Viaggio di un povero letterato

Part 8

Chapter 83,812 wordsPublic domain

Ella parlava di cose della vita domèstica; e dopo un po', prestando io maggior attenzione, sentii queste parole, spiccate, con effusione di cuore: — Lei pesta, fine fine, le màndorle dolci e qualcuna di amare, ma poche; sì che venga tutta una bella manteca. Poi lei fa una bella spòglia come per i tagliolini, e li tàglia, ma fini fini. Allora lei prepara un bel _sutè_, e lo fòdera con la pasta frolla; poi ci mette un suolo di tagliolini, e sopra quel siroppo di zùcchero, che le ho detto, e la manteca di mandorle e dei pezzettini di burro; poi un altro suolo di taglioline, e ancora le condisce con lo zùcchero, con le màndorle, e del burro....

— Come fosse un ragù.... — suggerì d'incanto quel signore.

— Bravo! E così di sèguito. Sopra, poi, ci fa dei ricami con la pasta frolla, e cuoce al forno: quando è levato dal forno, ci fa un buco, e ci versa mezzo bicchiere di alchermes o di cògnac, a piacimento. Una bontà! Provi, e sentirà che onore si fa!

— E come si chiama?

— La torta con le taglioline dolci. Lei la può mangiar calda, ma se la làscia raffreddare, sentirà che è più buona.

Il signore prese nota: màndorle dolci, poche amare, zùcchero, burro, alchermes o cògnac. — E la signorina — domandò — sa fare anche lei la torta con le taglioline dolci?

La signorina si schermì.

E allora la signora disse che la signorina non studiava le torte, ma studiava alla scuola normale, dove era una delle prime: — Dante, ginnàstica, fìsica, pedagogia e làscia pur dire a lei!

Il signore guardò con ammirazione quella signorina che sapeva tante cose in così giòvane età. Ma parve preferire i ragionamenti su la sapienza della zia.

— Stùdiano troppo, adesso — disse il signore guardando con òcchio incerto la signorina come si guarda uno sconosciuto esercìzio su gli attrezzi. Forse la sua mente instituiva un rapporto tra la magrezza della signorina, e la floridezza della zia.

— Troppo, troppo, troppo! — confermò la zia. — E poi vede? Se queste ragazze devono fare un paio di calze, o un rammendo, non le sanno più fare.

— Ma si còmprano già fatte di _chiffon_! — disse la signorina con una vocina rabbiosetta.

La zia non fu di questa opinione perchè le calze fatte a màcchina pèrdono i calcagni in un momento: lei aveva, si può dire, tutto ancora il suo corredo da sposa.

— Si bùttano via e se ne còmprano delle altre — ribattè la signorina.

Questo sistema di buttar via e di comperare non doveva essere conforme alle opinioni dell'economia domèstica della zia, perchè disse: — Ci vògliono tanti soldi, allora!

La signorina scattò e disse:

— I soldi si guadàgnano! Prima le signorine non guadagnàvano niente, e adesso guadàgnano come gli uòmini. Sì, staremo lì a far la calza!

Il signore pareva ammirato delle risposte della signorina; ma si permise di obbiettare, non su le calze fatte a màcchina, ma in gènere sul perìcolo che Dante, la ginnàstica, la fìsica e la pedagogia potèssero sconvòlgere l'ordinamento della casa.

— A me, per esèmpio, signorina — disse, — le tagliatelle fatte a màcchina non mi piàcciono.

— Oh, bravo! — esclamò la zia — Senti quello che dice il signore?

— Si pìglia una cuoca! — squillò la signorina — E poi e poi! Una volta voialtre stavate tutta la vita a imparare a far da cucina; ma oggi le signorine che stùdiano, come dice la nostra professoressa, sanno fare di tutto.

La signorina continuò con eloquenza, ma queste cose io già avèndole udite altre volte, lasciai lo scompartimento.

*

Scompartimento deserto di terza classe.

Fra i due sedili si stava una giòvane donna. Era un visetto da Maria Vèrgine, ma senza beltà. Ella pareva continuare in treno le consuete occupazioni della sua pìccola casa, interrotte dal viàggio mattutino: aveva allattato un suo piccino; aveva disteso il trapuntino; vi aveva deposto il fantolino ed ora lo spiava affinchè nessuna perturbazione avvenisse: èrano chiusi gli sportelli dei finestrini dalla parte del sole nascente, rialzato il trapuntino, posto lievemente un fazzolettino bianco sul volto del dormiente.

Fra i due sedili, — immoto presso la mamma, — si stava un altro fantolino, di circa quattro anni, con un càndido grembiale, scarpettine pulitine, braccia nude, gambine nude: pareva in camìcia. Le due manine si tenèvano come in equilìbrio fra i due sedili: il verde della campagna, desta al primo sole, si rispecchiava nella diafanità delle pupille liquide, con immenso stupore. «Oh, la casa che balla e cammina! oh, quanto verde e quanto sole!» pareva dire. «Oh, mondo bello! Mondo nuovo!»

Una paletta per ismuover l'arena; una barchettina nuova da pochi soldi: alcunchè di nuovo, di fresco, di lieto in tutto il modesto bagàglio, rivelàvano a prima vista che il viàggio era di piacere, e probabilmente per i bagni, per dipìngere di scuro le pàllide carni di quel fantolino. Anzi certo, ai bagni! Una grossa glàndola enfiata deformava il volto del piccino. Gli dava quella immobilità dolorosa del bimbo ammalato.

Mi sorprese allora una voce diretta a me, a me veramente.

— Scusi, signore, questo scompartimento è per i non fumatori!

Le parole èrano cortesi, ma il tono era severo.

Era il marito di quella madonnina: un giòvane smilzo da pochi soldi. Veramente la espressione significava altra cosa: «Lei guarda il petto della mia signora!».

No, caro uomo, cosa vuole che guardi quella roba lì!

Guardavo il bimbo. «Le madri vìdero i bimbi infilzati su le baionette bùlgare.»

Guardavo fuori nel sole la piràmide della nostra civiltà: quattordicimila morti.

Al di là di questo manto azzurro del mare si deve udire il cannone rombare.

Ma già, quando s'alza il sole, la vita comincia lo stesso.

Il sole! Un gran pèndolo oscillante nel vuoto: da un lato l'istinto a fuggire la morte, dall'altro lato l'istinto a cercare la guerra!

Un cimitero elevò d'un tratto i suoi torrioni funerari, immoti davanti al treno fuggente. La macchina sibilò. Rìmini!

_Thalatta, thalatta_, l'eterno mare! la lama azzurrina dell'Adriàtico saliva verso il cielo, ma io non ti salutai, eterno mare: non ti saluterò più!

Mi rincantucciai e nascosi il volto.

*

Quella grama famigliuola non discese a Rìmini, che è stazione di gran mondo.

A Rìmini vidi il soldatino, rèduce dalla guerra.

CAPÌTOLO XVIII.

IL RÈDUCE DALLA GUERRA.

Alla stazione di Rìmini io ho veduto il soldato, rèduce dalla guerra.

Dove l'avevo già veduto un'altra volta? Certo io l'ho veduto! Quando! L'ho veduto nel mese di ottobre, non questo, l'altro ottobre, in Galleria a Milano. Se non è lui, non importa, è uno come lui: vestito di grìgio; con le scarpe d'ordinanza; una bandierina tricolore sul berretto. Anzi alcuni avèvano bandierine anche su la bottoniera. Camminàvano un po' dinoccolati, un po' sperduti, sotto la Galleria; tendèvano ad andare insieme.

«Viva Trìpoli! Viva l'Esèrcito!» gridava la gente al loro passàggio.

Ma, sul tardi, èrano molto più sciolti e arditi, e prima di arrivare al quartiere, le stazioni diventàvano molte; perchè ognuno voleva offrire qualche cosa; una stretta di mano, un sìgaro, un càlice (come si dice a Milano); un càlice di qualche cosa di piacèvole al soldatino che ci andava a conquistare Trìpoli _bel suol d'amore_. Poi una sera è partito il reggimento. Altri cinquantamila soldati il Governo mandava laggiù. Certamente avremmo vinto. Come scrosciàvano gli applàusi! Si propagàvano dalla strada, su per i balconi, per tutti i piani; parèvano scrosciare dai tetti. Una fiumana di gente, per tutta la strada, per via Santa Margherita, via Manzoni; e, in mezzo a quella fiumana il reggimento si snodava, si riannodava: si avviàvano i soldatini grigi alla stazione.

Gli studenti portàvano gli zàini affardellati e i fucili. Quando rimbombàvano i metalli delle bande militari, pareva che gli applàusi scendèssero giù dal cielo come crepitanti ali di Vittòria, e le bandiere èrano agitate come se presentìssero la tempesta della guerra lontana. La stàtua di Carlo Cattàneo emergeva sopra la folla, e pareva avviata anche lei.

*

Poi un'altra volta l'ho veduto il soldato grìgio; non questa, l'altra primavera (1912). Se non era lui, non importa. Era sempre lui! L'ho veduto a Casalècchio di Reno. Noi bevevamo la buona birra e mangiavamo le sementine abbrustolite; e alcuni soldati facèvano lo stesso, e tutti intorno a loro facèvano festa. Vuol dire che uno era con le stampelle, uno aveva la testa bianca, fasciata, uno aveva un bràccio di meno. A prima vista ciò destava una certa impressione; ma tutti facèvano festa; ed anche i mutilati sorridèvano.

E un altro ne ho veduto a Pistòia. Se non era lui, non importa! Era il soldatino rèduce dalla guerra di Lìbia. Era lui. Andava al telègrafo a telegrafare. Tutti gli si offrìvano, con quel dolce loro parlare, pronti al servìzio; e molti lo seguìvano, ammirati: lo seguii anch'io. Egli aveva la bandierina infissa su l'elmetto di sùghero, ma del piumàccio non rimaneva che qualche penna. Gli stinchi, lunghi, èrano stretti nelle fasce: portava solo il tascapane ed il fucile. Ma come era lùrido! E il volto era tèrreo; le pupille èrano abbacinate. Non parlava. Pareva di quei soldati macabri che il giornale socialista riproduce nelle sue vignette in disprègio dell'Itàlia se fa guerra, dell'Itàlia se non fa guerra, cioè un bersagliere con dentro uno scheletro.

*

Per la terza volta io l'ho veduto alla stazione di Rìmini. Se non era lui non importa! Era il soldato rèduce dalla guerra. Aveva la bandierina su l'elmetto; era tutto lùrido anche lui e un po', anche, abbacinato. L'elmetto non soltanto era pesto, ma aveva una strana màcchia: era forato. Il soldato stava seduto, immòbile, solo, col suo fucile. Ma nessuno gli faceva festa.

Rìmini d'estate fa _toilette_, e prende un nome esòtico e glorioso nei fasti mondani: l'Ostenda d'Italia.[5] Òspita gente straniera, conti e contesse, nonchè una superba colònia ungherese.

[5] Il terremoto dell'estate 1915, poi i continuati bombardamenti della Guerra mondiale, poi l'afflusso dei pòveri pròfughi di Venèzia dopo Caporetto e tutte le necessità della Guerra, hanno mutato il mondano e lieto aspetto di questa città. Pèggio dev'èssere di Ostenda.

La stazione di Rìmini dava in quel mattino l'idea di Ostenda.

Era tutto un susurrare ossequioso: «Signor conte, signora contessa, signora marchesa, signor commendatore»; era un servizièvole portare di valigette e spolverine; cagnolini, sotto il bràccio delle dame; fiori freschi delle dame; bambini delle dame.

C'era anche quella bandierina infissa sull'elmo; ma nessuno badava a lei.

«Signor conte, signora contessa!» Fuori della stazione rombàvano le automòbili dei signori conti e delle signore contesse. Gli automedonti gridàvano: Grand hôtel, Palace-hôtel, Hôtel Hungària.

Un signore ben pasciuto, ben rasato, con un suo bel naso adunco, un bel trabucos fra le grosse labbra, ragionava con accento forestiero suasivamente con un omarino, di _exploitation_ di terreni, di grandi _hôtels_, di _Kursaal_: e l'omarino, in udire, trepidava per la ingordìgia.

Un giovanotto, grosso e ròseo come un prosciutto tedesco, con una barbetta ricciolina, con un collare bianco alla Robespierre, faceva lo svenèvole in lingua fiorentina con una signorina smancerosa, magrolina, fresca come una gardènia, che rispondeva in lingua bolognese.

Lui, il bersagliere dalla penna spezzata, era solo, solo, solo.

«Signor conte, signora contessa, signor commendatore, signor usuriere dal trabucos, signor giovanottone dal collarino _ultra-pschutt_, signorina gardènia, andiamo a fare una bella ovazione al soldatino sùdicio che torna dalla guerra e sta solo, solo, solo! _Ad firmandum cor sincerum, sola fides sùfficit._»

«Siamo andati, siamo andate quando ci fu la Messa di suffràgio per le ànime dei militari morti in Lìbia; siamo andati, siamo andate quando hanno recitato il discorso sugli eroi; siamo andati, siamo andate quando hanno distribuito le medàglie agli eroi. Abbiamo _tricoté_ i berrettoni per l'inverno e le zanzariere per l'estate.»

«Allora su voi, da bravi, bambini, bei bebè dalle brachesse olandesi, andiamo a fargli festa, e belle carezze, e belle carole attorno al bersagliere! battete le pìccole manine, gridate con le argèntee voci: Evviva! Non venite, graziosi bebè? Perchè? Non è questo il _soldatin che va alla guerra, màngia, beve e dorme in terra_? È sùdicio? è scarmigliato? Già, non ha usato lo _shampooing_! Orrìbili insetti si infìltrano in chi dorme su la terra di Lìbia che nutre le serpi e i leoni! È tèrreo? Effetto dell'acqua di Marsa-Susa. Ha gli occhi che fanno paura? Effetto di Saf-saf.»

*

Ma ecco fra l'intrèccio dei binari, precìpita, si arresta il diretto.

— Lìnea Bologna-Milano! — si sente chiamare.

Dagli sportelli di prima classe qualche piedino vezzoso appare. Deliziosi visetti scrùtano. Altre valigette, altri fiori, altre piume, altri bebè, altri cagnolini in bràccio. V'è chi scende, v'è chi sale. «Oh, signor conte, signora contessa!»

— Ma cosa fa quel militare, laggiù in coda...! — io sento gridare.

Due, tre guàrdie del treno si precìpitano, fèrmano il bersagliere che già è salito a metà, e lo fanno scèndere.

— C'è la terza! — lui dice.

— Ma non sapete — dìcono essi — che voialtri militari non potete viaggiare coi diretti?

— Ma se ho scritto a casa che arrivavo stasera!

— Ma se ha scritto a casa, torni a riscrìvere: arriverà domani sera! Presto presto!

Si ribàttono gli sportelli, il diretto è partito. Il bersagliere è rimasto a terra.

Sono rimasto a terra anch'io.

Vedo il bersagliere, con la sua bandierina su l'elmo, trapassato dalla pallòttola del fucile Mauser, che segue il folgorante berretto del signor capo stazione, in grande stiffèlius.

— Ma lo sanno — dice il signor capo senza piegare la direzione del suo berretto, — lo sanno bene che loro militari non pòssono viaggiare così diretti.

«Oh, signor capo, fàccia viaggiare il soldato, rèduce dalla guerra, aspettato da sua madre, lo fàccia viaggiare non soltanto in diretto, ma in prima classe. Chi lo vieta? La legge? Ma quando la legge ci comanderà di morire per la pàtria, come potremo noi ripètere i versi del poeta: _Dic, hospes, Spartae te hic nos vidisse iacentes Dum sanctis pàtriae lègibus obsèquimur?_ Come potremo, signor capo, se le leggi non sono sante?

*

Ho seguito il militare in quella città dove avevo deliberato di non fermarmi. Perchè? Non so. Avrei voluto parlare al soldato, confortarlo e non lo feci. Mi pareva che avesse dovuto dirmi tristi, amare cose, e io non avrei saputo che cosa rispòndere. Ero sconfortato anch'io. E allora come si fa a confortare?

Lo seguii tuttavia.

Andava a capo chino, avvilito. Le automòbili erano partite. I fiaccherai non degnàvano di offrire la loro vettura al soldato troppo in brandelli.

Due o tre lùridi ragazzacci, qualche megera si offriva per indicargli una bèttola, un luogo dove riposare.

Ma lui faceva gesti larghi di rifiuto e diceva: — _Mafisch!_

Si fermò ad una porticina dove era scritto: Trattoria. Esitò, ed infine entrò. Entrai anch'io.

Era già mezzodì: la trattoria con tante tàvole strette, con tutte le tovàglie vinose, era stipata di avventori: odori di pesce fritto, di ragù, di gente in màniche di camìcia. Ma i camerieri èrano in frac perchè quella città è l'Ostenda d'Itàlia.

Trovammo un po' di posto presso una tàvola dove sedèvano due preti.

Ci fùrono finalmente messi innanzi tovaglioli con impronte di altre bocche, pane e vino; poi il cameriere recitò la lista delle vivande nel più orrìbile gergone poliglotto: «maccheroni al graten, patate mascè, entrecôts, guylasch», perchè oltre che di Ostenda, quella città sa un po' di ungherese, d'estate.

— Presto, militare, perchè c'è molta gente da servire.

Venne portato non so quale cibreo, ed il militare mangiava lento e svogliato in tristezza di cuore.

Nemmeno i due preti badàvano a lui, e la bandierina era invano affissa su l'elmetto. Un frèmito, un singulto d'affetto per quella bandierina, mi agitava.

I due preti mangiàvano tagliatelle col ragù. Ambedue avèvano aspetto campagnuolo. L'un prete era poderoso, giòvane, nero. L'altro era un flòrido uomo d'un colore biondìccio, e il sudore cadeva per suo conto, dalle rotonde gote, sul collare. Con mossa automàtica del tovagliolo il prete asciugava il sudore, e scacciava le mosche. Una questione, quasi teologale, era intavolata fra i due.

— _Com' vala sta fazzenda_ — diceva con voce in falsetto il prete color carota — _che se me_, che se io màngio tagliatelle sottili, sento un umore, se màngio tagliatelle larghe, ne sento un altro?

Il prete nero sosteneva con voce profonda che ciò proveniva da Dio che faceva entrare in funzione speciali nervi per gustare le tagliatelle strette, ed altri nervi per gustare le tagliatelle larghe.

Ma il prete rosso in questa faccenda delle tagliatelle era d'opinione che Dio non ci entrasse; ma piuttosto la cuoca ed il cuoco, il tagliere e la coltella. Essi non si accordàvano nella metafìsica della questione, ma si accordàrono nella parte sperimentale, perchè seguitàrono ad ordinare diversi piatti di tagliatelle larghe, alternate con tagliatelle strette.

Io stavo sempre meditando qualche ragionamento straordinàrio per confortare il soldato, ma non osavo cominciare perchè avevo paura che dalle labbra di lui uscisse qualche imprecazione contro quella bandierina; come già, a Borgotaro, dalle labbra del vècchio lavoratore contro la santa terra.

*

Il soldatino non c'era più.

Uscii dall'osteria, girai per le vie della città, oramai deserte nell'ora della siesta. La città dove ero vissuto nell'adolescenza, dove èrano le case degli avi, la casetta della mamma! Ma la città io non la riconoscevo più: vecchi quartieri èrano scomparsi: vie nuove, case nuove, in nuovo stile èrano sorte. Anche le persone non le riconoscevo più. Stupii di me stesso: «se sotto questa terra non ci fòssero i miei morti, io la guarderei con la stessa indifferenza delle terre iperbòree, dove non sono mai stato.»

Poi mi colse un altro stupore: stupisco vedendo volti di persone che èrano vive allora. Allora anch'io sono vivo, e anche di questa cosa ho stupore. Ma come sono ben conservati! Come hanno fatto a conservarsi così? Essi èrano maravigliosamente conservati. Io sono vivo, ma devo èssere così mutato che essi non guàrdano nemmeno.

Ma allorchè discese il vèspero, dopo il lungo merìggio, una luminosità cilestrina venne dal mare.

Riconobbi quella luce, ed essa riconobbe me; e ne stupii come di una carezza dell'infànzia.

*

Trovai una stanza in un albergo e mi addormentai di un greve sonno.

CAPÌTOLO XIX.

LA FESTA DELLA MAMMA.

Questo fu il sogno di quella notte di estate.

*

Non è il ****? Non è il giorno della mamma? Io le porterò di bei dolci, i più fini che troverò. Non sarà come quell'anno che io giunsi in ritardo; ed io avevo per mano il mio bambino affinchè venisse anche lui alla festa; e così si ricordasse della madre mia. Pòvero bambino! Era tutto pàllido, tutto vestito di bianco; ma i suoi occhi èrano attòniti e le sue scarpe èrano vècchie, slabbrate, senza tacchi....

Sì, sì, ora ricordo: fu il calzolàio: aveva promesso le scarpe nuove, e non le portò. Con la scusa che sono pòveri operai, si màngiano la parola, questa miseràbile gente, per un centèsimo di più di guadagno! Non le aveva neppur cominciate, le scarpe! E partimmo così in ritardo. Vederlo pàllido così, pòvero bimbo, e trascinare quella spècie di ciabatte, mi dava una irritazione sorda, insensata.

«Ma sta ritto almeno!» io diceva.

La città era in festa. Passàvano altri bimbi, fiorenti, gai, con le scarpe nuove. «Ma sta ritto almeno!» E.... e lo toccai appena; ma feci atto di percuòterlo lì, fra la gente. Lui si fermò lì, fra la gente, avvilito. Il mazzo dei fiori per la nonna, gli cadde.

«Su, su via, sii buono. Lo sai che bisogna camminare dritti, forti, fra la gente, e con la testa alta! Ora ti comprerò molti dolci».

Era tardi, e lui camminava senza avvedersi della sua goffàggine, trascinando quelle orrìbili scarpe senza tacco, che lo facèvano sembrare anche più piccino. Quelle abbominèvoli scarpe mi plasmàvano nel cervello l'idea fissa d'una misèria ereditària, inguarìbile. «E poi e poi, se ti occorrerà dar dei calci, come farai con quelle scarpe?»

La pasticceria era piena di gente, sul mezzodì.

«Su, entra. Compriamo i dolci....»

«Non mi arrìschio....»

«Non ti arrischi? Non ti arrischi?»

Avere dei figliuoli che non s'arrìschiano! Ma che sono gli altri uòmini? Ma non sai che non arrischiare, che aver temenza degli altri uòmini, è la maggior condanna pei nati su la terra?

Era mezzodì, oramai, quando arrivammo; e la mamma era vestita a festa.

«Benvenuti, benvenuti, — disse sorridendo dal limitare. — Ancora un altro po' e non vi aspettavo più. Passata la festa, gabbato lo santo.»

Ma ora il santo non sarà gabbato: è il primo mattino: questa è ben la città, io non mancherò al giorno della festa!

*

Il mercato era pieno: io ero ricco, adesso: io ora potevo comperare per la festa della mamma le più belle pesche del mercato.

Le più belle pesche del mercato èrano vendute: le aveva comperate tutte quel signore; quel signore, impassìbile su la sua automòbile. Ebbi una gran vòglia di scagliarmi contro, tanto più che io lo conoscevo da bambino, e lui conosceva me: mai però ci eravamo salutati.

Io ero ricco, ma a piedi; lui era ricco, ma in automòbile.

No, non adiriàmoci — dissi fra me —; oggi è il santo giorno della mamma. Comprerò le pesche meno belle; comprerò questa bella angùria zuccherina. Essa piace molto alla mamma.

«Non avete servo che vi porti queste cose?» chiese la venditrice.

Io ero ricco, ma senza servi. Porterò io.

Ora comprerò i dolci: i più fini, e squisiti, a qualunque prezzo, perchè io sono molto ricco.

Ma la pasticceria è ingombra. Quante dame eleganti, delicate, che sùcchiano i dolci, e ingòmbrano tutto il posto davanti le vetrine! Sono tutte smancerose, tutte altere; e quanti gentiluòmini con quelle dame, e nessuno si muove per farmi posto! «Io sono ricco; fàtemi posto.» «Ma voi non siete dei nostri.» «Ah sì, io non sono dei vostri! Mai dei vostri! Voi siete i nuovi arricchiti! Gentilezza è oramai l'esser plebei!» Via, non adiriàmoci: il dolciere mi servirà con garbo e cortesia lo stesso, io spero. Siamo della stessa città e mi conosce.

Lo chiamai amichevolmente per nome. «Oggi è la festa della mamma. Dàtemi dei bei dolci.»

Non mi ha udito; ma mi ha visto. Sì bene, mi ha visto ed anche udito; e mi prega anzi di non ingombrare le sue vetrine coi miei grossolani involti.

«Servìtemi presto.»

«Presto non posso. Prima vi sono queste dame e questi gentiluòmini».

«Ma non eravate voi un buon democràtico?»

«Io sono sempre democràtico, e firmo ancora i manifesti democràtici; ma quando si lavora in denaro, in denaro — capite —, in quel momento nessuno più è democràtico.»

Un ìmpeto di follia mi vinse contro colui, contro quei gentiluòmini, contro quelle dame.

Via, non arrabbiàmoci, oggi è la festa della mamma! Non entriamo nella sua casa con la fronte ottenebrata. Ecco il dolciere viene finalmente a me. Comperiamo quello che gli piace di darci.

Quanto tempo mi hanno fatto aspettare!

*

È ben tardi oramai. Il sole cade a piombo su le vie affocate. Perchè tutte le vie sono ora deserte? Tutta la gente è sparita. Io non mi ricordo più le vie: io mi sono smarrito fra il dèdalo delle vie. Vedo edifici nuovi che non riconosco più: edifici con mostruosi disegni di fiori, di sfingi, e serpi e leoni. No, non è nei quartieri nuovi, è nei vecchi pòveri quartieri che la mamma àbita. Queste, fra cui mi sono perso, sono le lùcide case degli arricchiti, coi grevi ornamenti.

Il sole è ardente, le vie deserte: un'enorme angòscia mi prende. Io ho smarrito la via. Io non mi ricordo più dove la mamma àbita. Ma dove? Ma dove? Dove sono le antiche pìccole case?