Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Part 16
Morto finalmente lo ditto Virgilio ne la cità de Brindisi, secundo como è ditto de sopra, che pot[ette] ave[nere] delle soe osse no è cosa da taceresi e lassaresi sub silencio. In de lo tempo de Rogeri re de Cicilia, de lo quale innanti faremo mencione, seguendo nostra materia, fo uno fisico inglese inclito, de lo preditto re, lo quale, impetra[o] littere da lo ditto re mandate a la università de Napoli, che liberamente devessero dare a lo ditto medico l'ossa de lo ditto Virgilio, le quale ossa isso donate li avea co onne altra cosa che intro la sepoltura vi fosse. A la qual littera e comandamento, la preditta università obedire non volce, temendo che, per lo rimovere delle ditte osse da la preditta cità, non incuressero in alcuna mortalità o alcuno altro danno. Et in parte obedienti foro; imperò che la ditta università de Napoli, conciò sia cosa che lo ditto fisico, una con loro, a lo sepulcro andaro, dove trovaro alcuni libri de nigromancia e de arte magica, li quali stavano in uno vasello de rame chiuso, e posto sotto lo capo de Virgilio, li quali libri lo ditto fisico sinde portò, e l'ossa lassò, chè dare no le volceno li Napolitani. Et azò che le ditte ossa furate non fussero da la ditta sepoltura de notte da lo ditto fisico, che con gran voluntà delle avere cercate le aveva, forono recolte le ditte ossa in uno sacco de coiro per la università de Napoli, e reposte forono a lo castello dell'Ovo. Le quale ossa, in quillo tempo, como una reliquia se mostravano per una grata de ferro, a qualunca vedere le voleano. De poi, ademandato lo fisico, che cosa volea e intendea fare delle ditte ossa; disse che intendea fare una coniuracione, e demendare le ditte ossa de Virgilio con coniuracione, li diceano e manifestavano tutta la arte de Virgilio, si le avesse possute avere per quaranta dì. Ma de po' che la cità de Napoli convertuta fo a la fede de Cristo, le ditte ossa frabicate forono strettamente in uno muro de lo ditto castello, dentro ad uno scringno.
De li quali libri de Virgilio, testifica santo Gervasio pontefice, dicendo: che ne lo tempo de papa Alessio[344], vidi Joanni cardinale de Napoli fare per quilli libri alcuni esperimenti e prove, le quale son tutte trovate verissime. E credesi e tenesi che lo cardinale de Spagnia, in de la notte de la nativitate de Cristo, celebrò tre messe, in tre remote parti de lo mondo, e che isso lo fece per arte de nigromancia acquistata per li libri de Virgilio, li quali in quillo tempo se guardavano dintro de lo tesoro de Roma.
Le soprascritte cose foro tutte fatte innanti la venuta de Cristo, innanti che Cristo si adorasse in Napoli. In de lo quale tempo, li citatini napolitani, secundo la costumanza de li gentili o vero pagani, faceano li sacrifici a li Dei, sopra uno monte appresso Napoli, lo quale mo ei chiamato _Ara Petri_, che sta poco lontano a la cità; e in quisto loco largo e piano, aveano in uso fare li sacrificii innanti la venuta de Petri apostolo; e poi, ad onore e reverencia de lo gloriosissimo apostolo preditto, vi fo edificata la ecclesia. E quisto loco ei chiamato santo Petri ad Ara[345].
XIII.
ANTONIO PUCCI
(Ved. vol. II, pag. 141).
Prisciano portò e porta il pregio della gramaticha, Tulio della rettoricha, Aristotile della logicha, Tubalchai della musicha, Tolomeo della a[s]trologia, e Uclide della geumetria e Pittagra d'arismetricha: e ciascuno de' detti filosafi fece mirabili cose e poi molti altri per solecito istudio ne vennero in grande fama, secondo che d'alchuno faremo mençione e poi seguiremo brievemente d'alquanti vuomini vertuosi e valentri.
Vergilio fu fra gli altri di quegli che grande parte n'aprese, e spetialmente seppe ottimamente astrologia, e dirovi parte delle cose che fece mirabili per ingiengno della detta arte, e quantunche paiono a grossi huomini favole perchè iloro chuore nolle possono conprendere, abi quelle che udirai per vere e per molte picchole arrispetto dell'altre che fare si potrebbono per la detta arte.
Truovasi ch'egli fece una moscha di rame che dove la posa niuna moscha apariva mai presso a due saettate che incontanente non morissi.
Fece uno chavalo di rame che qualunche altro chavallo vivo fosse con qualunche malitia, incontanente, veduto quello, lascia ongni difetto.
Fondò una città overo chastello insù uno vuovo, e quando l'uovo si menava tutta la terra si grollava; e alcun'dicono che questo è il Chastello dell'Uovo da Napoli ch'è ancora in piede.
Fece a una città manchare il fuocho per modo che niuna persona ne potea avere sennone andasse ad acciendere alla natura d'una donna chellavea inghannato e schernito, e non ne potea dare l'uno all'altro. Chosì si vendichassero gli altri huomini delle donne!
Fece uno ponte lunghisimo tutto di marmo che nonne fu mai maestro che sapesse dire in che modo per magisterio umano potesse essere fatto.
Fecie uno giardino che nonne avea altra chiusura che di nùoli bui, e niuno ardiva d'entrarvi se dallui non fosse guidato.
Fece due doppieri che senpre ardevano e non si potevano ispegnere e niente si logoravano.
Fece una lanpana che senpre ardeva sança mettervi olio o altra cosa.
Fece una testa d'uomo di rame con tanta maestria ch'ella rispondeva acciò ch'egli domandava, e una volta fra l'altre la dimandò d'uno viagio ch'egli doveva fare e come ne dovesse arrivare; la testa gli rispuose: se guardi bene la testa arriverai bene. Virgilio intese di quella testa e non della sua, onde per lo chammino il sole chaldissimo gli percosse la tessta tutto giorno e gravollo sì ch'egli se ne puose a giaciere, e crescendo il male ordinò d'essere soppellito a uno castello fuori di Roma, nel quale poi che fu morto per la detta cagione fu soppellito, e ivi sono ancora l'ossa sue; le quali si soleano molto guardare, però che una volta i Romani le vollono rechare irroma, e com'elle furon mosse il mare si turbò maravigliosamente e ghonfiò sì forte chel chastello e Roma ne fu a pericolo; e riposte l'ossa nel luogo loro tornò in bonaccia, e poi non si toccharo mai. E tutte le dette cose e molte magiori fece Vergilio per l'arte della stronomia; e questo fu quello Vergilio sopra il chui dire Dante si fonda, e di chui disse così:
«Or se' ttu quel Vergilio e quella fonte.... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . lo bello istile che mm'à fatto onore.»
(_Dal cod. Riccardiano_ 1922 _a c._ 135ª).
XIV. BUONAMENTE ALIPRANDO
(Ved. vol. II, pag. 147 sgg.).
_Di Virgilio Mantovano gran Poeta, dalla sua natività fino alla morte._
Mantova un suo cittadino avia, Per dritto nome _Figulo_ chiamato; Ricco e pieno tra gli altri si tenia.
Era in natural molto riputato. La donna sua _Maja_ chiamava, Ch'era nata da un uomo scienziato.
Una notte la donna se sognava, Che fuor del corpo suo producia Un ramo lauro, che fior si portava.
E quello ramo poi pomi facia. E una verga le parea di vedire Che fiore e frutto assai si se avia.
Questa donna pur si volea sapire Quel, che questo suo sogno le indicava Innanzi che venisse al partorire.
Un astrologo grande domandava, Che 'l suo sogno le dovesse spianare. E quello a lei molto la confortava.
Dicea: «voi vi dovete confortare Di questo sogno: che vi so ben dire, Che voi v'avete molto a rallegrare.
Un figlio maschio avete a partorire. Sarà saggio, e di scienza ben'imbuto. Non si troverà simil', al ver dire.
E perchè 'l sogno vostro sia compiuto, Per segno della verga de li fiori _Virgilio_ per suo nome sia mettuto.
Il figlio alleverete con amore. Simil di lui alcun non sarà al mondo. Per lui avrete ancora grand'onore.
La donna fece l'animo jocondo. E quando venne lei al partorire: Nacque il figlio maschio tutto, e tondo.
Grande allegrezza si fe' con desire Per lo padre, e per lo suo parentado. Di quel figlio ciascun si avia a dire.
_Virgilio_ per suo nome fu chiamato. Cresciuto al tempo a la scola 'l mandava, Allo maestro molto accomodato.
Più degli altri poi s'imparava. Da tutta la gente era desiato. E da i scolari, che in scola usava.
Nella scola si fu pronominato, Per la testa grossa che lui avia, Da' scolari _Marone_ era chiamato.
Le fattezze dirò che lui seguia: Grande di persona, livido colore, La faccia quasi a rustican trasia.
Omo fu saggio, e di gran valore. In suo tempo undici libri compose. I quali al mondo gli fan grande onore.
Farotti lo nome con chiara vose: _Bucolica_ e _Georgica_ fece. E lo terzo chiamato _Eneidose_.
Ancor _Moretum_ libro si comprese, Con fabulazion d'Egitto ancore, _Æthnam_, et _Culicem_ ancor distese.
_Priapeja_ e _Catalecton_ di valore, _Epigrammata_ ancor compiloe. _Coppam_, e _Diras_ gli fan grande onore.
Altre gran cose, che menzion non foe, Lui fece, che poi fur de grande fama. D'assai gran fatti per scritture trattoe.
Al mondo ciaschedun molto si brama Le sue opere ciascun si desia. Per la virtù di quelle ogn'omo l'ama.
Torniamo ora a Virgilio, che stasia Alla scola per voler'imparare, E tutto l'animo a quello si mettia.
Venne saputo, che non era suo pare. Scienza di medicina s'imparoe. Quella sapea molto ben'oprare.
D'apprender'oltre molto desidroe. Nel Studio de Milano e de Cremona Stette tempo. Poi partirsi curoe.
Tornò a Mantova con la sua persona. Non li piacea ben voler lì stare. La terra e li suoi beni si abbandona.
E pur'in Grecia si se mise andare, Dove de ogni scienza s'imparava. Volle ad Atene andare a studiare.
Stette buon tempo, e poi si ritornava; A Mantova ritornò scienziato. Di sua venuta ciaschun s'allegrava.
Dietro a questo pochi anni stato, Gran guerra fue tra lo Imperatore, E Antonio grande Romano chiamato.
Di vittoria Ottaviano ebbe l'onore. A Roma con sua gente si tornava. Gran festa fu per Roma fatta allore.
Ottaviano subito pensava Rimunerare li suoi Cavalieri. E in questo modo lui si se ordinava,
In Lombardia fece suoi pensieri, Che quelli che servito lui avia D'ogni gente cavalieri e scudieri,
Per meritar le terre li scrivia, Che di ben d'altri fosse dato allore, Di case e possessione darli balia.
Chè quando quella guerra fu tra lore, Cremonesi con Antonio tenia, Contro d'Ottavian con suo valore.
Per lo simil la città di Pavia, Piacenza, Parmigiani, e Modenesi, E anco Mantova pure ne sentia.
E per questo Ottavian sì fesi, Che i ben di que' cittadini tolese; Per vendicar le ricevute offesi,
De' suoi mandò, che stribuir devese Tutti li beni, come a lor piacia. Compito fu, chè non ci fur difese.
Tutto quel di Cremona dato avia. Ario Centurione fu mandato. Venne a Mantova con sua compagnia.
Tutti li beni di Virgilio dato Furono ad Arrio integramente. E Virgilio ne fu molto turbato.
Notabilmente verso scrisse di presente:
_Mantua vae miserae nimium vicina Cremonae!_
Di Mantua partì immantinente.
Verso di Roma si prese ad andare, Per voler esser dallo imperatore, Con speme de' suoi ben recuperare.
In Mantova si era gran dolore. Li cittadini rubar si vedia. Gran pianti per la terra furo allore.
Arrio con sua grande tirannia, Consentia a ciaschun ogni malfare; Dando loro e alturia e balia.
La Torre del Comun fece ammezzare, Che Campanil ad esso si se chiama Di Santo Pietro, come ad esso pare.
Ritorniamo a Virgilio che si brama D'essere a Roma con Ottaviano Male contento e con la mente grama.
Giunto a Roma pensier fece non vano, Dimestichezza d'alcun non avia; Pur la prese di un valente romano.
E con quello parlava, e li dicia Del suo fatto, e come gli era stato, E quali modi a lui si paria
Tener dovesse. Lui ebbe pensato, Che supplicanza a Ottaviano desse, E per tal modo lui saria ascoltato.
A Virgilio non parve che piacesse. Da lui partito, termina altro fare, Che a Ottavian voglia venisse
Di volerlo conoscere, e parlare. Così nella sua mente ebbe pensato Di voler tempo un poco aspettare.
Lo Imperatore ordin'avia dato, Di voler l'altro giorno cavalcare Fuor della terra, dov'era ordinato.
La notte gran pioggia con gran tonare. Lo giorno fatto 'l tempo si chiaria. L'Imperator si mise a cavalcare.
Virgilio due versi si facia Li quali aviano questo tenore. Sulla scranna imperial li mettia.
_Nocte pluit tota: redeunt spectacula mane,_ _Divisum Imperium cum Jove Caesar habes._
Questi versi vide lo Imperatore. Volle sapere chi fatti gli avia. Egeus poeta si dava l'onore. Gran vergogna dietro ne ricevia.
_Come Virgilio messi nella Catedra imperiale d'Ottaviano altri versi, si fece grande onore._
Quando Virgilio questo sapia, Volle che l'imperator si sapisse, Che de' versi gli era detto bugia.
Altri versi di subito lui scrisse, E in questa forma si fu lo suo dire, E alla scranna imperial li misse.
_Hos ego composui versus: tulit alter honorem._ _Sic vos non vobis._ _Sic vos non vobis._ _Sic vos non vobis._ _Sic vos non vobis._
Lo Imperatore si volle sapire, Qual'era che questo scritto gli avia. Alcuno di Virgilio viengli a dire.
Ordinoe che per lui mandato sia. Volle da lui sapere la certezza, Se quelli versi lui pur scritto avia.
Rispose, gli parea gran follezza, Ch'alcuno nome si volesse dare Di quello, che non era sua fattezza.
E che dovesse per Egeus mandare, Che i versi manchi compire dovesse Chi fece gli altri, lo sapea ben fare.
Ordinò che per Egeus si mandesse. Venuto, l'Imperatore gli dicia, Che i versi manchi compire dovesse.
Egeus di presente rispondia, Che quelli versi non sapria compire. E Virgilio a lui sì gli dicia.
«Imperator, questo vi so ben dire; Chi fece gli altri, saprà anco fare, Se comandate, che si dean compire.»
Lo Imperatore si ebbe a comandare, Che quelli versi compir si dovesse. E Virgilio si ebbe a cominciare.
_Sic vos non vobis vellera fertis oves._ _Sic vos non vobis fertis aratra boves._ _Sic vos non vobis mellificatis apes._ _Sic vos non vobis nidificatis aves._
Egeus col suo animo dimesse, Con vergogna disse all'Imperatore. Che di lui misericordia si avesse,
Che non guardasse al suo grande errore Di quello che lui si se avea vantato: Aveal fatto per avere onore.
Lo Imperatore gli ebbe perdonato. Conobbe di Virgilio 'l gran sapire, Di presente l'ebbe ricomandato.
Pollione e Mecenate, al vero dire; Possenti eran coll'Imperatore, E tra di loro si ebbono a dire,
Per fare a costui un grande onore, Togliemo a far con lui domestichezza, E a udire nello dire il suo valore.
Furon con lui con piacevolezza. Virgilio con loro si parlava, L'ebber'udito, e n'ebber allegrezza.
Virgilio ancor si lor contava Di sua venuta la vera cagione; E ambedue molto lo ascoltava.
Mecenate dicea a Pollione, L'Imperatore dovesse pregare, Che render gli facesse sue ragione.
Di presente si fecero a parlare Allo Imperatore gli dicia Di Virgilio gli viene a recitare.
L'Imperator che volontier gli odia, Per Virgilio subito ebbe mandato. Che lui a bocca udire lo volia.
Virgilio 'l fatto suo ebbe contato. Lo Imperator'allora comandava, Ch'a Mantova fosse scritto e mandato.
E lettere al presente si ordinava, Che gli suoi beni gli fosser renduti. Virgilio comiato si pigliava.
Infra certi termini compiuti Promise lui a Roma di tornare. Giunse a Mantova. Furo a lui venuti
Tutti gli amici suoi a visitare, Domandando come lui fatto avia. Virgilio a loro gli ebbe a contare.
Poscia da Arrio lui si se ne gia, Le sue lettere si gli appresentava. Comandò che i suoi ben renduti sia.
Come gli ebbe lui si se ordinava De' suoi fatti come si dovea fare; E verso Roma tosto ritornava.
Giunto a Roma si fece appresentare Avanti d'Ottaviano Imperatore. E lui lo fece ben molto accettare.
Pollione allora e Mecenate ancore Lo videro con gran piacevolezza, Ciascun di lor mostrando grande amore.
Poco stete ch'egli ebbe un'allegrezza. Fatto fu Cancellier d'Imperatore, E 'l maggiore tenuto per certezza.
Ciascuno gli facea grande onore. Filosofo, e Poeta di grandezza, Di Rettorica si era lo maggiore,
L'avvenimento di Crist profetizoe: Nella Bucolica sua di valore Questi notabil versi compiloe:
_Jam redit et Virgo, redeunt Saturnia Regna,_ _Jam nova progenies Coelo demittitur alto._
La gran scienza di lui si se spande. Pollione e Mecenate lo pregare, Che far lor debba una grazia grande.
A lui piacer debba di dover fare Alcun'Opera, che gli renda fama, La qual si sia nello poetare. Voglia far questo, ch'e' n'hanno gran brama.
_Come Virgilio compilò tre Libri Poetici, i quali li fanno e faranno al mondo grande onore._
Virgilio, che molto lor si amava. Per Pollion la Bucolica compose, Per Mecenate Georgica apparava.
Ancora Ottavian con la sua vose, Volle che d'Eneas si descrivesse. Di farlo volontier lui si dispose.
_Come Virgilio s'innamorò in una giovane figlia d'un grande Cavaliero Romano, e come quella lo svergognò._
In questi tempi mostra che nascesse, Che Virgilio si se innamorava D'una giovine, che assai gli piacesse.
Quella donna poco di lui curava. Figlia era d'uno cavalier valente. Ma pur Virgilio molto la cacciava.
Virgilio era di persona possente. E passati trent'anni si se avia, Quando a quella donna pose mente.
Quella Donna allo suo patre dicia Dell'assedio che Virgilio le dava. Quel cavalier dispetto ne prendia.
Il suo animo subito pensava, Di vergognar Virgilio grandemente. Colla figliuola modo si trattava.
Questo cavalier' in Roma possente, Un Palazzo con una Torre avia, Che di bellezza era appariscente.
Alla figliuola ordine dasia, Ch'essa a Virgilio dovesse mostrare Con tutti gli atti, che ben gli volia.
E col suo messo dovesse trattare, Lo quale a Virgilio dicesse, Ciò ch'e' volea, era contenta fare.
Ma una cosa volea, ch'e' sapesse. Che lo palazzo allora era chiavato. Non c'era modo ch'aprir si potesse.
Ma una cosa si avia pensato: Che per la torre lui possiasi andare, Se lui serbasse l'ordin per lei dato.
Con una fune si possia mandare Una corba, in la quale lui entrasse, E quella suso si faria tirare.
Lo messo andò a Virgilio, che pigliasse Ordin del dì, che ciò far si dovia. Al cavalier grande allegrezza nasse.
Venne lo giorno che l'ordine avia. Virgilio andò con quell'ordine dato. Di notte nella corba si mettia.
A mezzo della torre fu tirato; E la fune di sopra si firmava. Si rimase Virgilio vergognato.
La mattina i Romani se ne andava A veder Virgilio com'e' stasia Nella corba. E ciascuno lo beffava.
Ottaviano, che questo sentia Mandò, che giuso fosse assogato. Fu fatto. E molto lo riprendia.
_Come Virgilio si vendicò della vergogna ricevuta dalla donzella, e svergognolla._
Virgilio che si vede vergognato, In suo animo subito pensava, Di far vendetta ebbe terminato.
Fece che 'l foco tutto s'ammorzava. Non si trovava alcun che foco avesse. Lo popolo Roman si lamentava.
Ottaviano, al qual molto rincresse, Per tutti gli suoi savi mandava, Che d'aver foco modo si trovesse.
Tutti quanti a lui si se scusava, Che d'aver foco nol saperia fare. E per Virgilio allora si mandava.
Lo Imperatore si prese a pregare Virgilio, che modo debba tenire, Che di foco Roma faccia abundare:
Virgilio allora si li viene a dire, Che se foco si devia ritrovare, Convien, che 'l cavalier faccia venire
Sua figlia in piazza, e quella acconciare In quattro piè col cul scoperto stia; Chi vorrà foco, al cul vada a impizzare.
A lo Imperatore quest'increscia, Ch'era figlia di nobil cavaliere. E gran vergogna a lui si ne saria.
E pur di foco si facea mestiere. Che senza quello non si possia stare, Fu mandato per quello cavaliere.
Lo Imperator sì gli prese a parlare: «Io mi scuso, ma pur convien che sia, Che senza foco non possemo stare.
Per tua figliuola si convien fia. Da Virgilio noi così si abbiemo, Altro modo non c'è a ricuperare.
E pur vendetta noi ben sì veggemo, Che Virgilio si è ora la cagione; Ma fatto che sia, ben lo pagheremo.»
Lo cavalier con mala intenzione Rispose: «Sia pur quello che a voi piace.» Di far vendetta avea cor di lione.
La donna in quattro piè posta si giace, Lo culo discoperto si tenia. Per foco va a chi bisogno face.
L'uno all'altro dar foco non potia, Perchè e l'uno e l'altro s'ammorzava. Per se ogni casa tor ne convenia.
Molti giorni passati già si stava, Anzi che Roma di foco fornesse. Lo cavaliere gran dolore portava.
Ma Virgilio che a lui non incresse Per vendicarsi, allegrezza facia. Contento era, che ciascun sapesse,
Che quello incanto lui fatto avia, Per voler la sua beffa vendicare, Non curando di quel che si dicia.
Di foco fornita senza mancare Che fue Roma tutta a compimento, La donna a casa fu fatta tornare,
Lo cavalier facea gran lamento A lo Imperatore, e si dolia, Che fatto gli era sì gran tradimento.
Che di questo giustizia far debia; Che la figliuola e lui son vergognati; O che Virgilio a lui dato ne sia.
L'Imperator rispose: «Non dubitati, Che questa cosa io lasci passare. Sarà punito de li suoi peccati.»
Per Virgilio allora fe' mandare. Presente il cavaliero a lui dicia: «Dura morte hai meritata fare.
Voglio che di te giustizia si fia: Questo cavaliere hai vergognato; Gran male è stato per la fede mia.»
Quando Virgilio ebbe ascoltato Lo Imperator, sì cominciò a parlare: «Santa corona, dite, che ho fallato?
La verità non si può già celare. Qual più di me è stato vergognato? Chi offende, offesa convien portare.
Questo gentilomo non ha guardato Nel suo fare se non a vergognarmi. Far lo simile a lui ho proccacciato.
E se alcuno colpa volesse darmi Che quello che a me fece fu ragione, Perchè in diletto io volia starmi
Con la figliuola, che mi die' cagione D'aver con lei piacere e diletto; Cercava ben di darvi compigione.
Lui che del fatto sapea lo effetto, Dovea la sua fiola castigare, Nè vergognarmi con tanto diletto.
Se 'l fosse savio, avria saputo fare, Che lui non me non saria vergognato. Al suo voler si volle soddisfare.
Tutte queste ragioni v'ho allegato. Voi ben sapete quello, ch'è l'amore: Che molti saggi in quello ha fallato.»
L'uno e l'altro udia l'Imperatore. Ma in effetto più duro gli paria La vergogna fatta e lo disonore.
E compiacere al cavalier volia. Virgilio in prigion fece cacciare. Lo cavalier contento avia.
_Come Virgilio fu imprigionato, e come egli uscì di prigione per incantamento._
Le prigioni di Roma è da notare. Un muro d'intorno alto si gia, E accasato dove li posia stare.
Nel mezzo gran cortile si se avia Dove lo dì li prigionieri stava, E lì tra lor piaceri si desia.
Virgilio d'andarsene pensava Nel cortile una nave disegnoe. Li prigionieri tutti dimandava.
D'andar seco tutti loro pregoe, Dicendo, se con lui volia andare. Alcun per beffa d'andar' accettoe.
In quella nave si li fece entrare. A ognun per remo un baston dasia. In sua poppa si se mise assettare.
E a ciascuno di loro sì dicia: «Quando comanderò che navigari, Ciascun di voi a navigar si dia;
E niente a farlo non ve indusiati Da le prigioni tutti ci usciremo. Condurrovvi. E sarete liberati.»
Quando gli parve, disse: «Date al remo.» Ciascun mostrava forte navigare. La nave si levò. Disse: «Anderemo.»
Fuor del cortile si vedeva andare; In verso Puglia la nave tirava. Per aria la detta si vedea tirare.