Viaggio di un povero letterato

Part 6

Chapter 63,822 wordsPublic domain

E allora mi venne incontro un'imàgine evanescente, quella della tua bimbetta, o Giòrgio Byron, che tu avesti da altra donna, e che tu quasi abbandonasti in un convento di Romagna.

Di lei più nulla si sa, più non si parla, e pure mi pareva che la sua imàgine mi venisse incontro di là dove _agli innocenti si risponde_.

Quale strano nome tu le imponesti! Ma era un nome itàlico: Gaja? Letìzia? Alba? Allegra? Sì, Allegra, tu la chiamasti così: ma ella morì da te lontana, e aveva cinque anni, in quel convento di Romagna. Morta la tua pìccola gaiezza! morta la tua letìzia, la bimbetta tua! Perchè è morta? e di qual male è morta? e dove adesso ella è?

Le mònache di quel convento la chiamàvano _la fìglia dell'inglese_, e questo è quello che esse ricòrdano di lei: «aveva gli occhi azzurri, i capelli neri, le manine affusolate. Aveva nome Allegra, ed era fìglia di Lord Byron. Era buona e gentile ed era la nostra gràzia. È morta, non sappiamo di qual male. È morta. E poi che ella fu morta, venne un uomo di terra lontana, alto della persona, coi capelli inanellati e gli occhi azzurri. Si sentìrono forti grida nel monastero. Milord piangeva perchè era morta la sua creatura. Fu composta in una ghirlanda di fiori, fu deposta in una tomba, e il padre incise il motto: «Io andrò a lei, ma lei non tornerà a me».[4]

[4] Vedi il raro opùscolo di Emìlio Biondi, _La figlia di Lord Byron_, Faenza, tip. Montanari. Byron dettò l'epìgrafe: In memòria di Allegra, figlia di G. Q. Byron, che morì a Bagnocavallo in Itàlia, il XX aprile MDCCCXXII, in età di anni V e III mesi, e vi appose il motto biblico: _Io andrò a lei, ma lei non tornerà a me_.

Non so perchè una gioja di pianto allora mi ravvolse. Mi pareva che veramente ci fosse il paradiso per gli innocenti: e la pìccola inanellata Allegra io la vedevo che si sollevava ridente sopra le mònache morte; ella diceva: «Io sono la pìccola Ifigenia!».

E fu dopo di allora che il poeta corse alla sua morte. Certo tu non l'hai lasciato per iscritto, o poeta, perchè soltanto alla morte e non alle muse si confìdano le parole supreme.

*

Le acque dell'Arno corrèvano continuamente; e altre parole supreme mi vènnero incontro. Perchè fu a Pisa che la lèttera del padre Monaldo Leopardi raggiunse il figlio Giàcomo. A Giàcomo Leopardi nessuna venustà della persona, nessuna voluttà, nessun onore in vita! Giàcomo Leopardi aveva fuggito il padre e la gran casa di Recanati, come una maledizione. Ora egli dimorava in Pisa, e qui lo raggiunse quella lèttera del padre Monaldo, scritta da Recanati, il 16 màggio 1828, che gli annunciava come l'_àngiolo della morte era passato sopra la sua casa, inalberando lo stendardo del pianto_. Era morto Luigi, il giòvane fratello di Giàcomo. Diceva Monaldo: _la morte spezzò la corona delle giòvani olive che èrano l'allegrezza e il decoro della paterna mensa_. Quali parole! _Allegrezza, giòvani olive, paterna mensa!_ Che cosa era in confronto la glòria ricercata dal fìglio? Egli cercava la glòria e la sapienza, e incontrava sempre la vanità. Quello e non altro che gli scriveva accoratamente, timidamente suo padre in quella lettera: _Giàcomo mio, salviàmoci. Tutto il resto è vanità!_ Forse quel _salviàmoci_ può sembrare grottesco; ma fu destino del conte Monaldus de Leopardis, in parrucca e spadino, già nel secolo XIX, parère grottesco; eppure se il padre e il fìglio fùrono divisi nella vita, io li vedevo congiunti nella morte.

Tutti morti nella giovinezza, Byron, Shelley, la pìccola Allegra, Leopardi: ma una imàgine perdurava nella vita: impinguava, deformemente impinguava. Chi? La contessa Guìccioli.

C'è il barone Hübner che nelle sue _memòrie_ parla di una decrèpita dama alle Tuileries, obesa e semi-idiota, a cui però tutti rendèvano onore di curiosità, perchè era stata l'amante di Byron.

CAPÌTOLO XIII.

LA PUPA, IL PRETE E LA GUERRA.

Una elegante donnina che andava su e giù a passettini stretti sotto la tettòia della stazione di Pisa, è salita anche lei nel treno dove sono salito io. Non è sola; ma con un grosso vistoso signore. Adesso ella sta seduta: io la posso contemplare in tutta pace. È bella? chi lo può dire? Il suo volto pare ricavato per opera di un àbile gelatiere da un sorbetto di crema alla vanìglia, con ricami di cioccolata ed alchermes. I suoi occhi sono lineati ad arte; e rimàngono immòbili e stùpidi: deve essere giovanìssima; un'adolescente ancora. Questa adolescenza e quegli artifici di vècchia cortigiana pertùrbano. Il suo crànio pìccolo sta incapsulato, giù sino alla nuca, in uno di quei cupolini che ora sono di moda: dalla nuca si drizza pur una penna, alta quasi come lei. Una spècie di casacca, lievìssima, àmpia, color granata, le sta aperta sul petto, dove una mussolina aderisce così finamente che sìmula l'epidèrmide. La gonnella a sghimbèscio làscia esposte due scarpette laccate, affusolate, mìnime: la trama delle sue calze è così lieve che si direbbe senza calze.

Non giunge nè meno ad essere invereconda e scomposta: anzi rimane composta. Un grosso mazzo di viole le sta fermato sul petto: un grosso manìpolo di rose thea, di rose purpùree ella ha posato sul cuscino rosso. Vien la vòglia di soffiarci sopra, e farla fuggire dal finestrino quella fèmmina perturbante.

Ne sono perturbati un po' tutti. È una ressa di gente, enorme, anche in prima classe: grossi maschi, grossi sottotenenti bellìssimi affòllano il passàggio del corridoio, sbìrciano, èntrano: è il mattino d'estate, l'ora dei formidàbili appetiti.

Lei non si muove; il signore che è con lei, le fa segno di restrìngersi, pare su le spine, ha gli occhi fuori della testa.

Oh, ma quei signori sono tutti cortesi, quei bellìssimi imberbi dei sottotenenti sono di una cortesia spaventosa. La signorina non si muova, le rose thea stìano sedute: staranno loro, i sottotenenti e i tenenti, in piedi. Stanno in piedi: mòstrano ridenti bianchi denti.

Mi pare che la vògliano mangiare.

La graziosa pupàttola gira attorno la serenità dei suoi occhi idioti, e sembra dire: «Io mi lascierei anche mangiare. Ma come si fa?».

Oh, grosso signore, con gli occhi fuori della testa, proprietàrio o usufruttuàrio di quella adolescente femminetta, ringràzia il tuo santo protettore che noi viviamo in un tempo pieno di civiltà, perchè in verità, se vivèssimo in un'età primitiva, tu correresti un quarto d'ora un poco terrìbile.

*

Ma che si aspetta per partire? Si aspetta il diretto da Roma. Ecco, arriva finalmente; strìscia, brùcia su le rotàie un lungo treno. Si ferma: il treno porta con sè tutto il vòrtice, tutta la pòlvere della lunga corsa per la deserta Maremma: la màcchina sembra bàttere i fianchi, anelare. Grìdano i giornali di Roma: _La Tribuna_, _Il Giornale d'Itàlia_.

Si parte, alfine.

Èccoci fuori della tettòia: si respira.

Ride la campagna nella gran primavera del lùglio fiammante. Cimitero, Chiesa, Battistero di Pisa, addio per l'ùltima volta.

Io ritorno ancora con lo sguardo dentro lo scompartimento: la gente è un po' sfollata, si è messa a posto: tutti hanno i gran fogli dei giornali spiegati: _Tribuna_, _Giornale d'Itàlia_.

Tutti lèggono: anche la giovinetta legge, o almeno le sue manine tèngono il fòglio spiegato, ed io vi posso lèggere in grande queste parole: _Orrìbili crudeltà bùlgare. Alcune madri vìdero i loro figlioletti gettati dalle finestre su le baionette dei soldati_.

I grossi maschi, che vanno su e giù pel corridòio; due signori, che sono seduti nello scompartimento, tèngono anch'essi lo stesso giornale in mano: le loro pupille pàssano con indifferenza dai _bimbi gettati su le baionette bùlgare_, a quella femmina provocante.

Gli orrori della guerra balcànica?

Certamente gli orrori della guerra balcànica sono lontani da Pisa. Ma si vede pròprio che l'amore verso il pròssimo, comandato da Gesù Cristo, è diffìcile. Si direbbe anzi che la difficoltà aumenti in ragione del quadrato della distanza. Io mi trovo in tasca un _Corriere della Sera_, e con molta sorpresa leggo che gli orrori della guerra fòrmano oggetto di un artìcolo dell'illustre Luigi Luzzatti. Il suo artìcolo è intitolato così: «la nostra felina umana natura». Grave!

L'illustre e venerando filòsofo si dichiara molto dubbioso a rispòndere a questo problema: «_se la bontà sia all'altezza del nostro incivilimento materiale_». Ma che succede? Una ventata di pessimismo passa anche per il cervello, sempre in perfetto bilàncio, dell'onorèvole Luigi Luzzatti? Sembrerebbe che sì, e la cosa mi fa dispiacere perchè non vorrei che gli dovesse far male. Un uomo che non ha mai dubitato della nobiltà dell'umana natura, dubitare ora in così tarda età? Gli potrebbe far male. L'ottimismo non è soltanto una filosofia, ma anche un eccellente digestivo.

*

Ecco il diretto si arresta: Viarèggio. Oh, finalmente! Il proprietàrio della bella bàmbola si affretta a chiamare dal finestrino: «Facchino, facchino». È impaziente di scèndere. Consegna valige, grosse valige, scatoloni. Gira, però, ogni tanto la fàccia congestionata verso quella sua femminetta. Ella è fresca come un gelato; e non è mica infondato il sospetto che quei grossi imberbi degli ufficiali non àbbiano diritto di rinfrescarsi un poco al contatto di quel gelato di carne. Affare sèrio anche questo della proprietà! Ma non succede nulla. Il grazioso balocco pei grossi bambini si alza placidamente: alzàndosi, làscia cadere a terra il giornale _coi bimbi infilzati_: raccòglie solamente le rose, discende piano, con gràzia, con amàbile stento.

L'alta penna ondèggia su la folla, densa alla stazione di Viarèggio.

Molta gente è discesa a Viarèggio: il treno è quasi sfollato. Si riprende la corsa. Le Alpi Apuane àprono in fondo il loro scenàrio bianco di marmi. Sento con emozione gridare un nome: Pietrasanta. Qui è nato Giosuè Carducci. Mi pare che tutta la gente debba guardare, debba dire: «Dove è nato Giosuè Carducci?» La gente non dice nulla.

*

Perchè ho preso questo deserto pìccolo treno che da Sarzana va a Parma?

Non lo so. So che sono padrone di tutta la prima classe. Oh, verdi valli della Magra dalle cilestrine acque, dai tranquilli gorghi! che nostalgia di solitùdine, di pure acque, di profondi boschi, di paesàggio con poca gente! Ma dopo due ore che il treno saliva, mi venne in mente che, poi, avrebbe cominciato a scèndere.

Così avvenne che mi trovai a terra.

— Guardi che il treno parte sùbito.

— Rimango.

Fu per tale ragione che sono disceso a Borgotaro, luogo deserto fra i monti. Ma dove è Borgotaro? È lontano dalla stazione. Deserto e solitùdine là dove io ero. Ma cosa fare lì? Forse che noi siamo come il pàssero, che non si può staccare dagli uòmini omicidi?

*

Il paese di Borgotaro si disegna a corona, distante circa un chilòmetro dalla stazione. Un nastro di strada, larga, bianca, vi conduce. Mi avviai piano piano. Quando fui a metà circa della via, mi sorprese una casa nuova, dove tutta la facciata era occupata per il lungo da una scritta cubitale, con caràtteri neri su lo sfondo bianco della fàscia: e la scritta diceva così: «senza Dio noi non siamo nulla».

Questa curiosa scritta mi ha fermato lì per qualche tempo. Certo che non è fàcile dichiarare che cosa siamo venuti a fare al mondo: a far nùmero? a dar commèrcio? a godere — come mi diceva tristamente una signora: «io vòglio godere!»?

Invece quando si ammette Dio, la risposta viene bene: — «Siamo venuti al mondo per amare e servire Dio, e poi goderlo in paradiso».

La difficoltà sta tutta nella prima parte: crèdere in Dio. Ma non c'è dùbbio che il proprietàrio di questa casa è un santo o qualcosa del gènere affine.

Borgotaro!

Borgotaro triste, cadente, diroccato borgo, chiuso nelle mura dell'antico castello. Come fa la gente qui a consumare le ventiquattro ore dell'esistenza giornaliera? Io non ci potei consumare due ore. Mi ricordai che presso questo castello passò negli anni 1494 Carlo VIII, re di Frància, quando mosse alla conquista del Reame di Nàpoli.

Il merìggio divampava ardente fra il silènzio dell'Appennino. I bimbi, infilzati su le baionette bùlgare, mi chiamàrono alla mente il re Carlo VIII, con la lància alla còscia, che infilzava l'Itàlia. Federico Nietzsche diceva: «Benìssimo!» e l'onorevole Luigi Luzzatti diceva: «Oibò!».

Queste stravaganti fantasie mi ballàvano dolorosamente nella testa in quel merìggio. Tutt'effetto di nervi non riposati. Se avessi riposato la notte a Pisa, il pensiero doveva essere questo: «Dove è un'osteria? dove si màngia bene a Borgotaro?»

Me ne tornai indietro da Borgotaro senza far colazione, in compagnia di un vècchio lavoratore che incontrai per via. Gli domandai — come vi passammo davanti — a chi apparteneva la casa su la quale era la scritta, «Senza Dio noi non siamo nulla».

— Èccolo che vien fuori adesso — disse il lavoratore.

— Quel prete?

— Sì, quel prete.

In quel punto, dal cortile usciva un biroccino, tirato da un cavallino asciutto, brioso, che nitriva allegramente. Il prete, che occupava col suo gran corpo il pìccolo sedile, non aveva affatto l'aspetto di uomo nato per la rinùncia. Era un forte, vigoroso uomo.

Appena fu su la via, mosse le rèdini e il cavallo scappò. E il lavoratore si sberrettò.

Disse poi il lavoratore:

— Questa casa è sua, quel prato è suo, quel campo è suo.... Anche quei campi là son suoi.

— Allora è tutto suo.

— Ah sì, se camperà molti anni, tutto il paese sarà suo.

Il lavoratore cominciò a querelarsi perchè il prete godeva, in terra, il paradiso. — Chi sa poi se ci sarà anche quell'altro paradiso? Lui, il prete, dice: «Badate a quello che diciamo e non a quello che facciamo....».

— E non vi pare giusta?

— E a lei pare giusta? — domandò a sua volta il lavoratore.

— Non mi pare giusto — risposi —, ma non si può nemmeno pretèndere che ognuno viva secondo la pròpria prèdica. Ma sapete, buon uomo, che molti per vìvere secondo la pròpria prèdica sono diventati così magri, da sembrar trasparenti, oppure sono finiti in manicòmio? — Ma nella casa del prete, — domandai osservando mèglio — c'è anche un'osteria.

In fatti sopra la porta c'era un cartello che nell'andata non avevo veduto, e diceva: «Salumi di Parma e vino nostrano».

Come si può combinare — io pensavo — la prima scritta «Senza Dio noi non siamo nulla» con «salumi di Parma e vino nostrano»?

Io al vècchio lavoratore volevo spiegare quel poco che so del mistero della creazione. Vi sono gli uòmini divoratori, così per istinto, come i rondoni, le talpe, i pescicani, sempre in moto con le fàuci spalancate. Napoleone non diceva, e lo confessava come una sua malattia, che per lui la guerra era un istinto, come per il violinista suonare il violino? Che farci, vècchio lavoratore? Distrùggere i divoratori, i pescicani? C'è tutto un partito che ha questo programma, e poi? Pensavo alle talpe. La talpa è il lìrico della fame: è capace di mangiare più volte il suo peso: ha denti e artigli formidàbili per la distruzione. Distrugge in fatti le radici delle piante, e i contadini quando tròvano una talpa, la uccìdono, anzi ne fanno estermìnio. Se non che la talpa non màngia le radici, le rompe soltanto per poter così dare la càccia sotto terra ai vermi e alle larve di cui è insaziàbile. Distruggiamo le talpe? Non dico di no, ma allora la terra è invasa dagli spaventosi insetti infiniti, nati dalle larve; e il rimèdio è peggiore del male! Pensi, volevo dire al lavoratore, che in alcuni paesi si fa commèrcio non solo di talpe, ma di animali anche più immondi, come rospi, bìscie, per salvare la agricoltura, e distrùggere le bestioline pìccole con le bèstie più grosse. Finora non c'è rimèdio migliore. Il nostro torto filosòfico è di considerare gli uòmini per uòmini; che se li consideràssimo come animali, dovremmo ammèttere che _mègio de cussì no la poderia andar_.

Ma questo ragionamento era troppo complicato e mi accontentai di pagar da bere al vècchio lavoratore.

*

Aspettai alla stazione di Borgotaro molte ore. Impossìbile che io scendessi a Parma!

Non volendo andare a Parma, nè restare a Borgotaro, non rimaneva che rifare la via percorsa, ed alla sera ero a Firenze.

CAPÌTOLO XIV.

PÈCORE E UOMINI.

Linea Firenze-Faenza.

Ieri grandinò: il treno correva sotto le nubi, che calavano plùmbee, gràvide ancora di piòggia: le cime verdi dell'Appennino le ferìvano, e dallo squàrcio si vedeva qualche strìscia d'azzurro. Poi il treno cominciò ad ansimare lungo le rotàie bagnate, su per l'erta dei monti. Le quattro ruote accoppiate della macchina pareva avèssero gran pena a salire.

La torre di Fièsole, già scomparsa nel fondo dell'orizzonte, mi rideva ancora nel cuore, melanconicamente: Dante, Itàlia, Firenze, cuore d'Itàlia!

Giallore di ginestre fra le genghe dell'Appennino; e guardando in giù in fondo ai viadotti, si vedèvano gore lustreggianti; e in fondo ai botri, e su per le aèree pendici si vedèvano bianche pècore in piena pace pascenti.

Sotto il riparo di una schèggia, ecco due pastorelli si ripàrano dalla piòggia. Fanno con le manine «Addio, addio» al treno: sorrìdono: soli, piccini, tranquilli fra quei gran monti paurosi.

Ma le pècore, ma qualche màcchia più bianca lassù fra i querceti — èrano mucche e buoi — non lèvano nemmeno la testa.

Chi lo ha detto? San Paolo, mi pare; e di poi l'hanno ripetuto i padri della Compagnia di Gesù: «Gli uòmini sono pècore, e le pècore non potrèbbero salire al monte senza cozzare insieme sino a precipitare giù nel burrone, se il pastore, cioè la provvidenza, non le vigilasse».

Ma guardando quelle pècore pascenti non mi parve che esse avèssero bisogno del pastore. Esse brùcano oggi in divina pace fra questi monti; come trecento, come mille anni fa. Le nubi minacciose ed orlate di nero scèndono dal cielo; ed esse brùcano in pace!

Bello questo paesàggio aspro dell'Appennino: esso è rimasto forse come era più di mille anni fa, quando i messi di re Alboino, dopo tanto cercare, vi trovàrono alfine la Marcolfa col figliuol suo Bertoldino: paesàggio immoto nelle età, attraversato adesso da questa carrozza di ferro, coi sedili imbottiti di velluto, il lavamano e le lampadine elèttriche.

Forse il pastore è necessàrio per gli uòmini.

Una gran tenerezza mi trascinava dal treno fuggente verso quei ruminanti: coperti di vello duro, brucanti gli odorosi mentastri, beventi acque pure, digerenti con quattro stòmachi: se non ci fòssero i lupi e i macellai, però. Curiosa stòria! Si legge dell'uomo questa cosa: che dopo aver trovato quella sua cèlebre definizione: _cògito, ergo sum_, ha poi desiderato di èssere come le pècore!

Strano è anche come i vecchi castelli, i vecchi borghi si confòndano con il colore delle rocce. Le torri sèmbrano ricami della terra: tutto si confonde nella terra.

Nelle curve si vede il treno che, ruggendo, si disvìncola dalle strette dei monti. La màcchina — a fissarla lungamente — sembra, con quel pennàcchio di fumo e quell'àlacre moto dei suoi organi, che vada animata da una sua volontà. Certo è un'illusione dell'òcchio perchè è l'uomo che ha creato la màcchina. Però questo contìnuo creare màcchine e màcchine non può darsi che porti via un po' d'ànima all'uomo per darlo alle màcchine? Se la natura ha dato quel tanto e non più....

Il treno si è liberato dai monti. Precìpita.

Brisighella: siamo già in pianura: pochi chilometri ancora, e poi Faenza.

Sopra Brisighella in cima a tre collinette si sono rifugiati una torre merlata con l'orològio, una chiesina, un minùscolo castello: un, due e tre, su le tre collinette. Una fila di cipressetti li congiunge, che pare un ricamo nel cielo.

Quelle tre cosine salùtano sempre i treni che pàssano.

Faenza! Ecco noi siamo arrivati in Romagna, e per l'appunto in quella città che fu chiamata l'Atene delle Romagne, in quei tempi in cui con molta facilità si concedèvano queste onorificenze di Grècia e di Roma. I superiori che allora comandàvano in Itàlia, trovàvano, anzi, questi balocchi molto ùtili.

Scendo dal treno. È l'ora del vèspero. Due, tre, parècchie donne pedàlano ardite e un po' scomposte, sul largo piazzale della stazione.

Oh! Romagna, dolce paese democràtico!

*

Oh, Romagna, generosa Romagna, forte ed ospitale Romagna! Io non dico di no. Ma dal tempo in cui l'Ipèrbole mi ha privato del benefìcio della sua protezione, io non godo più la giòia di questi attributi alla forte Romagna. Io non ammiro più le vostre risolute bestèmmie; io non poso più volentieri le labbra sul vostro ospitale bicchiere. Quanto alla democrazia, è un altro affare. Nel tempo che vissi in Romagna, fui molto avvilito a sentirmi sempre interpellare con un: «_Puvrèin!_». Poverino, qua; poverino, là! Lo dicèvano per modo di dire, e gentilmente; e certo bene considerando, tutti noi siamo poverini. Sarà democràtico quel «poverino», ma è seccante. E poi perchè ai cavadenti di piazza, ai tenori, ai ricchi proprietari di cavalli non dìcono _puvrèin_?

Ma il vero è che io quella sera non avendo aspetto nè di cavadenti, nè di tenore, nè di proprietàrio di cavalli; e d'altra parte ricordèvole di quell'esasperante _puvrèin_, era molto incerto sul modo di entrare in città, e presentarmi ad un albergo.

Ora capisco tutta la tua intuitiva saggezza, egrègio giòvane della ditta _Darük und Sohn_, che mi offristi così ùtili, benchè tardivi precetti, nella gita Bologna-Scaricalàsino!

Bisognava tuttavia escogitare un qualche espediente per isfuggire familiarità democràtiche. Mi venne in mente una deplorèvole finzione, e l'ho adoperata, quella sera.

Ho simulato cioè di èssere tedesco, svìzzero, che so io; tutto fuor che italiano: poche parole dure, sempre molto impettito, e mai sorrìdere, perchè il sorriso è la più pericolosa forma di dimestichezza.

*

La càmera che mi fu offerta era una grande, bella e fresca càmera con buonìssimo letto.

Quanto ai mòbili, era un'ingènua contaminazione del conforto moderno con antichi arredi che oggi sono chiamati di pèssimo gusto, cioè angioletti di gesso, frutti di scagliola, tappetini fatti con ritagli di stoffe: tutte cose che si consèrvano nelle vècchie case di Romagna, la quale è piuttosto conservatrice benchè àbbia fama di èssere rivoluzionària.

Ispezionai rigorosamente.

— Questo, orrìbile, cos'è? — domandai al proprietàrio, indicando alcune chiazze nere, su la parete contro al lavamano.

— Mah! Quando si làvano — disse bonariamente —, invece di scostare il catino, bùttano tutti i sbruffi dell'acqua sporca sul muro. Sicuro già che l'è poca pulizia!

— E quest'altro, più orrìbile, cos'è?

Il brav'uomo allargò le bràccia:

— Lo crede, el me signor — disse, — che ho fatto imbiancare tre volte da quando che sono qui! E ho fatto mèttere la sputacchiera apposta, come usa adesso. Macchè! loro tìrano al bersàglio. E gente che a vederla pare pulita; forestieri, gente come lei, che non si direbbe! Guardi mo'. — E additò tutti i punti cardinali della càmera. — Come si fa? Ci vuole pazienza.

— E questa coperta del letto la chiamate bianca voi?

— Sangue della Madonna, — esclamò — l'abbiamo cambiata ieri. Si pulìscono le scarpe, _sti boja_!

Dissi:

— Molto sporchi i tagliani!

— Tutto il mondo è paese, caro il mio signore — rispose con rassegnazione. — Vuol dire poi che chi è sporco per un verso, e chi è sporco per un altro.

Poco dopo sentii bàttere discretamente all'ùscio.

— Cosa volete?

— Scusi sa, ma c'è il nome e cognome da mèttere. Adesso vògliono anche questa roba qui, e ci vuole pazienza.

Tracciai sgarbatamente il mio nome con caràtteri gòtici, mutando la _i_ in _y_: qualcosa di incomprensìbile.

Il mio òspite non replicò, ma mi parve che se ne andasse mandàndomi un accidente.

*

Ho dormito finalmente bene: mi sono fatto aprire la finestra: il cielo era puro, innocente: della delinquenza del temporale di ieri nessuna tràccia. La bella estate aveva ricondotto il sereno. Canti di augelli dalla campagna, raggi di sole nascente. Come è più bello il sole in Romagna!

— Un caffè raccomandato, senza vostra porcheria di cicòria. E i giornali, molti giornali — ordinai.