Virgilio nel Medio Evo, vol. II

Part 7

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Verso la stessa epoca Enenkel nel suo _Weltbuch_ narra in qual modo Virgilio, questo «figlio dell'inferno»[185] com'ei dice, si procacciasse le straordinarie sue cognizioni magiche. Mentre un giorno lavorava in una vigna, approfondò tanto la zappa nella terra che giunse a scoprire una bottiglia nella quale trovavansi racchiusi 12 diavoli. La tolse su e si rallegrò del suo trovato. Allora parlò un di quei diavoli e disse che s'ei li mettesse in libertà gl'insegnerebbero ogni sorta di arti segrete. «Insegnatemele prima, rispose Virgilio, e prometto di liberarvi.» E coloro insegnarongli tutta la magia, ed ei ruppe la bottiglia e li lasciò andar liberi. Enrico da Müglin, che visse verso la metà del sec. XIV, pose in versi anch'egli questo fatto in una forma più prossima alla versione del _Reinfrit_, ma senza parlare neppure egli della venuta di Cristo[186]. Virgilio parte da Venezia per far fortuna in compagnia di altri, e si mette in mare alla volta della Montagna della Calamita[187]. Colà trova uno spirito chiuso in una bottiglia il quale, per prezzo della libertà, gl'insegna il luogo dov'è riposto, sotto il capo di un morto, un libro di magia. Virgilio trova infatti quel libro e appena apertolo gli si fa dinanzi una legione di ottantamila diavoli che si pongono ai suoi comandi e ch'egli incarica di lastricare una lunga strada. Più tardi, nel secolo XV, Felice Hemmerlin[188] narra anch'egli come uno spirito ponesse Virgilio in possesso del libro magico di Salomone, nella speranza di esser liberato. Virgilio però fattolo uscire dalla bottiglia e vedutolo prendere grandi proporzioni, pensò non esser bene lasciar libero pel mondo un galantuomo di quella fatta. Con maniera astuta si fece a dirgli: «di certo tu ora non potresti rientrare in quella bottiglia.» Il diavolo affermava che sì e Virgilio negava, finchè, messo sul punto, il diavolo si rimpiccolì e fecegli vedere che avea detto vero; ma, ridotto che fu nuovamente nella bottiglia, Virgilio ripose su di questa il suggello di Salomone e lo lasciò chiuso là dentro per sempre. Così dal secolo XIII al XV vediamo, in questo fatto dello spirito imprigionato che pone le sue facoltà soprannaturali ai servigi del suo liberatore, applicata a Virgilio una leggenda ben nota, di provenienza rabbinica e maomettana, che non può certamente riuscir nuova ai lettori i quali devono già in essa aver riconosciuto un racconto che figura nelle _Mille e una notte_ e serve di base al notissimo _Diavolo zoppo_. Come a Virgilio, così anche a Paracelso trovasi applicato questo stesso fatto il quale forma pure soggetto di alcuni racconti tuttora viventi sulla bocca del popolo[189].

Per tal guisa il concetto della magia virgiliana facevasi pieno ed intero, diveniva ovvio e volgare in tutti i paesi latini e germanici; non v'era scrittore di qualsivoglia ordine che non ne sapesse; ricca di fatti vari e di grande notorietà era quella leggenda, e quindi tanto più disposta ad aumentare, poichè anche per queste rinomanze leggendarie vale il proverbio «on ne prète qu'aux riches.» Una espressione più astratta di quel concetto di Virgilio che risultava da tutte queste favole trovasi in un curioso libro latino il quale, quantunque non contenga alcuna leggenda virgiliana, si collega con queste pel nome che si attribuisce l'autore e la natura delle cose in esso contenute. È intitolato _Virgilii cordubensis philosophia_[190], e questo Virgilio cordubense sarebbe stato un filosofo arabo e l'opera sua, scritta in arabo, sarebbe stata tradotta in latino a Toledo nel 1290[191]. Di certo l'autore non era arabo, e neppure sapeva gran fatto di cose arabiche, poichè non avrebbe mai potuto pensare che un filosofo arabo si potesse chiamare Virgilio, e molto meno a dare per suoi contemporanei a Cordova Seneca, Avicenna, Averroe e Algazel. È un cerretano qualunque il quale ha voluto darsi autorità, assumendo il nome di Virgilio e la qualità speciosa di sapiente arabo. Con una sfacciataggine mirabile ei racconta, in principio del suo scritto, che tutti i grandi dotti e studiosi che accorrevano da varie parti a Toledo, nei gravi problemi che discutevano sentirono il bisogno di rivolgersi a lui, poichè sapevano quanto grande fosse la conoscenza di ogni segreta ed astrusa cosa da lui acquistata mediante quella scienza «che, dic'egli, altri chiama negromanzia, noi chiamiamo _Refulgentia_.» Mandarono a pregarlo che si recasse a Toledo; ma egli non volle muoversi da Cordova, e invitolli a recarsi da lui, e vennero. Nel libro adunque vengono riferite le gravi discussioni che ebbero luogo intorno alla causa prima, al mondo, all'anima umana, e le importanti comunicazioni che l'autore fece a tutti quei filosofi su tali materie, secondo le rivelazioni avute dagli spiriti da lui interrogati in proposito. Di questi spiriti parla pure, come anche della _ars notoria_, che è scienza santa, di cui solo chi è senza peccato può sapere; autori di questa furono i buoni angeli i quali la comunicarono al re Salomone[192]. Questi rinchiuse li spiriti in una bottiglia, salvo uno che era zoppo il quale riuscì a rimaner fuori e liberò poi tutti gli altri. Quando Alessandro venne a Gerusalemme, Aristotele suo maestro, che era allora uomo dappoco e rozzo, riuscì a sapere dov'erano riposti i libri che Salomone scrisse su quella scienza, trovò modo d'impadronirsene e così divenne quel grand'uomo che tutti sanno. — La latinità di quest'opera è tutta piena delle più goffe sgrammaticature; l'idea filosofica è una mescolanza strana in cui si riconoscono idee giudaiche e rabbiniche miste a principî cristiani, fra i quali quello del Dio trino ed uno. Di Virgilio non c'è propriamente che il nome attribuitosi dall'autore. Però, come vedesi dalla natura dell'opera, la causa per cui questi assume quel nome sta nell'ideale del Virgilio mago, appunto come nella prima parte di questo lavoro abbiamo veduto l'ideale di Virgilio risultante dal rapporto di questo poeta collo studio grammaticale, condurre il non meno strano Virgilio grammatico a prendere questo nome. Questa corrispondenza fra i risultati di due fasi diversissime del nome virgiliano è veramente uno dei fatti più considerevoli nella storia di questo nome, il quale nelle sue peripezie, non solo subisce la influenza di più vicissitudini del pensiero, ma molte di queste riassume in sè tanto profondamente che ne diviene il simbolo e il rappresentante.

Nulla di quanto l'idea popolare attribuiva al mago, la leggenda lasciò mancare a Virgilio. Stabilita una volta e completata saldamente questa sua qualità, e reso volgarmente noto il nucleo leggendario da cui si desumeva, il resto veniva facilmente da sè. Siccome non c'era buon mago che non avesse fatto i suoi studi a Toledo, anche Virgilio, come Gerberto e tanti altri, doveva avere studiato in quella città. «I chierici, dice Elinando, vanno a Parigi a studiare le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, a Toledo i diavoli e in nessun posto i buoni costumi»[193]. La rinomanza però di Virgilio mago e la parte che in quella aveva Napoli fece considerare anche Napoli come sorella di Toledo nel dare origine alla negromanzia[194]. Inoltre era inevitabile che nel mondo romantico, in cui s'incontravano tanti altri nomi di maghi, Virgilio si trovasse in rapporto con qualcuno di questi. Nel _Parzival_ di Wolframo da Eschembach il mago Klinsor è nativo di Terra di Lavoro, e Virgilio è un suo antenato[195]. Anche qualche contatto col mago Merlino non mancò[196]. Per tal guisa la leggenda non era più un semplice catalogo di opere maravigliose alle quali si univa il nome di Virgilio, ma veniva a contenere una quantità di fatti particolari che definivano la personalità di questo mago e offrivano anche gli elementi di una biografia. Già abbiamo veduto come nella _Image du monde_ e nel _Renart contrefait_ la narrazione si chiuda colla morte di Virgilio. La persona del poeta trovasi così descritta nel primo di questi due poemi:

«Il fu de petite estature maigres et corbes par nature, et aloit la teste baissant, toz jors vers terre resgardant: Car coustume est de soutil sage c'à terre esgarde par usage.»

Anche nel _Dolopathos_:

«Virgile de poure estature et petite personne estoit; com philosophe se vestoit.»

V'ha poi nelle leggende virgiliane una parte che può dirsi sporadica, come quella che è costituita da racconti ai quali il nome di Virgilio non trovasi applicato che di rado, nè entrano mai a far parte di alcuna raccolta di fatti relativi alla magia di Virgilio. Questo nome viene arbitrariamente introdotto in essi, per associazione d'idee, da qualche rifacitore o compilatore, senza che la cosa abbia seguito o si ripeta con qualche stabilità. Questo si ravvisa singolarmente nel _Gesta Romanorum_, repertorio che ha subìto le più varie vicissitudini. Certamente ebbe in mente la _Salvatio Romae_ e lo specchio maraviglioso colui che sostituì il nome di Virgilio a quello di un magister qualunque in un racconto del _Gesta_ relativo ad una statua maravigliosa che denunziava tutti i trasgressori della legge[197]. Così pure allo specchio magico di Virgilio pensò colui che diede questo nome nel racconto 102 al _clericus_, il quale mostra ad un marito la moglie e l'adultero che fanno un incantesimo per ucciderlo, e fa in modo che l'incantesimo uccide invece l'adultero. In simil guisa trovasi il nome di Virgilio introdotto in altri racconti del _Gesta_, singolarmente nei testi tedeschi ed inglesi, là dove nelle redazioni più antiche non c'è[198]; fra gli altri anche in quello del mercante di Venezia. Questa libertà di fantasia non sorprende, e solo prova quanto familiare fosse il nome di Virgilio mago ad ogni sorta di narratori. Così gli autori di narrazioni fantastiche, conoscendo dalla leggenda Virgilio come fondatore di Napoli facilmente attribuivano a lui edifici e città[199], singolarmente d'Italia. Nell'Italia meridionale, anche all'infuori di Napoli, venivano attribuiti a Virgilio taluni edifici, quali, ad esempio, quelli[200] dell'isola di Ponza non lontana da Gaeta. L'autore di un poema franco-italiano, tuttora inedito, attribuisce a Virgilio la fondazione di Brescia[201].

Chiudiamo queste notizie sulla parte sporadica della leggenda Virgiliana con un racconto poco diffuso, ma pur notevole, che combina la leggenda di Virgilio con quella di Giulio Cesare.

Il popolo romano credeva nel medio evo che la palla dorata posta in cima all'obelisco vaticano, racchiudesse le ceneri di Giulio Cesare[202]. Quindi l'iscrizione medievale che, insieme alla relativa leggenda, figura nel _Mirabilia_ e che si attribuisce a Marbodo, vescovo di Rennes:

«Caesar, tantus eras quantus et orbis, Et nunc in modico clauderis antro»[203]. Questa iscrizione, con due versi d'aggiunta:

«Post hunc quisque sciat se ruiturum Et iam nulla mori gloria tollat.»

è da Elinando, in un suo sermone, attribuita a Virgilio[204]. Secondo una leggenda riferita nel _Victorial_ di Gutierre Diaz de Games (XV sec), quell'obelisco fu fatto da Salomone, il quale volle che nella palla fossero riposte le sue ossa. Quando Giulio Cesare morì, Virgilio andò a Gerusalemme e chiese quel monumento agli Ebrei, i quali credendo burlarsi di lui, gli dissero che glielo darebbero purchè ei sborsasse loro una certa somma giornalmente, finchè l'obelisco non fosse arrivato a Roma. Ma Virgilio si burlò invece di loro, poichè fece colle sue arti in modo che l'obelisco in una notte passò da Gerusalemme a Roma: e così le ossa di Giulio Cesare presero il posto di quelle di Salomone[205].

Queste leggende che trovansi così isolate e sparpagliate non aggiungono gran cosa alla fisionomia del Virgilio mago; sono un effetto di quanto in questo tipo è già fissato da leggende più stabilmente connesse col nome del Mantovano; effetto di cui potrebbero moltiplicarsi gli esempi senza aggiungere gran che di essenziale al nostro studio. Però questo tipo leggendario, quale lo abbiamo descritto fin qui, non può ancora dirsi completo. Un personaggio così accetto e familiare al mondo romantico non poteva in tanto varia attività sua e in tanta celebrità dei suoi fatti rimanere del tutto estraneo al bel sesso. La leggenda infatti non lasciò per lui una lacuna che sarebbe stata tanto anormale, ed ora noi dobbiamo rivolgerci a quella parte di essa che mostra appunto Virgilio alle prese col sesso femminile.

CAPITOLO VIII.

Coloro i quali sostengono che di molto vada debitrice la donna al cristianesimo e alla cavalleria, evidentemente vogliono farsi illusione in favore di questi agenti storici, contro l'autorità dei fatti. L'ideale della santa e quello della dama degli antichi romanzi, sono prodotti d'idee utopistiche affatto inconciliabili coll'ordine sociale. Ognuno può domandarsi che cosa diverrebbe la società umana se ogni donna fosse una santa Teresa od una Isotta; due opposti egualmente esiziali per essa come quelli che, quantunque in modo diverso, ne escludono il principale fondamento, la famiglia. Gran bisogno delle inesauribili forze sue ebbe nel medio evo l'umanità, costretta a lottare contro questi due potenti principi: l'uno de' quali avrebbe voluto cambiarla in un vasto eremo dove la famiglia cessasse e rimanesse l'individuo puro e semplice, l'altro in una casa di dementi posti in continua opposizione colla morale e col senso comune. Da un lato i padri e gli scrittori ecclesiastici ad una voce encomiavano il celibato, come quello fra gli stati dell'uomo che solo è capace di condurre a perfezione: dottrina non solo assurda, ma eminentemente immorale perchè egoistica, perchè contraria alla prima base della società umana, e perchè tale che pone il perfezionamento umano in aperta contradizione colle leggi naturali e sociali e coll'esistenza stessa dell'umanità. L'aver santificato il matrimonio, che a molti sembra uno dei grandi meriti della chiesa cristiana, fa l'effetto di una derisione a chi conosce il medio evo ed ha veduto dappresso tutta quella immensa falange di uomini autorevoli, che ad ogni occasione il matrimonio e la donna pongono in iscredito colla voce, coll'esempio e collo scritto. Dall'altro lato e per via opposta, alle stesse mortifere conseguenze spingeva la cavalleria, fiaccando ogni saldezza dei vincoli coniugali, privando la donna della prima base su di cui possa riposare la dignità sua, che è l'onestà ed il rispetto di sè stessa. Così avveniva che, ad onta di certe purissime imagini presentate dall'hagiografia e dalla leggenda cristiana, ad onta degli incensi prodigati al sesso femminile nei romanzi, nei tornei e nelle corti d'amore, in verun'altra epoca fosse la donna più turpemente insultata, beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, cominciando dai più serii scritti dei teologi e scendendo fino alla poesia ed al teatro da piazza. Una incredibile quantità di racconti e di aneddoti, spesso triviali ed osceni, la cacciavano nel fango e, quel che oggi pare impossibile, non figurano soltanto nei repertori dei giullari che avevano il solo scopo di divertire, ma nei repertori dei predicatori che li narravano dal pergamo col pretesto di cavarne una morale qualsiasi, ma spesso in realtà, giullari in cocolla, per far ridere anch'essi[206]. Chi conosce quei repertori spiega lo sdegno del nostro poeta che grida:

«Ora si va con motti e con iscede A predicare, e pur che ben si rida, Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»

A questo spirito persecutore è informata tutta la parte più antica della leggenda virgiliana che si riferisce a donne. Nel primo e più comune racconto in cui Virgilio figura come innamorato, egli è posto in relazione con una giovane figlia di un imperatore di Roma. La viva fiamma che gli arde in petto non solo non è corrisposta, ma incontra grandissima crudeltà nell'oggetto amato, che non resiste alla tentazione di farsi beffe del grande uomo. Fingendo di accettare la sua dichiarazione e di piegarsi ai suoi voti, la giovane gli propose di introdurlo nascostamente nelle proprie stanze, facendolo tirar su di notte dentro una cesta fino alla finestra della torre da essa abitata. Tutto gioia, Virgilio accettò; e all'ora designata corse a mettersi nella cesta che trovò pronta appuntino, e con sua grande soddisfazione non tardò a sentirsi sollevare in aria. E fino ad un certo punto la cosa andava bene; ma giunta la cesta a mezza strada lì si fermò e vi rimase fino a giorno. Grandi furono le risa e il chiasso che fece la mattina appresso il popolo romano, a cui Virgilio era notissimo, quando vide un sì grave personaggio in quella pensile situazione. Nè qui finiva la cosa: chè, informato di tutto l'imperatore, Virgilio messo a terra di grave pena era minacciato, se coll'arte sua non avesse saputo sottrarvisi. Ma lo smacco rimaneva, e l'oltraggio non era perdonabile. La vendetta ch'egli immaginò fu terribile. Ei fece che il fuoco tutto quanto era in Roma si spegnesse a un tratto, notificando che, chi ne volesse, soltanto sulla persona della figlia dell'imperatore avrebbe potuto procurarsene, e che il fuoco così ottenuto non si potrebbe comunicare dall'uno all'altro, ma ognuno dovesse prenderne direttamente nel modo indicato. Fu duopo piegarsi ai voleri del mago. La figlia dell'imperatore posta sulla pubblica piazza nella più indescrivibile posizione, dovette soggiacere a quel lungo supplizio: i Romani riebbero il fuoco e Virgilio fu vendicato.

Questa novella consta di due parti distinte che in essa trovansi riunite, ma che esistettero anche separate: quella cioè della burla e quella della vendetta. Virgilio non figura veramente come mago che in quest'ultima. La prima appartiene al vasto ciclo dei racconti relativi alle astuzie femminili, ed esprime l'idea che non v'ha grandezza d'uomo a cui la malizia donnesca non si mostri superiore, come la stessa idea esprimevano mille altri racconti comunissimi nel medio evo, taluni desunti dalla storia sacra e profana e dalle tradizioni dell'antichità, altri totalmente leggendari. Cominciando da Adamo, David, Sansone, Ercole, Ippocrate, Aristotele e mille altri illustri figuravano nella lunga lista delle vittime degli inganni muliebri. Alcuni di questi non faceano che prestare un nome illustre ad un racconto favoloso, e se a ciò avean soggiaciuto Ippocrate e Aristotele, non poteva a meno di soggiacervi Virgilio, celeberrimo qual'era per infinita sapienza. Citiamo come esempio i seguenti versi francesi d'anonimo:

«Par femme fut Adam deceu et Virgile moqué en fu, David en fist faulx jugement et Salemon faulx testament; Ypocras en fu enerbé, Sanson le fort deshonnoré; femme chevaucha Aristote, il n'est rien que femme n'assote»[207]

Eustachio Deschamps (XIV sec.) scrive anch'egli:

«Par femme fu mis à destruction Sanxes li fort et Hercules en rage, ly roy Davis à redargucion, si fut Merlins soubz le tombel en caige; nul ne se puet garder de leur langaige. Par femme fut en la corbaille à Romme Virgile mis, dont ot moult de hontaige. Il n'est chose que femme ne consumme»[208]. E più tardi Bertrando Desmoulins nel suo _Rosier des Dames_ faceva dire alla Verità:

«Que fist à Sanson Dalida quant le livra aux Philistins, n'à Hercules Dejanira quant le fict mourir par venins? une femme par ses engins ne trompa-elle aussi Virgile quant à uns panier il fut prins et puis pendu emmy la ville?[209]»

E questa idea e questi esempi sono un luogo comune della poesia satirica, morale e burlesca nelle varie letterature d'Europa dal sec. XIII al XVI, di cui si potrebbero citare saggi innumerevoli[210]. Ad Aristotele era toccato un racconto d'origine orientale, secondo il quale il filosofo sarebbesi assoggettato a portare il basto per volere d'una donna da lui amata[211]. Ad Ippocrate toccò in un _Fabliau_[212] quella stessa avventura della cesta che toccò anche a Virgilio, e che a quest'ultimo rimase poi attribuita in modo assai più permanente[213]. Ma anche senza il nome di Virgilio nè d'Ippocrate, essa costituisce il soggetto di una novella del Fortini[214], di un canto popolare tedesco[215] e d'uno francese tuttora vivente[216].

La seconda parte affatto staccata dalla prima, incontrasi nella letteratura europea più secoli innanzi ch'essa fosse attribuita a Virgilio. Essa ricorre in un antico testo degli _Atti_ di S. Leone taumaturgo[217], ov'è attribuita ad un mago Eliodoro vissuto in Sicilia nell'VIII secolo. Questi atti sono tradotti dal greco, ed il racconto è certamente d'origine orientale. Infatti noi lo ritroviamo con varianti di poco momento, in una storia dei Khan mongoli del Turkestan e della Transossiana, scritta in persiano e tradotta dal Defréméry[218] e in un aneddoto che serve di fondamento ad un proverbio arabo[219]. Certamente esso si divulgò, con altre leggende e novelle, fra i bizantini; in un libro neogreco del secolo scorso troviamo la prima e la seconda parte riunite, riferite ambedue all'imperatore Leone il filosofo[220]. E prima che ambedue le parti attribuite a Virgilio si fondessero assieme, ricorre applicata a lui questa seconda solamente. Il più antico esempio che io ne conosca, è quella poesia, già da me citata, del trovatore Giraud de Calançon, non posteriore al 1220, nella quale, fra gli altri fatti di Virgilio che il giullare deve conoscere, è annoverato anche quello «del fuoco ch'ei seppe estinguere» (del foc que saup escantir). Poi nella _Image du monde_ tutta la seconda parte dell'avventura è narrata senza la prima. Non sarebbe impossibile però che questa si fosse unita al nome di Virgilio in un'epoca anteriore anche all'idea del mago, e quindi indipendentemente dalla seconda. Infatti in essa Virgilio figura soltanto come uomo di grande sapienza, e il suo gran nome serve a renderla più ridicola come novella, più autorevole come esempio. La seconda parte che ad essa fu aggiunta, quantunque dapprima sembri adattarvisi assai bene, pure lascia troppo visibile la commettitura. Virgilio che in essa figura come potentissimo mago, non è certamente tale nella prima, nella quale non sa nè prevedere la burla, nè sottrarvisi.

Così riunite le due parti in un solo racconto, questo ricorre in un testo latino del XIII secolo[221] e nella Cronica universale di Ians Enenkel[222]. Poi si ripresenta nel _Renart contrefait_ e in un gran numero di scritti dei secoli XIV, XV e XVI, francesi e tedeschi particolarmente, ma parecchi anche inglesi, spagnoli e italiani. Anche fra le _Rimur_ islandesi ve ne ha una[223] che narra lo sfregio e la vendetta, ma lo sfregio è doppio poichè la donzella dopo aver burlato Virgilio colla cesta lo riduce anche a servirle da cavalcatura, come altri narrarono di Aristotele. Indipendentemente da quelli che ne parlano insieme alle altre leggende virgiliane, i più narrano o richiamano questo racconto, particolarmente nella sua prima parte, con molti altri, nel declamare da burla o sul serio contro le donne e i peccati carnali. Così il poeta spagnuolo Juan Ruiz de Hita(1313) riferisce quel fatto a proposito del _Pecado de Luxuria_. Più tardi però ai tempi di Ferdinando e Isabella, quando appunto Diego de Santo Pedro nel suo _Carcel de amor_ diceva, propugnando la causa delle donne, che: «le donne ci dotano delle virtù teologali non meno che delle cardinali e più che gli apostoli ci rendono cattolici» l'avventura di Virgilio era citata in vilipendio delle donne in un poemetto spagnuolo di cui neppure il titolo si può citare[224]. Combinato così colla morale, quel racconto non solo fu ripetuto a sazietà nella letteratura[225], ma fu spessissimo rappresentato dall'arte, e fin nelle chiese posto sott'occhio ai fedeli, scolpito in marmo, in legno, in avorio[226]. Servì pure di soggetto a molte pitture e incisioni, delle quali talune appartengono ad artisti illustri come Luca di Leida, Giorgio Pencz, Sadeler, Hopfer, Sprengel e più altri[227].