Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Part 6
L'idea della _Salvatio Romae_ fu ravvicinata ad una vecchia idea nota già anche fra gli orientali, che cioè ci fosse modo di fare degli specchi nei quali si potesse vedere tutto quello che avveniva a grandi distanze. Uno di questi specchi si diceva esistesse in cima al faro d'Alessandria, postovi, secondo Beniamin di Tudela[144], da Alessandro, e con esso si poteva vedere fino alla distanza di più di 500 parasanghe tutti i bastimenti da guerra che venissero contro l'Egitto[145]. La _Salvatio Romae_ si cambiò in uno specchio consimile che a Virgilio si trova attribuito nel _Roman des sept Sages_, nel _Cleomadés_ e nel _Renart contrefait_[146]. Ma disgraziatamente, come ogni cosa mortale, lo specchio maraviglioso doveva finire anch'esso, e il _Roman des sept Sages_ ci dice come finì. Un re straniero, ungherese, cartaginese, tedesco, pugliese, secondo le varie versioni, non potendo soffrire d'essere tenuto così in soggezione dai Romani accettò l'offerta che tre cavalieri gli fecero di abbattere quello specchio. Venuti a Roma costoro, sotterrarono oro in più luoghi e si spacciarono per «trovatori di tesori.» L'imperatore avido di ricchezze, volle provare il loro sapere, e fecero bella figura trovando l'oro che avean messo essi stessi sotterra. Quando videro l'imperatore bene invogliato, dissero che un gran tesoro doveva trovarsi sotto il pilastro dello specchio, e subito furono incaricati di cercarlo. Dopo aver disfatto il piedistallo, posero sotto lo specchio puntelli di legno ai quali poi di notte diedero fuoco e fuggirono. Così lo specchio cadde in mille pezzi. Il popolo romano indignato per la perdita di una cosa tanto preziosa, onde punire l'avidità dell'imperatore lo condannò a ingoiare oro fuso. — Questo racconto, di cui la fine rammenta un aneddoto ben noto della storia romana, esisteva indipendentemente da Virgilio e dallo specchio maraviglioso. Lo ritroviamo nel _Pecorone_, nella novella che porta il titolo seguente: «Chello et Ianni di Velletri si fingono indovini per vituperare il comune di Roma. Sono ricevuti alla corte di Crasso, per cui scavano certi danari che avean nascosi in diversi luoghi. Gli dicono poi che sotto la torre detta del Tribuno v'è un gran tesoro. Crasso la fa mettere in puntelli ed essi vi appiccano il fuoco. Intanto si dilungano da Roma, e la mattina cade la torre con grande uccisione di Romani.»[147] Virgilio e lo specchio maraviglioso non hanno luogo in questa versione, nella quale trattasi soltanto di un monumento, detto la _Torre del Tribuno_, in cui «erano intagliati dal lato di fuori, di metallo, tutti coloro che ebbero mai triumfo o fama, et era tenuta questa torre la più degna cosa che avesse Roma.» Questa novella è in rapporto assai stretto con un curioso racconto riferito da Flaminio Vacca[148], archeologo del XVI secolo, il quale attribuisce la cosa ai Goti.
Divenuto che fu Virgilio mago per bene, non solo si attribuirono a lui parecchie maraviglie che si raccontavano di Roma, ma gli furono applicati ancora racconti già riferiti ad uomini a cui toccò la stessa sorte. Uno di questi, com'è notissimo, era il papa Silvestro II, o Gerberto, che colla rinomanza di magia pagò il torto che ebbe di occuparsi di meccanica e di matematica in un tempo in cui ciò in un ecclesiastico, e più in un papa, pareva uno scandalo. Fu tanto più facile confondere la leggenda sua colla virgiliana, che molti degli scrittori notissimi che riferivano questa, riferivano anche l'altra; tali sono, per esempio, Gervasio di Tilbury, Elinando e quindi Vincenzo di Beauvais, Alberigo ecc. Un esempio di questa confusione l'abbiamo nei poemi che ho già citati.
Leggesi nel _Mirabilia_, che dov'è la chiesa di Santa Balbina in Roma fu il _mutatorium Caesaris_ e che ivi fu un candelabro fatto della pietra chiamata _asbestos_, il quale una volta acceso e posto all'aria, non poteva essere spento in alcun modo, secondo dice etimologicamente quel vocabolo greco. Questa leggenda è applicata a Virgilio nell'_Image du monde_, colla sola differenza che il candelabro è cambiato in due ceri ed una lampada inestinguibile. Nel _Cleomadés_ e nei _Sette Savi_[149] però esso è mutato in un fuoco sempre ardente, dinanzi al quale trovavasi la statua d'un arciere pronto a scoccare la freccia contro di esso, e questo arciere portava una scritta in ebraico che diceva: _Se alcun mi tocca, io ferirò_. Uno sfaccendato che probabilmente non sapeva l'ebraico, toccò un giorno la statua, la freccia scoccò, il fuoco si estinse, nè mai più d'allora in poi si riaccese. Questa leggenda che qui è applicata a Virgilio[150] avea già servito per Gerberto. A proposito di costui dicevasi che nel Campo di Marte a Roma era una statua la quale teneva teso l'indice della mano destra e portava scritto in fronte: _hic percute_. Nessuno avea saputo capire il senso di questa iscrizione, ma Gerberto l'indovinò. Quando il sole trovavasi allo zenit della testa della statua, egli osservò dove cadeva l'ombra dell'indice, e, segnato il luogo, di notte andò con un servo a farvi scongiuri, e la terra spalancandosi diedegli adito ad un sotterraneo pieno d'ogni sorta di tesori. In questo era una sala nella quale di sopra a uno scudo raggiava un carbonchio, profondendo una luce maravigliosa. Una quantità di cavalieri tutti d'oro erano schierati nei portici all'intorno, e rimpetto al carbonchio era un fanciullo coll'arco teso. Appena si toccasse qualcosa di questi tesori, tosto i cavalieri facean risuonare le armi. Il famiglio che avea menato seco Gerberto, non resistendo alla voglia di portar via qualcuna delle tante belle cose che vedeva, tolto un piccolo coltellino lo intascò. Allora subito dall'arco del fanciullo scoccò il dardo, si spense il carbonchio, e se vollero uscire, convenne riporre il coltellino al posto[151]. — La prima parte di questo racconto, cioè il fatto della statua e del tesoro, trovasi anch'essa attribuita a Virgilio, con qualche variante, da Ians Enenkel[152]. Altri testi però riferiscono tutto il racconto, senza attribuirlo nè a Gerberto nè a Virgilio, ma ad un clericus qualsivoglia[153]. Notiamo per ultimo che questa leggenda non è che una variante del racconto di Zobeide nelle _Mille ed una notte_[154].
Nella stessa maniera, come si disse che Gerberto fece una testa che parlava[155] e prediceva l'avvenire, e che la sua morte accadde appunto per non aver egli bene inteso una predizione di essa[156]; un fatto simile raccontano intorno a Virgilio l'_Image du monde_ e il _Renart contrefait_[157]. Un giorno che egli consultava quella testa per un viaggio che avea da fare, essa gli rispose che se ben custodisse la _sua testa_ non gliene verrebbe che bene. Egli credette si trattasse della testa profetica, ma postosi in viaggio, senza troppo guardarsi dal sole, una infiammazione di cervello il tolse di vita. E qui abbiamo un fatto da unirsi ai molti altri che provano come l'applicazione di queste leggende a Virgilio avesse luogo, piuttostochè fra le plebi illetterate, fra la gente più o meno colta. E veramente che Virgilio morisse di malattia prodotta in viaggio dal calor del sole[158] è fatto storico narrato nella principale biografia del poeta. Di esso non sa nulla la leggenda napoletana, che è tutta d'origine sicuramente popolare nel senso odierno della parola.
Molti racconti puerili ho dovuto narrare fin qui, tediosi certamente pel lettore, al quale debbo chiedere scusa se non ho saputo presentarglieli in modo da diminuirgli la noia. Tanto più poi ho bisogno della sua indulgenza che, quantunque arrivato assai innanzi, non posso annunziargli di aver finito. Per quanto possa riuscir gravoso a lui ed a me l'andare anatomizzando queste fantasticherie, oso sperare che il frutto che se ne trae per la spiegazione di un fenomeno pur singolarissimo, conforterà lui, come me, a proseguire.
CAPITOLO VII.
All'epoca a cui appartengono tutte queste leggende della magia virgiliana erasi resa popolare l'idea che la Sibilla avesse profetato la venuta di Cristo. Questa idea nata dapprima fra gli apologeti, divulgatasi fra i padri e gli scrittori ecclesiastici, erasi fissata in un modo stabile nel medio evo: uscita dalla letteratura teologica era giunta a far parte delle nozioni volgari e comuni che accompagnavano l'idea religiosa, e dal XII secolo in poi la troviamo molto familiare così ai laici come ai chierici. Frequente è quindi la menzione della Sibilla anche nelle lettere volgari e romantiche come frequente è quel personaggio nelle rappresentanze artistiche fino al XVI secolo[159]. Era una di quelle idee più accessibili a tutti, desunte dalla parte più trita della dottrina cristiana elaborata dai teologi medievali, con cui la fede affermava sè stessa e su di cui intendeva essere saldamente appoggiata; ognuno intendeva bene che cosa volesse dire nel notissimo canto sacro del poeta francescano «teste David cum Sibylla»[160]. Questa grande notorietà data alla Sibilla o alle Sibille che si voglia dire, era opera della chiesa e risultava dai suoi modi di comunicare coi fedeli e di porgere ad essi la dottrina religiosa. Singolarmente l'ammaestramento religioso, la predicazione ed anche quel prodotto posto di mezzo fra le cerimonie liturgiche e la poesia popolare che sono le rappresentazioni sacre o Misteri, erano potenti mezzi per la diffusione di conoscenze e vedute siffatte. Quel drammatizzare credenze religiose fatto in modo ingenuo, intieramente popolare e scevro da ogni pretensione letteraria, era istrumento di popolarità che per la natura sua speciale, e i rapporti che ha colle origini e la storia del teatro moderno, contribuiva notevolmente ad introdurre quelle idee nelle nuove letterature che andavansi svolgendo.
Noi vedemmo già come e quanto il nome di Virgilio andasse unito, in quest'ordine d'idee, a quello della Sibilla, e quanto familiare fosse ai chierici del medio evo la quarta ecloga pel vaticinio sibillino che riferivano a Cristo. Virgilio seguì le sorti di questo personaggio nel suo farsi popolare, tanto più facilmente che anche, per altra via, era divenuto popolare egli stesso[161]. Nelle prediche, singolarmente in quelle del Natale, v'era occasione di rammentarne il nome con quello della Sibilla; nell'arte cristiana di soggetto sacro spesso dov'era rappresentata la Sibilla lo era anche Virgilio, o almeno venivano segnate le note parole della quarta ecloga[162]; ed in più di un Mistero fra gli altri personaggi aveano luogo anche Virgilio e la Sibilla[163]. Già nell'XI secolo nel noto Mistero latino della Natività che rappresentavasi nell'abbazia di S. Marziale a Limoges avea parte Virgilio fra gli altri profeti di Cristo[164]; e similmente in quello che recitavasi a Reims[165]. Dopo Mosè, Isaia, Geremia, Daniele, Habacuc, David, Simeone, Elisabetta, Giovanni Battista, il _Procentor_ chiamava Virgilio dicendogli:
«Vates Maro gentilium Da Christo testimonium»
e Virgilio facevasi innanzi in aspetto e in abito di giovane uomo, e diceva:
«Ecce polo, demissa solo, nova progenies est.»
Poi a render ciascuno la sua testimonianza venivan chiamati Nabuchodonosor e la Sibilla; dopo di che il _Procentor_ rivolgevasi ai Giudei dicendo:
«Iudaea incredula Cur manes adhuc, inverecunda?»
Simile ufficio ha Virgilio nel Mistero delle Vergini folli[166], ed in altri Misteri scritti anche in lingue volgari, in tedesco, in olandese ecc.[167] In una grande composizione drammatica di Arnoldo Immessen (XV sec), per una singolare inversione di parti, la Sibilla Cumea cita Virgilio come sua autorità[168].
Non sempre però nei Misteri ha luogo Virgilio; talvolta la Sibilla è sola a rappresentare i profeti gentili. In un Mistero latino del Natale la Sibilla conosce la venuta di Cristo dalla stella che guidò i re magi[169]. Questa stella secondo un antico poeta spagnuolo fu anche veduta da Virgilio[170].
In ordine a questa idea divenuta popolare e penetrata nel romantismo ha luogo una produzione leggendaria che, passando per varie forme, arriva a combinarsi colla leggenda del Virgilio mago. Già alle presunte disposizioni di Virgilio pel cristianesimo si riferiscono i versi latini che cantavansi a Mantova, da noi già citati[171], i quali parlano della visita di S. Paolo al sepolcro del poeta secondo una leggenda che non è esclusivamente mantovana, e trovasi più estesamente narrata nella _Image du monde_[172]. San Paolo (così dice questa leggenda), ch'era uomo di molta dottrina, allorchè venne a Roma, trovò che di fresco era morto Virgilio, e ne fu dolente; tanto più se ne addolorò quando nei libri del poeta trovò quei versi che sì bene applicavansi alla venuta del Salvatore. Vide ch'era un'anima disposta a diventar cristiana, e deplorò non essere arrivato a tempo per farla tale:
«Ah! se ge t'éusse trouvé Que ge t'éusse à Dieu donné!»
come appunto dicono i versi latini. Prese tanto interesse pel morto poeta che arrivò a scoprire un luogo sotterraneo in cui trovavasi riposto. La via per arrivarvi era terribile; soffiava un vento impetuoso, e si udivano tuoni spaventevoli. L'apostolo potè vedere Virgilio assiso fra due ceri ardenti, tutto attorniato da libri gittati in terra alla rinfusa; alla volta era appesa una lampada, e dinanzi a Virgilio stava ritto in piedi un arciere che coll'arco teso la teneva di mira. Questo si vedeva dal di fuori, ma entrare era difficile, chè all'ingresso stavano due uomini di bronzo i quali con martelli d'acciaio facevano dinanzi alla porta un tal continuo martellare che guai a chi si attentasse a valicare la soglia. Tanto fece l'apostolo che riuscì a far cessare l'opera di quei martellatori; ma allora l'arciere scoccò la saetta contro la lampada e tutto cadde in polvere. San Paolo che avrebbe voluto prendere i libri del poeta, dovè tornare colle mani vuote.
Fra le leggende relative ai miracoli che precedettero immediatamente la venuta di Cristo e la fecero presentire ai pagani, celebre è quella che concerne la chiesa di S. Maria in _Ara coeli_ di Roma. Augusto, secondo questa leggenda, fece venire a sè un giorno la Sibilla per interrogarla sugli onori divini che a lui aveva decretati il senato. La Sibilla risposegli che dal cielo verrebbe il re il quale regnerebbe in eterno; e tosto si aprirono i cieli ed Augusto vide una vergine di maravigliosa bellezza seduta su di un altare con un bambino in braccio, e udì una voce che disse, «questo è l'altare del figlio di Dio.» L'imperatore si prostrò pregando, e poscia rivelò la visione al senato. Là dove la visione ebbe luogo, sul Campidoglio, fu poi edificata quella chiesa che anche oggi porta il nome di S. Maria in _Ara coeli_. Questa leggenda trovasi già fino dall'VIII secolo in scrittori bizantini; poi fu introdotta nella _Leggenda aurea_, nel _Gesta romanorum_, nel _Mirabilia_ e in altri libri molto letti che la resero notissima[173]. L'arte la rappresentò più volte, e frequentemente se ne trova menzione negli scrittori dal XII secolo in poi. Petrarca ne parla anch'egli in una sua lettera[174]. Il _Mirabilia_ che riferisce questa leggenda, ne riferisce un'altra di simile significato e che trovasi pure in altri scritti dell'epoca[175]. Nel suo palazzo, ov'erano i tempi della Pietà e della Concordia, Romolo pose una statua d'oro, dicendo: «non cadrà finchè una vergine non partorisca»; e Cristo nacque e la statua cadde a terra[176]. Altri riferisce questo fatto al tempio di Pallade, altri a quello della Pace, che sarebbero caduti quando nacque Cristo; altri finalmente riferisce il fatto alla _Salvatio Romae_ e la predizione di esso a Virgilio. Così Alessandro Neckam, dopo aver parlato della _Salvatio Romae_, soggiunge: «Allorchè veniva interrogato il glorioso poeta fino a quando gli Dei conserverebbero quel nobile edificio, soleva rispondere: rimarrà in piedi finchè una vergine non partorisca. Nell'udir ciò applaudivano e dicevano: dunque rimarrà in eterno. Quando però nacque il Salvatore dicesi che quel mirabile palagio rovinasse immantinente[177]. Così la leggenda, coll'introdurvisi del nome di Virgilio, perde il suo significato primitivo. La parola di Romolo è un vanto che poi il fatto fece riescir vano; la parola di Virgilio, dato il rapporto in cui era questo poeta con la Sibilla nella idea leggendaria, e il suo posto fra i profeti di Cristo, ha valore di profezia.
Uno sviluppo di questa leggenda, divenuta virgiliana, trovasi in un poema francese inedito, di cui esiste un esemplare MS. nella biblioteca di Torino[178]. È una strana rapsodia di più poemi, due dei quali già noti, che sono il poema di _Vespasiano_ o della _Vendetta di Gesù contro gli Ebrei_, e la _Gesta dei Lorenesi_[179]. Per congiungere questi due poemi viene intercalato un terzo poema che serve d'introduzione all'ultimo e narra i fatti di S. Severino, congiunto genealogicamente con Vespasiano da un lato, con Hervis e Garin di Lorena dall'altro. Ma il rapsodo non si è contentato di questo. Nel romanzo di Vespasiano essendo narrata la vendetta della morte di Cristo, egli ha voluto premettere anche gli antecedenti di questo fatto, ed ha quindi aggiunto tutto un lungo poema, che comincia colla creazione del mondo, narra tutti i fatti dell'antico e del nuovo testamento e finisce colla morte di Cristo. Non ha creduto però dover esporre direttamente, come desunta dalla Bibbia, ed in proprio nome, la storia sacra. Ha inventato invece un racconto fondamentale fantastico, con cui, prendendo per base la leggenda di cui sopra abbiamo parlato, fa sì che Virgilio sia appunto il narratore di tutta quella lunga storia. L'unico manoscritto a me noto manca del principio; però quel che rimane di questa parte basta a farci capire di che cosa si tratta. Invece del buon Ottaviano o di Romolo, abbiamo qui un _Noirons li arabis_, un tristo imperatore, rispondente all'ideale di Nerone che troviamo nelle leggende medievali, adoratore del diavolo e di Maometto, personaggio intieramente fantastico, il quale edifica in onore de' suoi Dei un palagio votivo tutto ricco e splendente d'oro e di gemme; poi fa venire a sè Virgilio, e gli domanda: «tu che tutto sai, dimmi quanto durerà il mio palagio!» — Virgilio risponde: «durerà finchè una vergine non partorisca.» — «Dunque durerà in eterno, chè quel che tu dici non sarà mai.» — «Eppure un giorno sarà» soggiunge Virgilio. E infatti trent'anni dopo nasce Cristo e il palazzo di Nerone rovina. Grande ira di Nerone che fa chiamare Virgilio, e: «dunque, dice, tu sapevi che questa vergine partorirebbe; perchè non me l'hai detto?» E Virgilio entra a parlargli della nuova fede e ne nasce un alterco: chè Nerone di questa non vuol saperne. Infine l'imperatore stabilisce che abbia luogo una disfida fra di loro; quello dei due che vincerà taglierà la testa all'altro. Virgilio accetta, ma desidera, prima di scendere nell'arringo, dare una corsa a casa sua a vedere la sua gente e Ippocrate e i sapienti amici e parenti suoi. E va, e li riunisce tutti ed espone loro il suo caso. Ippocrate si dà a cercare ne' suoi libri e trova tutto quanto concerne la venuta di Gesù; comunica il tutto a Virgilio, il quale, fornito di questa invincibile armatura, parte sicuro del fatto suo. Nerone s'accorge che il suo avversario porta seco armi troppo poderose, prevede la propria fine, e dichiara a Virgilio l'essere proprio. Gli narra l'antica storia di _Lucibello_ o di _Lucifero_ e degli angeli ribelli cambiati in demoni: dice che egli è uno di questi; parla della loro missione sulla terra, della edificazione di Babilonia e di altre simili cose. Virgilio gli risponde ponendosi di piè fermo a narrare tutta la storia sacra, cominciando dalla creazione del mondo. Qui il rapsodo arrivato al suo scopo, sciorina giù un profluvio di versi a migliaia, perdendo affatto di vista Virgilio, e dimenticando anche alla fine di dirci come terminò la sfida fra Nerone e Virgilio; v'ha però in fondo una scena finale che ha luogo in inferno, nella quale parlano Nerone e Maometto, e da cui si desume che Nerone fu decapitato da Virgilio. — Questo poema, anche nella forma, è una delle più goffe cose che si possano immaginare.
Pel rapporto leggendario di Virgilio col Cristianesimo si connette con questa fantasticheria del trovero francese quella di un tedesco quasi contemporaneo, l'autore del _Reinfrit von Braunschweig_[180], col quale si accorda in ciò anche chi scrisse la _Tenzone poetica di Wartburgo_ (Wartburgkrieg)[181]. Ecco la leggenda, quale si desume da queste due composizioni tedesche. Sulla Montagna della Calamita (_Magnetberg, Agetstein_, di cui è spesso menzione in queste poesie germaniche medievali)[182] stavasi un gran negromante, principe babilonese o greco, di nome Zabulon (Diavolo) il quale già avea letto nelle stelle la venuta del Salvatore 1200 anni prima che questa avesse luogo, e adoperava tutte le sue arti per impedirla o allontanarla. Egli fu l'inventore della negromanzia e dell'astrologia e scrisse su tal materia più libri, sempre con questi mirando allo scopo sopra detto. I milledugento anni erano già quasi passati, e fra i viventi trovavasi Virgilio, uomo pieno di virtù, il quale per beneficare altrui erasi ridotto in grande miseria. Virgilio seppe di questo Zabulon e delle sue arti e del suo malvolere; e tosto si mise in mare e navigò verso il Monte della Calamita. Grazie all'aiuto datogli da uno spirito che era stato racchiuso in forma di mosca in un rubino che ornava un anello, Virgilio arrivò ad impadronirsi dei libri e dei tesori del mago; e intanto i milledugento anni si compivano e la Vergine partoriva Gesù.
Così la primitiva idea del Virgilio profeta di Cristo, modificandosi e passando per fasi diverse, veniva a combinarsi con una delle leggende relative alla magia virgiliana, quella che narrava come Virgilio fosse divenuto mago, ossia come si fosse procurato il libro che gli comunicò la conoscenza di quelle arti[183]. Riconosciamo qui il libro di _ars notoria_ che, secondo il racconto di Gervasio, era stato trovato da quel tale inglese nel sepolcro di Virgilio, e che qui diviene il libro di Zabulon, come presso altri diviene il libro negromantico scritto da Salomone, il quale com'è noto ha gran parte nella letteratura della magia. Nella tenzone poetica di Wartburgo parlasi di questo libro di Zabulon con grande fatica conquistato da Virgilio[184]. — Ma la leggenda trovasi in altre versioni spoglia di ogni rapporto colla venuta di Cristo.