl'inquisitori, come Porsenna, non si atterrirono continuando a strozzare ed a bruciare finchè la umanità non ebbe loro tronche le braccia.

Vittima anco più pietosa di lui Luigi Pasquali di Coni: preso fino dai primi anni di sua vita dalla dottrina dei riformati, studiò a Ginevra, dove tanto si distinse che lo elessero predicatore ai Vadesi di Calabria; avendo egli dato fede di sposo a Camilla Guerina, rispose non potere accettare senza il consenso della fidanzata, la quale volentieri lo accordava; andasse, obbedisse al Signore, ella lo avrebbe aspettato fino al ritorno: egli allora si partì con Stefano Negrino. Dopo molto travagliarsi, entrambi caddero in mano alla Inquisizione; il Negrino lasciò morirsi di fame in prigione, e parve non il più animoso, bensì il meno doloroso partito; all'opposto il Pasquali, dopo otto mesi di prigionia a Cosenza, trasportarono a Roma: molto patì e tutto sostenne con maravigliosa costanza, come si desume dalle lettere pietosissime spedite da lui alle chiese perseguitate della Calabria ed all'afflitta sposa; in una di queste lettere si legge il suo viaggio da Cosenza a Napoli; è pregio della opera riferirla: «Dei nostri compagni quei due che persuasero a ritrattarsi non hanno patito punto meno di noi, e Dio sa che cosa gli aspetta a Roma. L'onesto Spagnuolo soprastante alla nostra scorta ci volle far comprare la catena; a questo fine mi strinse così crudelmente i polsi che le carni ne rimasero stracciate; pur troppo mi accorsi che per riscattarmi dallo spasimo egli era mestieri dargli quanto mi trovava a possedere di pecunia; poca cosa invero, due ducati, appena bastevoli alle prime necessità; pure glieli diedi. Durante la notte alle bestie somministravano paglia per corcarsi, a noi no, ci toccava giacersi per terra; a Napoli ci hanno chiusi dentro una carcere umida, fetente per la lunga dimora di luridi prigionieri.»

Il fratello del Pasquali accorso per salvare il povero fratello, tale gli apparve quando prima lo vide al cospetto dello inquisitore: «orribile vista! egli scrive; nudi il capo, le braccia e le mani stracciate dai rigidi legami come di uomo che venga tratto alla forca; tanta pietà mi vinse che, andandogli incontro per abbracciarlo, mi vennero meno le forze: Fratelmo, egli mi disse, se cristiano sei, perchè ti lasci abbattere così dalla sventura? O che ignori forse come nè anco un capello cascherà in terra senza il volere di Dio? Confórtati in Cristo, chè i mali presenti non hanno paragone con la gloria avvenire. — Silenzio con coteste grullerie urlava l'inquisitore. Quando fummo sul partire, mio fratello pregò costui a volergli concedere carcere meno insopportabile; al che quegli rispose: — Io non ho altra carcere per te. — Ma almeno vi pigli compassione dei miei ultimi momenti, e Dio un giorno ve ne renderà merito. — È cortesia mostrarmi villano con empi ostinati ed induriti come te. — Certo dottore piemontese il quale si trovava in nostra compagnia si unì a noi per iscongiurare lo inquisitore alla misericordia; fu tempo perso, egli si rimase inflessibile. — Non vi sconfortate, allora soggiunse mio fratello; voi vedrete ch'egli lo farà per amore di Dio. — Anco volessi non potrei, tutte le prigioni adesso sono piene. — Ma via non tanto che un qualche cantuccio non avanzi sempre per me. — E poi con la tua lingua di vipera mi contamineresti le persone che ti stessero allato. — Ebbene io vi prometto tacere. — Insomma hai inteso che tu non devi uscire di qui? — Pazienza! — Conchiuse il mio fratello.»

Pochi dì innanzi di morire, Luigi, volgendosi al suo fratello, così gli diceva: «Ringrazio Dio che nella mia lunga tribolazione e terribile parecchi eletti spiriti non hanno avuto paura di mostrarmi la loro benevolenza; te poi ringrazio particolarmente, mio dilettissimo fratello, per le tenere cure che ti sei tolto per me. Per ciò che mi spetta, Dio mi concesse la grazia di conoscere il nostro Signore Gesù Cristo in guisa di sentirmi sicuro nella via della verità: conosco che mi tocca camminare per lo angusto sentiero della Croce e mi trovo disposto a sigillare la mia testimonianza col sangue: non temo la morte, molto meno la perdita dei beni terreni, unito come sono di cuore al mio Redentore e consapevole del retaggio che mi aspetta nella vita celeste.» Il suo fratello, il quale sembra che sul retaggio della vita celeste facesse minor capitale, instava presso Luigi affinchè con qualche dichiarazione vedesse di salvare quella po' di sostanza alla famiglia, e se ci fosse verso anco la vita; ma egli fiero: «O fratello mio! il pericolo in cui tu ti versi mi angustia più di quanto soffro e più dei patimenti che mi si apparecchiano. Ahimè! come lo appetito disordinato delle cose terrene ti rende indifferente ai beni del cielo!» Per ultimo, l'8 settembre 1560 lo trassero nella Minerva a sentire leggere la sentenza che lo condannava a morte; e il giorno dopo dentro una corte del Castel Sant'Angiolo, presenti il sommo pontefice e i cardinali, prima lo strozzarono, poi l'arsero. I nostri preti vietano ai fedeli assistere alle rappresentanze sceniche, però che, se commedie, facilmente corrompono il buon costume, e se tragedie, inferociscono gli animi: questa gente dabbene ha avvertenza a tutto. —

E ormai che entrammo in queste miserie più addentro che non ne avevamo fatto disegno, come taceremo delle sventure domestiche? Cosimo primo granduca, a quanto pare, non badava più al torto che al diritto; la sua religione si rassomigliava più presto a quella di Margutte che a qualunque altra; egli, comechè segretamente, stava ammanito a fare il suo cammino anco con la vela della eresia; che da lui si tenesse corrispondenza col Bruciolo già avvertimmo anzi se ne serviva di spia; meglio però la connivenza di questo tristo co' riformatori resulta dal suo carteggio con Pero Gelido da Samminiato, ch'egli spediva in Francia a subodorare le rivolture politiche di cotesto paese, e si conosce come lo servisse di coppa e di coltello tanto da passare ispia anco lui non senza pericolo della propria vita; il degno uomo però adoperava così senza un interesse al mondo; solo nella fiducia che Cosimo in fondo in fondo si sentisse parziale per la dottrina dei riformati e s'industriasse al trionfo della vera religione di Cristo; di vero egli prega Dio che infonda in Cosimo il vero conoscimento della verità, perchè sia arnese di persuadere al papa che, deposti ogni interesse ed ambizione (il che torna lo stesso che persuadergli a disfarsi), voglia una volta che di questa causa si conosca la verità, come farebbe se si disponesse a congregare un concilio legittimo nel mezzo della Germania e a presiederlo in persona, dove si riformasse la Chiesa davvero; di che ne acquisterebbe gloria immortale presso gli uomini e la salute eterna presso Dio: e se non lo vorrà fare, non importa, imperciocchè accadrà in onta sua, trattandosi di cosa la quale come disse Gamaliel, venendo da Dio, non può mancare.

A Cosimo tiranno coteste ciammengole non potevano andare; ciondolava nel dubbio per agguantarsi lì per lì anco ai rasoi per non battere sul lastrone, ma poi sentiva che la tirannide sacerdotale con la tirannide principesca sono fatte per reggersi; e dove mai lo avesse dimenticato, ecco là l'arcivescovo di Firenze Alessandro dei Medici suo cugino e suo ambasciatore a Roma che glielo ricordava con esplicito sermone: «Serenissimo signor mio, per la molta pratica che io ho delli umori di cotesta città, a me pare che la devozione di fra Girolamo causa duoi effetti cattivi, anzi pessimi quando vi si gettano come fanno al presente: il primo è che quelli che vi credono si alienano dalla sede apostolica, e se non diventano eretici, non hanno buona opinione del clero secolare e dei prelati, e gli obbediscono mal volentieri, ed io lo pruovo. L'_altra, che tocca Vostra Altezza, è che si alienano dal presente felice stato, ed all'Altezza Vostra concepono certo odio intrinseco, se ben la potenza e la paura li fa stare in cervello_. Ed io ricordo che Pandolfo Pucci una volta, poco innanzi che si scoprisse il suo tradimento, mi disse una mattina grandissimo bene di fra Girolamo con mia grandissima maraviglia; so che leggeva le sue opere con quegli altri congiurati.... I suoi devoti sono sempre queruli, sempre si lamentano, e perchè temono a parlare del principe, parlano dei suoi ministri et ordini, ecc.» E va bene: come tutte le libertà, così tutte le tirannidi sono sorelle; a quei che si tirano su a liberali e non ci credono o piuttosto fingono di non ci credere accade di queste due cose l'una, o finiscono per diventare satelliti del tiranno, o capitano male dopo avere ingannato sè stessi e la umanità.