Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Part 2
Uno dei caratteri pei quali il popolo italiano, anche nel medio evo, dà segno della sua superiorità storica e civile dinanzi agli altri popoli d'Europa, è l'essere esso quello che fra tutti gli altri più scarseggia di produzione fantastica. Il romantismo, in quanto è invenzione narrativa, poco si ebbe da noi, e in questo, come anche nella cavalleria che è un suo movente principale, l'Italia mostrasi in una condizione che può dirsi passiva; subisce per fatto d'infiltrazione inevitabile, ma dal poco che produce in quell'ordine vedesi chiaro esser quello cosa poco sua, e poco omogenea alle sue tendenze attive. Insieme a tanti altri romanzi venuti dal di fuori e allora sparsi dappertutto, ebbero qualche voga anche qui i testi francesi della Storia Troiana; ben poca ne ebbe il Romanzo d'Enea[18]. Virgilio, Ovidio e altri antichi furono presto tradotti in volgare[19] prosa italiana, senza grandi cambiamenti, salvo la giunta delle solite moralizzazioni, singolarmente per Ovidio. Guido da Pisa scrivendo i fatti di Enea mostrava invero talvolta in alcune espressioni l'influsso di certe idee del suo tempo, ma era lungi dal fare un'opera romantica, e non deviava dalla narrazione virgiliana che sull'autorità di altri antichi. La fantasia ebbe più remore qui che altrove, sia pel prevalere di facoltà più elette e più razionali nella tempra dell'ingegno italiano, sia perchè la cultura tradizionale, comunque molto abbassata anche in Italia, avesse qui più salde radici che altrove e più che altrove fosse cosa domestica. L'Italia nel medio evo, benchè vinta e dilaniata e anche imbarbarita, moralmente e idealmente figura sempre come un centro storico e civile, e di questo essere suo non si perde mai la coscienza fra gli italiani[20]. Perciò mal si cercherebbe qui ciò che può solo trovarsi in paesi nei quali meno fortemente e meno immediatamente agiva il peso di grandi ricordanze storiche, tanto universalmente intese come tali da non potere esse in alcuna guisa acquistare natura e forma epica. Con questo non s'intende dire che il popolo italiano fosse sfornito di leggende; ebbe anch'egli le sue aventi per soggetto l'antichità, e il passato e i primordi delle varie città italiane. Può credersi che col procedere degli studi storici fra noi, concepiti in quella più larga maniera che è loro propria oggidì, molte di queste leggende finora dispregiate, saranno messe a luce e accresciuta così la conoscenza, troppo insufficiente, che oggi abbiamo di tal materia. Però rimarrà sempre vero questo fatto, del resto ben naturale, che l'impressione fantastica prodotta dalle memorie dell'antico mondo romano, fu assai più vivace e feconda fra i barbari che fra gli italiani. Si può senza gran fatica provare che il numero delle leggende relative all'antichità romana nate in Italia è assai minore di quelle nate in suolo straniero, e che anzi non poche di quelle che si ritrovano in Italia, singolarmente nella letteratura, furono qui introdotte dal di fuori.
Le leggende nate in Italia hanno per soggetto talvolta antichi fatti storici o mitologici, più spesso antichi monumenti, e spesso ancora d'antico non hanno che i nomi dei personaggi che in esse figurano. Molti nomi illustri dell'antica Roma rimasero fluttuanti nella memoria del popolo, segregati dai fatti coi quali la storia li mostrava uniti, ma pur non del tutto sprovvisti di certe caratteristiche distintive procedenti dalle loro caratteristiche storiche, concepite queste com'era capace di farlo la mente limitata del popolano o della narratrice casalinga, di cui Dante dice che:
«.... traendo alla rocca la chioma, Favoleggiava colla sua famiglia De' Troiani, e di Fiesole, e di Roma.»
Attorno a questi nomi la fantasia popolare aggruppava racconti favolosi, comunque originati, attenendosi però alla special categoria d'idee popolari a cui ciascun nome per sua natura apparteneva. Quindi è che anche divenuti personaggi leggendari serbano un carattere ben distinto fra loro Cesare, Catilina, Nerone, Traiano, e simili. Nondimeno, siccome il numero dei tipi rappresentati dalle leggende è limitato ai soli ideali più spiccanti che il popolo è capace di concepire, da ciò viene che più nomi s'incontrino sotto una data categoria, come quella del savio, del mago, del tiranno ecc., e siano quindi compartecipi delle leggende a quella appartenenti, le quali talvolta all'uno, talvolta all'altro dai narratori vengono riferite.
Uno dei più luminosi esempi di quanto qui si dice è la leggenda virgiliana, di cui in questa parte del nostro lavoro vedremo come nascesse a Napoli e come di là poi si divulgasse nelle letterature d'Europa, assai più e prima fuori d'Italia che in Italia. Essa era originariamente in Italia un prodotto del tutto plebeo, estraneo ad ogni moto poetico e letterario, una credenza popolare di natura superstiziosa, fondata su ricordi locali, sul fatto della lunga dimora di Virgilio in Napoli, la presenza e la celebrità del suo sepolcro in quella città. Si riferiva a luoghi di Napoli, ad immagini, a monumenti che la decoravano, ai quali si credeva che Virgilio avesse dato un potere telesmatico. Questa credenza era rimasta propria di quel popolo, ingenuamente ritenuta da esso, senza essere espressa in alcuna forma che avesse carattere poetico o artistico in alcuna maniera; poco se ne sapeva nel resto d'Italia e poco ad essa si badava qui, mentre da forestieri che visitavano Napoli era raccolta e trasportata dalla sfera plebea alla sfera letteraria e colta, e passava contemporaneamente in opere volgari e romantiche, ed in opere latine di natura dotta. Nell'una e nell'altra sfera essa trovava Virgilio già ridotto ad un tal tipo di savio da poterla facilmente comportare. E dal XII secolo in poi, ossia dall'origine della poesia e prosa romanzesca di proprio nome, incontrasi quindi nei monumenti letterari una nuova fase del nome virgiliano che ha vari momenti e vari accrescimenti, e tutta una sua storia che deve servire di soggetto alla presente parte del nostro libro. Questa fase ha la sua natura in questo distinta dalle altre già da noi studiate, ch'essa procede originariamente da idee su Virgilio nate e sviluppatesi, non propriamente nella scuola, ma fra il popolo, benchè per la natura generale del pensiero, che si riconosce naturalmente in ogni strato della società, potesse esservi e vi fosse realmente certa proporzionalità ed anche continuità fra il concetto popolesco e l'ultimo concetto letterario del poeta. Non la diciamo popolare perchè rimasta estranea alle lettere e ai dotti, chè anzi ne dovremo desumere la storia da una moltitudine di scritti che in massima parte non hanno carattere di scritti popolari; ma perchè nata dal popolo, alimentata con idee popolesche. Senza questo, per quanto corrotta e imbarbarita, la tradizione letteraria a quella leggenda non avrebbe potuto condurre, nè difatti trovasi traccia di questa nelle epoche della più grande barbarie, prima del XII secolo, prima cioè che ci fosse chi dalla plebe napoletana l'attingesse e le desse adito nella letteratura.
Le opere dotte dell'ultimo medio evo, repertori, riassunti, enciclopedie, manuali o altri simili lavori scritti in latino o in volgare, mescolano ogni cosa con una assenza di critica tanto strana quanto strano è lo sfrenato moltiplicarsi delle produzioni fantastiche d'allora. C'è di tutto; tutto il _detritus_ medievale di idee classiche, cristiane, e romantiche, mito, storia, leggenda, romanzo, tutto posto alla pari. Il _Novellino_ che diverte le brigate, il _Gesta romanorum_ che le edifica con racconti moralizzati stranamente, Vincenzo di Beauvais col caos del suo _Speculum historiale_, e tanti altri in tante opere di erudizione, parlano egualmente di Cesare, di Arturo, di Tristano, di Alessandro, di Aristotele, del Saladino, di Carlomagno, di Merlino senza distinzione di sorta, e con serietà eguale per tutti. Gualtiero Burley in un'opera che non vuol punto essere un romanzo, nelle _Vite de' filosofi_, scrive gravemente anche la vita di Virgilio che è filosofo perchè mago, perchè conoscitore di riposti segreti della natura. Così non v'ha libro di que' tempi in cui non possiamo aspettarci di trovare leggende virgiliane. In una epoca di credulità universale, il popolo non è soltanto quello che non ha parte alla cultura e al moto letterario; quantunque nel medio evo il numero della gente colta fosse assai minore di quello fu ed è dal risorgimento in poi, la distanza che allora separava l'animo dei colti e degli incolti era assai meno grande di quella che separa queste due classi nei tempi moderni.
Se difficile sempre riesce cogliere l'esatto punto di separazione fra le creazioni poetico-fantastiche popolari e le letterarie, ciò, più che in ogni altra età, si sente nel medio evo, e sopratutto in quelle peripezie che allora subiscono gli antichi nomi storici nel passare che fanno, già assai fantasticamente tramutati, dai letterati e dai semicolti al popolo, e nel tornar poi anche più tramutati da questo a quelli. Fra la tradizione letteraria tralignata e creatrice essa pure di leggende e i fantasmi popolari v'è continuità senza dubbio, poichè non altrimenti che pel tramite letterario, direttamente o indirettamente, i grandi nomi storici possono giungere e rimaner presenti all'animo delle plebi. Ma pur deve avvenire che entrando quei nomi in un ambiente intellettuale diverso, sian diversamente ideati ed acquistino un nuovo carattere per tratti fantastici novelli di indole affatto popolesca, comunque motivati od occasionati da quanto già imaginarono menti più colte ma non tanto nè così finamente da riuscir per certi lati molto superiori all'animo popolare. Chiaro esempio di tal fatto è il carattere diverso con cui si presenta il nome di Virgilio in queste due parti dell'opera nostra, le quali quantunque diversamente intitolate, pure sono tanto connesse fra loro che nei fatti esposti nella seconda ognuno che ci abbia ben seguiti potrà riconoscere gli effetti e l'ulteriore sviluppo di quelli riferiti e studiati nella prima, e vedere in qual rapporto sia col Virgilio delle scuole e della tradizione letteraria del medio evo inoltrato questo Virgilio, non più poeta, ma operatore di magici prodigi, questo Virgilio di quella che noi crediamo dover chiamare _leggenda popolare_, che ora ci facciamo ad esporre narrandone la storia, investigandone le origini e le fasi diverse. A scansar equivoci e malintesi che con nostra sorpresa abbiamo veduto prodursi fra taluni cultori di questi studi[21] ricordiamo che il _popolare_ si distingue dal _letterario_ anzitutto per la natura e l'indole sua e de' vari elementi suoi, sia qualsivoglia la condizione di chi lo riferisce e vi crede od anche lo idea; tale leggenda, pur sublimata dal sommo dei poeti, come quella p. es. di Traiano e della vedova in Dante, sarà e rimarrà una leggenda _popolare_, quand'anche si riesca a provare che scaturì dalla fantasia di un chierico che la scrisse in latino, come _popolari_ sono le leggende relative ai monumenti di Roma nel _Mirabilia_ e tante altre, quantunque, riferite e credute da chierici, possano anche essere state originate in menti di quella classe.
CAPITOLO II.
Dopo tutto quanto abbiamo premesso non parrà strano che le più antiche notizie che si abbiano intorno a leggende popolari relative a Virgilio trovinsi in iscritti, non già di provenienza plebea o destinati comunque alla plebe, ma bensì dettati da persone colte e di posizione elevata, non in volgare ma in latino, e destinati a gente della classe la più distinta della società. Fra gli altri autori, i più notevoli per ubertà di notizie rilevanti per le nostre ricerche, sono un Corrado di Querfurt cancelliere dell'imperatore Arrigo VI, suo rappresentante a Napoli ed in Sicilia, e poi vescovo di Hildesheim, un Gervasio di Tilbury che fu professore dell'università di Bologna e maresciallo del regno di Arles, un Alessandro Neckam fratello di latte di Riccardo Cuor di Leone, professore nell'università di Parigi, abate di Cirencester ed uno dei più sopportabili facitori di versi latini del suo tempo, un Giovanni di Salisbury ed altri di cui parleremo. Qui però, prima d'ogni altro, debbono fissare la nostra attenzione Corrado e Gervasio, come quelli che non solo sono i primi a farci conoscere in modo assai diffuso le leggende virgiliane, ma ci additano eziandio la loro origine napoletana, che sarà confermata da quanto poi avremo da aggiungere a questo primo indizio. Infatti essi riferiscono quelle leggende come viventi fra il popolo napoletano, dalla bocca del quale le raccolsero.
Corrado ne parla in una lettera[22] scritta di Sicilia nel 1194 ad un suo vecchio amico, preposto del convento di Hildesheim, nella quale narra le impressioni del suo viaggio in Italia. Questa lettera, oltre a quanto contiene di notevole per le nostre ricerche, è un curioso monumento che ci rivela lo stato dell'animo degli stranieri, anche colti, che in quel tempo visitavano l'Italia. Il gran nome di questo nostro paese esaltava talmente la loro immaginazione, e tale era l'ideale fantastico che se ne formavan da lungi, da non cedere neppure alla realtà veduta dappresso. Mille racconti strani già uditi rammentare, mille memorie classiche serbate in mente, non sempre con egual lucidità, dopo la scuola, si affollavano e si confondevano bizzarramente nello spirito del visitatore che, come in un paese fatto d'incanto, credeva vedere altro e più di quello realmente vedesse. È impossibile spiegare altrimenti certi grossi svarioni del bravo cancelliere messi giù con una serietà da far disperare. Quante cose non ha egli viste nell'Italia meridionale! Ivi l'Olimpo, ivi il Parnaso, ivi l'Ippocrene, ch'egli è beato di trovare dentro i confini del dominio tedesco. Poi, dopo esser passato con orrore profondo fra Scilla e Cariddi, trova, non so in qual luogo, Sciro dove Teti tenne Achille nascosto, e giunto a Taormina è lietissimo di trovarsi sott'occhio il labirinto del Minotauro, prendendo per tale l'antico teatro, e d'aver fatto conoscenza coi Saraceni, gente dotata, come già S. Paolo, dell'invidiabile facoltà di uccidere serpenti con la saliva. Chi si rammenta di Mandeville che dice d'aver veduto il sasso a cui fu legato il «gigante Andromeda», e de' tanti strani racconti dei viaggiatori d'allora non troverà sorprendente la lettera di Corrado. La rende però assai singolare la qualità dell'autore, il quale non era venuto in Italia come semplice dilettante d'archeologia, o come _touriste_, ma bensì come ministro di quell'esecrabile padrone che fu Arrigo VI, da cui ebbe ordine di smantellare la città di Napoli, cosa da lui eseguita puntualmente. Ad onta di ciò egli non esita di riferire, con piena fede, l'idea allora propria del popolo napoletano, che Virgilio avesse fondato quelle mura, come la città stessa di Napoli, e che di più egli ponesse in questa, come palladio, un piccolo modello della città racchiuso in una bottiglia fornita di collo strettissimo. Questo palladio, che dovea preservare Napoli da ogni attentato nemico, non impedì certamente che fosse presa dagl'imperiali, e se c'era qualcuno che potesse legittimamente dubitare della sua efficacia, tale doveva essere Corrado. Ma come non c'è uomo più sordo di chi non vuole udire, così non c'è fede più incrollabile di quella di chi vuol credere. Corrado osserva che se quel palladio virgiliano non fece il suo effetto, ciò va attribuito ad una screpolatura che gl'imperiali rinvennero nel cristallo quando l'ebbero in mano. Si crederebbe volentieri ad una celia, se a ciò non si opponesse il tono generale del suo scritto e gli altri assurdi che vi si trovano esposti con tutta serietà.
Altre opere maravigliose attribuite dai napoletani a Virgilio, sono, secondo Corrado, un cavallo di bronzo che, finchè rimase sano, preservava i cavalli dal fiaccarsi la groppa, una mosca di bronzo posta su di una porta fortificata che, finchè rimase intatta, allontanava le mosche dalla città, un macello nel quale la carne poteva conservarsi fresca per sei settimane. Inoltre, essendo Napoli infestata da una moltitudine di serpenti che scorrevano in essa per le molte cripte e costruzioni sotterranee, Virgilio li relegò tutti sotto una porta detta _Ferrea_ e gl'imperiali, come dice Corrado stesso, nell'abbattere le mura esitarono dinanzi a quella porta, non volendo dar la via a tutti quei serpenti con grande molestia degli abitanti.
Temibile ed incomodo vicino è per Napoli il Vesuvio, ma Virgilio pensò a rimediare ponendogli incontro una statua di bronzo che rappresentava un uomo coll'arco teso e la freccia pronta a scoccare. Ciò pare bastasse a tenere per molto tempo in soggezione quel monte ignivomo; se non che un bel dì un contadino, non potendosi capacitare che colui stesse così eternamente coll'arco teso, fece in modo che la freccia scoccò, e questa andò a colpire l'orlo del cratere il quale d'allora in poi ricominciò a mandare fuori fumo e fuoco.
Premuroso di provvedere in ogni modo al pubblico bene, Virgilio fece presso Baia e Pozzuoli dei bagni pubblici, utili a tutte le malattie, ornandoli con immagini di gesso che rappresentavano le varie infermità e indicavano i bagni appropriati a ciascuna di esse.
A queste opere maravigliose di Virgilio Corrado aggiunge ciò che a Napoli si credeva intorno alle ossa del poeta. Queste, dic'egli, trovansi in un castello circondato dal mare, e se vengano esposte all'aria si fa subito scuro d'ogni dove, si ode lo strepito di una tempesta, il mare si commove tutto, si solleva, e mettesi a procellare, «e questo, soggiunge, noi abbiam veduto e provato.»
Gervasio di Tilbury che nei suoi _Otia imperialia_[23], dettati nel 1212 per servir di passatempo all'imperatore Ottone IV, raccoglie in una specie d'enciclopedia, notizie d'ogni sorta e assurdità d'ogni calibro, è una sorgente preziosa per chi fa indagini sulle credenze popolari[24]. Le sue idee intorno al maraviglioso ce le dice egli stesso in poche parole. «Maravigliose (dic'egli) chiamiamo quelle cose che sfuggono al nostro intendimento, quantunque siano naturali. Le rende mirabili l'ignoranza del perchè così siano.» Qui cita gli esempi della salamandra che vive nel fuoco, della calce che non si accende se non con acqua ed altri simili, quindi soggiunge: «Niuno creda sien cose favolose quelle che io scrivo.... Eccedono esse le forze della mente umana, e quindi è che spesso sieno stimate false, quantunque anche di quelle cose che vediamo tutti i giorni non possiamo render ragione.» È chiaro che con principî di questo genere si può andar lontano, e veramente l'autore se ne vale senza la menoma parsimonia. I lettori mi accorderanno il permesso di citar qui per intero un passo di quanto ei dice a proposito di Virgilio, il quale è sommamente caratteristico, come quello che ci trasporta a Napoli sul declinare del XII secolo e ci fa assistere ad una scena nella quale possiamo scorgere la leggenda vivente appunto nella sede sua prima.
Dopo aver narrato anch'egli il fatto del macello e dei serpenti, «un terzo fatto, soggiunge, è questo che io stesso sperimentai, benchè allora non ne fossi consapevole; però un caso fortuito avendomene dato la notizia e la prova, fui costretto ad esser convinto di una cosa che, se non l'avessi sperimentata, appena avrei potuto crederla possibile sulla relazione altrui.... L'anno in cui fu assediata San Giovanni d'Acri (1190), mentre io mi trovava a Salerno, mi sopraggiunse all'improvviso un ospite.... Filippo figlio dell'illustre patrizio, conte di Salisbury.... Dopo alcuni giorni deliberammo di recarci a Napoli, se per caso ci si offrisse occasione di far la traversata fra non molto tempo e senza molto dispendio. Arrivati in città ci recammo alla casa dello spettabile mio uditore in diritto canonico a Bologna, Giovanni Pinatelli, arcidiacono napoletano, illustre per sapere, per opere e per nascita; dal quale lietamente accolti gli spieghiamo il perchè della nostra venuta e saputolo, egli, per favorire il nostro desiderio, mentre si preparava il desinare, recossi con noi al mare. Appena in un'ora, con poche parole, si noleggia una nave pel prezzo che noi volevamo, e a nostra istanza viene accelerato il dì della partenza. Nel tornare a casa si andava discorrendo come mai e per quali buoni auspici così speditamente avessimo incontrato tutto quanto per noi si bramava. Vedendoci ignari, ed attoniti di tanto buon successo: — Dite su, dice l'arcidiacono, da qual porta siete voi entrati? — Avendogli io detto qual porta fosse, egli, uomo perspicace, soggiunse: — Sta bene adunque che così di leggeri v'abbia la fortuna favoriti; ma, di grazia, ditemi la verità appuntino, da qual parte dell'ingresso siete voi entrati? — Noi rispondemmo: — Giungendo innanzi alla porta, più prossimo era per noi entrare a sinistra, quando eccoti all'improvviso un asino carico di legna ci vien dinanzi per di là, sì che per evitarlo siamo stati costretti a prendere a dritta: — E l'arcidiacono: — Onde sappiate quali mirabili cose abbia fatte Virgilio in questa città, andiamo sul luogo e vi mostrerò come in quella porta egli abbia lasciato un bel ricordo di sè sulla terra. — Arrivati colà ci mostra infissa nella parete della porta a destra una testa di marmo pario in atteggiamento di riso e di grande ilarità; a sinistra stava infissa un'altra testa dello stesso marmo, ma molto diversa dall'altra, come quella che con occhi torvi offriva piuttosto l'aspetto di persona che pianga e si crucci deplorando le iatture di un triste avvenimento. Da queste così diverse configurazioni asseriva l'arcidiacono sovrastare a tutti coloro che entravano due contrarie fortune, purchè non si faccia, per espressa volontà, deviamento alcuno a destra o a sinistra, ma, trattandosi di destino, si vada a caso, e come viene viene. — Chiunque, diceva, entra in città da destra sempre riesce in ogni cosa e tutto gli va a vele gonfie; chi però si volge a sinistra fallisce in tutto e vien fraudato in ogni suo desiderio. Or dunque vedete come avendo voi dovuto, per lo scontro dell'asino, piegare a destra, presto e con successo compieste il vostro viaggio. — » Questo fatto, che colpì in modo strano la mente di Gervasio, poco manca non lo faccia diventar fatalista; dalla qual cosa però ei si difende esplicitamente umiliandosi dinanzi a Dio e ripetendo: «Dal voler tuo, o Signore, dipende ogni cosa e nulla v'ha che al tuo volere possa resistere.»
Parecchie delle leggende virgiliane raccontate da Gervasio sono in fondo identiche con quelle raccontate da Corrado, se non che, avendo ambedue attinto direttamente alla tradizione orale del popolo napoletano, offrono nei loro racconti tutta quella differenza di particolari che suol trovarsi appunto nelle versioni orali delle leggende[25]. Così il macello della carne incorruttibile, secondo Gervasio, deve la sua qualità ad un pezzo di carne posto da Virgilio in una delle sue pareti, ed in esso la carne si conserva non per sei settimane soltanto, ma per un tempo indefinito; i serpenti furono racchiusi da Virgilio sotto ad una statua (_sigillum_) presso porta Nolana. In ciò che riguarda i bagni di Pozzuoli van d'accordo ambedue; così pure quanto alla mosca. Quanto poi alla statua opposta da Virgilio al Vesuvio la versione di Gervasio offre una differenza assai notevole. Quella statua trovavasi sul Monte Vergine e non aveva in mano un arco colla freccia, ma bensì una tromba alla bocca, e questa tromba avea la virtù di ricacciare indietro il vento che trasportava verso quelle campagne il fumo e la cenere del Vesuvio. Disgraziatamente però, soggiunge Gervasio, sia che l'età l'abbia logorata, sia che gl'invidiosi l'abbiano abbattuta, ora per parte del Vesuvio si rinnovano sempre i guai di prima.