Vita di Andrea Doria, Volume I
Part 1
[Illustrazione: Andrea Doria]
VITA
DI
ANDREA DORIA
DI F. D. GUERRAZZI.
VOLUME PRIMO.
MILANO. CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI. 1864.
Dritti di traduzione e riproduzione riservati.
NB. _Tutte le copie non munite della firma dell'editore verranno considerate come contraffatte._
M. Guigoni
Tip. Guigoni.
AL POPOLO LIGURE,
Questo libro della VITA DI ANDREA DORIA, come pegno di fratellanza, testimonio di gratitudine per l'onesto ospizio, e augurio certo che i popoli, esperti nelle moltiplici arti delle varie tirannidi, s'incammineranno di ora in poi senza deviare nel sentiero della libertà, dedica
F. D. GUERRAZZI.
ANDREA DORIA.
Ma il giudicio dei posteri severo Fruga chi oprò col senno e con la spada, E lo dimostra in suo sembiante intero.
CAPITOLO I.
Da cui nascesse Andrea Doria, e quali i primordii della vita di lui.
Francesco Guicciardino, uomo nella pratica delle faccende umane certamente a veruno secondo, lasciò scritto, essere, giusta l'opinione sua, i contemporanei spositori di storie eccellentissimi, massime se, oltre all'ingegno arguto, avvenisse loro di pigliarci parte o come magistrati o come guerrieri; ed in questa sentenza si trova condotto dal considerare che, le cause degli avvenimenti umani essendo moltiplici, taluna ci opera a modo di principale, mentre tal altra ci fa officio di accessoria: questa comparisce meno, quella più; nè tutte spettano alla vita pubblica, anzi moltissime alla privata, e le seconde, per celarsi meglio, non esercitano minore virtù: donde accade che, chi viene dopo, ne ignori molte per necessità, avendole cancellate il tempo dalla mente degli uomini, ed egli, costretto a servirsi delle uniche che rimangono, le quali sono ordinariamente le più strepitose, il fatto gli si presenta spesso o non bene intero, o alterato, e quindi il giudizio o manco o fallace.
Tali senza dubbio gli svantaggi, nè forse i soli, di quelli che imprendono tardi a scrivere storie, e nondimanco a cui ci mediti sopra si farà manifesto, come non rimangano senza un qualche compenso gli scrittori che vengono dopo.
Di fatti: per conoscere le cause segrete moventi la volontà dell'uomo non basta vivergli contemporaneo, bensì bisognerebbe vivere nella sua intrinsichezza; e poi non è mica sempre sicuro, che gli uomini illustri, lasciandosi talvolta pigliare il sopravvento in casa dalle passioni, non vogliano e non possano contenerle nelle faccende pubbliche: ma, quando anco non ci fosse altro vantaggio, per me giudicherei sufficiente questo uno: che, dopo molto secolo scrutando i fatti altrui, è agevole non lasciarsi tirare dallo amore o dall'odio, mentre, per quanto tu sii di animo saldo, tu non potrai impedire, anco senza addartene, che, tenendo proposito dei viventi, le soverchie lodi, od i soverchi biasimi, co' quali li proseguono i volgari intelletti, non facciano forza alla tua mente.
E vuolsi eziandio considerare quest'altra cosa, che i contemporanei assistono in certo modo alla sementa dei fatti; chi viene dopo assiste alla mietitura; i primi non possono argomentare i resultati se non per via di divinazione, mentre i secondi gli leggono espressi, e però a questi, meglio che agli altri, è dato conoscere se, come, e quanto il personaggio pubblico mescolasse affetti privati nei maneggi dello Stato, per quale modo l'offendesse, e, chiamatolo a sindacato, chiarire se bene o male della Patria meritasse, le opinioni favorevoli come le contrarie profferìte dal senso volgare, secondo giustizia, revocando o confermando. In questa medesima guisa, si ha dalla Storia, i Siciliani ai tempi di Timoleone citarono le Statue dei tiranni a rendere ragione delle cose operate nella vita dal personaggio che rappresentavano, e, trovatolo reo, ne vendevano il simulacro nel mercato pubblico come si costumava con gli schiavi, e tutti li venderono, tranne Gelone, come quello che, rompendo i Cartaginesi ad Imera, liberò la patria dagli stranieri; e meritamente, chè un tanto benefizio molte colpe lava.
Incominciando pertanto, con lo aiuto di Dio, a mettere mano a questa opera d'insegnamento politico e di giustizia riparatrice, io piglio a discorrere della vita e dei gesti di Andrea Doria, di cui la Liguria si onora così, da riporlo tra i più incliti benefattori della umanità.
Circa alla nascita di lui si vuole dire, che, pari alle eccelse, non fu seconda a quella di nessuno in patria nè fuori. Sembra alla più parte degli uomini, che, per nascere illustre, persona meriti lode, e veramente pel solo fatto del nascimento non ne merita alcuna; ma tu hai da considerare come riesca più agevole acquistarci qualche rinomanza uscendo da umile stato, che splendere di propria luce in mezzo ad antenati famosi, e Andrea, gli ebbe famosissimi. Che se al nato in umile condizione la necessità da una parte fa guerra, dall'altra questa stessa necessità gli è stimolo al fianco tanto, che essa fu detta madre d'industria; mentre, pei copiosi di beni, formano gagliardo eccitamento ad oziare le glorie avite, e la molta sostanza persuade il vivere molle e superbo, nemico ad ogni atto gentile.
Corre assai credibile una tradizione, ed anco qualcheduno lo ha scritto, come la casa Doria esca da un Arduino conte di Narbona, il quale, venuto in pensiero di visitare il santo sepolcro, si riducesse in Genova, dove lo accolse ospite in casa sua certa vedova della Volta stata moglie ad un suo fidato compagno di arme: ora avvenne, che, infermandosi il conte mentre qui dimorava, una delle figliuole della matrona chiamata Oria, e per vezzo Orietta tanto amorevole sollecitudine si pigliasse di lui, che il conte prima ne sentì gratitudine, poi, con facile passo, amore; effetti soavissimi di cause soavi, quali appaiono essere la benevolenza, la gioventù e la bellezza. Per lo che il conte restituito in salute, e dopo avere debitamente sciolto il voto in Palestina, tornò a Genova dove si tolse a moglie la fanciulla di casa della Volta. E qui, o gli piacesse la stanza, o a casa sua gli toccasse a sostenere fastidii, o quale altra causa lo movesse, deliberò fermarsi ad abitare: pertanto, venduta ogni sua possessione altrove, nel luogo che oggi chiamano Portoria, comperò terre, e costruì case fino al numero di dugento, i conduttori delle quali durarono un pezzo a pagare il censo ai più remoti discendenti del Conte. La prosapia che ne venne fu chiamata dei D'Oria, piacendo mantenere fuori e in casa presso i cittadini la memoria dell'ava benemerente: ora, non sapendo io se ricercando più oltre si potesse trovare della stirpe dei Doria origine più certa di questa, a questa mi attengo, perchè so che più gentile non verria fatto rinvenirla di certo.
Io mi passerei volentieri del poco degno ufficio di narrare quali fossero i maggiori di Andrea, dove mi fosse mestieri svolgere copia di pergamene, ma, poichè tu trovi scolpiti i gesti dei suoi padri sopra tutta la facciata marmorea della chiesa gentilizia di San Matteo di Genova, e meglio assai nelle pagine della Storia, non fie grave a me scrivere, nè ai miei lettori leggere di qualcheduno di loro. La Storia e i marmi pertanto ricordano un Ansaldo Doria consolo di Genova, che con 65 galere e 160 vascelli espugnò Almeria; e Nicolao, inclito nelle arti della pace quanto Ansaldo in quelle della guerra, imperciocchè, col suo ben fare, seppe rimettere in accordo i reali di Napoli co' Genovesi. Oltre all'Ansaldo acquistarono terre per la repubblica, o le recuperarono perdute, Obertino espugnatore della Canea, Lucchetto e Michele, i quali tornarono in devozione di San Giorgio quella parte di Corsica ribellata per virtù del Giudice della Cinarca; Corrado vincitore delle torri di porto Pisano e di Ghio; Filippo conquistò Negroponte; Antonio, Carpena in Catalogna. La Meloria compartì infausta, e nondimanco perenne gloria a Uberto, che vi mise in fondo la fortuna di Pisa; e, dieci anni dopo, nelle acque sicule, egli sfidava a pari duello a morte i Veneziani, che non tennero la posta. Lamba e Pagano percossero di fiere battiture i Veneziani; all'ultimo di questi toccò l'onore di pigliare lo stendardo di Niccolò Pisani, e lui prigione; nè riuscì a Venezia meno infesto di loro Luciano, come quello, che, mentre le procedevano più afflitte le fortune, le sconquassò 15 galere e le fece 2400 prigionieri. Sei volte i Doria fin al 1528 tennero il dogato, compresa la discendenza di Lamba Doria. Basti degli antenati di Andrea averne esposto tanto, che dirne tutto riuscirebbe sazievole e non espediente allo assunto.
Del padre suo chiamato Ceva poco ci dicono i ricordi: sappiamo solo, ch'egli possedè parte della signoria di Oneglia, non però la maggiore, con Domenico Doria; e come dalla moglie Caracosa pure di stirpe Doria gli nascessero due figliuoli, il primo dei quali taluno chiama Giovanni, tal altro David, e forse ebbe entrambi i nomi; il secondo fu Andrea, quel desso di cui ho preso a discorrere. Questi uscì al mondo in Oneglia la notte di santo Andrea, 30 Novembre 1466.
Le terrene cose avendo commesso Dio alle disputazioni degli uomini (le sacre carte lo affermano), ella è fortuna espressa se caschino sopra un argomento due diversi pareri soltanto; però mentre taluno pensa gli abiti nostri sequela unica della educazione, non deve recare maraviglia se altri si ostina a sostenerli derivati dalla natura; e forse la verità è tra due: però male si negherebbe, che Andrea, fino dalla infanzia, mostrasse ingegno audace, mani pronte e mente vaga di avventure: di fatti, ora con lo smarrirsi, ch'ei faceva errando lontano da casa, ora col tornarci malconcio, spesso col dovere andare in traccia di lui, ed una volta perfino a cavarlo per forza di su una galera genovese donde non voleva più scendere, tanta perturbazione apportava nei parenti, che certa zia, donna assai tenera delle cose dell'anima, paurosa che Andrea, dandosi come pareva alla milizia, avrebbe messo a repentaglio la sua eterna salute, ordinò nel suo testamento, che, dov'egli perdurasse in cotesti appetiti guerreschi, avesse a perdere quanto ella gli aveva legato.
Il padre Ceva, morendo, lasciò raccomandati i figliuoli giovanetti alle cure della moglie Caracosa, donna, a quanto apparisce, d'ingegno sottile, di corpo non sana; chè il parente Domenico, considerati la natura umana sempre cupida dello altrui, e i tempi infami per rapine commesse con violenza e con frode, anzichè di conforto aveva empito di affanno gli ultimi momenti di lui. Invero i presagi paterni si avverarono di corto, imperciocchè Domenico, passati appena i primi giorni del lutto, incominciò a mettere parole alla lontana, come una femmina male potesse tenere signoria di terre, e quelle difendere dai nemici così interni come esterni; sembrargli profittevole che, spogliandosi ella da codeste cure e da codesti pericoli, attendesse intera a bene allevare i figliuoli. La donna, che capì per aria, lo ringraziò del consiglio, anzi gli disse: egli averla prevenuta con le parole, non già con la mente, conciossiachè tale si fosse per lo appunto riposto nell'animo di fare; però non potrebbe a verun patto sofferire che altri, entrando a parte della signoria di Oneglia, cagionasse a lui Domenico fastidii, contenzioni e intoppi forse peggiori: pigliasse tutto egli, non consentisse, che il retaggio dei Doria andasse diviso: quanto al prezzo, rimettersene alla generosità sua: pensasse i figliuoli di Ceva essere di un medesimo sangue con lui, e poveri, e da quella parte di signoria in fuori non possedere altro assegnamento nel mondo.
Domenico, blandito nelle sue voglie, desiderò tenersi bene edificata la donna, e, presi in grazia i figliuoli e lei, quanto a prezzo non istette su lo scarso, e si profferse largamente per ogni buono officio a fine di bene avviare i garzoni. A questa alienazione del paterno patrimonio con animo rimesso si accomodò Giovanni, non Andrea, cupido per istinto dei gaudii della dominazione, per modo che, salito in furore, si chiuse nella propria stanza, dove limandosi il cuore, e rifiutando ostinato ogni ragionamento, dopo pochi giorni infermò. La madre, la quale a posta sua era assai donna di suo capo, si puntò nei primi giorni a non visitarlo; ma, sentendo poi come il male si aggravasse, si recò nella stanza del giacente, dove trovatolo tutto intorato e a lei non volgente il discorso, nè gli occhi, data licenza ai famigli, ella gli si pose a sedere a canto il letto, e con severa voce così gli favellò:
«La giovanezza, figliuolo mio, per soverchia calidità di sangue, è presuntuosa; immaginando, che col crescere degli anni venga meno l'ardire, ella picchia la mano sul pomo della spada, e baldanzosa esclama: io quanto voglio posso; e non è così: la esperienza della vita t'insegnerà, o Andrea, come più scarsamente, e meno durevolmente l'uomo acquisti con la forza, che con la industria. Ora io ho considerato, che chi appetisce la roba altrui commette peccato, ma se dell'orfano, delitto; e come Domenico palesandomi questa sua cupidità abbia già strappato il primo argine della verecondia: adesso nelle ruine, massime nelle morali, il primo schianto è quello che conta. Contro le voglie del cupido parente, che per poco di contrasto diventeranno disoneste, forse scellerate (e i tempi nostri ce ne porgono copia di esempii luttuosissimi), che posso io povera vedova, che cosa potete voi altri poveri orfani? Le difese forensi salvano dai potenti quanto i corsaletti di bambagina dalle artiglierie, e nondimanco costano care. Confiderai negli amici di casa? Di questi la più parte, come gli uccelli di passo, volano altrove con la rigida stagione; rimarranno pochi; taluni di questi ti conforteranno col fiele, quasi che la ingiuria della fortuna fosse colpa tua, e presto si stancheranno di sostenerti, perchè non ci ha quanto il misero, che venga di corto in uggia; e a te dorrà amaramente avere messo a repentaglio dell'anima e del corpo i pochi risoluti a correre per te ogni sorte più rea; e, se non ti avvenga rimanere oppresso così ad un tratto, ecco schiusa la porta a discordie, a contese, a nimicizie spietate e ad opere di sangue, infamia della nobilissima casa nostra. O piuttosto vorresti, che io mi richiamassi al Senato di Genova perchè si mettesse di mezzo a comporre le nostre liti? O Andrea, va pur franco, ch'ei non se lo lascerebbe dire due volte! ma credi eziandio, che il Senato sarebbe capace di levare a Domenico anco la parte sua, non già a te restituire la tua; e questa è storia vecchia quando si ricorre allo aiuto dei potenti. Però mi parve cosa savia non inimicarci il congiunto, togliendogli la causa di prenderci in avversione, ed all'opposto dandogliela di conservarsi benevolo, e giudico che lo farà; me ne dà pegno il giusto prezzo profferto, il quale dimostra come l'uomo, quando per conseguire il suo intento non si trovi costretto necessariamente a commettere malefizio, anco con qualche suo incomodo si atterrà all'onesto; l'amore, o se ti piace piuttosto la superbia del casato, molto può presso tutti, principalmente nei nobili, dacchè formano parte della potenza e del decoro tuoi la potenza e il decoro della schiatta intera; onde non è da rivocarsi in dubbio, che Domenico si metterà coll'arco del dosso a farti stato, purchè sia fuori di Oneglia, e, quando ciò non avvenisse, aquila sei, e a me tua madre basti curare, che altri non ti tagli i sommoli dell'ale; cresciute ch'elle ti sieno, ricorda che l'aquila dei Doria è usa ai lunghi voli. Ho udito spesso raccontare da tuo padre come parecchi capitani famosi dell'antichità, bruciando le navi, o con altro strattagemma conducessero lo esercito alla stretta di vincere o di perire; e sempre vinsero; io togliendoti la signoria di una parte di Oneglia forse ti apro il cammino per diventare signore di Genova intera.»
Piacquero le parole al giovane Andrea, il quale, rasserenato tutto nell'animo, ammirò la prudenza della madre proseguendola con le lodi che seppe maggiori, e comecchè molto per lo addietro lo amasse, le crebbe affetto così, che da quel giorno in poi, non desiderò altra compagnia, parendogli, come pur troppo era, che nè più amorevole, nè più copiosa di utili ammaestramenti potesse rinvenirla altrove; e quando poi, con inestimabile amarezza, la vide intristire di salute, e poco appresso infermare di male di morte, non le si mosse mai da lato, raccogliendo, piuttostochè con pietà filiale, con religione, le parole, i baci ed i sospiri estremi di lei.
Qui cade in acconcio confermare per via di esempio quella sentenza esposta nel proemio, che dice, i contemporanei o per troppo amore o per troppo odio non parere i più idonei all'ufficio di storico verace. Infatti messer Lorenzo Cappelloni, che scrisse la vita di Andrea Doria nel 1562, e la dedicò a Giovannandrea figliuolo di Giannettino, ci racconta come tali e tante fossero l'aspettazione e la benevolenza dei sudditi Onegliesi riposte in Andrea, che offersero ricomperare la sua parte di Signoria per poi restituirgliela, e così non rimanere privi del suo dolce imperio, e lo facevano, se non lo impediva egli medesimo. Ora, posto da parte che la Caracosa s'induceva a cotesta vendita non già per bisogno ch'ella ne avesse, ma sì per compiacere al parente, e pretermesso eziandio, che, non si sa come, Domenico si sarebbe lasciato scappare di mano uno acquisto tanto appetito da lui, avvertiamo: che i popoli acconsentano essere venduti, questo si è visto e quotidianamente si vede; ma, che si ricomperino al fine di mantenersi in servitù, passa il segno di ogni incredibile viltà; e se ciò fosse, tornerebbe, per opinione mia, poco ad onore nascere uomini, imperciocchè le bestie nè fanno, nè sanno immaginare così miserando abbandono. Dicono altresì, che Andrea desse opera ai buoni studii, ed in essi riuscisse eccellente, la quale cosa non ci venendo dimostrata da documento alcuno che si parta da lui, ci stringeremo a non impugnarla, confessando, che in esso fosse abbondanza di eloquio efficace, come certo possedè astutissimo ingegno.
A ventisei anni, se non povero, almeno non troppo copioso di averi, ma ricco di speranze e di concetti, uscì di casa a cercare sua ventura pel mondo. Innanzi tratto capitato a Roma, per favore di Niccolò Doria capitano delle guardie del Papa, fu accolto uomo di arme al servizio d'Innocenzo VIII di casa Cibo: veramente non erano cotesto luogo nè officio da fare grosso civanzo, imperciocchè uomo di arme si appellasse a quei tempi il soldato nobile che militava senza esser sottoposto ad altri che al Principe per cui combatteva; e nondimanco Andrea ci si era messo proprio con la speranza, che il Papa, per essere genovese, avvantaggiasse le cose sue; tuttavolta ei non potè per allora sperimentare i beneficii della corte di Roma, che in quel medesimo anno papa Innocenzo passò a miglior vita, succedendogli nella cattedra di san Pietro Alessandro VI Lenzuoli.
Andrea, o che conoscesse la temperie mutata (costumando ogni Papa portare le sue creature, e papa Alessandro era spagnuolo), o le immanità di costui presentisse vergogna non solo del sommo sacerdozio, ma della nostra specie; senno insomma lo assistesse o fortuna, egli stimò prudente pigliarsi il puleggio da Roma, e ridursi in corte di Guido da Montefeltro duca di Urbino. Quanto costà ei si fermasse non rammenta la storia, ma fu piuttosto soggiorno che dimora, e se è lecito affermare fatti per via di congetture credibili, sembra che il suo cuore restasse tocco da amorosa passione, come meglio dal processo di questa storia verrà dichiarato.
Da Urbino Andrea recossi a Napoli, vivendo tuttavia Ferdinando il vecchio che lo prese nella sua guardia, ma anco questo principe dopo pochi giorni per subita infermità si partiva dal mondo. Quantunque però pei rumori di Francia, e pei casi di Milano incominciassero a turbarsi le faccende del regno di cui i popoli si mostravano infelloniti contro la razza arragonese, Andrea stette in divozione di Alfonso, erede del regno e degli odii del padre suo, il quale, inteso a provvedere alla fortuna pericolante, mandò Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con buon nerbo di armati, e Andrea Doria tra questi, a tentare novità nel Milanese contro Ludovico il Moro, o almanco per impedire il passo in Romagna a Carlo VIII. Il terrore delle armi Francesi, la ferocia loro non mai più per lo innanzi usitata in guerra, la gente imbelle, e le anime avvilite in Italia, la perfidia dei confederati, il rancore dei popoli resero ogni provvedimento vano. Senza fare opera di valore, al giovane Ferrandino toccò dare indietro a Faenza, a Roma, a san Germano, a Capua; da per tutto. Andrea sembra rientrasse in Napoli prima delle sorti estreme del duca di Calabria, dacchè ricaviamo dalle storie ch'egli accompagnò il re Alfonso sopra l'ultimo lido del mare, dove si disse parato a seguitarne la ventura; ma il re, porgendogli grazie, dopo molto abbracciarlo lo persuase a rimanersi col figliuolo Ferrandino, al quale pochi giorni prima aveva risegnato il trono.
Ella è una molto terribile storia quella del re Alfonso accaduta sopra cotesta terra, dove pure avrebbe dovuto attecchire come ricordo per dare esempii salutiferi ai regnanti che vennero dopo; il che non avendo fatto, quasi punto per punto, ed in virtù delle medesime cause si rinnova in questi giorni.