Vita di Andrea Doria, Volume I
Part 2
Morto Ferdinando il vecchio, subentrava nel trono Alfonso, di padre reo figlio peggiore, il quale propiziò il suo insediamento facendo trucidare quanti rinvenne baroni nelle carceri di Napoli destinati dal re Ferdinando a miserie ineffabili, ma pure sofferti vivi: erano tra questi, come porse la fama, il duca di Sessa e il principe di Rossano, messi in ceppi dal 1464, nonchè i ventiquattro fatti prigionieri nella guerra d'Innocenzo VIII, e dei baroni malcontenti parecchi. Prode in armi, come ne dette saggio nelle guerre contra ai Turchi, i quali passavano allora per la prima milizia del mondo, Alfonso non si sbigottì per la presagita calata dei Francesi in Italia, e finchè si trattò combattere nemici stranieri fece buon viso alla fortuna; quando poi l'impeto delle novità dette gridi di dolore e di minaccia così ai vivi come ai morti del regno, ch'egli aveva convertito in cimitero, non valse a resistere a sè stesso, nè ad altrui; non agli altri, imperciocchè non avesse saputo restare capace come il popolo ardisse rompere il muto spavento in cui gli pareva averlo impietrito, ed ora, sentendolo mormorare a guisa dei fuochi sotterranei del suo paese, e fargli sotto traballare la terra, il tremante era egli; a sè poi valse a resistere anco meno, chè i suoi rimorsi, assunta forma non pure nei sogni, ma nella veglia, gli davano guerra con fantasmi terribili. A colmo di terrore ecco sopraggiungere il cerusico di corte e dirgli essergli comparso tre volte in tre diverse notti lo spettro del re Ferdinando, che con fiere minacce gli aveva imposto, andasse da parte sua ad Alfonso, e lo chiarisse inane ormai opporsi alle armi di Francia, essere scritto nei cieli, non solo che la sua stirpe ruinasse giù dal trono, ma rimanesse altresì tutta travolta nel sepolcro; causa di ciò l'ira del Signore accesa dalle scelleraggini sue, particolarmente da quelle che furono commesse pei mali consigli di lui Alfonso, che gli bisbigliò negli orecchi ritornando da Pozzuolo nella chiesa di san Leonardo a Chiaia. Le dovevano essere coteste colpe grosse davvero, conciossiachè Alfonso, appena udito tanto, si chiuse in fretta ed in furia nel castello dell'Uovo, dove senza compire l'anno del regno (chè solo due giorni mancavano) risegnò con riti solenni la corona a Ferrandino suo figliuolo, giovane di ventiquattro anni, e subito dopo, notte tempo, fuggì, a mo' di ladro, a Mezzara città di Sicilia, portando seco tra roba e danaro, il valsente di meglio trecentomila ducati: colà si ridusse nel convento del monte Oliveto, confidando ottenere nella solitudine la pace che ci trovano quelli soltanto che ce la portano. Colà, dopo dieci mesi, moriva del male dello etico, alla quale infermità si aggiunse una postema nella mano, colpa di umori del tutto corrotti nel corpo di lui.
Siccome vi hanno poche cose, che valgano tanto ad accostarci a Dio quanto la miseria propria, ed anco di rimbalzo l'altrui, però è da credersi, che l'aspetto di queste miserabili vicende fosse la causa, la quale condusse in quel tempo Andrea a pellegrinare in Gerusalemme, dove i frati del Tempio lo crearono cavaliere. Chi cotesti frati fossero, e con quale ragione equestri insegne compartissero, a noi non cadde il destro di trovare, nè ce ne curammo; però nè lo ingegno, nè la età balda erano tali da ispirare sconforto in Andrea; buffi di vento che ben fanno inclinare la nave fino sotto ai marosi, ma non la torcono dallo impreso cammino; ed in vero, avendo pigliato lingua come i Francesi, secondo la vecchia loro natura, prontissimi a stendere le mani, non si mostrano del pari capaci a tenere, già balenassero nel regno di Napoli, qui con celeri passi tornava.
E' parve un momento, che la collera di Dio si fosse placata contro il sangue di Arragona, e quella degli uomini altresì, però che il giovane re Ferrandino, fiore di cortesia, strenuissimo in arme, sagace, industre a tenersi bene edificati i popoli, molta parte del regno avesse ripreso, e sovvenuto da Ferdinando e da Isabella di Spagna, prometteva ricuperarlo intero, come gli successe di corto con sua gloria imperitura ed esultanza degl'Italiani, i quali, sebbene inconsapevoli del come, pure aspettavano refrigerio dei diuturni affanni da lui, nè forse andavano le speranze fallite, se il giudicio eterno, contra le apparenze, non istava sempre aperto sopra la sua stirpe, ond'egli innocente ebbe pure a portare il peso della iniquità dei padri; ei fu un baleno luminoso e fugace, e, al cessare di lui, crebbe l'orrore delle tenebre ch'egli un momento rischiarava.
Federico di Arragona raccolse la eredità luttuosa del nipote, e prometteva a posta sua assai comportabile regno: senonchè gli si legarono contra i re di Francia e di Spagna per la malnata cupidità del bene degli altri, ed il secondo, tuttochè prossimo congiunto di lui; per la qual cosa Federico vinto dalla izza si commise in balía della Francia, lasciando che cotesti due predoni, fattisi amici per acciuffare la preda, si accapigliassero per ispartirsela, e così accadde. Ma questi casi menò il processo dei tempi, e quando Andrea ripose il piede nel regno durava la lotta tra Ferrandino e Carlo VIII: ora per affetto antico, e per vantaggio nuovo, poteva giudicarsi, che Andrea avrebbe seguitato le parti di Ferrandino, ma non fu così, e con maraviglia dei presenti, come di quelli che vennero dopo, fu visto accostarsi alle bandiere di Francia; anzi non mancano scrittori i quali affermano, che assoldati venticinque balestrieri a cavallo, e pagatili per tre mesi di suo, andasse ad offerirgli al Prefetto di Roma che teneva Sora, Arci, Arpino e Rocca Guglielma con altre più castella in divozione della corona di Francia su i confini del Regno; ma l'avventura si narra altrimenti, e dicono come, dopo lunga esitanza, Andrea venisse tratto alle parti di Francia dall'amicizia antica, che la famiglia Doria professava per quella della Rovere, possedendo entrambi beni contigui in riviera di ponente, e dalla memoria delle oneste accoglienze, ch'egli ebbe in corte dal duca di Urbino suocero del Prefetto; lo mosse eziandio la gratitudine a questo per avergli salvato il fratello Giovanni da imminente pericolo di vita quando, sbattuto dalla tempesta, ruppe col suo galeone su la costa di Ancona; e insieme a queste e forse sopra a tutte queste cause valse lo affetto concepito da Andrea per la duchessa, la quale egli, trattenendosi nella corte di Urbino, aveva conosciuto fanciulla.
Non parve poi senza ragione discorrere con alquanto di lunghezza cosiffatta materia; dacchè supremo scopo di cui detta storia sia per lo appunto questo: con religioso studio purgare i personaggi dalle false accuse, come apporre loro le vere, correggendo del pari la malignità e la piaggeria antiche, e dispensando a ciascuno la debita lode, o la meritata infamia. Andrea, un po' per tenere dell'asprezza delle rocce liguri, un po' per elezione, si mostrò sempre nei suoi propositi piuttosto ostinato, che tenace; poco voltò; e se mutava più tardi la bandiera di Francia per quella dello Impero, esporrò com'egli ci si trovasse condotto da molte ed onorevoli cause.
Avendo pertanto il Prefetto preposto Andrea alla guardia della rocca Guglielma, gli raccomandò, con fervorose istanze, la difendesse gagliardamente, dacchè ei la considerasse come la chiave delle difese di frontiera, a cui Andrea rispose; stesse sicuro che farebbe il debito: per la quale cosa avendo egli rinforzato il presidio con altri dugento fanti, buona e cappata gente, prese a battere la campagna intercettando vettovaglie e salmerie, e menando prigioni; insomma scorazzandola tutta fino a Gaeta con infinita molestia del nemico: alla fine tante ei ne fece, che il gran capitano statuì torsi via cotesto pruno dagli occhi, anzi egli stesso si dispose recarsi sotto le mura della Rocca, ed assaltarla con buon nerbo di milizia avvezza a cotesta maniera di fazioni. Andrea, quantunque fosse di ciò informato ottimamente, pure, sapendo come nella guerra chi si fa povero di spie diventa ricco di vitupero, persuase, con disparecchie promesse, tre soldati guasconi a girsene, in sembiante di disertori, a pigliare soldo nello esercito spagnuolo, e quinci lo ragguagliassero del tempo in cui Consalvo si sarebbe mosso, e quando fosse giunto a san Germano; per ultimo arrivato sotto la Rocca, da qual parte pianterebbe le artiglierie: nè solo stava all'erta per di fuori, ma sì e meglio dentro, dove, avendo preso lingua di certi umori dei terrazzani, i quali, paurosi di andare a sacco, avrebbero voluto rendersi a patti, egli con buone parole gl'indusse a mettere nel cassero le donne, ed i fanciulli, affinchè ad ogni sinistra ventura trovassero là dentro validissimo schermo: i quali poichè ebbe accolto dentro, con parole oscure e nondimanco terribili fece intendere che guai ad essi ed alle famiglie loro se si fossero attentati a tenere occulte pratiche col nemico: sia che il proprio ingegno gli consigliasse simile strattagemma, ovvero glielo suggerisse Polieno, che ne riporta parecchi di somiglianti, posti in opera principalmente da Ciro nelle guerre che sostenne contro ai Medi: non per questo però gli riuscì la cosa appuntino come egli avrebbe desiderato, imperciocchè venendogli agli orecchi che i terrazzani, solleciti delle masserizie troppo più che delle famiglie, avessero spedito segreti messi al Consalvo, molto raccomandandosegli, ed assicurandolo, che vigilati da vicino non potevano movere un capello per ora, ma tostochè capitasse il destro gli avrebbero senz'altro consegnato la terra, egli ordinò di corto i tapini ambasciatori s'impiccassero per la gola; e furono due.
Muniti i luoghi, allestite le armi, confortate le soldatesche a fare buona prova, egli oscuro milite attese a sostenere lo sforzo di Consalvo salutato meritamente a quei tempi col nome di _gran capitano_. La batteria fu data alla terra il dì di san Giorgio, e comecchè i tiri percotessero meno efficaci assai di quello che Andrea dubitava, tuttavia le mura dopo un lungo tempestare sfasciaronsi: aperta la breccia, le fanterie spagnuole, uniche al mondo per intrepidezza, mossero strette insieme ed unite, non altramente che fossero una massa di ferro, allo assalto; nè la gente del Doria per quanto ci si travagliasse dintorno potè impedire, che espugnassero la prima cinta: non per questo Andrea sbigottì punto, o rimise dell'animo, sì perchè prode egli era molto, e sì perchè deliberato a difendere anco cotesta prima cinta, non però ci facesse sopra troppo assegnamento, onde la battaglia si rinfrescò sotto le mura del cassero. Gli Spagnuoli, rifiniti dal diuturno menare delle mani, avevano allentato dello ardore, ma, combattendo sotto gli occhi del sommo loro capitano, è da credersi, che l'avrebbero spuntata anco in cotesta seconda prova, se Andrea non avesse preso a fulminarli di fianco con una bombarda di ferro che balestrava pietre.
Nè qui forse tornerà inopportuno notare come sul finire del secolo decimoquinto si costumasse caricare le artiglierie con palle di pietra condotte ad opera di scalpello, e di queste, ora non fa molti anni, se ne mirava copia dentro le fosse della fortezza di Samminiato avanzate allo assedio di Firenze; siccome poi dalle pietre, prima di ridurle alla rotondità, si cavavano molte schegge, così immaginarono tirare partito eziandio da queste: per la quale cosa, spartitele in sacchetti adattati alla capacità del cannone, li caricavano dentro la tromba del pezzo donde schizzavano fuori a bersagliare il nemico; questo si chiamava tiro a scaglia: più tardi alle schegge di pietra sostituironsi pallottole, chiodi, sferre, e per ultimo i cartocci pieni di palle, che pigliarono nome di mitraglia, del qual nome la etimologia da noi s'ignora: però i forbiti scrittori, che, in odio al miscuglio di sermoni stranieri col nostro, discorrono di tiri a scaglia delle moderne artiglierie, favellano senza esattezza, e con manco senno, imperciocchè nascendo cose nuove, e ai padri nostri affatto sconosciute, e' faccia di mestieri altresì che menino seco un nuovo nome per essere significate alla mente degli uomini.
Tornando adesso alla storia, gli Spagnuoli non vollero saperne altro, e si ritirarono dal muro malconci. Siccome però si dubitava, che il giorno veniente con ogni sforzo supremo si sarebbe rinnovato l'assalto, Andrea, tra le altre provvidenze prese nella notte, mandò fuori un manipolo di soldati al fine che, per quanto potessero, s'industriassero indagare i concetti del nemico: costoro, mentre procedono cauti, colsero alla sprovvista il capitano don Pietro di Murcia, strenuo soldato tenuto in pregio dal Consalvo, il quale, mosso dallo scopo medesimo di specolare, e senza compagnia come colui che teneva dello spavaldo, si aggirava per quelle vicinanze. Del quale successo afflitto il Consalvo, appena si mise giorno, mandò un trombetto a proporre la tregua, ferme stanti le condizioni come in cotesto punto si trovavano, ed il riscatto di don Pietro di contro a convenevole taglia. Andrea, accettata senza farsi pregare la tregua, studioso di procacciarsi la fama di cortese, dette abilità al capitano di stare a sua posta, o andarsene; e poichè a lui piacque partirsi, donatigli cappa di scarlatto, e palafreno, e fattegli restituire tutte le sue anella, e la collana di oro, lo mandò con Dio. Allora il Consalvo, che fu proprio fiore di cavalleria, non volendo restare di sotto al Doria, gli rese la parte della rocca Guglielma che aveva conquistato, dichiarando ciò fare non per riguardo al Prefetto, bensì in onoranza della fedeltà e prodezza del giovane castellano.
Come per ordinario accade a cui usa cortesia, Andrea non iscapitò a mostrarsi cortese, imperciocchè in quella parte del borgo che occupavano gli Spagnuoli si trovassero le mulina, senza le quali, dove per poco si fosse dovuto tirare innanzi lo assedio, egli si sarebbe trovato a pessimo partito. Durante la tregua, Consalvo, quasi presentisse la gloria futura di Andrea, lo mandò ad invitare nel campo, dove accoltolo con ogni maniera di affettuosa dimostrazione, lo volle a mensa co' principali dello esercito; tenendosi quivi molti e dotti ragionamenti intorno all'arte della guerra, il gran Capitano di colta uscì fuori col domandare al Doria se, nella batteria data alla rocca Guglielma, paresse a lui, secondo il suo buon giudizio, che l'artiglieria fosse stata piantata a dovere. Alla quale interrogazione Andrea rispondendo con parole discrete disse: non saperlo per lo appunto decidere, quantunque confessasse, che gli aveva nociuto troppo più che da lui non si desiderava: ma l'altro insistendo, che per modestia non si schermisse dallo aprire l'animo suo, che tanto egli quanto il suo luogotenente avevano rimesso in lui il giudicare su quel punto, Andrea soggiunse: poichè lo volete ad ogni modo, io vi dirò per mio avviso, che voi avreste piantata meglio la vostra batteria impostandola nel boschetto degli olivi di fronte alla cortina orientale, però che a quel modo i colpi investendo meglio la terra nel mezzo, mi avrebbono tolto la comodità di accorrere senza danno da una parte all'altra al soccorso, come pure mi è riuscito di fare; di vero di questo fortemente dubitando, ci aveva provveduto alla meglio abbattendo più che poteva piante, affinchè almeno gli artiglieri spagnuoli rimanessero scoperti al tiro dei nostri moschettieri.
Dette le quali parole, Consalvo, con maggiore vivezza che la gravità spagnuola gli consentisse, ed egli costumasse, battuta la spalla a certo _gentiluomo di artiglieria_[1] esclamò: — Viva Dio, adesso continuerete a perfidiare? Dite su a questo signore castellano da qual parte intendessi io piantare le artiglierie per battere la rôcca. — Piacciono le lodi anco ai Celicoli, almeno lo affermano, pensate dunque se agli uomini, massime quando vengono profferte a quel modo, che non lascia dubbio sopra la loro sincerità; però Consalvo si sentì preso da subita propensione pel giovane capitano; della quale ebbe a dargli prova di corto, imperciocchè, per inavvertenza di Andrea o per propria iattanza, uno dei guasconi, spie dei moti del nemico, si mescolò con la comitiva del capitano, donde accadde che, essendo stato riconosciuto dal suo superiore, che aveva nome Valentiano, o perchè così veramente si appellasse, ovvero fosse della provincia di Valenza, questi, messa mano all'arme, intendeva ad ogni costo sfregiargli la faccia come a traditore: nè l'altro parve rassegnarcisi di quieto, onde ne nacque un suono di urli e di minaccie misto con uno incioccamento di arme da parere il finimondo; però Consalvo, levatosi da mensa, trasse prestamente al rumore, ed informato del caso, dopo avere ripreso il Valentiano con acerbe parole, senza volergli dar luogo a scuse, lo licenziò di presente dalla milizia; però che, egli disse, gentiluomo essendo e spagnuolo, doveva rammentarsi come tutti quelli che vengono coll'ospite, tanto per chi gli accoglie, quanto per tutti quelli che lo circondano, essi non devono mostrare che una faccia sola, cioè quella dell'ospite.
Forse con maggiore lunghezza, che non paiono meritare, abbiamo esposto questi fatti, conciossiachè per essi Andrea Doria salisse subito in fama di prestante e gentile cavaliere, avendogli dato la fortuna abilità di far di arme col più illustre capitano del tempo, e di avernela cavata con onore.
Seguitando le sorti del Prefetto, le Storie ricordano alcuni gesti di minor conto co' quali Andrea, sia negoziando sia armeggiando, diede prova di valore; e tra i primi fu prova di non mediocre sagacia, quando spedito dal Prefetto in Francia a risquotere non so che paghe dovutegli dal re Luigi, egli tornò tosto indietro, e co' denari nelle bolge, essendo i Francesi a cotesti tempi, ormai diventati antichi, tanto solleciti a prendere, quanto duri a restituire o a pagare, dove non fosse per fare baldoria, magari con lo spogliato: come se, dopo averlo fatto piangere, si recassero a coscienza di farlo anco ridere; cosa che, avvertita da Niccolò Machiavello, la tramandò ai posteri con queste parole, le quali paiono, piuttostochè scritte, incise nel metallo: — La natura dei Francesi è appetitosa di quello di altri, di che, insieme col suo e dello altrui, è poi prodiga: e però il Francese ruberia coll'alito per mangiarselo poi, e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi lo ha rubato. Natura contraria alla Spagnuola, che di quello che ti ruba mai non cede niente. —
Quanto ai fatti di arme, si nota come la repubblica di Firenze, avendo condotto per suo capitano generale Giovanni della Rovere con dugento uomini di arme, e dugento cavalleggeri, questi mandò Andrea, con parecchie compagnie di fanti, in aiuto dei Fermani, in quel tempo assai tribolati dagli Ascolani, dov'egli, adoperando prudentemente non meno che valorosamente, ebbe in breve tempo posto fine alla guerra, conciossiachè, venuto alle mani con gli Ascolani sul Tronto, egli assai di leggieri gli ruppe, facendovi prigioniere il figliuolo di Stoldo di Ascoli, che pose, secondo il debito, in potestà dei signori di Fermo, ma con tante raccomandazioni pel giovane, e preghiere di piegare gli animi a giusti accordi, che il cuore di Stoldo se ne sentì vivamente commosso, onde, di lì a poco, trattenendosi Andrea allo assedio di San Piero d'Aglio, per mezzo suo appiccò pratica di pace, la quale, con soddisfazione di tutte le parti, venne presto conchiusa.
CAPITOLO II.
Condizioni d'Italia sul finire del decimoquinto secolo. — Andrea Doria è fatto tutore del duca Francesco Maria della Rovere. — Quali i concetti di Cesare Borgia. — Imola presa, e di Caterina Sforza. — Tradimento fatto al duca di Urbino. — Insidie di Alessandro VI al cardinale di san Pietro in Vincoli riuscite invano. — Strage del duca di Camerino e dei figliuoli suoi. — Pietosissimo caso di Astorre Manfredi. — Congresso dei Baroni Romani alla Magione. — Andrea Doria scansa le mortali insidie del duca Valentino, e salva il duca e la duchessa di Urbino. — Maria manda a vuoto le trame del cardinale Giuliano della Rovere per le castella del nipote.
Chiunque piglia a narrare dei casi umani, poca contentezza si riprometta per sè e per altrui, però che perpetua gli si svolga dinanzi agli occhi una tela di dolori, a cui appena si può contrapporre qualche gioia rada ed annebbiata; le baldorie del popolo non contano; il più delle volte provano, che o egli ha perduto, o che gli vogliono far perdere il senno; e nondimanco, tra i tempi cattivi, pessimi per la Italia correvano quelli: per insania di uno sciagurato, che fama ebbe di astuto, e della quale a preferenza di ogni altra si dilettava, da un lato era schiusa la Italia ai Francesi, mentre dalla parte opposta si chiamavano gli Spagnuoli, e così gl'Italiani, nella fiducia di rivendicarsi in libertà co' soccorsi stranieri, si trovavano oppressi da doppia servitù; eserciti ladri e affamati, discorrendo su e giù del continuo per le terre d'Italia, come se le volessero arare per seminarvi dopo la fame, la peste e la guerra: viluppo stranamente mutabile di uomini e di cose, di leghe e di nimicizie: avverso oggi chi ti si professava amico, ed aveva combattuto al tuo fianco ieri; da ogni dove nobilissimi ribaldi, i quali non erano fatti impiccare dai giudici per la sola ragione che essi erano potenti a impiccare loro; per converso però bene spesso dai famigliari, dai fratelli, dalle mogli, dai figli perfino, o dai padri avvelenati o spenti a ghiado: nulla venerato, nè sacro; non sangue, non sesso, nè età; tiberiesche libidini, ma più sfrontate assai, conciossiachè Tiberio, per non so quale rimasuglio di pudore, si nascondesse fra gli scogli di Capri, mentre ora, lasciando degli altri, a Roma, nel Vaticano, il papa stesso con la madre, e con la figliuola generata da lui si mescolasse; a questa, prima provvedeva mariti; poi gli ammazzava: negl'incestuosi amori aveva concorrenti due fratelli e figliuoli suoi, un duca di Gandia e un Cardinale, e questi era Cesare Borgia, che, geloso del fratello, una notte gli tese insidie, ed, ammazzatolo, lo gettò nel Tevere. Non mai l'umano consorzio rassomigliò come allora in Italia ad un bosco di assassini, e bisogna dire che la necessità del vivere insieme stringa gli uomini prepotente davvero, se a cotesta prova la società non si disfece tornando a vivere ognuno vita bestiale.
Dopo ciò, pensate qual cuore avesse ad essere quello del Prefetto, quando si sentì sorpreso dal male di morte, con la moglie anco giovane, e il figliuolo, il quale poi col nome di Francesco Maria della Rovere salì in fama, tuttavia infante! Acconciate le cose dell'anima, dettò il suo testamento, dove elesse tutori al figliuolo pupillo il Senato veneziano, il cardinale Giuliano della Rovere, che più tardi fu papa Giulio II, e Andrea Doria; ma presso alle ultime recato, stringendo la mano di Andrea, gli bisbigliò sommesso dentro le orecchie, rammentasse stargli il Senato lontano e il Borgia vicino; il fratello innanzi tratto prete, di cui è natura, morendo, lasciare ai nepoti, ma, vivi, i beni di Dio volersi godere tutti per loro; in lui porre unicamente fede; a lui solo con tutte le viscere raccomandare il figliuolo e la donna; nè in migliori mani, come vedremo, li poteva fidare.