Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Part 19
Ma prima di solcar i flutti e l'onde Febo che mi raggiri entro l'ingegno Per scriver le voragini profonde, Acciò non si sommerga il fragil legno; Tu infondi al mio cantar luci gioconde E vegga pur de' tuoi favori un segno; Chè se sol da un tal raggio io sarò scorto Bacio l'amica terra e giungo in porto.
Or ritornando alla mia storia ordita, Correa la sesta età quando in Salerno, Che fra l'altre cittadi è più fiorita, Di Partenope alzando il nome eterno, Nacque con gran ricchezze, e stirpe avita Che già mise terrore al cieco Averno, Nacque Pietro Barliario, e fu allevato Dal suo nobile e ricco parentato.
Cresciuto poscia in tenerella etade Fece tutti gli studi, un gran portento, Tanto che ai genitori persuade Di un futuro sperare alto e contento; Ma come in petto giovanile accade Tentar ciò che si vuol con ardimento, Di desir arse (e mostra mente ria) Per dotto diventar nella magia.
Ma l'inimico dell'umana gente Che sol per nostro male è destro ognora E così fa nascere sovente, Come a Pietro fe senza dimora, Fece un dì che il garzone afflittamente Dalla natia città n'uscisse fuora, E a spasso andasse ove di verdi erbette Eran dipinte vaghe collinette.
E trovò quivi a caso una caverna Che avea oscuro e sotterraneo ingresso. Egli benchè la via qui non discerna, Vuol penetrar nel rustical recesso. Spintovi pur da cupidigia interna Pose le piante e non pensò a sè stesso, Come il guerrier che tanto si rinoma Col suo precipitar liberò Roma.
E giunto colaggiù vidde una stanza Con due altre da quella separate. Un vecchio qui facea sua dimoranza Sotto dell'empie soglie disperate; Qual subito l'accolse con istanza Di cerimonie e con parole grate, Gli domandò chi in quelle stanze ombrose L'avea condotto; a cui Pietro rispose:
La mia curiosità, dicea, m'ha spinto; Non cercherò altra cosa in questo mondo Se non che il saper vero e distinto, Il modo di magia sommo e profondo; E perchè venni in questo laberinto, Sperando di trovar in questo fondo... Volea pur dir, ma il vecchio tutto umano In quell'istante il prese per la mano.
Si volse a tergo e tosto gli ha additato Un colosso inalzato in quel soggiorno Qual in mano tenea libro serrato, D'indegne note e stigi nomi adorno. Gli disse il tuo pensier pago è restato Di ciò che mi chiedesti in questo giorno; Prendilo, disse; e il prese, e una sol banda Da lui fu aperta, e udì tosto: comanda.
Lieto lui gli soggiunse: io vi comando Che fuor da questo centro mi portiate, Senza insulto però vi raccomando, E che danno nessuno mi facciate. Siccome avesse dato al suono bando Fuori si ritrovò delle incantate Mura, per forza solo empia e nefanda. Aprì di nuovo il libro e udì: comanda.
Comanda che in città volea andare, Ed in piazza trovossi immantinente Con gli altri cavalieri a passeggiare, Come solea fare continuamente. A casa se ne andiè senza tardare, Sicuro già di sua virtù potente. Riaprì il comando e con sua voce propria Disse di tutti i libri voler copia.
Di tutti i libri sparsi in questo mondo Che trattin di magia voglio portiate, Ossian in mar ossian in cupo fondo Ossian in terre occulte o inabitate. Finì appena di dir, che con gran pondo Di scritture diaboliche segnate Venner molti; d'Averno in quell'istante Molti libri gli portaron davante.
Barliario allor vedendosi arricchito Di quella scienza che cotanto amava E che il suo desiderio era compito, Con fervor grande notte e dì studiava, Talchè così perfetto era riuscito In quella scienza maledetta e prava Che fece cose di tal maraviglia, Che inarcherete al mio cantar le ciglia.
Trovavasi in quel tempo abitatrice Donna in Salerno di sovrana bellezza E celebre e famosa incantatrice, Come la fama a noi ci dà contezza. Per questa Pietro ardea mesto e infelice Al cor portando avvelenata frezza. Porta Pietro nel sen immenso ardore, Angelina per lui di gelo ha il cuore.
Angelina chiamavasi la bella Che di un vago garzon viveva amante. Quanto Barliario l'ama, altrettanto ella Crudel gli si dimostra ed inconstante. Così il suo cuor si strugge, mentre quella Del suo diletto adora il bel sembiante. Di questo accorto Pietro fu ripieno Di geloso timore, e di veleno.
Stava a diporto un giorno la crudele In un giardin con il suo drudo a lato; Pietro vi apparse e fece all'infedele Veder l'amante in sasso trasformato, E per sfogar della sua rabbia il fele Fece a colei, che tanto l'ha sprezzato, La sua persona e il volto così bello Trasformar in un florido arboscello.
Ritrasse poi le piante da quel loco; Mentre Angelina tutta a parte a parte Ricolma il seno di rabbioso foco, Per liberarsi opra la magica arte. Tanto disse e parlò e di lì a poco Ripigliorno ambedue le forme sparte. Ritorna nella sua sembianza adorna Angelina e l'amante ancor ritorna
Ritornò Pietro, e vide liberati I due amanti e ripieno di furore Mormorò allora con terribil fiati Che spaventò sino di Pluto il cuore, E comandò agli Angioli dannati Che in un punto l'amata e l'amatore Diventino, con forma assai più strana, L'amante un tronco, ed ella una fontana.
Finta così vedendosi la bella Ricorse indarno dai Stigi numi. Con singhiozzi interrompe la favella E di lagrime fa scorrer due fiumi; E tanto si lamenta e si querela Che la sua gran bellezza li consumi; Pietro, mosso a pietà, più non comanda, Scioglie l'incanto e liberi li manda.
Attuffato i corsieri in grembo al mare Avea di Delo il nume e tolto il giorno, Quando portossi Pietro a ritrovare Un cavalier amico, al suo soggiorno. Facea costui vago festino fare Di canti, suoni, balli in moto adorno. Qui donna vi trovò di vago aspetto Che l'alma gli passò per mezzo il petto.
Pietro la mira, ed arde nella mente E gli stimola in cuore un santo onore. O non s'avvede o non si cura niente Che per lei nutre in seno un vast'ardore. Di lì Pietro partissi di repente E la bella aspettò che uscisse fuore. Giunse la donna, a casa, che non pensa Che abbia Pietro per lei l'anima accensa.
Era la porta chiusa e ben serrata, Perchè la donna allor volea dormire E degli abbigliamenti era spogliata, Quando Pietro si vidde comparire Che con voglia proterva ed infiammata Scopriva li suoi affetti e il suo desire. Tutta irata colei con gran baldanza Gli dice, che abbandoni la sua stanza.
E in vece in lei di tema entrò lo sdegno E: importuno, gli disse, ed arrogante Scaccia di mente pure il tuo disegno E dalla vista mia torci le piante. Pietro si parte, e con turbato ingegno Dicea tra sè, mi schernisti amante Mi troverai fiero nemico e rio, Chè brama sol vendetta il pensier mio.
Adirato si parte, indi comanda Ai demoni che tosto abbino spento Tutto il fuoco che fosse in ogni banda, Fosse da loro estinto in un momento. Onde, per compir l'opera nefanda, La donna fe pigliar con gran tormento E in piazza fu portata di repente Nuda, parea ch'ardesse in fiamma ardente.
Correa il popol tutto in folta schiera Per provveder di fuoco le lor case, Fra le piante di quella in tal maniera Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase, E l'uno all'altro darlo invano spera Chè presto si smorzava; intanto spase La Dea ch'ha cento bocche un gran rumore E l'avviso n'andò al Governatore.
Il qual di un tal misfatto molto irato Il Bargello chiamar fece ben presto E pena il viver suo gli ha comandato Pietro imprigioni senza alcun pretesto; In altro modo non sarà scusato. Partì il meschin, ma molt'afflitto e mesto Pensando se l'andava a carcerare, Poco guadagno vi poteva fare.
E, per fuggire un sì fatal comando Dalla città si risolvè partire; Ma pria di far un volontario bando, Volle Pietro Barliario riverire A lui l'ordine imposto dichiarando, Dirgli come per lui volea fuggire, E se di vendicarsi egli desira Contro il Governator rivolga l'ira.
Ma Pietro già per infernale avviso Era stato informato del successo E vedendo il Bargel, dicea con riso: So che il Governatore appunto adesso Che mi mettessi in prigion t'ha commiso. Disse il Bargello allor tutto dimesso: Vero è Signor, ma per fuggir tal sorte Or di Salerno vuò lasciar le porte.
Soggiunse Pietro allor: per mia cagione Tu giammai farai questo, così spero; Va corri, e di' a colui che io son prigione Che d'andarvi giur'io da Cavaliero. Scacciò allor il Bargel tanta afflizione E corse a darne avviso a quell'altiero Il qual, con volto minaccioso e tetro, Discese alla prigione e trovò Pietro.
E incominciò: quanti misfatti io sento Di voi che siete un Cavalier di pregio! Perchè così oscurate in un momento Di vostra antica stirpe il nome egregio? Un Signor siete voi di gran talento Che racchiudete in sen animo regio; Tanti richiami in tribunal ci sono Che luogo non vi trovo di perdono.
Volea più dir ma Pietro, interrompendo Disse, che se voleva predicare Andasse altrove, pur di lì partendo, Chè gran gente lo staria ascoltare: Chè sentir correzioni io non intendo, Diceali, il tuo mestiero è giudicare, Pensa d'amministrar d'Astrea l'impero Con giustizia, con senno e cor sincero.
Tanto studio che posso in quel che vuoi Darti senza fallir gran correzione Non solo a te, ma alli ministri tuoi Empi ministri di un crudel Nerone. Più non volle ascoltar li detti suoi Il giudice adirato e la prigione Abbandonando, in stanza s'era messo Per fabbricar di lui il processo.
Qual seppe ordir con tanta crudeltade La sentenza scrivendogli di morte; Quando a un tempo si vider spalancate Delle prigioni le serrate porte, E delle afflitte genti carcerate, Si fa lui condottiere, mago forte, Mirando ognuno e di letizia pieno Il ciel scoperto e l'aere sereno.
Indi, aperto il comando, in quell'istante Alzar fur viste le prigion da terra Come se niuna fosse scossa innante L'insidioso seno al ciel disserra; Così per vendicarsi il dotto Atlante Fe veder sì rovinosa guerra, Ma se prestate al mio cantar orecchia, Udite quel che far poi s'apparecchia.
Sorgea la notte oltre l'usato oscura Cinta di orride nubi in fosco velo; Ma pria di proseguir l'impresa dura Prestami aita, biondo Dio di Delo; Tu le nubi al mio dir discaccia e fura E d'un vile timore un freddo gelo; Sorgea, dico, la notte allora quando Aprì Pietro il terribile comando.
E disse agli empi spiriti: adesso voglio Portiate questo rio Governatore, Ignudo come sta, sopra quel scoglio Che fra l'onde del mar spunta più fuore. Fu ubbidito il suo cenno e con orgoglio Pietro mirava quello in gran dolore Sopra quel sasso esposto in mezzo al mare Che non meno di un sasso ignudo pare.
Ma intanto poi nel liquido elemento Ei disserra dai suoi chiostri i venti E nasce gran tempesta in un momento Con soffi d'Aquiloni empi e tremendi; Parea che contro il ciel con ardimento Del gran tridente i numi più possenti Mostri marini, gregge, la canaglia Insultasse per fare aspra battaglia.
Un dì e una notte la tempesta algente Durò pria che tornasse in lieta calma Il mar furioso; il misero dolente Al Creator stava per render l'alma, Quando poi fu veduto dalla gente E ognun correa per riportar tal palma E acciò che in terra si conduca in fretta Fu spedita dal lido una barchetta.
S'accostò il legno al rilevato sasso Et in terra buttollo immantinente, Ripien di doglia tutto afflitto e lasso, Con somma maraviglia della gente. Fu condotto al palazzo a lento passo, E sulle piume posto incontanente E qui gli si appresenta, in varie forme, Cose di gran spavento, allor che dorme.
Pareagli ad or ad or che in aria eretto Fosse gran fuoco, e in cenere temea Spesso che il suo nobile e bel tetto Che rovinar volesse gli parea; Così di gran timor riscosso il petto In tal mestizia, in tal dolor cadea Che in quattro dì, ahi disperata sorte! Poichè temea morir, ebbe la morte.
Poichè Pietro si vidde vendicato Di quel Governator che l'avea offeso Di Salerno la patria ebbe lasciato, Verso Palermo il suo cammino ha preso. Quivi giunto un compare ebbe trovato Che gran sospir fuor del suo petto acceso, Lagnandosi ad ognor, mandava all'aria, Per aver la fortuna empia e contraria.
Avea fornaci il miser'uom più d'una E molta robba avea del suo lavoro Ma la sua minacciosa e ria fortuna Gli dava di miserie un gran martoro. Pietro trovollo ch'era l'aria bruna E dando ai suoi lamenti un gran ristoro, Gli dicea: non temer, ch'io son venuto Per riparar tuoi danni e darti aiuto.
Pietro intanto si parte e il cieco orrore Già dispiegato avea la notte, quando, Per consolar del suo compare il cuore, Aprì Pietro il terribile comando E costrinse il Demon, che per quattr'ore Venga in giù dal ciel precipitando Grandine tale e tanta (ahi fiero scempio!) Che rovini ogni casa ed ogni tempio.
Non vuoto andò il desio, e gran spavento Di repente Palermo avesti in seno, S'ode l'aria fischiare e in un momento Manca di stelle amiche un sol baleno, E grandine sì grossa con fier vento Spinse dal ciel, e ognun di tema pieno, Colla sua famigliuola accolta intorno, Pensò che fosse allor l'estremo giorno.
Dopo tanto travaglio e tanta guerra Portò l'aurora il bel mattin rosato; Quando scorse l'infelice terra D'ogni casa il suo tetto rovinato, E ai pianti ognun le luci sue disserra Vedendo quegli tutto al suol prostrato Il suo tugurio, e per destin infido Piange quell'altro il caro antico nido.
Per rimediar dunque a tal danno allora E di tevole i tetti ricuoprire, Dal compare ne andiè senza dimora Qual volentieri ebbe tal sorte a udire, Nè passasse cred'io neppur un'ora, Che il miser fornaciar s'ebbe arricchire, Spacciando la sua robba; in un momento Pigliò gran quantità d'oro e d'argento.
Ma divulgò la fama in un istante La venuta di Pietro e la sua scienza, Onde ogni cittadino ed abitante Stima per opra sua tal violenza, E altri dispetti ricevuti innante Fanno che Pietro sia di scusa senza E per sfogare la mente lor sdegnata, Fecero un stuol di molta gente armata.
Già benissimo Pietro lo sapea Come a suo danno armata era la gente, Ma dentro del suo cuor se ne ridea, Che alla giustizia avea già posto mente E disegnando nella propria idea Una burla di fargli assai valente, In piazza si trovava allora quando Venne la turba contro lui infuriando.
E di crudel ritorte circondato Pietro guidorno in tenebrosa stanza In un fondo di torre rinserrato, E qui facea penosa dimoranza. Con rigor fu il processo fabbricato, E conclusero alfin, senza speranza Di esser dalla pena liberato, Senza indugiar che sia decapitato.
Venne l'ora fatal che dee morire E al patibolo giunto immantinente Già salito sul palco s'udì dire: Datemi un poco d'acqua amica gente. Un vaso d'acqua ebbe apparire; Ma prima che bevesse, lietamente: Signori di Palermo, gli ebbe detto, Io vi saluto e a Napoli vi aspetto.
Ridea il popolo al dir del sventurato E che allor vaneggiasse ognun pensava. Dopo bevuto, al ministro voltato, Che presto oprar volesse lo pregava; Ma quel, tutto atterrito e spaventato, Temea di qualche scherzo e dubitava; E discacciato alfin qualche timore, Il colpo gli vibrò con gran furore.
Ma chi potria ridir con molti accenti, Lingua non ho da raccontarvi appieno In ridire il sussurro delle genti Se tu Calliope non m'aiuti almeno Tanto che per più avvenimento (_sic_) Ne cant'io sol di meraviglia pieno. Sparì Pietro; il ministro in quell'istante Un asino trovossi in tra le piante.
Alza la testa, e con furore tanto Si mise in un gridar che spaventava. Ma a Pietro, ch'è sparito, io torno intanto Che già disse che in Napoli aspettava. Pria che la notte spicchi il nero manto Di Partenope al lido si trovava, Quando ad un spirto di valletto in forma Gli dà una lettera e del suo dir l'informa.
E che in Palermo vada indi gl'impone, Che la consegni a quel Governatore, Chi la mandi però non gli ragione. Sparve a quel dir allora il rio latore Ed in Palermo giunto in conclusione La lettera presenta a quel Signore; Vi giunse che la gente ancor ridea Di quel gran caso che veduto avea.
Diede dico la lettera al superbissimo Giudice che ripieno era di furia La qual dicea: o Signor riveritissimo, Dottore come voi non ha l'Etruria, Nella vostra città vedo benissimo Che non ci avete d'asini penuria; Nel mondo mai s'intese tal notizia Che si facesse d'asini giustizia.
Imparate però, e avvertite bene A conoscere prima le persone; Perchè darvi potrei tormenti e pene, Se conoscessi in voi senno e ragione; E se voi camminate queste arene Credete che è la mia bontà cagione, Chè potria ben farvi pagare il fio. Questo vi sia d'eterno avviso. Addio.
Diè appen la lettera lo spirito immondo Che dispiega verso dell'aria i vanni E il giudice lasciò che con gran pondo Rimase d'afflizion, e di altri affanni. Per il dolor fu per uscir dal mondo E sempre mesto poi condusse gli anni E come di quaggiù fosse diviso In bocca sua non si vedea più riso.
Or Pietro per Lisbona s'incammina E in un momento giunse a quelle porte Per virtù di sua magica dottrina Che avvien che altrui tante ruine apporte; E camminando in Lisbona una mattina Vidde dentro una casa un pozzo a sorte E ad un uom domandò con forme liete Un poco d'acqua per smorzar la sete.
Ma rispose colui che se ne vada E ritirossi entro sue stanze allora. Pietro irato si parte e senza spada E senz'altre armi il rio punito fora. La mattina seguente nella strada Avanti quelle case il pozzo fuora Fu ritrovato; per far l'empio umile, Udite che trovò nel suo cortile.
Le forche si vedeano ben piantate Nel luogo ove già il pozzo si vedea; Il figlio di colui con crudeltate A un demon da carnefice facea; Il capestro e l'altr'armi apparecchiate Il provido suo figlio allora avea. Tal spettacol vedendo il padre intanto Forte gridò spargendo un mar di pianto.
Gli sgridava lasciar l'uffizio rio, Ma quel sorridendo e non curando La dura impresa lui già proseguia E sopra il rio demon giva montando. A tante strida a tanto mormorio Gran popolo concorse rimirando Lo spettacolo enorme e ognuno presto Per farlo alla giustizia manifesto.
Che sia magico incanto ognuno crede, E per virtude d'infernal magia; Ma il tribunal che lo spettacol vede La cosa vuol sapere come stia. Il padron della casa che si avvede Che questo è solo per vendetta ria, Fu mandato a chiamar afflitto e mesto, Il qual fe alla giustizia manifesto
Che in casa un forestier era venuto Per chieder acqua e gliel'avea negato E come la mattina avea veduto L'obbrobrio, l'ignominia, il duro fato. Gli disser se l'avesse conosciuto Se per città l'avesse riscontrato; Lui rispose di sì con gran duolo; E presto armar fu fatto un grosso stuolo.
Qual seguitando allor le sue pedate, Giunsero in piazza e quivi ritrovorno Il forestiere, e quelle genti armate A quel subito corsero d'intorno, E la vita e le mani incatenate, In un oscuro carcer lo guidorno, Dove, senza di vita amica speme, Sei banditi di vita erano insieme.
Entrato Pietro disse a quelli allora Cosa in quel luogo ci volean fare. Ma quelli, rispondendo; e voi ancora Per qual cagion veniste qui abitare? Credon che Pietro sia di mente fuora A quella gran stoltezza di parlare, E benchè dica liberar li vuole Non però danno fede a sue parole.
Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giorno Avea del nostro mondo come appare, Che Pietro cominciò con viso adorno Con quelli carcerati a ragionare. Gli domandò che cosa in quel soggiorno Gli dava la giustizia da mangiare. Rispose un di coloro in modo irato: Sol che pane, ed acqua ci vien dato.
Rispose Pietro allor: povera gente Così trattati male ora voi siete; Ma vi prometto lesto qui presente Che tutti consolati resterete. Si vidde in quella grotta immantinente Circondare di lumi le parete E una mensa si vide apparecchiata, Di preziose vivande era adornata.
Cena Pietro con gli altri carcerati Ed era ognun di maraviglia pieno, E sazi delli cibi che portati Furon dai Spiriti in quell'oscuro seno, Quando Pietro gli disse: amici grati, Io partir vuò e non fia laccio e freno; Se volete venir, io sarò scorta Per fuora uscir dalla serrata porta.
Preso un picciol carbone a disegnare Incominciò una barca in quell'istante, Indi poi i compagni ebbe a chiamare Che ponessero in quella le lor piante; Ridevan quelli e pur per soddisfare Il suo pensier, che a liberarli è amante, Di sei ch'erano entrar un sol non vuole, Perchè fede non presta sue parole.
Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore. La barca è presto in aria sollevata E se ne uscì dalla prigione fuore, Benchè la porta fosse ben serrata. Per l'aria se n'andava, o gran stupore! Ed in parte lontana è già arrivata; E come l'aurora i raggi spase Ognun di quei trovossi alle loro case.
Ma è d'uopo tornare alla giustizia, Che Barliario volea esaminare. Al carcere ne andò molta milizia Per farlo avanti il giudice parlare, Ma pieni i Saraceni di tristizia, La porta apriro e nol poter trovare; Sol trovato a dormir quel così stolto Che per far da sapiente in lacci è avvolto
Il qual, interrogato, disse come E quanto fatto avea quell'uom straniero Il qual non sa chi sia, nè sa il nome Ma che lo stima il rio Plutone invero. Arricciorsi ai ministri allor le chiome Sentendo raccontar il caso intero; Condusser quello dal Governatore Per fargli raccontar tutto il tenore.
Udito il tutto, il giudice in persona Andiè a vedere se rottura v'era, E la porta trovò valida e buona Sol v'era scritta una leggenda altiera. Dicea: Pietro Barliario s'imprigiona, Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera, Con le porte serrate osò scappare; Andate un'altra volta a ben studiare.
Tornò confuso nella sua maggione, Mentre Pietro in Salerno è già tornato, Che si sentia nel cor tanta afflizione Udendo un suono giorno e notte allato Che in cor gli favellava: empio fellone, In questa estrema età tu sei arrivato Nè ancor vuoi contemplar con luci vaghe Del Crocifisso le pietose piaghe
Sicchè Pietro ogni giorno, benchè rio, Cinque Pater dicea inginocchione Pensando alla bontà del sommo Dio, Che per l'uomo patì tanta afflizione, Era buono il voler, ma il cor restio, Perchè a morbo invecchiato invan si pone O da chirurgo o da persone astute Erba ed impiastro ad apportar salute