Viaggio di un povero letterato

Part 7

Chapter 73,895 wordsPublic domain

Ecco il caffè, ecco i giornali. Pover'uomo, aveva preparato un caffè eccellente. Disteso sul letto, ravvolto nel sole e nell'ària del mattino, io venni un po' per volta a trovarmi in quello stato di benèssere che segue al riposo notturno e a una buona tazza di caffè. Accesi il sìgaro per rèndere più completa la voluttà. «Godiamo!» come dice quella signora, e cominciai a svòlgere i giornali.

Notìzie della guerra. Se ne comìncia a capire qualche cosa, cioè sono i Greci ed i Serbi contro i Bùlgari. «Gli euzoni, i palicari — dice questo giornale — si buttàvano contro la mitràglia dei cannoni bùlgari, cantando.» Allora è vero quello che disse il poeta Giàcomo Leopardi:

parea ch'a danza e non a morte andasse ciascun de' vostri.

_Zìvio i Ellas!_ e tanto mèglio.

Dunque esìstono ancora gli Èlleni?

Dunque non è vero che i Greci sìano «briganti assai», come scriveva Monaldo padre per calmare i furori eròici del figlio Giàcomo? Dunque la Grècia non è morta? Botzaris dice di no. Tanto mèglio! Ma chi ne sa nulla? Spesso basta un uomo o una leggenda a far grande un pòpolo.

Ma le grandi Nazioni, i grandi potentati, che da anni ed anni, a fior di labbro soffiàvano per spègnere il focolare balcànico, sono un poco sorpresi del vasto braciere suscitato laggiù. Se quelle alte fiamme si appiccàssero alle vesti delle magnìfiche Potenze?

La mia supposizione non è verosìmile. Prima di tutto i re delle grandi Potenze si incòntrano ogni tanto, e quando si sono incontrati, bèvono lo _champagne_ e dìcono: _Hoch! Zìvio!_ Hurrah! Evviva! Si congràtulano della loro rispettiva salute e di quella dei loro pòpoli, e poi comùnicano ai pòpoli questo messàggio che _col patrocìnio dell'Onnipotente la pace è assicurata_. In secondo luogo, e a mia memòria, i ciambellani dei re dìcono ai pòpoli: _l'accordo è perfetto_. E allora speriamo bene!

V'è chi trova che il sistema dei re è molto costoso, e un po' fuori di moda. Ma tutto è costoso! Anche la Giustìzia è costosa, eppure è necessària; non perchè essa possa fare giustìzia, ma per rèndere meno intolleràbile l'Ingiustìzia. E così si può dire dei re. Essi — come dice San Paolo — sono la Provvidenza dei pòpoli. Il perìcolo che presèntano i re è forse questo, che uno di essi vòglia ròmpere tutte le altre teste coronate dei cugini re, e assicurare così la pace senza l'aiuto dell'Onnipotente. Aboliamo allora i re. Ma chi garantisce che i pòpoli si vògliano bene? I pòpoli si àmano o sono, come la matèria, repellenti?

Io non ne so nulla: io amo i pòpoli con lo stesso amore con cui amo i re.

Non so perchè, a questo punto, vidi davanti a me, ròseo, beato, in toga càndida, seduto su la sèdia d'avòrio, Cèsare Augusto imperator romano. Le sue chiome stillàvano ambròsia come quelle di Giove, con la mano pontificale segnava l'amministrazione del mondo.

A quanti re e cugini aveva egli rotta la testa? per quanto sangue era passato prima di ridurre il mondo in somma pace, e sedersi lui in pace su la sèdia d'avòrio? Ma ora Augusto non portava più corazza insanguinata, ma un càndido manto; non più elmo, ma una corona di alloro. Un bel sorriso ornava la maestà del suo volto, e diceva: «Guerre non più! Caso mai si farà la guerra per la conservazione della pace: guai anzi a chi disturberà la maestà della pace romana! Noi d'ora in avanti coltiveremo le lèttere, le arti e le scienze, e decoreremo il mondo di bellìssime istituzioni».

E presso di Augusto imperatore sedeva un giovanetto, càndido e gentile; un poeta di nome Virgìlio; il quale gli traducea con infinita dolcezza le spaventose guerre, _òrrida bella_, dell'impero, cominciando dal sàvio Enea che venne da Troia, su su, sino al tempo nel quale lui, Cèsare Augusto, si chiamava semplicemente Ottaviano.

Augusto ascoltava con molto compiacimento il poeta, tanto più che la stòria del come aveva fatto per diventare Augusto, domandava non pochi abbellimenti poètici. Ma ad un tratto Augusto balzò su la sèdia di avòrio: un dispàccio gli era venuto che gli annunciava come i soldati romani messi a guàrdia della pace, èrano stati dal tedesco Armìnio tagliati a pezzi dalla guerra. E da allora, per altri tre sècoli, l'impero dovette far la guerra per conservare la pace.

Ma ecco spuntò un bel giorno in cui la pace sembrò assicurata definitivamente; e ciò fu perchè venne Cristo, e gli ufficiali e soldati romani si rifiutàvano di adoperare la spada, perchè Cristo vieta di adoperare le spade. Sarebbe stata una cosa sublime se ai confini dell'Impero non ci fòssero stati molti Armini, i quali non conoscèvano Cristo e avèvano molto sangue nelle vene. Allora un sàvio imperatore, di nome Diocleziano, ricorse alle più severe misure contro quegli indisciplinati. Ma come era possìbile punire gli indisciplinati quando il numero di costoro superava gli agenti della disciplina? E fu così che un altro imperatore, sàvio anche lui, ma di nome Costantino, adottò un altro sistema: inquadrò gli indisciplinati nello Stato. Ma dal giorno in cui i seguaci di Cristo furono inquadrati nello Stato, essi non andàrono più d'accordo, nemmeno su la natura di Cristo.

Ah, mostruosa cosa! Conòscere Cristo e non andare d'accordo! Aver distrutto il meraviglioso impero in nome di Cristo, e combattersi ancora in nome di Cristo!

E da allora il giro delle guerre ricominciò, senza fine; e sempre per aver pace: Carlo Magno, Carlo Quinto, Carlo Marx, unti dal Signore, unti dal Pòpolo! Chi scrive qui nel giornale queste abbominèvoli parole?

_La Dio mercè il pacifismo è tramontato! I giòvani d'oggi sono ridivenuti anelanti di esprìmere che la guerra è la realtà dello spìrito umano._ Questi giornali ragiònano tutti della guerra con un materialismo che desta orrore. E poi non si tratta di guerra soltanto; si tratta di stragi! E questo è uno spettàcolo barbàrico, disgustoso, che distrugge la civiltà della Croce.

Ma e io? Io che qui, beato sul letto, leggo il giornale e fumo?

I danni della guerra? Come la grandinata di ieri! Tranne i pochi colpiti, chi se ne ricorda più oggi? Ieri il cielo era nero, oggi è azzurro. Ieri i passerotti stàvano nascosti, e oggi càntano e sàltano. Io suppongo che dopo cinque, dieci anni, i morti in guerra ritòrnino alle loro case. Essi cercano trepidanti il loro tetto, il loro letto, il loro posto alla mensa. «Oh, i benvenuti», ma un altro già dorme su quel letto, e il posto alla mensa è ristretto. «Tornate, tornate ove eravate!»

Anche le povere mamme sono morte, frattanto.

Però, invidiàbile giòvane della Ditta _Darük und Sohn_, che non pensi a queste cose! Io non posso tenere giù il sipàrio del cervello. Appena poche ore di sonno: poi gli occhi si àprono; e trovo il sipàrio alzato; e i burattini della vigìlia contìnuano la loro rappresentazione.

Guardavo con stupore fuori della finestra le verdi piante, il bell'azzurro, i cantanti augelletti.

Via, speriamo che presto cali il sipàrio su tutti questi orrori del mondo.

*

Dissi all'oste:

— Informàtevi sùbito, stazione, se diretto Bologna avere corrispondenza mit Venedig.

Egli corse alla stazione e m'informò che sì.

Fu in tal modo che la sera stessa ero a Venèzia.

CAPÌTOLO XV.

VENÈZIA E IL TRIPPÀJO.

Venèzia! Trionfo di Santi e di pòpolo! Lo dìcono le vie, cioè i nomi delle vie in quei sèmplici rettangoletti bianchi di calce, filettati di nero.

Oh, bei nomi di Santi e di profeti, diventati tutti cittadini veneziani, San Bartolomeo, San Nicolao, San Marco, San Polo! Oh, bei nomi di Madonne, gloriose e formose! Quasi mi è parso, levando gli occhi al cielo, di vederti, o Madonna, Madonna del Tiziano, Madonna del Veronese, magnìfica nella corona degli àngioli e assunta al cielo; e gli àngioli festosi àgitano le palme e guàrdano il tuo mare, o Venèzia!

Bei nomi di condottieri, bei nomi di popolani, di artieri e di arti, hanno le tue vie, o Venèzia, con dichiarazioni precise, ùmili ed anche gloriose. Per esèmpio questa: _Fondamenta di donna onesta!_ Mi sono soffermato a lungo a studiare queste singolarìssime fondamenta, tanto che alcune donnette mi chièsero se avessi perduto qualcosa. Risposi che chiedevo a quale pia leggenda si riferisse quella denominazione, e dove avesse abitato quella «donna onesta».

— _Una volta la ghe sarà stada: adesso la xe andada via!_ — rispòndono.

Ecco, io penso, verrà il giorno, e non lontano, in cui tutte queste singolari denominazioni di vie perderanno di significato. A molti non piàcciono i Santi; v'è chi ha in disprègio il dialetto; v'è chi crede troppo sèmplici questi riquadri imbiancati. Allora si farà come a Milano: invece di un rettangoletto imbiancato, metteranno una lastra di marmo con quattro bòrchie di metallo dorato, e in mezzo un nome moderno con la sua bella dichiarazione, in modo da facilitare al pòpolo la sua istruzione. Sparirà un po' anche il costume del vestire. Mi meravìglio come già non sia sparito. Donne pàssano ogni tanto per le calli silenziose, vàrcano i ponti: testoline brune e bionde scoperte; visetti scialbi — cìpria fatta anche un po' con l'anemia; — ma lo scialle nero a gran frange, ricade dalle spalle a terra con una maestà di peplo. Guarda quella strega magra! Ha una testa dogale. Pàssano; e il suono lamentèvole del dialetto, rotto da gàrrule risa, da interiezioni, _Maria Vèrgine!_ fa venire in mente uno stormire di ròndini. Le loro gonne sono ancora gonne àmpie, nere, all'antica, e le loro scarpette sono pòvere scarpette. Così è oggi come una volta. E i greci in gonnellino? e gli orientali in turbante? Non vi sono più. E dove è trasmigrato quel vècchio cantastòrie, tutto rughe, tutto grinze, che ripeteva con voce che pareva le onde del mare, la stòria della regina Cornaro, di Marcantònio Bragadìn? Deve èssere ben morto.

Vòglio andare da me fino a San Marco, e vedere se mi ricordo. Ecco, mi sono smarrito in questo dèdalo di calli. V'è un odorino..., ma non è puzzo: odor di àlighe dai canali verdi, di lumachini, di vecchi fòndaci: ma non è puzzo. È odore di Venèzia. E nemmeno si può dire, sporcìzia: quel bucatino di bimbo, a festoncini, sospeso lassù, è grazioso. Èccomi in un campiello dove pare che l'orològio del tempo si sia fermato. Le case sembra che stìano per cadere da un momento all'altro per malattia di decrepitezza: ma quella cappa elegante di camino le tiene su. È lùglio, e c'è un ribrezzo di umidore in questo campiello; ma un tronco di glìcine, che beve la sua vita chi sa da quali morte putrèdini, sale su pel vècchio muro, lambe alcune transenne bizantine, sale su e cerca il sole: ha trovato il sole lassù su quell'altana, s'è arrampicato attorno alle quattro colonnette bianche dell'altana e vi forma un diàfano padiglione di verde e di gràppoli color lilla. C'è una signorina lassù sull'altana con tutti i capelli biondi, sciolti al sole. Sta assorta, con le mani a leggìo: ella legge. Quale libro? _Daniele Cortis?_ _Il Fuoco?_ Già un tempo fu _Madonna Isotta_ e _Messer Tristano!_ E il sole vi scherza sempre.

*

Ecco il trippàio pulitìssimo. Pochi uòmini io ho in mente così coscienziosi e gravi nel suo ufficio, come il trippàio. E perciò dinanzi alla sua bassa minùscola bottega mi sono soffermato a lungo in ammirazione. Egli si stava in piedi, alto, quadrato, sbarbato: come un maggiordomo di grande casa: dietro stava il suo calderone di terso rame; il suo grembialone era immacolato.

Toglieva dai fumosi bollori della caldàia un po' di trippa nera, verde, biancastra, vìscida, reticolata, spugnosa; lasciava gocciolare meticolosamente, deponeva in una tortiera ben stagnata; e quivi tagliava con delicatezza di damina: rovesciava poi i pezzetti in una carta bianca, spargeva il sale ed offriva ai molti avventori che facevano coda. Sempre in silènzio! Ma forse non era mùtolo, e quando la schiera dei compratori si fu diradata, — Gran pulizia — dissi complimentando.

L'uomo parlava, con gravità; ma parlava.

— _Eh, sì, scior; gran pulizia a Venèzia! Senza pulizia, tripa no se vende a Venèzia!_

— Trippa lessata come a Firenze?

— _Cognosso, son sta anca mi a Firenze. Ma a Firenze i vende soltanto tripa de bo: qui, a Venèzia, se vende carnami e tripa d'ogni sorte, e de tute le bèstie, piègore, montoni. Ma gran pulizia!_ — e così dicendo prese il forchettone e si apprestò a fornirmi una lezione di anatomia.

— _Questo coso bianco, longo, per esèmpio, xe...._

Basta, basta, eloquente e dotto trippàio! Come tutto è melancònico e tràgico anche sotto l'ùtile funzione di offrire da mangiare al pròssimo per quattro soldi di trippa!

Le pècore, i plàcidi buoi, i montoni, pascenti in divina pace pel verde Appennino, queste cose certo non sanno.

CAPÌTOLO XVI.

PAX TIBI, MARCE, EVANGELISTA MEUS.

Sono sboccato — dopo lunghìssimo giro — in Merceria. V'è del pulvìscolo d'oro nelle Mercerie; le vetrine abbàgliano: merletti, filigrane, vetri di Murano. Ma è tutto un incrociarsi di voci tedesche: è una carovana di genti tedesche; essa risale, io scendo. Si sòffoca.

Ecco infine: piazza San Marco. È un barbàglio di sole: la laguna, come una lama immota, barbàglia anche lei.

Il campanile nuovo, biancastro, sembra che guardi con occhi di albino. Sull'àngolo della Scala dei Giganti, i sòliti tedeschi ed inglesi, col sòlito naso in su. I sòliti piccioni svolàzzano: vanno a salutare i signori stranieri e ne ricèvono il becchime; si compòrtano con contegno tanto gli stranieri come i piccioni.

Però mi sono antipàtici quei troppo ben pasciuti piccioni che bèzzicano la limòsina da tutti! Sono conosciuti anche in Germània i piccioni di San Marco ed hanno già il nome germànico: _die Sanct-Markustauben!_

*

È accaduta una cosa strana: sopra la torretta dell'orològio, i due neri giganti di bronzo che bàttono le ore, le mezze ore col lungo martello, si sono mossi, ed hanno battuto le ore e le ore si sono mosse. Facèvano pure così molti anni addietro, quando ero in collègio a Venèzia e allora mi fermavo a guardare i due giganti e le ore che andàvano via e dicevo: «Come è bello!». Non è dùbbio che per tutto questo tempo i giganti hanno seguitato a bàttere le ore, così: il loro martello si sposta e si muove appena, ma adesso io sento che l'eco della campana si dilata, è immenso: le mie orècchie hanno udito parole profonde, nere, piene di paure. Ma due amanti, lui un giovanottone tedesco, lei una cosina gràcile, sospesa a quel suo màschio, guardàvano in su come me, vicino a me, e non hanno udito niente.... Lui gode a guardare in su, col pìccolo naso e le grandi lenti: lei dice: «schön! bello!» come dicevo io da bambino.

I giganti sono tornati nella loro immobilità. I due innamorati tedeschi vanno a dare il grano ai piccioni.

Doveva èssere più bella Venèzia una volta, quando l'Adriàtico rigònfio e forte, pareva tener lui sollevate queste moli ricamate di marmi, e c'èrano le galee d'oro: Venèzia al tempo di Pietro Aretino, ma senza questi pennacchietti tirolesi.

*

Mi sono fermato davanti a quella tomba che è sul lato orientale di San Marco, su la quale sta scritto: _Daniele Manìn_, e null'altro.

Passa una popolana con due bimbi. I bimbi si fèrmano: — _Mama, chi xelo Daniele Manìn?_

— _Quello che ga difeso Venèzia nel Quarantoto. Andemo putei, no fermeve, no perdè tempo._

E poco dopo una voce suonò dietro le mie spalle: — Daniele Manèn?

— Daniele Manèn? — rispose un'altra voce, ma pareva interrogare la prima voce: «l'hai tu conosciuto?».

«Manìn», stavo per dire io, «non Manèn».

Ma voltàndomi, vedo due signori così eleganti, così abbaglianti di candore estivo che il mio amico della Ditta _Darük und Sohn_ sarebbe caduto in ammirazione. L'uno era giòvane e aveva l'ària di gran mondo, ma l'altro aveva una barba così aristocràtica — un po' grìgia — che degna era al tutto di decorare re Enrico IV di Frància. I due gentiluòmini si guardàrono in volto, sospìnsero il labbro nell'atto che vuol dire: _nun sàccio;_ poi fècero dietro-front. Vidi le suole di gomma rossa delle loro scarpe bianche; e il fumo delle loro sigarette scherzava sopra i loro copricapo di autèntico panamà.

Giacchè essi non portàvano il pennacchietto alla tirolese.

Appare evidente che il Comune di Venèzia, quando decretò questa tomba per Daniele Manìn, non pensò all'istruzione del pòpolo, come fa il Comune di Milano, perchè in tale caso vi avrebbe messo una nota esplicativa.

Quale?

Questa forse: «Daniele Manìn, che col suo martìrio sigillò il pòpolo d'Itàlia».

Ma poi sarebbe stato necessàrio un libro per spiègare questa nota. E allora, invece di quei quattro leoncini sotto la tomba nera, che sèmbrano i piedi di un cassone del Cinquecento, quattro grandi leoni grifagni, terribìli come te, _Marce, Evangelista meus!_

*

Ma il caldo è sciroccale, ed io non ho il sottile àbito rinfrescativo dei due gentiluòmini.

Rifugiàmoci in luogo meno caldo: qui sotto il pòrtico del palazzo ducale, dove non è gente, non negozi, non caffè.

Ma qui il mio naso andò a bàttere contro una pìccola làpide incastrata nel muro.

Questa làpide non era in latino, ed io di sòlito quando trovo una làpide in latino, non la leggo per non spogliarla del suo paludamento. Era una làpide in italiano, anzi in veneziano.

Diceva così:

MDCLXXX, III ottobre. _Andrea Bodù fu de Andrea, fu bandito per gravissimo intacco de cassa fatto nella càmera di Vicenza essendo camerlengo in quella città._

_Camerlengo_ è una parola che oggi pochi capìscono, ma a quei tempi la capìvano tutti: vuol dire _tesoriere_, _cassiere_.

«Bravo, signor Bodù — dissi, — lei dunque, nell'anno 1680, essendo tesoriere di Vicenza, rubò il denaro dello Stato!

«E non sono solo — risponde il signor Bodù —; chè se lei va nel palazzo qui vicino, trova la làpide del signor Venturìn Maffetti, _quondam Giàcomo, nodaro, anche lui bandito dall'ecelso consìglio dei Dieci per enorme intacco di pegni ascendente a riguardèvole somma di denaro, a grave pregiudìzio della pùblica cassa_.

E il signor Bodù ed il signor Venturìn non sono soli! Essi sono, in altre làpidi, in compagnia del signor Giàcomo Capra, _contador_, che certo vuol dire «contàbile», della cassa grande, _bandito come ministro infedele e reo de grave intacco fatto nella cassa medesima_.

E v'è anche il signor Francesco Magno, provveditore _agli ori et argenti in zecca, bandito anche lui capitalmente, per grave intacco alla cassa, commesso con turpe infedeltà et abuso del pròprio ministero._ E vi sono i sigg. _fratelli Antonio e Zuanne Stralico, ossia Sirùpolo, ragionati_ [che senza dùbbio vuol dire «ragioniere», come dìcono ancora a Milano] ed altri notari, ed altri ragionati e camerlenghi, tutti rei di enormi gravìssimi _pregiudizi inferiti al pùblico patrimònio_.

Si rubava dunque il denaro pùblico anche sotto il tremendo governo della Repùblica di Venèzia?

«Sempre usato, signor, da che mondo è mondo, — mi risponde il signor Bodù. — E xe question de istinto, vèdalo: come i ragni che hanno all'estremità dei polpastrelli della roba che attacca; e adesso poi coi _chèques_ e coi biglietti di carta filogranata xe anche più fàcile che ai miei tempi».

Quello che diceva il signor Bodù era esatto, e non c'è dubbio che il molto denaro permette all'uomo di invertire le stagioni, come ne fanno testimonianza i _giardini d'inverno_ nei grandi alberghi; come ne fanno testimonianza, dietro le lastre dei sontuosi negozi, le fràgole in gennaio per soddisfare il delicato e formidàbile appetito della donna; e così il denaro fa sì che i due cialtroni che dìssero: «Daniele Manèn, _nun sàccio_» àbbiano aspetto di gentiluòmini: però mi pare che la Serenìssima Repùblica di Venèzia, collocando queste làpidi in buon dialetto, provvedeva con onestà all'istruzione del pòpolo. Inoltre consegnando il nome ad infàmia su làpidi di marmo con la parola chiara, _ladro_, e non _deploràbile_ — come usa oggi, — offriva ai sùdditi una certa soddisfazione pel danno sofferto. In terzo luogo non si può negare che queste làpidi non costituìscano un coraggioso e insieme originale motivo di decorazione nei palazzi pùblici. È un sistema che si potrebbe riproporre.

E così avendo trovato in fondo ad una tasca una cordicella, mi misi allora a misurare le pìccole làpidi. Làpide del signor Bodù, m. 0,50 per 0,60; làpide del signor Pàulo Vivaldi, _contador all'offìcio de dazio del vin_, m. 0,58 per 0,80.

Ma in quel punto una mano fermò il mio bràccio e una voce mi disse:

— Cosa fa qui lei?

Era una guàrdia.

— Prendo le misure del signor Bodù....

— Vada, vada! Le misure le prendiamo noi.

Dovetti interròmpere. Era mezzodì ed andai a far colazione.

Colazione econòmica in una vècchia trattoria, in una vècchia calle: fondi di carciofo e zuppa di pesce.

*

Ora due (vecchio stile). In gòndola. Dissi al vècchio gondoliere: «Girate per i canali più brutti; non attraversate il canalazzo; non date spiegazioni».

Una lieve frescura aleggiava su le acque; e dalle acque morte parèvano venir fuori le spirali turchine, o gialle, che gìrano intorno ai pali, ove si fèrmano le gòndole. Dai neri palagi pèndono fior di nastùrzio. Il ferro lucente della gòndola procede con l'ondulamento di una sottile testa di serpe. La gòndola va stranamente ràpida nella sua silenziosità; e par che vada da sè perchè il motore — il remo — non si vede, nè se ne ode il tonfo. Solo, ogni tanto, la voce del gondoliere si eleva nel dare il richiamo allo svolto dei rii. Ha suoni cupi, plàcidi, imperiosi. Strano! Mi pare tutt'altro suono del _ciacolàr_ veneziano! Sopravvìvono le voci di Marco Polo, latino; di Marìn Sanudo, dei combattenti di Lèpanto? Voci fèrree e latine pel mare! Davanti a me, scolpita nello sportello della gòndola, sta la bocca umana del leone. Ondeggiò il leone sugli orifiammi delle galee combattenti; fu scolpito per tutto l'Oriente il sàvio leone che posa la zampa sull'Evangelo! _Pax tibi, Marce, evangelista meus!_ Ha l'Evangelo, ed anche la spada! A Zara ti ho ben veduto, leone di Venèzia! Obliata, lontana Zara! Perchè pensai a Zara? Perchè le donne di Zara dicèvano a me con isconforto: «I nostri figli non parleranno più veneto».

Ecco d'un tratto su le fondamenta mi balza, cavalcante, la figura e l'elmo brònzeo di Bartolomeo Colleoni.

Lungo quelle fondamenta una schiera di ragazzi ignudi si tùffano, mi grìdano: «Buttare in mare soldino!».

Via! Brutte rane!

Il sedile della gòndola è assai còmodo: questo basso nero sprofondato sedile. V'è posto per due, ed io sono solo. «La biondina in gondoleta»? No! Io non penso ad alcuna biondina. Penso a te, piccina, ridente cosa senza nome, o con un làbile nome, nome del mio mondo! Oh, averti qui in piedi avanti a me, domandarti: «Dove siamo, bambina? Che cosa sono queste lìvide acque? questi palazzi tràgici con bianchi baleni come di schèletri nel marmo? questo enorme silènzio?». Vedere lo stupore dei tuoi occhi!

No, no, non vòglio farti vedere queste cose morte dove i sècoli hanno piovuto le loro làgrime.

Ecco, io ti porto la bàmbola nuova ed i baìcoli freschi.

CAPÌTOLO XVII.

PÌCCOLI PENATI.

Un'agitazione nervosa mi aveva tenuto per tutto il viàggio mattutino da Bologna a Rìmini; nè poteva stare io fermo o seduto. E più il treno mi portava verso quella città, più l'ossessione nervosa cresceva: un antico male. Percorrevo su e giù il lungo treno quasi vuoto, e cercavo qualcosa di diverso a cui attaccare il pensiero. Corri, vècchio treno e pòrtami via il pensiero! Ma andava così adàgio il treno mattutino della Romagna!

*

Per buona ventura, in uno scompartimento di seconda classe si svolgeva un piacèvole ragionamento: c'era una signora di mezza età, dolcemente tonda, che parlava come a casa sua e si soffermava con letìzia, gestendo, sui suoni della sua pronùncia ravennate. C'era un signore anzianotto con una cravattina bianca che ascoltava con serietà. C'era una signorina magrolina che non parlava. Questa era la nepote e la signora era la zia.

La signora si rivelava per una di quelle plàcide borghesi di Romagna, che hanno poderi al sole, casa in città, galline in pollàio, vino in cantina; hanno esperienza di masserìzia domèstica e agrìcola; vìvono in quella, e nessun dùbbio le assale che tutte queste proprietà còrrano oggi un certo perìcolo, o, quanto meno, sìano molto discusse.