Virgilio nel Medio Evo, vol. II

Part 5

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Nella sua più antica forma questa leggenda ci offre due elementi distinti, cioè 1º il nome di Virgilio accompagnato dall'idea di uno speciale affetto da lui portato alla città di Napoli, ch'ei vivente beneficò colla sua sapienza, morto proteggeva dal suo sepolcro, 2º la credenza in alcuni pubblici talismani attribuiti a lui, che li avrebbe fatti per bene della città. Il primo di questi due elementi è esclusivamente napoletano; fondato, come abbiam potuto vederlo, su fatti reali e su tradizioni locali provenienti da questi, esso è certamente tanto antico da poter risalire fino all'epoca stessa in cui il poeta visse a Napoli ed ivi presso si fece seppellire. Il secondo elemento non è esclusivamente napoletano, ed è in ogni caso posteriore al primo, dal quale è realmente distinto come quello che fa parte delle molte leggende che nei secoli della barbarie nacquero intorno ad antichi monumenti. Il rapporto pel quale questi due elementi si son fusi assieme, sta in ciò, che l'idea medievale della infinita sapienza di Virgilio combinata colla antica memoria napoletana dell'affetto portato da lui alla città di Napoli, fecero che ivi a lui fossero attribuite opere credute d'utile pubblico, e considerate come prodotti di profonda e riposta sapienza, quali in altre città ad altri venivano attribuite. In questa prima forma della leggenda Virgilio non è mai presentato sotto un aspetto ridicolo, ed è affatto esclusa ogni idea di maleficio o di arti diaboliche. La leggenda infine è essenzialmente _napoletana_ di sentimento e di origine, ed è _popolare_ quantunque per taluna parte si connetta colla biografia del poeta e vi si scorga l'opera della fantasia di rozzi chierici napoletani.

Nello stabilir così le origini della leggenda, possiamo constatare come la natura stessa ch'essa presenta in questa prima sua fase, ben si accordi con queste sue origini e con certe osservazioni generali da noi già fatte. Virgilio in essa figura come conoscitore profondo dei segreti della natura e come tale che ne usa in pro del suo popolo prediletto. Piuttosto che il mago, egli è il dotto per eccellenza che sa fare cose inaccessibili ai comuni ingegni. Ond'è che nel trasformarsi della rinomanza di Virgilio noi scorgiamo una legge presso a poco identica seguìta egualmente e presso il popolo napoletano, che serbava memoria del suo vecchio amico, e presso i letterati che avean continuato a leggerne i versi per consuetudine, e ad ammirarli per tradizione. Dal che proviene che quelle tali leggende napoletane appena riferite nel mondo letterario, pel concetto che i letterati allora aveano di Virgilio, trovarono il terreno così ben preparato ad accoglierle che vi allignarono ed anche, propagandosi, vi tralignarono con una rapidità veramente sorprendente.

CAPITOLO IV.

Che le leggende popolari trasmettendosi di bocca in bocca o anche passando da scrittore a scrittore vadan soggette a modificazione, è legge costante e notissima. Piccoli nuclei di leggenda sogliono crescere a dimensioni considerevoli per due modi diversi, sia, cioè, per una esagerazione ed amplificazione del dato primitivo creata in corso di tempo dalla fantasia popolare, sia coll'aggrupparsi attorno ad esso di altre leggende che già esistevano, vaganti, solette ed anonime, ovvero appartenenti ad altri cicli leggendari. Generalmente però la prima, più profonda modificazione è quella che subiscono le leggende nell'uscire dal suolo in cui sono nate, particolarmente quando ad esse abbia dato motivo un fatto locale, storico o tradizionale. Nel cambiar di paese una leggenda di tal genere, non potendo incontrare quei sentimenti affatto locali ai quali corrispondeva nella patria sua, deve necessariamente andar soggetta ad essere fraintesa ed a cambiar di natura. Se quindi nella sua prima forma napoletana, la leggenda di Virgilio non poteva parlare di arti diaboliche, perchè ripugnava al sentimento popolare dei Napoletani il credere che la loro città andasse debitrice ad arti siffatte di tutti quei pretesi benefizi, e se Virgilio, figurando in essa come protettore di Napoli, non poteva essere posto in una luce poco onorevole per lui e per la città, tutto ciò non aveva ragione di essere quando la leggenda uscendo da Napoli si diffuse in Europa. Ed infatti noi la vediamo, col traslocarsi, entrare in una seconda fase ben distinta dalla prima.

Dall'_arte matematica_, dalla _scienza astrologica_ all'_arte diabolica_, com'è noto, non c'era che un passo, e se per le ragioni che ho dette, il popolo napoletano si trattenne dal farlo, quando la leggenda uscì di Napoli niente impediva che a Virgilio toccasse la sorte che toccò a Gerberto e ad altri illustri cultori di studi astrologici e matematici, divenendo un negromante nel senso più _negro_[103] di questa parola. Questo passaggio poi si rendeva tanto più facile trattandosi di un nome pagano. Imperocchè, come già provai altrove, molti fra i chierici amavano screditare gli scrittori illustri dell'antichità presentandoli come adoratori del diavolo, e come tali che dell'esimio sapere e talento principalmente alle potenze infernali da loro venerate andassero debitori; pregiudizi che, quantunque non divisi pienamente da tutto il clero, pur vedemmo esser durati lungamente.

Tenuto conto di tutto ciò, non sarà difficile spiegarsi le mutazioni e gl'incrementi che subì la leggenda virgiliana, allorchè percorrendo l'Europa civile con grande rapidità cadde in mano alla sbrigliata fantasia dei cantastorie e dei poeti da piazza. Posti nella necessità d'interessare l'uditorio sicchè non volgesse loro le spalle, stimolati anche dalla concorrenza che si faceano reciprocamente, essi doveano attendere non solo a narrare in modo da fissar l'attenzione e destar l'interesse, ma ad avere eziandio un ricco repertorio di racconti, in modo da poterli scegliere a seconda dei gusti dell'uditorio, e da poter sostituire un racconto ad un altro, in caso di disapprovazione[104]. Così taluni di essi nei loro cantari sciorinavano la lunga filastrocca di tutte le storie che dicean di sapere e d'esser pronti a narrare[105]. Intende ognuno con quanta avidità e con quale zelo di mestiere costoro s'impadronissero di un soggetto nuovo. Appena la leggenda virgiliana cominciò ad esser nota fuori di Napoli, cadde subito nelle loro mani, e sul bel principio del secolo XIII la troviamo già in loro balìa. In una lunga poesia del trovatore Giraud de Calançon, che dovette essere scritta fra il 1215 e il 1220[106], si parla a lungo delle abilità necessarie ad un giullare. Dopo avere annoverato i vari strumenti ch'ei deve saper suonare, i giuochi di destrezza e le capriole che deve saper fare, segue una lunga litania di racconti ch'ei deve sapere, siano romanzi, siano novelle verseggiate. Fra questi figurano anche le leggende virgiliane[107], fra le quali quella del giardino maraviglioso, ed altre, d'origine non napoletana, delle quali parleremo in seguito. Poeti, saltimbanchi e buffoni ad un tempo, quali erano i più di questi _cantores francigenarum_, unicamente intenti a divertire il pubblico per cavargli l'obolo di tasca, si può facilmente immaginare con quale libertà trattassero certi personaggi leggendari, cercando di renderli più interessanti o più divertenti che fosse possibile, ed è quindi superfluo il chiedere se in mano loro Virgilio dovesse o no divenire un negromante con tutti i fiocchi.

Non diversi gran fatto dai fati che il Virgilio leggendario incontrava su per le piazze, erano quelli a cui soggiaceva presso gli scrittori. È notevole che nel _Dolopathos_, quantunque Virgilio vi figuri come un personaggio affatto ideale, grossolana conseguenza di quel ch'egli era divenuto nella tradizione letteraria[108], pur nondimeno nessuna leggenda relativa a magia venga ad esso applicata. Nella versione francese in versi che ne faceva Herbers nel XIII secolo, la sola cosa che alluda alla magia virgiliana è un passo nel quale parlando del piccolissimo libriccino in cui, per comodo del suo discepolo Luciniano, Virgilio racchiuse tutte le sette arti liberali, è detto che quando Virgilio morì, serbò chiuso in mano quel libretto sì fortemente che non fu possibile trarnelo fuori, e che ciò ei seppe fare

«Par engin et par nigromance Dont il sot tote la science»[109].

È una negromanzia, come ognun vede, di genere assai innocuo[110]. È difficile stabilire se Don Gianni, il primo autore del _Dolopathos_, eliminasse quei racconti per propria volontà, o non ne parlasse perchè quand'egli scriveva non fossero ancora tanto diffusi da giunger fino a lui. Certo è però che, già a quell'epoca, cioè anteriormente a Gervasio e, benchè di poco, anche a Corrado, parla delle maraviglie virgiliane il Neckam, il quale come abbiam veduto, non pare fosse a Napoli.

Oltre al macello che rendeva la carne incorruttibile, Neckam racconta[111] che Virgilio, con una sanguisuga d'oro[112], liberò Napoli da una miriade di sanguisughe che ne infestavano le acque, che costruì un ponte aereo per mezzo del quale poteva trasportarsi dovunque volesse, e che circondò il suo maraviglioso giardino d'aria immobile, impenetrabile come un muro: aggiunge poi un'altra leggenda di cui parleremo fra poco.

Un altro scrittore che, prima della pubblicazione dell'opera di Gervasio, già conosceva parecchie leggende virgiliane, è Elinando monaco, autore ben noto di una cronaca scritta in latino[113], inserita da Vincenzo di Beauvais nel suo _Speculum historiale_ e molto letta nel medio evo. Questa cronaca va fino al 1204, ed è notevole perchè offre già a quell'epoca qualche dettaglio intorno alle maraviglie virgiliane, non menzionato da quelli che ne scrissero prima. Oltre alla mosca di bronzo, ai bagni, al macello, al giardino, nel quale, egli aggiunge, non piove mai, Elinando attribuisce a Virgilio un campanile che, quando si suonavan le campane, si muoveva a tempo con queste[114] e parla anch'egli, come Neckam, della _Salvatio Romae_. Le notizie che abbiamo intorno ad Elinando[115] e la natura stessa di qualcuna delle leggende da lui riferite non ci autorizzano a credere ch'ei fosse mai a Napoli. In lui come in Neckam ritroviamo i segni delle alterazioni subite dalla leggenda fuori del suo paese nativo. Non è poi da lasciar passare inosservato che Elinando prima d'esser monaco fu trovero illustre nel gran mondo d'allora, a cui molto piacquero le sue canzoni. Egli stesso, parlando di quel tempo, dice, deplorandolo[116], che ei menò allora ben lieta vita, nè v'era luogo di pubblico convegno, non festa o divertimento in cui non si facesse udire la sua voce. Forse per questo avviene che in tutta la parte della sua cronaca relativa ai suoi tempi, invece di raccontar fatti, egli narri ogni sorta di fantasticherie, come sogni, visioni, apparizioni, prodigi e leggende, le virgiliane fra le altre, nelle quali ben si riconosce l'antico trovero e che nondimeno furono diligentemente riferite da Vincenzo di Beauvais e da Alberico di Trois-Fontaines.

Certamente dai poeti popolari o colti della Francia appresero a conoscere Virgilio, come mago, i poeti imitatori di essi in Germania. Wolframo di Eschenbach nel suo _Parzival_, scritto fra il 1203 e il 1215, e tratto appunto da sorgenti francesi[117], fa discendere da Virgilio il mago Klinschor, nato, dic'egli, in Terra di Lavoro, e poi altri poeti tedeschi di quella scuola parlano di Virgilio nello stesso senso durante tutto il XIII secolo. Tali sono Boppo, Frauenlob, Rumeland, l'autore del _Reinfrit von Braunschweig_ ecc.[118]. Così mentre da un lato giullari, menestrelli e poeti d'ogni sorta propagavano oralmente e per iscritto le leggende virgiliane, dall'altro grande notorietà era loro procacciata nel mondo letterario dal trovarsi consegnate in repertori e opere di erudizione, molto lette e consultate, come erano quelle di Gervasio, Neckam, Elinando, Vincenzo di Beauvais ecc.

CAPITOLO V.

Se ben si considerino le condizioni del mondo letterario del medio evo si troverà facilmente che il Virgilio leggendario, quale era uscito da Napoli, presentava un'anomalia da non poter sussistere a lungo, come quella che non permetteva alla leggenda di adattarsi a tutta intera la cerchia d'idee colla quale il nome del poeta trovavasi congiunto. Infatti, come i lettori han potuto notare, fin qui la leggenda, nata com'era a Napoli ed espressione di ricordi e di sentimenti napoletani, non poneva Virgilio in rapporto con altra città che con Napoli. Ciò non poteva durare allorchè essa fu uscita da quella città. Dinanzi alla tradizione letteraria i rapporti del poeta con Napoli non presentavano che un dettaglio affatto secondario della sua biografia. Virgilio era uno dei più eminenti personaggi dell'antico mondo latino, e il suo nome anche nella leggenda non poteva rimanere del tutto segregato dal gran centro di quello. Roma e Virgilio rappresentavano una grandezza tale e talmente omogenea, che questi due nomi dovevano per necessità attrarsi reciprocamente, ogniqualvolta s'incontrassero in uno stesso ambiente d'idee, e il Virgilio leggendario non poteva esistere indipendentemente dalla Roma leggendaria. Come pensare che delle arti sue egli tanto avesse usato in pro di Napoli e non avesse fatto nulla per Roma, Roma _aurea_, Roma _caput mundi_, egli che con un poema immortale ne avea immortalato le origini? La lacuna che da questo lato presentavano le leggende napoletane doveva esser colmata, e lo fu appena quelle cominciarono a diffondersi in Europa. Infatti in Alessandro Neckam e in Elinando troviamo già alle leggende napoletane aggiunta una leggenda romana. Grande lavoro di fantasia non si richiedeva, poichè, come a Napoli abbiam veduto che la credenza in quelle tali opere maravigliose ebbe luogo anche indipendentemente dal nome di Virgilio, e che il popolo napoletano non fece che applicare ad esse questo nome, così esistevano da lungo tempo racconti di un ordine presso a poco simile, relativi a Roma, e ci volle poco ad unire a questi il nome di Virgilio dopo l'esempio napoletano. La differenza sta per noi, in questo, che le leggende di Napoli divennero virgiliane in Napoli stessa e per opera del popolo napoletano, mentre quelle relative a Roma divennero virgiliane fuori di quella città, per opera degli scrittori e dei poeti, ed in ogni caso, in conseguenza delle napoletane.

Alessandro Neckam racconta che Virgilio costruì a Roma un bel palazzo nel quale erano statue rappresentanti i varii paesi soggetti al popolo romano, ciascuna delle quali avea un campanello in mano. Tosto che una qualche provincia pensasse a tendere insidie alla maestà dell'impero, la statua che la rappresentava facea suonare il campanello. Allora un guerriero di bronzo che trovavasi in vetta a quel palazzo, brandita la lancia, rivolgevasi dalla parte di quella provincia, e così avvertiti, i Romani inviavano truppe a reprimere i moti sediziosi e a punirne gli autori. Notiamo che lo stesso Neckam che qui attribuisce a Virgilio quella maraviglia, non mentova punto il nome di lui parlando di essa nel suo poema _De laudibus divinae sapientiae_[119], nel quale riassume il suo libro _De naturis rerum_. Con alcune varianti di poca entità, ma che mostrano non avere egli tolto questo racconto da Neckam, narra le stesse cose Elinando. Neppur egli è ancora ben sicuro che Virgilio sia autore di quell'opera, ma tempera l'asserto aggiungendo «creditur a quibusdam.»

Che il popolo romano nell'ignoranza in cui il clero e i barbari l'avean gittato nel medio evo, non sapesse più rendersi ragione dei monumenti che ancora rimanevano in Roma, e che ad essi applicasse molte leggende, è cosa tanto più facile a indovinarsi, che non ne mancano esempi fra le plebi neppure in epoche colte. L'ammasso di memorie che si era accumulato su Roma era talmente imponente, che il sapere il vero nome e scopo di ciascun monumento avrebbe richiesto cognizioni storiche superiori a quelle che possono aspettarsi dal popolo di una città qualsivoglia. Il sentimento d'essere romani e nobili figli d'un gran popolo non mancava, e la grandiosità dei monumenti superstiti lo manteneva, ma la memoria dei fatti speciali non poteva esistere che in qualche nome o in qualche leggenda. Quella grandezza però piuttostochè fra i Romani doveva far nascere molte leggende fra gli stranieri, che arrivando a Roma con quella freschezza d'animo che è propria dei popoli di recente inciviliti, e ignari affatto delle maraviglie che è capace di produrre una potenza ed una civiltà come fu la romana, rimanevano attoniti dinanzi ai residui sempre imponenti e maestosi dell'abbattuto colosso. Tornati alle loro case descrivevano quel che avean veduto, esagerando; chi ripeteva esagerava anch'egli, e così la leggenda si formava.

In molti racconti che ci rimangono, per lo più riferiti da scrittori stranieri, noi possiamo scorgere il prodotto di forti impressioni, elaborato dalla fantasia di chi era assente dai luoghi a cui le leggende si riferivano. Molto più semplici e meno fantastiche le leggende romane si riferivano a qualche monumento realmente esistente, che nella leggenda rimaneva tale qual'era, solo cambiando di nome e di scopo. Così la presenza di una nave votiva, accordata colle favole relative ad Enea, facea vedere in quella la barca con cui Enea avea approdato in Italia[120]. Il racconto di Traiano e della vedova, immortalato da Dante, esisteva già prima d'esser riferito a Traiano[121]. Probabilmente però un bassorilievo d'arco trionfale rappresentante quell'imperatore trionfante a cavallo, e dinanzi a lui la provincia sottomessa, in sembianza di donna in ginocchio, fece attribuir quel racconto a Traiano. Nell'opera che abbiam veduto attribuita da Neckam ed Elinando a Virgilio, ben nota nel medio evo sotto il titolo di _Salvatio Romae_[122], in versioni diverse che non istaremo ad esaminare, noi troviamo uno strano miscuglio di reminiscenze confuse del Pantheon, del Colosseo, e del Campidoglio, e delle statue delle varie nazioni che adornavano il teatro di Pompeo, dalle quali, nei momenti del rimorso, Nerone, credea vedersi aggredito; il tutto cementato con una idea superstiziosa sul modo come la vigilanza necessaria, in sì vasto impero, potesse esercitarsi. Questa leggenda, certamente nata fuori d'Italia, fu comunissima nel medio evo e narrata senza il nome di Virgilio assai prima che a questi fosse attribuita. Essa incomincia col riferirsi al Campidoglio e per essa il Campidoglio figura fra le sette maraviglie del mondo presso il greco Cosma nell'VIII secolo[123] e presso altri scrittori; il che m'induce a credere che il primo motivo di questa leggenda stia nel noto racconto delle oche del tempio di Giove, che dovette accompagnare la celebrità del Campidoglio e da Bizanzio divulgarsi in Oriente. Mi conferma in questa idea il trovare una reminiscenza di questo racconto in alcune leggende arabe, fra le quali per una notevole coincidenza ricorre, senza troppo essenziali modificazioni, l'idea della _Salvatio Romae_ applicata all'Egitto, e quella altresì dello specchio maraviglioso di cui or ora dovremo parlare[124]. Più tardi essa è riferita da taluni al Pantheon[125] e da altri anche al Colosseo. Oltre a Cosma, uno scritto dell'VIII secolo attribuito al venerabile Beda l'annovera anch'esso fra le sette maraviglie del mondo[126]; se ne parla pure in un ms. di Wessobrunn parimente del secolo VIII[127]; nel X ne fa parola l'anonimo Salernitano[128] e poi un ms. vaticano nell'XI[129]. Ne parla pure quella guida di pellegrini nota sotto il titolo di _Mirabilia urbis Romae_[130], che subì varii cambiamenti in varie epoche, ma che certo era già conosciuta e adoperata nel XII secolo[131], e ne parla pure Iacopo da Voragine[132] nel XIII secolo, il quale, come molti altri, l'attribuisce ad arte diabolica[133]. Tutti questi ed anche altri posteriori parlano di quella maraviglia senza attribuirla a Virgilio, quantunque altri dopo Neckam ed Elinando a lui l'attribuissero[134]. Nell'applicare però questa leggenda a Virgilio, si volle unirla al suo nome con una specie di legame che è appunto l'ultima parte del racconto, nella quale il poeta riprende la sua figura ben nota nella tradizione letteraria del medio evo, di profeta di Cristo. Ma di ciò parleremo in altro capitolo. Per ispiegare come una così bella cosa non si vedesse più, l'anonimo Salernitano scriveva che quelle statue furono recate a Bizanzio e che ivi Alessandro imperatore († 915) per trattarle coi riguardi che meritavano, le vestì con abiti di seta; ma in seguito di ciò San Pietro apparve a lui di notte gridandogli crucciato: «Sono io il Principe de' Romani!» e il giorno dopo l'imperatore morì.

Tale è il primo rapporto in cui veggasi posto Virgilio con Roma dalla leggenda. Quantunque sappiamo che Virgilio possedeva una casa sull'Esquilino[135], pure dalle notizie che ci dà la sua biografia non pare che ei risiedesse abitualmente in quella città[136], e quand'anche vi avesse dimorato a lungo, non avrebbe potuto lasciarvi le memorie che lasciò a Napoli. Il popolo che abitava la capitale del più grande impero che sia mai esistito, avvezzo com'era a grandezze d'ogni sorta, non poteva ricevere grandi e durature impressioni dalla personalità di Virgilio, quantunque sapesse distinguerla ed apprezzarla in mezzo ad una folla di grandi d'ogni specie. Quindi se in Roma troveremo qualche monumento a cui si connetta il nome di Virgilio, troveremo ancora che ciò non avvenne per una tradizione qualsivoglia relativa al poeta serbata dal popolo romano, ma bensì ebbe luogo in epoca assai recente, per un riflesso delle leggende virgiliane nate altrove, mescolate colle leggende relative a quella città, e in questa portate dal di fuori.

CAPITOLO VI.

Nel secolo decimoterzo, essendosi pienamente diffusa in Europa la leggenda virgiliana, noi la troviamo ben nutrita ed assai accresciuta in opere volgari in versi, particolarmente in alcuni poemi francesi che furono molto letti. Tali sono l'_Image du Monde_, specie di enciclopedia[137], scritta nel 1245, e attribuita, senza buon fondamento, a Gualtiero di Metz, il _Roman des sept Sages_[138] scritto in versi e in prosa, tradotto in molte lingue e uno dei libri più popolari d'Europa, ed il romanzo in versi intitolato _Cleomadès_ scritto da Adénès nell'ultimo scorcio del XIII secolo[139].

Nel 1319 trovasi la leggenda di Virgilio introdotta anche nel _Renart contrefait_, tuttora inedito[140] e nello stesso secolo XIV alcune leggende virgiliane, o comunque rese tali, furono introdotte in alcune raccolte di racconti e d'aneddoti fatte particolarmente per uso degli asceti, dei moralisti e dei predicatori, perchè se ne servissero, secondo l'uso che era invalso, interpretandole allegoricamente per edificazione de' fedeli. Tali sono alcune redazioni del _Gesta Romanorum_[141], e proveniente da questo il _Violier des histoires romaines_[142]. Al XIII secolo appartiene la Cronaca universale scritta in versi tedeschi di Gianni Enenkel cittadino di Vienna (1250) nella quale trovansi riuniti parecchi racconti virgiliani[143].

In queste versioni, come doveva essere, Roma era il principal campo dell'attività di Virgilio. Le leggende napoletane rimanevano, talvolta però trasportate a Roma e variate, e le leggende romane aumentavano. La leggenda del _Castel dell'Ovo_ avea preso proporzioni formidabili; non si trattava più di un semplice talismano serbato in quel castello, ma si trattava, secondo l'_Image du Monde_, nientemeno che di tutta la città posta in bilico su di un uovo, in modo che se l'uovo si muoveva la città crollava tutta:

«Que quant aucuns l'uef remuait Toute la cité en crolait.»

Il _Cleomadès_ invece dice che eran due castelli in mare, fondati ciascuno su di un uovo, e che una volta vi fu chi si volle provare a rompere uno di quegli uovi, e tosto un castello andò giù; rimase però l'altro, che è ancora visibile _sul suo uovo_ a Napoli:

«Encor est là l'autres chastiaus Qui en mer siet et bons et biaus: Si est li oes, c'est vérités, Seur quoi li chastiaus est fondés.»