Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Part 9
certamente alludendo alla famosa ampolla di Castel dell'Uovo che da un pezzo avea perduta la sua virtù _quia modicum fissa est_, come scriveva già Corrado di Querfurt[270].
Se però i rapporti in cui la leggenda poneva Virgilio con la città di Napoli non aveano permesso che in questa s'introducesse quel personaggio parte ridicolo e parte anche odioso a cui Virgilio s'era ridotto altrove, la stessa cosa non aveva luogo pel resto d'Italia. Qualche eco della leggenda secondo la versione forestiera, noi ritroviamo a Roma nel nome di Virgilio annesso a qualche monumento o qualche località[271]. Così sappiamo che la _Meta sudans_ fu chiamata dal popolo romano _Torre di Virgilio_[272], che questo nome diedesi agli avanzi della Torre dei Frangipani[273], e che il Settizonio fu chiamato _Scuola di Virgilio_[274]; su quest'ultimo leggesi nel curioso poemetto (XV-XVI sec.) intitolato _Prospettiva milanese_:
«Eravi di Virgilio un'academia edificata nel più bel di Roma et hor dintorno a lei vi si vendemia; erano septe scole» ecc.[275].
Se queste denominazioni le poniamo assieme colla notizia dei guai che per parte della corte romana soffrì il Petrarca a causa dei suoi studi virgiliani, ci sarà facile indovinare che in Roma a quell'epoca il nome di Virgilio non fosse esente dalla taccia di magia nel più cattivo senso della parola. Notiamo però che tutto questo non va al di là del secolo in cui abbiamo veduto prodursi anche altrove, relativamente a Virgilio quella tale idea, ed è meramente una conseguenza di essa. Quando si pensi come in queste leggende virgiliane fosse mescolato il nome di Roma, come s'introducessero nelle guide di cui si servivano i numerosi visitatori di questa città, sarà facile comprendere come ciò bastasse a rendere noto ai Romani il nome di Virgilio mago, ed a fare che da essi o dai forestieri fosse applicato a monumenti e località di Roma. Infatti nei più antichi manoscritti del _Mirabilia urbis Romae_, che risalgono al secolo XII, Virgilio non è mai nominato, neppur come autorità come lo è p. es. il _martirologio_ (i _Fasti_) d'Ovidio, e neppure come profeta del Cristo là dove è riferita la leggenda d'Ottaviano e la Sibilla. È più che probabile che se a quell'epoca il nome di Virgilio fosse stato annesso a qualche luogo della città, il _Mirabilia_ ne avrebbe parlato. Dopo la diffusione della leggenda incomincia però questo nome ad introdursi nel _Mirabilia_, e quindi s'introduce a Roma; poichè credevasi, secondo le fantasie estere, che propriamente a Roma Virgilio avesse esercitato la negromanzia ed anche tenutone _scuola_. Nel XIV secolo infatti Hans Folz, il barbiere-cerusico-poeta di Norimberga, scriveva in certa sua burlesca novella, che un tempo «correva voce esservi a Roma un maestro dotto in negromanzia, detto Virgilio, che dava risposta a tutti i quesiti rivoltigli da ogni parte del mondo»; e narra pure di tre curiose risposte date da lui a tre curiose domande[276].
In un MS. del _Mirabilia_, del XIII secolo, trovasi a proposito del monte Viminale, l'aggiunta: «di dove Virgilio preso dai Romani, invisibilmente se ne andò a Napoli; ond'è che si dice _vado ad Napulum_.» Questa rozza etimologia si riferisce al nome di una strada, che chiamasi tuttora _Magnanapoli_ (corruz. di _Balnea Pauli_) e che conduce al Viminale. La leggenda virgiliana che le serve di base non è altro se non il seguito dell'avventura della cesta e dell'estinzione dei fuochi. Come quest'ultima parte dell'avventura abbiamo veduto essere un racconto d'antica data, riferito prima al mago Eliodoro, dopo di lui a Virgilio, e poscia anche a Pietro Barliario tuttora noto al nostro popolo meridionale, così anco il seguito di quella avventura, al pari di altri fatti attribuiti a Virgilio ed a Barliario, era già stato appropriato ad Eliodoro. Costui, diceva la leggenda, per sottrarsi alla pena meritata, si mise a disegnare sulla parete con un bastoncello una nave colle sue vele e i suoi marinari, e per arte diabolica cambiato il disegno in nave reale, vi si pose dentro e fuggì di Sicilia[277]. Così di Virgilio si disse che anch'egli dopo aver fatto quel brutto tiro alla donzella che lo aveva burlato, fu posto in prigione, da cui però seppe liberarsi disegnando sulla parete un vascello, che divenuto reale e sollevatosi in aria, trasportò da Roma a Napoli lui e tutti gli altri carcerati[278]. Questo fatto che ricorre anche nella leggenda di Barliario[279], lo troviamo applicato a Virgilio, non solo nel _Mirabilia_ ma anche nella cronica mantovana detta _Aliprandina_ perchè scritta in versi da Bonamente Aliprando nel 1414, della quale appunto qui dobbiamo parlare.
In nessuna delle tre città principali che si collegano alla vita di Virgilio questi lasciò le impressioni che lasciò in Napoli. Mantova presso alla quale egli nacque, ma dove non istette, a quanto sembra, che poco, non diede alcun prodotto fantastico intorno a lui. Nel medio evo senza dubbio Mantova non dimenticò mai di esser patria di Virgilio, e come vediamo da Donizone[280], alcune località di quei dintorni portavano il nome del poeta o si congiungevano con questo come abitate o frequentate da lui. Ma ciò si riferiva, a torto o a ragione, alle reali memorie biografiche del poeta e non includeva in alcuna guisa l'idea di una sua attività miracolosa. Se Mantova coniò moneta colla sua effigie[281], se gli eresse una statua[282], ciò fu un omaggio a lui reso dalla classe istruita del paese, nel quale è impossibile riconoscere la presenza di tradizioni fantastiche relative al poeta. Una prova di questo che io asserisco è appunto il poema in terzine che sopra ho menzionato[283]. La rozzezza della composizione e le assurdità in esso accumulate mostrano nel modo più evidente che se Mantova avesse avuto tradizioni leggendarie speciali intorno a Virgilio, l'autore sarebbe stato uomo da conoscerle e da riferirle scrupolosamente. Ma in esso non troviamo assolutamente nulla di simile. Egli parla di Virgilio come di una delle glorie mantovane, e ne tesse una biografia in parte desunta da quella di Donato, ed in parte dalle leggende virgiliane dell'epoca, estranee a Mantova. Incomincia dal parlare, seguendo l'antico biografo, del babbo e della mamma di Virgilio, e del sogno fatidico avuto da questa, dopo il quale:
«La donna fece l'animo giocondo E quando venne lei al partorire Nacque il figlio maschio tutto e tondo.»
Poi parla delle fattezze, degli studi e delle opere di Virgilio, delle terre da lui perdute, ma che poi riacquistò, facendosi conoscere da Ottaviano mediante il famoso _Nocte pluit tota etc. etc._
Dopo aver parlato della profezia del Cristo, viene l'Aliprando a narrare l'avventura del paniere, la vendetta, e la prigionia del poeta, il quale da questa si libera nel modo che ho detto di sopra. Aggiunge che in viaggio, Virgilio per procurarsi vivande mandò uno spirito a prenderne dalla mensa di Ottaviano, il quale vedendole sparire:
«. . . . senza mancamente, Disse: Virgilio questo ha fatto fare; E della beffa rallegrò la mente.»
È noto come, all'infuori del nome di Ottaviano, lo stesso fatto siasi raccontato di altri maghi; e del resto anche esso ritrovasi nel libretto popolare che ho già citato, relativo a Pietro Barliario[284]. Delle opere maravigliose di Virgilio l'Aliprando non conosce che poche. Quelle ch'ei nomina si riducono alla mosca incantata, che, secondo quel ch'ei dice, era una mosca posta in un _vetro_, ed al _Castel dell'ovo_ ch'ei dice fabbricato in mare da Virgilio. A queste però aggiunge una fontana d'olio[285] fatta dal poeta per uso del popolo napoletano. La morte di Virgilio è da lui narrata a tenore della biografia attribuita a Donato, e dopo avere aggiunto qualche notizia sulla sepoltura, conchiude con la seguente orazione funebre, capo d'opera d'eloquenza, ch'ei pone in bocca ad Ottaviano:
«Di scienza è morto lo più valente Non credo che nel mondo il simil sia. Prego Dio che grazia gli consente, Che l'anima sua debba accettare; Le sue virtudi non m'usciran di mente. Ben mi dolgo. Non posso io altro fare.»
Ad onta però di questa orazione funebre e ad onta della predizione del Cristo, Virgilio presso l'Aliprando è un mago in piena regola, in ottimi rapporti con Satanasso, e munito del suo indispensabile libro magico. Giunto a Napoli dopo la sua fuga da Roma, s'accorse d'aver dimenticato questo libro, e mandò a Roma Milino[286] suo discepolo a prenderlo, raccomandandogli di non aprirlo; il che era lo stesso come dirgli: «aprilo.» Infatti postosi Milino in via, gli venne voglia d'aprire quel libro e, senza troppo lottare colla tentazione, l'aprì. Tosto una moltitudine di spiriti gli si fece innanzi, urlando: che vuoi? che vuoi? Allora Milino, per levarseli d'attorno, ordinò che selciassero tutta la strada da Roma a Napoli. — Questo racconto era una semplice ampliazione dell'altro che abbiamo già menzionato, relativo alla grotta di Pozzuoli, alla quale infatti lo riferisce Felice Hemmerlin che nel 1426 aveva visitato Napoli[287]. Con lievi varianti esso ritrovasi nella poesia, già citata, di Enrico da Müglin (XIV sec.)[288], e ad esso certamente allude Fazio degli Uberti quando, descrivendo il suo passaggio da Roma a Napoli, rammenta nel _Dittamondo_[289]
«quella fabbricata e lunga strada che di Virgilio fa parlare assai.»
L'Aliprando mescolando com'ei fa la leggenda e le notizie storiche, ci conduce ad occuparci della biografia virgiliana che porta il nome di Donato. Come io già feci notare nella prima parte di quest'opera[290], questa biografia contiene interpolazioni di diverso genere, le più di origine affatto letteraria, taluna di origine popolare. Quanto v'ha di estraneo all'attività propria e reale del poeta, si riduce ad un racconto nel quale Virgilio figura come un savio che principalmente si fa notare da Augusto per la sua abilità in fatto di mascalcia. Generalmente la ricompensa che Augusto gli facea dare consisteva in pane, trattandolo come uno stalliere qualsivoglia. Avendo egli un giorno perfettamente indovinato da quali genitori provenisse un cavallo. Augusto che avea qualche dubbio sulla propria origine, volle mettere il talento di lui alla prova, interrogandolo su di ciò. Virgilio rispose ch'ei doveva essere figlio d'un fornaio, e richiesto da che lo deducesse, soggiunse ch'ei se ne accorgeva dalle ricompense che aveva da lui ricevute. Ognun vede che qui trattasi piuttosto di una risposta più o meno spiritosa, che di un fatto in cui Virgilio figuri come mago. Il solo rapporto che vi troviamo coll'idea fondamentale della leggenda, è la sapienza quasi soprannaturale del poeta per la quale anche in fatto di mascalcia sa cose che altri non avrebber saputo. Da ciò il Roth argomenta che questo racconto possa essere stato introdotto nella biografia di Virgilio in Italia, da qualche napoletano, nella prima metà del XII secolo. Noi invece crediamo che ciò sia accaduto in epoca assai più recente. Il Roth nota egli stesso che l'aneddoto non s'incontra in esemplari di Donato anteriori al XV secolo, e che in un codice di Berna del X secolo esso manca affatto; di più, lo stesso aneddoto ricorre attribuito ad un savio greco nel _Novellino_ (seconda metà del secolo XIII)[291] e ricorre pure nelle _Mille ed una notte_[292]. Noi aggiungiamo che Buonamente Aliprando, il quale fa tanto uso di quella biografia, ignora affatto l'aneddoto, e che questo non si incontra attribuito a Virgilio in veruno scrittore anteriore al secolo XV, che parli o no di Virgilio mago; mentre se, come crede il Roth, fra questo racconto e il cavallo di bronzo della leggenda napoletana ci fosse qualche rapporto, l'aneddoto dovrebbe pur trovarsi presso gli scrittori che riferiscono leggende virgiliane. Dopo tutte queste considerazioni a me par difficile persuadersi che l'aneddoto possa essere stato introdotto nella biografia virgiliana prima del secolo XV[293]. Comunque sia, certo è che esso sta da sè, e che quella biografia mentre si è ingrossata con racconti d'origine puramente letteraria, pochissimo ha subìto l'influenza delle leggende d'origine popolare. Piuttosto essa ha servito, come abbiam veduto, a dar qualche notizia a taluni scrittori di leggende virgiliane, i quali ne hanno fatto uso adattandola ai loro intenti. In qualche altra biografia del poeta scritta in latino per uso scolastico, in questa ultima epoca del medio evo, si ritrova anche più apertamente l'idea del mago e dell'astrologo, ma senza grandi sviluppi. In una biografia latina inedita che già ebbi occasione di citare[294], Virgilio è detto grande mago, medico e astrologo, e viene descritta la mirabile _Salvatio Romae_ a lui attribuita.
Gittando uno sguardo su tutto questo che abbiamo notato intorno alla leggenda virgiliana in Italia, noi possiamo conchiudere che nel nostro paese essa non prese mai quelle proporzioni a cui giunse all'estero. La parte di essa che meglio trovò passo fra noi, fu l'avventura della cesta che, raccomandata dalla morale o dal burlesco, fece il giro dell'Europa. All'infuori di questo racconto, che, come abbiam visto, riconosce un'origine affatto separata dal resto della leggenda, il Virgilio mago e diabolico è fra noi un'eco vaga di quanto ripetesi al di fuori, piuttostochè un tipo riccamente caratterizzato come lo è altrove. Nel XIV secolo, mentre la leggenda avea avuto fuori quello sviluppo che abbiamo veduto, l'autore della _Cronica di Partenope_ non ne sa gran cosa di più di quello se ne raccontava a Napoli prima che la leggenda si diffondesse in Europa. Boccaccio conosce appena due o tre fatti della leggenda napoletana; l'Aliprando, infine, sul principio del secolo XV non ha del Virgilio mago che una idea mal determinata e rozzamente contradittoria, mentre ignora la massima parte della leggenda, tanto napoletana che estera. Nè la _Cronica_ inoltre nè l'Aliprando, nel narrare fatti leggendari, perdono mai di vista il Virgilio poeta, contrariamente a ciò che vediamo accadere presso tanti altri all'estero. Nel XVI secolo poi troviamo un fatto che mostra come in Italia poco piacesse veder mescolato il nome del poeta a quelle fiabe. L'anonimo scrittore dei _Compassionevoli avvenimenti_ di Erasto nel rifare il testo del _Roman des sept Sages_ che avea sott'occhio, riferisce bensì il fatto del fuoco inestinguibile e l'altro dello specchio maraviglioso che in quello trovava, ma in pari tempo sopprime il nome di Virgilio ed a Roma sostituisce Rodi. E veramente ben si può intendere come poco potessero quei racconti prosperare fra noi, quando si rifletta come fra noi appunto avesse luogo in quell'epoca il risorgimento degli studi classici. Quanto meglio si venivano studiando gli antichi scrittori con metodo serio, e nella realtà dell'esser loro, svincolandosi dalla cieca ammirazione tradizionale, tanto più si veniva dissipando l'aureola fittizia o leggendaria di cui il medio evo ne avea attorniato il nome. È chiaro adunque che essendo noi stati i primi a rialzare accesa la face del sapere, le leggende virgiliane dovean bruciarsi le ali fra di noi, e tenersi a distanza, solo in piccola parte circolando timidamente, a mala pena protette dalla superstizione, o dal burlesco.
CAPITOLO X.
Ed ora possiamo farci a dir qualcosa in succinto dell'ultima fase per cui passò la leggenda all'estero. Come abbiamo già detto, quest'ultima fase doveva essere una specie di sintesi delle antecedenti, e come la risultante di esse; e tale fu realmente. Riunite e sviluppate in un'ampia biografia, trovansi le leggende virgiliane nella cronica liegese di Jean d'Outremeuse intitolata _Myreur des histors_[295]. Questa cronica è una compilazione tolta da molti scrittori (di varie epoche fino al sec. XIV) che l'autore stesso nomina in principio e da molti altri che non nomina; particolarmente in ciò che concerne la storia antica, è un enorme guazzabuglio d'ogni sorta di leggende e di fantasticherie innumerevoli. La biografia di Virgilio trovasi in essa mescolata con altri racconti che l'interrompono a quando a quando, poichè l'autore non dimentica che, scrivendo una cronica, prima sua guida devono essere le date; ed a queste tiene talmente che, non avendole, le inventa; il che, trattandosi per lo più di leggende, gli avviene nella massima parte dei casi. Nondimeno lasciando a parte tutte le date immaginarie che la legano e la mescolano al resto, quella biografia può benissimo considerarsi come un lavoro staccato che l'autore ha composto separatamente prima di distribuirne le varie parti nella cronica secondo le date. E questo lavoro è curiosissimo a più d'un riguardo.
L'autore ha avuto sott'occhio l'_Image du monde_ principalmente, ed oltre a questa altri testi francesi e latini nei quali si parlava di maraviglie virgiliane. Egli ha cercato di riunire più fatti leggendari che potesse, talvolta anche dando come fatti diversi due o più versioni di uno stesso fatto[296]. Altri fatti ha aggiunto del suo, altri ha sviluppati con un lavoro di fantasia che poteva esser meglio impiegato. In tutto questo però egli ha cercato di tener più lontano che fosse possibile il personaggio reale, e si è guardato bene dal fare come l'Aliprando ed altri, che mescolano le notizie tratte da Donato alle leggende. Il Virgilio ch'egli ci presenta offre tre differenti aspetti, tutti e tre leggendari, cioè il mago, il profeta di Cristo, il galante. L'esclusione di ogni fatto storico è tanto più notevole che essa è fatta di proposito, poichè l'autore era senza alcun dubbio uomo da conoscere le poesie e le antiche biografie virgiliane, e nel suo lavoro si vede chiaro ch'egli s'è dato da fare per accumular più notizie che poteva. Se poi egli ha tenuto ad allontanare ogni idea che rammentasse in modo troppo preciso il personaggio storico, ha anche rincarato sul personaggio leggendario, spingendo al massimo grado tutto quanto potesse caratterizzarlo nei tre aspetti summentovati.
La scena dei fatti di Virgilio riman sempre Roma e Napoli, ma la sua origine non è italiana: Virgilio era figlio di Gorgilio re di Bugia in Libia. Partito in cerca d'avventure, arrivò nel regno dei Latini dove il re, che era zio di Giulio Cesare, tanto gli parlò di Roma, che s'invaghì d'andarvi e vi andò. Tedioso però ed inutile sarebbe riferire qui tutta la farragine di bizzarre e balorde fantasticherie che trovansi ammassate in questa biografia. Noterò solamente quanto può servire a mostrare il rapporto di essa colle leggende che già conosciamo, in modo generale. — Tutto quanto abbiamo riferito intorno a Virgilio mago era più che sufficiente a caratterizzarlo con colori assai vivi come tale, e quindi Jean d'Outremeuse non avea bisogno per questo lato di aggiungere gran cosa a quanto aveva raccolto da varie parti. Nondimeno egli alcune cose ha aggiunto, talune delle quali non servono che ad aumentare in qualche modo il grandioso del genere di vita che la magia dovea procurare a Virgilio. Così, fra le altre, nuova è l'aggiunta di certi desinari che dà il mago, nei quali, per divertimento degli invitati, egli fa eseguire dai suoi folletti ogni sorta di giuochi e di beffe ridicole[297].
Molto più notevole è lo sviluppo che Jean d'Outremeuse ha dato all'idea di Virgilio profeta di Cristo. Abbiamo veduto altrove come e quando nascesse questa idea, di origine non popolare, ma poi divenuta tale. Alle leggende relative a Virgilio mago essa veramente non si mescolò che poco[298], quantunque non mancassero taluni contatti da noi già notati; ma Jean d'Outremeuse, che in questo genere faceva di ogni erba fascio, s'incarica di mescolarcela per bene. S'era detto che Virgilio nel riferire le parole della Sibilla avesse servito di testimonio alla fede, senza saperlo; ma s'era anche detto da qualcuno ch'egli coi noti versi della quarta ecloga intendesse realmente profetare il Cristo. Jean d'Outremeuse va più oltre, e siccome non pare che ami parlare dei versi del poeta, come quelli che ricorderebbero il personaggio reale, egli non rammenta nè quei versi nè la Sibilla, ma introduce Virgilio a fare ogni sorta di sermoni ai Romani ed anche agli Egiziani, nei quali non si contenta di predire la venuta di Cristo, ma entra in tutti i particolari della vita e morte del Salvatore, spiega l'unità di Dio, la trinità e tutti gli articoli del _Credo_, e così converte molti alla fede che dovea venire. Tutto ciò non gl'impediva di fare il mago; ma quando la famosa testa gli predisse la sua morte prossima, allora mandò in malora tutti i folletti che lo servivano, e s'umiliò dinanzi a Dio facendo il suo atto di fede, scrisse un libro sulla dottrina cristiana, diede un ultimo desinare per congedarsi e inculcar nuovamente le credenze cristiane, si fece anche battezzare in modo provvisorio, e finalmente si dispose a morire tenendo dinanzi un libro di teologia e stando seduto su di un seggiolone, sul quale di sua mano avea scolpito tutti i fatti del nuovo testamento, dall'Annunziazione all'Assunzione. E così rimase che neppur parea morto, finchè venuto San Paolo in cerca di lui e tiratolo pel manto, cadde in cenere. L'apostolo pianse credendolo morto pagano, ma si consolò leggendo il libro ch'ei lasciò scritto.