Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Part 10
Come all'idea del profeta, così Jean d'Outremeuse ha saputo dare grande sviluppo all'avventura della cesta che, amplificata e modificata, costituisce il fondo di tutta la parte galante della sua biografia virgiliana. Poche donne furono così perdutamente innamorate quanto fu di Virgilio, che pur non avea mai veduto ma di cui molto avea inteso parlare, la bella Febilla figlia di Giulio Cesare. Tanto cocente ed irrefrenabile fu questo amore, che posto da banda ogni riguardo, chiamato a sè Virgilio, l'imperiale donzella gli fece la seguente troppo disinvolta dichiarazione: «Sire Virgile, dites-moy se vos aveis amie; car se vos me voleis avoir, je suis vostre por prendre à femme ou estre vostre amie; s'il vos plaiste.» Virgilio rispose che veramente, quanto a prendere moglie, non era ne' suoi desiderî, ma che l'amerebbe volentieri, se così le piaceva. Così incominciò fra loro una tresca amorosa che durò a lungo. Intanto Virgilio operava prodigi, e col crescere della sua fama, cresceva in Febilla a dismisura l'amore e la voglia di chiamarsi sua legittima consorte. Ogni volta però che Febilla toccasse questo tasto, e ciò accadeva sovente, Virgilio rispondeva che pel momento aveva altro a pensare, «ilh moy convient penser à outres chouses», e che i suoi studi non gli permettevano di ammogliarsi; se però un giorno gli venisse questa voglia, essa sarebbe la preferita. Ma quel giorno non arrivava mai, e Febilla insisteva; e Virgilio duro. Finalmente stanca di vedersi rimandare alle calende greche, un bel giorno inventò una favola del babbo che aveva tutto scoperto e minacciava terribili punizioni. Non l'avesse mai detto! Virgilio che la sapeva più lunga di lei, rispose che raccontasse ad altri quelle fandonie, e che di matrimonio egli non ne voleva sapere; però se le piacesse, volentieri continuerebbe la loro relazione come prima. Febilla sdegnata finse accettare, meditando vendetta; disse che il padre, per impedire ogni rapporto fra loro, voleva rinchiuderla in una torre; ch'essa però gli proponeva di farlo entrar dalla finestra, facendolo tirar su in una cesta. E qui ha luogo il fatto che già conosciamo, ma in modo ben diverso. Jean d'Outremeuse s'è accorto di ciò che abbiamo notato, che cioè il Virgilio mago della seconda parte del racconto mal si poteva accordare col Virgilio beffato della prima; quindi ha introdotto in questa una variante che toglie la contradizione. Virgilio, secondo il suo racconto, s'accorse della trappola che gli era tesa, ma per fare che a Febilla succedesse come ai pifferi di montagna, finse di non accorgersene, e nella cesta fece entrare uno spirito che animava un fantoccio di sembianza affatto eguale alla sua. Lo spirito recitò benissimo la sua parte, e quando il giorno dipoi l'imperatore, chiamato a punire lo scellerato seduttore di sua figlia, sguainata la spada, diede un gran colpo sul capo al supposto Virgilio, rimase tutto sconcertato vedendo uscire dalla ferita, in luogo di sangue, un fumo puzzolente e così denso che i Romani si trovarono al buio come di notte.
Non contento di ciò, Virgilio se ne andò da Roma portando via il fuoco, ma mosso dalle preghiere dell'imperatore e del popolo romano, si piegò a far la pace. Non potè tenersi però dal fare un altro brutto scherzo alla povera Febilla, poichè dispose in modo coi suoi incanti che tutte le donne che trovavansi in un certo tempio, si mettessero a proclamare ad alta voce ogni loro segreto; e fra queste era Febilla, che pare ne raccontasse delle belle. Intanto ha luogo la morte di Giulio Cesare, a cui succede Ottaviano, a dispetto della vedova che pretendeva il trono toccasse a lei. D'accordo colla figlia Febilla, essa cerca il modo di sbarazzarsi di Ottaviano e di Virgilio, grande ausiliare di lui. Ma Virgilio, che tutto sa e tutto prevede, organizza col mezzo dei suoi spiriti una nuova burla, che qui per brevità non raccontiamo, in seguito della quale le due donne, credendo avere ucciso Ottaviano e Virgilio, s'accorgono d'avere ucciso due mastini. Virgilio che però alla burla volea far seguire la punizione, va su tutte le furie quando sa che le due colpevoli si son dileguate per opera del senato, e, nell'ira, abbandona Roma per sempre, portando via il fuoco e facendo sapere ai Romani che se ne vogliono avere vadano a procurarsene sulla persona di Febilla. Costei costretta a sottoporsi a quel supplizio, muore di vergogna e di rabbia. E qui finiscono i rapporti di Virgilio col sesso femminile, secondo il _Mireur des histors_. Della _Bocca della verità_ parla anche Jean d'Outremeuse, ma dell'aneddoto a questa relativo non fa parola.
Come i lettori avranno già osservato, Jean d'Outremeuse non ha fatto che amplificare più che ha potuto i vari dati della leggenda, riducendola ad un assieme più compatto, ritoccandone e rafforzandone i tratti principali. Ma questa sua versione rimasta confinata in una cronica voluminosa e di poco grido, mentre come sintesi ci offre il quadro di tutto uno stadio della leggenda, rimane un'opera individuale affatto sprovvista di conseguenze nella vita della leggenda stessa che non ne subì l'influsso. Infatti il libretto popolare relativo a Virgilio, che troviamo notissimo e diffuso in Europa fin dal secolo XVI, ha un carattere affatto diverso da questa versione, colla quale non ha in comune che alcuni racconti attinti alle stesse sorgenti. Basta un leggero esame per accorgersi che questo libro è nato certamente in Francia[299]. Non se ne conoscono manoscritti, ma non pare che la sua composizione sia anteriore all'invenzione della stampa, e la più antica versione stampata che se ne conosca è la versione francese, intitolata: _Les faits merveilleux de Virgille_, della quale esistono più edizioni rarissime del principio del secolo XVI e due stampe moderne, anch'esse assai rare[300]. La popolarità di questo libretto fu tale che passò tradotto a varie nazioni. Se ne conoscono a stampa tre traduzioni, inglese[301], olandese[302] e tedesca[303], oltre ad una inedita islandese[304]. Come accade nelle traduzioni dei libri popolari, queste presentano delle varianti, ma di poca entità, come quelle che se aggiungono un racconto o ne sostituiscono talvolta uno ad un altro, non alterano punto il carattere generale del romanzo.
L'idea del profeta, che è tanto sviluppata ed ha sì gran parte nella favola tessuta da Jean d'Outremeuse, manca totalmente nel libretto popolare. In questo inoltre, quanto ai fatti maravigliosi operati da Virgilio, non s'incontra quell'opera d'erudito che offre Jean d'Outremeuse, il quale ne cerca dappertutto, e non vuole ometter nulla di quanto ha trovato scritto intorno a ciò. Nei _Faits marveilleux_ una quantità di queste opere, particolarmente di quelle che consistono in talismani, come la mosca, il cavallo e simili, sono omesse. In compenso, altre parti della leggenda sono trattate con assai maggior libertà, di quello lo siano presso Jean d'Outremeuse.
Incomincia il libretto con una leggenda relativa alla fondazione di Roma e della città di Reims, leggenda che esisteva già indipendentemente dal libretto virgiliano e che incontriamo nel _Roman d'Atis et Profilias_[305]. Virgilio nacque da un cavaliere delle Ardenne, non molto dopo fondata Roma, e quand'ei venne alla luce tutta Roma tremò. Mentre studiava a Toledo seppe che alla madre erano stati usurpati i beni, e chiamato da essa, accorse a Roma. Non avendo potuto ottenere giustizia dall'imperatore[306], egli perseguita i suoi nemici con incanti, e assalito dall'imperatore stesso nel suo castello, sa fare in modo colle arti magiche che questi deve rinunziare a fargli guerra, e deve reintegrarlo nei suoi beni. In questa aggiunta è facile riconoscere, come idea fondamentale, una reminiscenza di un fatto biografico tramandato dall'antichità intorno a Virgilio, e ben noto a chiunque ha letto la prima ecloga. L'avventura della cesta che in Jean d'Outremeuse ha subito tutti quei cambiamenti che abbiamo visto, nel libretto rimane intatta. A questa però ed all'aneddoto relativo alla _Bocca della verità_ (cambiata in questa versione nella bocca di un serpente di bronzo), sono venuti ad aggiungersi altri fatti che danno al libretto tutte le caratteristiche del romanzo. Virgilio era ammogliato; e fra le tante cose di pubblica utilità avea fatto una statua che si teneva librata in aria ed era visibile da ogni punto della città. Questa statua avea la proprietà di scacciare da qualsivoglia donna la vedesse ogni men casto pensiero[307]. Ciò non parve bello alle Romane, che istigarono la moglie di Virgilio a toglier di mezzo quell'impaccio; e costei di fatti, in un momento in cui suo marito era assente, servendosi di un maraviglioso ponte fatto da lui, la buttò giù. Virgilio tornò, si crucciò, e ripose la statua al posto; la moglie di nuovo esortata dalle Romane, volle gittarla giù; ma questa volta il marito la colse sul fatto, e la mandò a raggiungere la statua. Scoraggiato allora ei rinunziò a lottare colle male voglie femminili: «pour bien je l'avoye faite (la statue); mais plus ne m'en meslerai et facent les dames à leur voulentè»[308].
Se anche questo aneddoto è aggiunto agli altri due nello stesso spirito persecutore del sesso femminile, non così le altre avventure galanti che a questo fan seguito. Disgustato della moglie, Virgilio si rammenta d'aver udito parlare di una bellissima figlia del Soldano di Babilonia. In un baleno arriva presso di lei, la seduce, e la trasporta per l'aria fino a Roma. Quando però la damigella volle tornare presso suo padre, egli immediatamente la riportò là dove l'avea presa e tornò a Roma. Il Soldano chiese alla figlia dove fosse stata e con chi, e questa raccontò tutto l'accaduto, tranne il nome del rapitore, a lei ignoto. — Quando egli ritorni, le disse il Soldano, pregalo di darti alcune frutta del suo paese. — E così essa fece; e il Soldano conobbe di qual paese fosse il seduttore di sua figlia. Ma ciò non bastava. — Quando egli ritorni, ingiunse di nuovo il Soldano alla figliuola, tu farai in modo che, prima di porsi a giacere, beva di una pozione soporifera che io ti darò; così sapremo chi egli sia. — Ma la vera ragione di questo agguato, era ch'egli voleva impadronirsi del seduttore per punirlo. Ed infatti Virgilio e la sua druda presi e legati e posti in prigione, furon condannati ad essere arsi vivi. Ma il giorno dell'esecuzione Virgilio fece un incanto tale che al Soldano e a tutti quanti lì erano parve che il fiume straripato allagasse. Tutti credendosi sott'acqua e minacciati d'affogare, facevano atto di nuotar disperatamente, mentre il mago, dinanzi agli occhi loro sollevatosi in aria, trasportava a Roma la sua bella. Proponendosi di darle marito e volendo accrescerle la dote, fondò per lei la città di Napoli, tanto bella, che l'imperatore di Roma, invogliatosi d'averla, l'assediò; ma Virgilio coi suoi incanti lo costrinse a ritirarsi, e la damigella allora fu maritata ad un nobile di Spagna che aveva aiutato Virgilio nella difesa della sua città[309]. In Napoli egli pose una scuola di negromanzia, fece un ponte per uso dei trafficanti, e molte altre belle cose, fissandovi la sua dimora finchè morì.
La leggenda per lo innanzi, come abbiam visto, aveva accettato, aggiungendovi certe circostanze, la tradizione storica relativa alla morte di Virgilio. Ma a chi compose i _Faits merveilleux_ non parve degno di un tanto uomo il morire d'una semplice e volgare infiammazione cerebrale. Secondo la versione francese di questo libretto popolare, Virgilio un dì, essendosi posto in mare per diporto, fu sorpreso da una forte burrasca e non si rivide più, nè se ne seppe più nuova. Più grandioso e più degno della sua vita è il genere di morte che a lui fa fare la versione inglese, olandese e tedesca. Virgilio accortosi d'esser vecchio, volle aver ricorso alle sue arti per ringiovanire. Dopo aver dato tutte le istruzioni necessarie al suo servo fedele, si fece tagliare a pezzi e salare da costui. Tutto essendo stato eseguito con esattezza, la cosa procedeva assai bene e la rigenerazione già cominciava ad effettuarsi. L'imperatore però che, divenuto amico grande di Virgilio, molto stava in pena non vedendolo da più giorni, sopraggiunto inopportunamente, ruppe, senza saperlo, l'incanto. Allora fu visto un fanciullino tutto nudo fare tre volte il giro della tina che conteneva le carni di Virgilio, gridando: «maledetta l'ora che qui venisti»; dopo di che sparì, e il poeta rimase morto. Questo racconto che rammenta l'antica favola di Medea e Pelia, s'incontra non di rado negli scrittori del medio evo[310] senza il nome di Virgilio, al quale lo troviamo applicato assai tardi. Per una singolare combinazione esso fu applicato anche a Paracelso che nelle sue opere parla di Virgilio mago!
L'avventura colla figlia del Soldano affatto diversa nell'indole sua da tutte le altre, nelle quali Virgilio figura alle prese colle astuzie femminili e in guerra col bel sesso, è in questo libretto un'aggiunta presa certamente, come le altre aggiunte d'altro genere, da altri racconti popolari[311] e forse da qualche romanza spagnuola. Certo, benchè da lontano, non ad altro che a questo dei racconti virgiliani può ravvicinarsi il _Romance de Virgilio_[312] che troviamo nel _Romancero_ del 1550. In esso il Virgilio della leggenda è appena riconoscibile; il mago potente e prepotente s'è dileguato, non però per cedere il posto al profeta, all'enciclopedico e molto meno al poeta. L'unica caratteristica che rammenti il Virgilio leggendario in questa romanza è quella dell'innamorato. Virgilio in essa è un buon _hidalgo_ che punito per una colpa amorosa, sopporta la pena con santa pazienza, ed in premio della sua rassegnazione ottiene l'oggetto dei' suoi desideri, da cui è riamato, e con cui si marita in grazia del re e di monsignore arcivescovo[313]. Riferirò qui la romanza stessa tradotta pedestremente:
«Comandò il re che Virgilio fosse arrestato e posto in luogo sicuro per cagione di un tradimento ch'ei commise nel palazzo reale, poichè fece violenza ad una giovane chiamata donna Isabella. Sette anni lo tenne in prigione senza che di lui si rammentasse. E una domenica stando a tavola[314] di lui si rammentò. — Miei cavalieri, e Virgilio? che n'è di lui? — Allora parlò un cavaliero che a Virgilio portava affetto: — «prigione lo tiene tua Altezza, in carcere lo tiene.» — «Su mangiamo, mangiato che avremo si andrà a veder Virgilio.» — Allora parlò la regina: — «Senza di lui non mangerò io.» — Alle carceri sen vanno là dove Virgilio sta. — «Che fate qui Virgilio, Virgilio che fate?» — «Signore, pettino i miei capelli e pettino la mia barba. Qui mi crebbero e qui dovranno incanutire, che oggi compiono sette anni da che mi facesti arrestare.» — «Chetati, chetati Virgilio, che a dieci ne mancano tre.» — «Signore, se l'ordina tua Altezza, tutta la vita mia ci rimarrò.» — «Virgilio, in premio di tua pazienza verrai a mangiar meco.» — «Lacere sono le mie vesti, nè così posso presentarmi.» — «Io te ne darò, Virgilio, io ordinerò che te ne diano.» Ciò piacque ai cavalieri e piacque alle donzelle, e molto più piacque a una dama chiamata donna Isabella. Chiamano un arcivescovo e con Virgilio la maritano. Ei la prende per mano e seco la mena in un verziere.»
Così si chiude la lunga storia delle varie e bizzarre vicende che subì la grandiosa nominanza del poeta fino a tutto il medio evo. Dopo il secolo XVI le leggende virgiliane si dileguano e solo ne rimane la notizia agli eruditi. Il regno della credulità vacillava e cadeva; le fole e i fantasmi ch'esso generò, nudrì, e accreditò sparivano dinanzi alla luce viva della ragione e della critica irresistibilmente progredienti e trionfanti, dinanzi alla filosofia dell'esperienza che segnava per sempre la via unicamente sicura alla indagine del vero. Da queste irradiata, la più alta e nobile regione dell'attività umana liberavasi dai prodotti degli spiriti incolti, dai sogni di un'epoca di aberrazione, e li eliminava dall'opera del pensiero scientifico ed artistico. La cosa però non avveniva senza contrasti, e poichè già propriamente scientifica era la nuova via sulla quale il pensiero si spingeva, le tracce delle leggende virgiliane incontransi ancora per qualche tempo in talune opere dotte che hanno per soggetto le scienze occulte. Già nei secoli XV e XVI Tritemio, Paracelso, Vigenère, Le Loyer ed altri in opere di tal natura rammentavano le leggende della magia virgiliana, e ci credevano, ed anche le aumentavano[315]. Poi nel secolo XVII agitavasi fervidamente la questione se la magia e la stregoneria fossero veramente cosa reale[316], questione puerile adesso, ma paurosamente seria quando essa era sollevata dalle fiamme dei roghi e dalle grida dei torturati; e quelli che opinavano affermativamente rammentavano talvolta anche la magia virgiliana come verità storica. Uomini che per la tempra dell'animo e la forma del loro pensare aderivano ancora al medio evo, non riuscivano a persuadersi che un _cancelliere_ quale fu Gervasio di Tilbury, avesse potuto narrare cose non vere[317]. Ma l'assennato e dotto Gabriele Naudé distruggeva quelle e tante altre simili favole in un libro che rimase celebre[318], e che oggi può parere opera facile ed ingenua, ma non era tale allora, nè infatti le mancarono oppositori. Il progresso ulteriore e il completarsi del rinnovamento intellettuale fece poi dimenticare a lungo il medio evo e vederlo come cosa lontana, poco degna di attenzione e poco intelligibile. Le leggende virgiliane rimasero allora rammentate talvolta dagli eruditi come una curiosità, e come curiosità si conservavano in talune raccolte di oggetti antichi alcuni specchi magici ai quali trovavasi attribuito il nome di Virgilio[319]. Nei tempi più prossimi a noi, quando cominciava quel movimento di studi sul medio evo che tanto ha arricchito e illuminato la scienza ai nostri giorni, l'idea che si aveva dell'antico poeta latino era tanto lontana dall'idea medievale che mal s'intendeva come mai quelle leggende avessero potuto prodursi, e più d'un dotto ricusò di credere che in esse si trattasse del grande poeta latino, preferendo riferirle a Virgilio vescovo di Salisburgo, o ad un altro qualunque Virgilio medievale[320]. L'idea era erronea certamente ed avea contro di sè ogni sorta di fatti evidenti che è facile rilevare dal nostro volume, certo però essa era più sbrigativa di quella via lunga e intralciata che noi abbiam dovuto seguire per intendere nelle sue cause, nella sua natura e tutto intiero il Virgilio delle menti del medio evo.
In quanto è tradizione orale popolare, le leggende virgiliane non rimasero vive dopo il medio evo che a Napoli e nel resto dell'Italia meridionale, ove nacquero prima[321]. Sul Monte Vergine erano in piena vita nel secolo XVII. Il P. Giordano, abate di quella congregazione, le accetta come cosa storica, tessendo una strana biografia del poeta, con opera di erudito, per la quale, oltre alle fonti storiche e leggendarie già conosciute, si appoggia anche alla tradizione orale, aggiungendo però anche molto che è evidentemente di sua invenzione[322]. Secondo il P. Giordano, Virgilio aveva l'idea fissa di intendere il significato dei libri sibillini, nei quali alludevasi alla venuta di Cristo. I versi che segnò nella 4.ª ecloga erano desunti da quelli, ma senza ch'ei ne intendesse il vero valore. Tanto studiò per intenderli e tanto si rammaricò di non riescire che ne ammalò; per rimettersi in salute chiese d'andare a Napoli, e Ottaviano lo fece console di questa città. Per riposarsi delle gravi cure del consolato andò a passare alcuni giorni in Avella, ove intese parlare del famoso oracolo di Cibele che allora trovavasi su quel monte che poi fu chiamato Montevergine. Andò ad interrogarlo sul significato delle profezie sibilline, ma non ottenne risposta; rinnovò la domanda e l'oracolo disse: «Satis est; discedite»; importunato però sempre più, l'oracolo rispose: «satis est; nondum tempus.» Credendo ciò promettesse una risposta per l'avvenire, Virgilio fecesi una villa su quel monte per dimorarvi e posevi il noto giardino maraviglioso e medicinale. Ma risposta non ebbe mai; di che venne in tanta malinconia che sempre gemeva e sospirava. Finalmente perduta ogni speranza, risolvette di abbandonare i libri sibillini e darsi alla composizione dell'Eneide e intraprese quel viaggio di Grecia e d'Asia che gli fu fatale. — In questa narrazione, esposta molto prolissamente dall'autore, troviamo una combinazione di elementi storici e leggendari con elementi fantastici del tutto nuovi, dovuti certamente al P. Giordano, che per essi non cita alcuna autorità orale o scritta, come suol fare quando può.
A Napoli seguitarono quelle leggende, non senza modificarsi, a vivere a lungo sulla bocca del popolo, ed ancora al principio di questo secolo ne fanno menzione parecchi visitatori di quella città[323]. Uno di questi parla di una visita ch'ei fece alla _Scuola di Virgilio_[324] e riferisce, non sappiamo quanto fedelmente, parte della sua conversazione con un vecchio pescatore da lui trovato colà e che dimorava ivi presso. Questi gli diceva: «Si sieda colà su quel muricciuolo; là soleva sedersi Virgilio. Ivi l'hanno spesso veduto col libro in mano. Era un uomo bello e florido; con arti magiche avea saputo conservar la sua gioventù. Su tutti questi muri stavan disegnati circoli e linee. Qui egli stava col principe Marcello e gl'insegnava i segreti del mondo degli spiriti. Spesso nelle più orribili tempeste, quando nessun pescatore ci si sarebbe arrischiato, essi si ponevano in mare su di una barca. Non v'era rematore che temesse quando egli trovavasi nella barchetta; e quando più orribilmente imperversava la tempesta, più si compiaceva di trovarsi qui. Spesso si poneva a stare su in cima al monte e di là contemplava il golfo. Molte cose furono da lui scritte colà. Potrebbe darsi che fossero profezie, perchè non era tempesta ch'ei non predicesse. Ei visitava i giardinieri e gli agricoltori, dava loro molti utili consigli, ed insegnava loro sotto quali segni meglio convenisse porre in terra la semenza. Spesso con potenti parole magiche soleva disperdere la tempesta e la bufera appena mostrasse venir giù dalla parte del Vesuvio, e per notti intiere lo vedevano rimanere collo sguardo fisso sul monte, quando fin sul suo capo sfolgoravano i lampi, probabilmente in tranquillo colloquio con gli spiriti. — Da lungo tempo si aveva l'idea di fare una strada che da Napoli passasse pel Posilipo. Ei vi provvide a un tratto. In una notte i suoi spiriti compirono la strada che va per la grotta scavata nel monte. Un'altra volta egli giovò ai napoletani in un modo maraviglioso. Le zanzare si erano tanto moltiplicate in questi luoghi quanto in Egitto ai tempi di Mosè. Ei fece una grossa mosca d'oro, che al suo comando sollevatasi in aria scacciò tutti quegli ospiti incomodi. Così pure una volta tutte le sorgenti e le fonti del regno eran divenute pericolose per le innumerevoli sanguisughe che v'erano nate; con una sanguisuga d'oro ch'ei fece e che gittò in una fonte tolse di mezzo anche questo guaio. —
Il vecchio (aggiunge il viaggiatore) avrebbe ancora continuato a lungo, ma già si era fatto scuro nella grotta. Lo ringraziai pei suoi racconti e tornai via[325].