Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Part 8
In Italia il più antico scrittore che, a mia notizia, racconti questa novella col nome di Virgilio è, oltre all'Aliprando di cui parleremo in seguito, il Sercambi (1347-1424) che la riferisce nella sua cronica, dalla quale essa fu già estratta e pubblicata a Lucca[228]. La fama del fatto era tanto diffusa, che si finì col designare una delle varie torri di Roma come quella che fu testimone della scena. Così spiego il nome di _Torre di Virgilio_ dato in Roma alla torre dei Frangipani[229] e l'aneddoto stesso introdotto nella versione tedesca del _Mirabilia_ del secolo XV, ed in uno scritto, parimenti tedesco e dello stesso secolo, intorno alle sette chiese principali di Roma[230]. Quel capo ameno del Berni annovera[231] fra le antichità che «pellegrini o romei» andavano a vedere a Roma:
«E la torre ove stette in due cestoni Virgilio spenzolato da colei.»
Enea Silvio nel suo _De Euryalo et Lucretia_ (1440), cita la prima parte dell'avventura come avvertimento morale. Come imprecazione però, fra le altre mille, figura essa nella _Murtoleide_:
«Possa come Virgilio in una cistola Dalla fenestra in giù restar pendente.»
Nei testi a stampa dell'antico poemetto italiano _Il padiglione di Carlomagno_ leggesi la seguente ottava:
«Ancora si vede Aristotil storiare E quella femmina che l'ingannò, Che come femmina lo facea filare E come bestia ancor lo cavalcò, E 'l morso in bocca gli facea portare, E tutto lo suo senno gli mancò; Da l'altra parte Virgilio si mirava Che nel cestone a mezza notte stava»[232]. E molti altri testi italiani dei secoli XV e XVI potrebbero citarsi che provano come quell'avventura virgiliana fosse allora così popolarmente conosciuta qui come altrove. Mi limito a citare, perchè inedita, una _Canzone morale in disprezzo d'amore_[233] che leggesi in un codice magliabechiano del secolo XV, nella quale agli esempi di Giove, Aristotele, Salomone ecc. si aggiunge quello di Virgilio:
«Lett'hai d'una donzella che ingannava Virgilio collocato in una cesta, E fuor della finestra Attaccato lasciollo infino a giorno.»
In un poemetto inedito contro amore, pur di quell'epoca, leggiamo:
«E tu Virgilio parasti le botte Che sanno dar le donne a' loro amanti. Tu ti pensasti rimetter le dotte Con colei che ti fea inganni tanti. A casa sua tu andasti una notte . . . . . . . . . . . . . . . . . . Fatto lo 'mposto cenno, ella fu presta, E pianamente aperse la finestra. Con una fune una cesta legoe, Per dimostrare di farti contento, E fuor della finestra la mandoe Dove tu eri e tu v'entrasti drento; Tirotti a mezza via e poi t'appiccoe A un arpion per tuo maggior tormento E fino al giorno istesti appiccato, Dal popolo e da lei fosti beffato.»[234]
Nicolò Malpiglio in una canzone per Nicolò d'Este[235] scriveva, parlando ad amore:
«El Mantuan poeta nel canestro Pose quest'altra cui tu lusingasti E non ti vergognasti Dar di tanta virtù solazzo al volgo.»
Nel _Contrasto delle donne_ di Antonio Pucci[236], fra i numerosi esempi favorevoli e contrari al bel sesso, si rammenta in due ottave quello di Virgilio:
«Diss'una che Virgilio avia 'n balìa: — Vieni stasera, ed entra nella cesta E collerotti a la camera mia. — Ed ei v'entrò, ed ella molto presta Il tirò su; quando fu a mezza via Il canape attaccò, e quivi resta; E la mattina quando apparve il giorno Il pose in terra con suo grande scorno.
_Risp_. Virgilio avea costei tanto costretta Per molti modi con sua vanitade Ch'ella pensò di farli una beffetta A ciò che correggiesse sua retade; E fe' quel che tu dì non per vendetta Ma per difender la sua castitade; Ver'è che poi, con sua grande scienza, Fece andar sopra lei aspra sentenza.»
In altra poesia assai più antica, forse del XIII sec., nei _Proverbi sulla natura delle donne_[237] lo stesso fatto è attribuito al filosofo Antipatro:
«D'Antipatol filosofo udisti una rasone Con la putana en Roma ne fe derisone Q'entr'un canestro l'apese ad un balcone Ogni Roman vardavalo con el fose un briccone.»
Così pure l'arte italiana di quel tempo spesso tolse a soggetto questo fatto della leggenda. Una stampa d'ignoto autore, ma d'antica scuola italiana, rappresenta la beffa e la vendetta, colla seguente scritta che è desunta dalle due ottave del Pucci sopra riferite:
«Essendo la mattina chiaro il giorno Il pose in terra con suo grande scorno; Ver'è che poi, con sua gran sapienza Contr'a costei mandò aspra sentenza.»[238]
Una pittura di Perin del Vaga rappresentante la scena della vendetta fu riprodotta da E. Vico in una incisione che porta la data di Roma 1542 e la scritta: «Virgilium eludens meritas dat foemina poenas»[239]. In un manoscritto dei _Trionfi_ del Petrarca, esistente nella biblioteca Laurenziana, una miniatura che illustra il Trionfo d'Amore rappresenta quattro fra le più illustri vittime dell'alato Dio: Ercole che fila, Sansone tosato, Aristotele col basto e Virgilio nella cesta[240]. Esiste tuttora vivente sulla bocca del popolo un racconto simile a Sulmona, ma in esso la vittima è Ovidio, che veramente per le sue poesie e avventure galanti lo meritò più di Virgilio[241].
La seconda parte della novella trovasi in uno dei tanti libretti popolari italiani che si ristampano continuamente e si diffondono fra la plebe. Essa però non è riferita a Virgilio ma ad altro mago, Pietro Barliario (scambiato a torto da taluni con Pietro Abelardo)[242], il quale, come Virgilio, più d'un fatto prodigioso ereditò dall'antico mago Eliodoro:
«Adirato si parte indi comanda A' demoni che tosto abbiano spento Tutto il fuoco che fosse in ogni banda, Fosse da loro estinto in un momento. Onde per compir l'opera nefanda La donna fè pigliar con gran tormento, E in piazza fu portata di repente, Nuda, parea che ardesse in fiamme ardente. Correa il popol tutto in folta schiera A provveder di fuoco le lor case. Fra le piante di quella in tal maniera Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase. E l'uno a l'altro darlo invano spera Chè presto si smorzava; intanto sparse La Dea ch'ha cento bocche un gran romore E l'avviso n'andò al governatore.»
Questo racconto, nato, come abbiam veduto fuori d'Italia, non era il solo che ponesse il mago Virgilio in rapporto col sesso femminile. — Residui di alcune antiche idee del mondo greco-romano e orientale, e più ancora le usanze nazionali proprie dei barbari invasori, resero nel medio evo familiare e comune, anche nella parte più nobile dell'Europa, l'idea fondamentale e l'uso dei giudizi di Dio; secondo i quali la divinità era chiamata a far trionfare, per mezzo di un miracolo, il vero ed il giusto. Nello scredito in cui la donna era caduta, queste forme di giuramento[243] rimanevano sempre fra i mezzi coi quali era chiamata a giustificare la propria condotta. Se la fantasia dei gelosi assai feconda si mostrava nel trovare difficili generi di prove, più feconda era in ciò la fantasia dei novellatori, romanzieri e moralisti e di quanti da burla o sul serio perseguitassero il sesso femminile, i quali nello scopo di mostrare che non c'era prova o terribile giuramento che una donna non sapesse deludere, inventavano a provar ciò, aneddoti d'ogni sorta. In questo l'Europa avea il torto di trovarsi d'accordo coll'oriente, e quindi di accettare racconti beffardi e disonorevoli per la donna, quali di là, dove la sua condizione era ed è la più bassa possibile, provenivano.
Ad uno di questi, che fu assai in voga in oriente e in Europa, fu mescolato il nome di Virgilio, sempre assecondando l'idea inerente all'avventura della cesta, quella cioè della più grande sapienza umana insufficiente contro le astuzie femminili. Virgilio[244], secondo questo racconto, fece in Roma una figura di pietra colla bocca aperta; le persone chiamate a dar prova della loro castità o fedeltà coniugale ponevano la mano in quella bocca, e se mentivano eran sicure di lasciarvi dentro le dita. Una donna però che avea una relazione illecita, chiamata a giustificarsi con questa prova dal marito venuto in sospetto, trovò modo di renderla vana. Disse al suo amante che, preso abito e maniere di pazzo, si trovasse là dove il giuramento doveva aver luogo, e appena la vedesse arrivare, corresse a lei e folleggiando l'abbracciasse. Così fu; essa finse sdegnarsi di quell'atto, ma il marito e gli astanti, trattandosi di un povero pazzo, non ne fecero caso. Allora la donna giurò che mai in vita sua non avea sofferto abbracciamenti di altr'uomo che di suo marito e di quel pazzo che tutti aveano visto abbracciarla; e siccome era ciò la pura verità, la sua mano uscì intatta dalla terribile bocca. Virgilio, a cui nulla si celava, accortosi dell'inganno, dovette confessare che le donne la sapevano più lunga di lui.
Questo racconto, cambiati i nomi e le circostanze locali, trovasi tal quale nel _Çukasaptati_, libro di novelle indiano, e nella storia di _Ardschi Bordschi Chan_, libro mongolico d'origine indiana (_Sinhâsanadvâtrinçat_)[245]. In Europa però esso era già noto da tempi assai antichi; trovo in Macrobio un aneddoto (desunto certamente da antichi scrittori latini) il quale, ad eccezione dell'elemento amoroso, è del tutto simile a questo[246]. Come astuzia di donna galante, circolò poi in Europa indipendentemente dal nome di Virgilio, anche dopo che questo nome gli era stato da taluni narratori applicato. Ne abbiamo esempio nel romanzo francese di Tristano[247], nelle novelle di Straparola, in quelle di Celio Malispini, nel _Mambriano_ del Cieco da Ferrara[248], nel _Patrañuelo_ di Timoneda ecc. ecc.[249]. Il più antico scritto, a mia conoscenza, in cui si trovi applicato a Virgilio, è una poesia anonima tedesca, della prima metà del secolo XIV, intitolata: «di una effigie in Roma che strappava coi denti le dita alle donne adultere»[250]. Il racconto così attribuito a Virgilio e localizzato a Roma, riferivasi ad un monumento che ivi esiste tuttora in Santa Maria in Cosmedin e chiamasi _Bocca della verità_. È un antico mascherone da fontana, o da sbocco d'acqua piovana, di cui il _Mirabilia_ dice che era considerato come una bocca che pronunziava oracoli. Una iscrizione postavi dappresso nel 1632 asserisce che servì a giurare ponendovi dentro la mano, il che è confermato dal titolo di _Bocca della verità_ dato anche alla piazza adiacente e che di certo[251] risale al medio evo. Tutto ciò spiega come si arrivasse a dire che quel fatto fosse accaduto a Roma appunto alla _Bocca della verità_, e questa si considerasse quindi come opera di Virgilio. Infatti nella versione tedesca del _Mirabilia_ fatta nel XV secolo, è introdotta a proposito di quella pietra la menzione di Virgilio e dell'aneddoto per cui poi la pietra perdette la sua efficacia[252].
CAPITOLO IX.
Tutti questi racconti che andavano attorno col nome di Virgilio, erano già, come ognun vede, assai numerosi; e chi avesse voluto riunirli assieme, ordinarli, sviluppare certi dati o supplire a certe lacune con un po' di fantasia, c'era da tessere tutta una biografia romanzesca dell'illustre mago. Ed infatti non mancò chi ciò facesse. Prima però di parlare di quest'ultimo e definitivo stadio della leggenda virgiliana, credo opportuno gittare uno sguardo su quel che essa era divenuta nel paese in cui avea avuto la sua prima origine, cioè in Italia ed a Napoli specialmente. I lettori avranno notato che ad eccezione di quelle udite a Napoli da Gervasio e da Corrado, tutte le altre leggende furono applicate a Virgilio fuori d'Italia; e quantunque queste fossero riferite in iscritti letterari molto conosciuti e letti nel medio evo, pur nondimeno ben poche di esse penetrarono presso gli scrittori italiani. Il più notevole documento napoletano che noi abbiamo intorno alle leggende virgiliane è la _Cronica di Partenope_[253] attribuita nella prima edizione falsamente a Giovanni Villani, e poi anche a «Bartolomeo Caraczolo dicto Carafa, cavaliere di Napoli» il quale però propriamente non è e non si professa autore che della seconda delle tre scritture di cui si compone questo curioso zibaldone di storia napoletana compilato verso la metà del sec. XIV. La prima e la più antica di quelle scritture è opera di un ignoto napoletano che la compose probabilmente poco dopo il 1326; essa consiste in una raccolta di narrazioni relative alle antichità sacre e profane di Napoli, ricavata da fonti diverse, anche da tradizioni orali, senza alcuna critica e con mescolanza di favole e leggende di varia specie, fra le quali sono pure le virgiliane[254]. Quantunque napoletano, il rozzo autore non si è tenuto soltanto a quel che di Virgilio dicevasi a Napoli ai tempi suoi, ma ha riferito nel suo scritto tutto quanto ha trovato in Gervasio ch'ei cita, e nell'opera di un tale Alessandro. Se questi fosse Alessandro Neckam, dovremmo dire aver egli letto il _De naturis rerum_ in un codice mutilo e interpolato, oppure in un estratto incompleto e variato, presso qualche altro scrittore[255].
Quanto trovasi in Gervasio ritrovasi presso a poco in questa Cronica e, ad eccezione di alcune poche aggiunte fatte nello stesso spirito del rimanente, la leggenda rimane in essa tal quale l'abbiamo trovata a Napoli nel XII secolo. Virgilio vi figura come gran benefattore di Napoli nel tempo in cui era «consiliario et quasi rectore o vero maistro di Marcello» eletto da Ottaviano «duca de li napolitani.» Da lui furono fatti gli acquedotti, le fontane, i pozzi, le cloache di Napoli; egli istituì il _Gioco di Carbonara_[256] simile al _Gioco del Ponte_ in Pisa, che cominciò come esercizio guerresco con finti attacchi, e finì con baruffe micidiali. Al novero dei soliti talismani si aggiunge una cicala di rame che scacciò tutte le cicale da Napoli, e un pesciolino di pietra posto nel luogo che serbò il nome di «preta de lo pesce», il quale attirava pesci in abbondanza[257]. Anche la leggenda relativa al _Castello dell'Ovo_ che abbiamo veduto tanto trasmutata all'estero, rimane quel che era prima, cioè l'idea di un talismano che serviva come di palladio alla città. Il fatto narrato da Gervasio intorno alla richiesta di quell'eccentrico inglese è riferito, con qualche variante di nessun rilievo, anche nella _Cronica_. Come poi quel tale trovò il libro di segreti sotto il capo di Virgilio, così Virgilio stesso lo trovò, «secondo che se legge ad un chronica antiqua», (che non sappiamo qual possa essere, ma certamente napoletana) sotto il capo di Chironte in una grotta dentro Monte Barbaro, di dove egli andò a trarlo in compagnia di un certo Filomelo o Filomeno[258]. Quantunque questo libro chiamisi di _negromanzia_, e quantunque di negromanzia e di magia talvolta si parli nella Cronica a proposito delle opere virgiliane, pure l'autore ci fa in più luoghi capire chiaramente che per ciò egli intende quanto si può operare conoscendo la «mirabile influenza de le pianeta.» E realmente mai nulla di diabolico è da lui attribuito a Virgilio, del quale parla sempre col più grande rispetto e non cessando di chiamarlo «esimio poeta.» La grotta di Pozzuoli non è più soltanto, per le arti del poeta, protetta contro ogni misfatto, ma il poeta stesso l'ha fatta fare, non però col mezzo de' diavoli, come poi si disse altrove, ma per «Geometria.»
Certo, trovandosi il sepolcro di Virgilio sulla via Puteolana, appunto all'ingresso di quella grotta, s'intende ch'essa dovesse essere il centro delle tradizioni virgiliane. Più tardi lo Scoppa, riferendo quanto trovava di leggende virgiliane nella _Cronica di Partenope_, aggiunge a proposito della grotta di Pozzuoli «non ignoro che alcuni, appoggiandosi all'autorità di Plinio, sostengono a spada tratta che Lucullo e non Virgilio la facesse. Io però sto a quel che dicono le nostre croniche, imperocchè in fatto di antichità va creduto ai più antichi, particolarmente quando sono del paese.» Ed infatti quanto volgare fosse a Napoli quest'opinione lo mostra non solo il nome di _Grotta di Virgilio_, ma il fatto eziandio del Petrarca, il quale, com'egli stesso racconta, fu seriamente interrogato su tal proposito da re Roberto, e rispose: «non ho a mente aver mai letto che Virgilio facesse il tagliapietre[259].»
Da tutto ciò possiamo conchiudere che la leggenda esisteva a Napoli ancora nel secolo decimoquarto e nel decimoquinto, e che in essa non c'è ombra di quel Virgilio diabolico e innamorato che trovammo altrove. Un sol fatto pare venuto dal di fuori, ed è la leggenda che troviamo nella _Cronica_ di quattro teste di morto poste da Virgilio in Napoli, le quali rivelavano al Duca quel che si faceva in tutto il mondo. Questa leggenda ha per fondamento l'idea della _Salvatio Romae_ e dello specchio maraviglioso, combinata con quella della testa parlante che vedemmo attribuita a Virgilio come a Gerberto, e può credersi venuta dal di fuori.
L'autore della _Cronica_ sì è guardato bene dall'aggiungere alcun che di suo alla leggenda, per renderla più fantastica o per meglio farla spiccare. Quantunque rozzo, egli è scrittore ed ha una certa coltura che lo distingue dal volgo illetterato; vuol essere storico, e come tale nel narrare le leggende virgiliane, non solo ricorda il Virgilio reale della scuola e della poesia, ma applicando a questo Virgilio quelle leggende compila ed anche affetta di compilare da libri, non mai riferendosi alla tradizione popolare vivente, a lui ben nota. Alessandro Neckam, come abbiam visto, è da lui citato di seconda mano e quindi anche a sproposito facendogli dire quel che non da lui ma da altri fu detto; Gervasio di Tilbury, malamente e indirettamente conosciuto, sia dall'autore sia da altri che poser le mani in questa Cronica, diviene _Santo Gervasio Pontefice_ ed i suoi _Otia Imperialia_ i _Responsi_ (vuol dire _Riposi_) Imperiali. Prevale però la conoscenza delle fonti indigene sia citate, sia adoperate senza citarle, quali una anonima _Cronica antica_, l'oggi perduto _Planctus Italiae_ di Eustazio da Matera, ed anche Alessandro di Telese e la Vita di S. Atanasio, o forse altri a noi ignoti, dai quali fu desunto quel che si narra di Virgilio e Ottaviano e Marcello e l'elogio di Napoli «signora di nove città» ecc.[260]. Ma registrate o no presso altri scrittori, le leggende qui riferite vivevano ancora, se non tutte, certo in gran parte nella tradizione popolare napoletana quando dapprima la Cronica fu scritta, e poi quando da numerose mani fu variamente trascritta e per ultimo quando con assai libertà di ricompilazione fu stampata. Traluce chiarissima la vivente leggenda là dove l'autore vuol farla da critico, correggendo l'errore volgare della gente _grossa_, benchè in verità ei non si mostri ben fino. Così, certamente popolare e vivente da antica data era la leggenda da lui riferita circa la grotta di Pozzuoli costruita da Virgilio che ivi presso ebbe la sua sepoltura; il popolo però aggiungeva che Virgilio quella prodigiosa opera facesse in un sol giorno, e questo pare poi troppo allo scrittore, il quale pur riferendo seriamente tutto il resto, fa qui una riserva: «E la preditta grotta, lo grosso popolo tene che Virgilio fatta la avesse in uno dì; e questo non è possibile se no a la divina potencia, _quae de nihilo cuncta creavit_»[261]. Così pur si vede che la leggenda circa il _Castel dell'Uovo_, mantenuta dal nome stesso che questo portava, seguitava ad esistere nella tradizione; ma che quel telesma virgiliano preservasse la città o il castello, non si credeva più nè si poteva dopo gli avvenimenti dal XII sec. in poi; quindi l'autore circa tal credenza si limita a riferire che v'era stata già fra «gli antiqui napolitani.» Quando la Cronica fu messa a stampa sulla fine del XV sec. col titolo promettente di «nobilissima et _vera_ antica cronica» malgrado la falsa attribuzione nel titolo stesso a Giovanni Villani, e quando fu poi nel 1526 riprodotta, qualche passo fu soppresso, altro fu aggiunto raffazonando liberamente; ma che la leggenda seguitasse ad esistere e molto ancora si narrasse oralmente dal popolo su Virgilio oltre a quanto nella Cronica è riferito, si rileva chiaramente dalle seguenti parole onorevoli pel buon senso italiano che a nome dell'antico autore furono aggiunte in ossequio alla verità dall'Astrino che preparò la Cronica per la stampa nel 1526[262]: «Io potria del dicto Virgilio dicere molte altre cose le quali ho sentito dicerese de tale uomo, ma perchè in maior parte mi pareno favolose e false, non ho voluto al tutto implire la mente de li homini de sogni; et perchè molte cose sono state dicte de sopra de Virgilio a le quale io scriptore de quelle meno che gli altri credo, prego ciascuno lettore me habbia per excusato, perchè non ho voluto fraudare la fama de lo ingeniosissimo poeta, o vera o falsa, et la benivolenza la quale ipso portava a questa inclita cità di Napoli. Ma la verità de tutte le cose, la cognobbe et conosce solo Dio; questo ben dirò, che io non scrivo cosa falsa nè fabolosa che de quella lo lectore non sia facto accorto.»
Le leggende napoletane non si diffusero che poco e lentamente nell'Italia superiore: esse però erano ben note, anche fuori di Napoli, nell'Italia meridionale. La più antica menzione che io ne conosca fra i nostri poeti volgari trovasi in un componimento di Ruggeri Pugliese che non crederei posteriore alla prima metà del XIII secolo:
«Aggio poco senno alla stagione, E saccio tutte l'arti di Virgilio»[263].
Nel resto d'Italia la leggenda virgiliana non si diffonde nella letteratura che nel secolo XIV, mescolando però all'elemento originale e indigeno l'elemento ascitizio e straniero, pei noti rapporti delle nostre lettere d'allora colla produzione letteraria forestiera. Taluni autori toscani però la conoscono, allora e prima, come quelli che furono a Napoli e dal popolo di quella città poterono udirla. Boccaccio che ben conosceva Napoli, nel suo commento a Dante (1373) parlando delle opere maravigliose fatte da Virgilio in quella città, non ne cita che tre, già ben note: cioè la mosca e il cavallo di bronzo e le facce di marmo di porta Nolana. Egli nota che Virgilio visse molto più a Napoli che a Roma e che ivi recossi da Milano[264] perchè avendo l'ingegno pronto alla poesia, avea saputo essere i poeti «nel cospetto d'Ottaviano accetti.» Prima di lui Cino da Pistoia[265] alludeva alla mosca maravigliosa nei versi satirici contro Napoli che il Ciampi non ha intesi:
«O sommo vate, quanto mal facesti A venir qui; non t'era me' morire A Pietola colà dove nascesti? Quando la mosca, per l'altre fuggire, In tal loco ponesti Ov'ogni vespa doveria venire A punger quei che su ne' boschi stanno.»
Il poeta popolare fiorentino Antonio Pucci, nel XIV secolo, fra gli altri appunti d'ogni specie che raccoglieva in un suo zibaldone di cui si hanno due MS. in Firenze[266], notava parecchie delle maraviglie che la leggenda attribuiva a Virgilio, la mosca, il cavallo, il castello posto in bilico sull'uovo, il giardino, due doppieri e una lampada sempre ardenti, la burla della donna, e la vendetta, la testa che parlava, e la relativa storia della morte del poeta, e quanto credevasi sull'efficacia delle sue ossa. Egli però, come molti romanzatori stranieri, colloca il sepolcro di Virgilio a Roma. È noto che questo cantastorie italiano conobbe e adoperò i prodotti dei cantastorie forestieri[267]. Egli però non parla di arti diaboliche, ma attribuisce le maraviglie virgiliane all'«arte della stronomia.» A conoscenza dei riposti segreti della natura le attribuisce, nello stesso secolo, Gidino da Sommacampagna, alludendo ad esse in un suo sonetto a Francesco Vannozzo[268], nel quale cita l'autorità:
«Dell'eccellente fisico Marone Che circa il natural pose sua cura.»
In un bizzarro suo sonetto[269] di quel genere che poi prese il nome dal Burchiello, Andrea Orcagna, il grande artista del sec. XIV, dice
«E l'ampolla di Napoli s'è rotta»