Viaggio di un povero letterato

Part 5

Chapter 53,851 wordsPublic domain

Sì, l'ària a Scaricalàsino era pura; le fontane di Scaricalàsino versavano lavacri di acque pure; file di buoi e di asinelli baliosi trascinàvano seco il profumo dei presepi. Ma io ero già stanco. Mi dilungai fuori del paese e vidi, per greppi e prati, file di donne, vècchie e fanciulle, che intrecciàvano, col ràpido moto delle mani, trecce di pàglia. Le mani di quelle trecciaiole forse èrano pure; ma sùdice e deformi. Rientrai in paese.

Guardiamo le antichità: una làpide mi avvertì che Scaricalàsino aveva dato i natali al Ramazzotto, uno di quegli avventurieri che vestìvano di ferro e, quando garbava, scaricàvano pugni sul pòpolo, che allora era privo della sovranità. Anche il nome Ramazzotto richiama in mente una scàrica di pugni. Cosa strana e certo deplorèvole: vi sono momenti in cui si prova simpatia per gente sì fatta!

Vediamo se vi sono altre làpidi. La interpretazione delle làpidi serve anche a far pèrdere il tempo, come la spiegazione delle sciarade. Ne scopro una graziosa, che ricorda il _fàusto passàggio_ del papa Pio IX per Scaricalàsino, il 17 agosto 1857.

A Pio Sovrano, Al Sommo Pastore, Noi mìseri figli Offriamo l'amore.

Dèvono èssere versi, nell'opinione di Scaricalàsino. Mi vènnero anche in mente le poesie di Mimì; e così passai altro tempo.

Oh, ma interessante! Ecco, pròprio vicina alla làpide per Pio IX, un'altra làpide, e un altro _fàusto passàggio_ per Scaricalàsino: _il primo giugno 1860, Vittòrio Emanuele II, il Duce valoroso di Magenta, qui venendo di Toscana, colse su questi monti i primi omaggi dei pòpoli dell'Emìlia_.

Dunque a due anni e mesi di distanza, i _mìseri figli_ di Scaricalàsino, dopo avere offerto il cuore a Pio IX, lo offrìvano a Vittòrio Emanuele II. Ma questa non è una specialità di Scaricalàsino: anche fuori di questo paese i pòpoli òffrono con molta facilità il loro cuore ai pastori nuovi.

_Valoroso duce di Magenta_, però, non era esatto; ma può andare per Scaricalàsino, tanto più che nei libri di scuola si dice lo stesso. Pòvero Napoleone III! Tutta la stòria del Risorgimento d'Itàlia sarebbe da rifare. Ma chissà se questa stòria è finita?

E così pensando, passai altro tempo.

Ma quanta ricchezza di preti c'è a Scaricalàsino! Baldanzosi, messi bene, ben pasciuti.

La buona gente mi assicura che se vado su pel Mugello, di preti e mònache ne troverò anche di più.

Si vede, allora, che la pianura è coltivata a socialismo rosso, e la montagna a socialismo nero.

E guardando i preti, passai altro tempo.

Ma ecco un'altra automòbile, pari idèntica a quella che avevo lasciata, rombò per Scaricalàsino.

— Questa dove va? — domandai.

— Torna a Bologna, — mi fu risposto. — Ma lei non deve andare in Mugello?

Mi avèvano visto scèndere poche ore prima con le mie scarpe gialle, girare per Scaricalàsino, ed ora andavo via. Cos'ero venuto a fare a Scaricalàsino? «No, buona gente, la verità è questa, che io non so dove andare, se andare in Toscana o tornare a Bologna.»

Ma se avessi detto così, avrei dato scàndalo: perchè è lècito seguire ad lìbitum o i sàtrapi rossi o i pastori neri; ma non è lècito ignorare dove l'uomo deve andare, e perchè andare.

Perciò risposi: — Sì, devo andare a Firenze....

— Allora domattina, con la corriera con la quale ella è venuta.

E l'automòbile passò.

*

La gente mi parlava pittorescamente del Mugello, del Giogo, e della Futa. Lassù avrei mangiato fràgole di bosco. Dal vàlico, per Barberino di Mugello, avrei raggiunto San Pietro a Sieve; lì avrei preso il treno, e in mezz'ora sarei stato a Firenze e di lì a Pisa. Non avevo mai visto il Mugello; ma ne avevo l'imàgine di un paesàggio composto ed adorno, come la prosa del Firenzuola. E il nome di Barberino di Mugello mi fece balzar fuori la Nència da Barberino, la quale, in realtà, era una contadina, ma quei versi di Lorenzo il Magnìfico che tanti anni addietro avevo sentito recitare, io direi divinamente, in iscuola dalla bocca amara di Giòsue Carducci, mi rifiorìvano alla memòria:

I' t'ho agguagliata alla fata Morgana, Che mena seco tanta baronia,

e me la trasfiguràvano: fata Morgana, così pròprio, che sorrise per breve ora nella mitezza del cielo toscano. Poi la realtà: la servitù della pàtria.

E anche Pisa non avevo mai veduto; ma mi piaceva nominarla in latino: _Pisae-Pisarum_, e la vedevo con tante galee antiche; àuree, rosse su per l'Arno azzurro: e il cimitero di Pisa non avevo mai veduto, e lo vedevo come un gran porto silenzioso e adorno, dove approdàvano coloro che avèvano navigato.

Allora domani andremo a Pisa.

Era questione di far venìr sera nell'interminàbile giornata di Scaricalàsino, poi chiùdere òcchio, la notte.

Mi fu indicata l'osteria del Ramazzotto; e quell'ostessa mi assicurò che in un'ora mi avrebbe preparato delle tagliatelle, e un pollastrino su la graticola.

— Lei, intanto, — disse — vada a vedere i monti.

Ripresi il cammino per sentieri e prati attorno a Scaricalàsino. Vecchie e donzelle erano ancora accoccolate sui greppi a intrecciare la pàglia.

C'era la _donzelletta_ e c'era la _vecchierella_ incontro là dove si perdeva il sole oramai, come nella poesia del Leopardi. Ma allora capii perchè Leopardi si annoiasse tanto a Recanati, sino al punto da fare, a vent'anni, della filosofia su la donna.

Quelle feminette lavoràvano in silènzio, immòbili, con ràpido muòvere delle mani. Non so perchè quelle mani pure, ma sùdice, mi fècero venire in mente le mani impure di quella cortigiana, laggiù al caffè dell'Arena.

Sì, ella levàndosi, mi aveva sussurrato, «Venite!», offrendomi indifferentemente il resto della sua notte immonda.

Ed io la avrei anche seguita: ma era l'alba, l'ora delle cose pure, l'ora che i bimbi dòrmono ancora. E poi c'era quell'_arrière-goût_ di fègato con cipolla.

L'ostessa aveva apparecchiato in una spècie di giardinetto con una grossa tovàglia spighettata, che sapea di fresco odor di lavanda, e vi avea posato un fiasco di vino bianco, che pel collo sottile aveva le graziose bollicine, che andàvano su e giù. Gran quiete e solitùdine. E allora pensai a quell'antica istituzione che èrano i conventi antichi: una specie di fortezza spirituale, dove i flutti mondani si venivano a fràngere. Quivi oh, lievemente vìvere, trascòrrere _caldi e geli_! Ebbene, quando sarò a Pisa, domanderò in una biblioteca, il _De òcio religiosorum_, che non avevo mai letto.

*

Malauguratamente nel giardino c'era una pianta di gardènie, e tutta la colpa fu delle gardènie. Nei rossi vèsperi davanti al teatro dell'Arena del Sole, a' bei tempi, si vendèvano gardènie.

In verità non bàstano i conventi, ma è necessària la rinùncia, anche alle gardènie; e invece ne spiccai una ed immersi tutto il naso in quella freddezza dei pètali carnosi sino a spezzare i pètali e a far nera la gardènia.

Intanto l'ostessa aveva portato in tàvola le tagliatelle.

— Ma che mostruoso piatto — dissi. — Lei ne ha portate per due.

— Ne màngia fin che vuole.

Molto eccellenti e toste.

Avèvano un afrore fresco e quasi carnale.

È necessàrio rinunziare anche alle tagliatelle.

Calava il vèspero. Il vino mi fece vedere Bologna, la rossa, Bologna d'altri tempi quando non èrano sorti i deformi casamenti e il pòrtico del Pavaglione odorava di felsina, e di gaggie, in quella sua composta signorilità. E si vedèvano i pochi edifici sopra i colli imminenti, spiccàvano con purità ellènica.

Poi, non so come, sentivo mormorare questi versi del pòvero Severino Ferrari:

Vedi? L'alba s'accende ed alza le ben cento Torri Bologna fùlgida a' tuoi piedi.

E Severino Ferrari richiamava Biancofiore:

O Biancofiore, i tuoi riccioli d'oro Come belli dormian sovra il tuo sen!

E allora anche Carducci, così maldestro a cantare d'amore, si commoveva per consenso, e sospirava:

O alti pioppi che tutto vedete, Dìtene, adunque, Biancofiore ov'è?

CAPÌTOLO XI.

IL SOGNO DELLA GARDÈNIA.

Ma quando fu notte e mi addormentai, ebbi una strana visione di sogno. È vergognoso! ma sono stato io il Creatore della vita, degli uòmini, delle gardènie? Chi era quell'uomo dalla età e dalla barba a cirri veneràbile? Pareva Leonardo da Vinci, il savìssimo; o Catone l'uticense, il moralìssimo.

Ma il luogo dove il veneràbile uomo si trovava pareva la Corte dei Miràcoli. Notte fonda: qualche lume, e dagli angiporti un animarsi, un brulicare, come le cìmici, di meretrici rosse, di meretrici gialle. Uomini priapei, malviventi, cinedi. Orrìbile sozzura notturna.

— Che vuoi da me, pìccola miseràbile?

— Rispettàbile signore, aiutate una pòvera fanciulla.

Era una creaturina sparuta, quasi senza sesso. Quale orrore! Una fanciulla nella età in cui gli àngeli fanno con le ali velo all'innocenza, trovarsi in così abbominèvole luogo!

— Sei sola?

— Ero con quegli uòmini che ora si allontànano laggiù. Ma ora sono sola.

— Vuoi, pìccola fanciulla, che ti riconduca a casa?

— Casa? Io non ho casa.

— Ma tuo padre? Tua madre?

— Padre? Madre? Non ne so nulla, signore.

— Ti guiderò allora all'asilo delle fanciulle perdute, benchè a quest'ora antelucana, gìrino per le vie le guàrdie dei buoni costumi, che fanno razzia delle creature immonde. Per la mia buona reputazione, fanciulla, procedi tuttavia discosta da me.

— Hai paura? — domandò la fanciulla. — Ma la città ora dorme; la gente non ti vede. Hai paura di venire vicino a me?

Non era più una voce infantile quella che l'uomo sàvio udiva: era una voce divenuta sicura e calma.

— Io vado avanti e tu procedi dopo di me, se tu hai paura.

Così ella disse e andava avanti.

Il suo passo era lieve e saltellante: ora pareva più grande, quale una snella efeba. Come una strana scia si formava dietro il passo di lei, nel cui vòrtice l'uomo sàvio fluttuava.

Ogni tanto il volto di lei si volgeva in dietro con un impercettìbile scintillar di sorriso: e tutte le chiome di lei si volgèvano insieme.

Era veramente lei che trascinava dietro lui. — Fanciulla, tu sei bene impudica! il giorno rischiara, e la tua veste è impudica. Fèrmati, dimmi: non nacque il Pudore su le guance di una fanciulla?

— Così dìcono — ella disse, — in fatti, i libri degli uòmini: una bella fanciulla ti darà altra risposta.

Le vie della città èrano ancora deserte; e tutte le finestre chiuse: ma dietro quelle finestre a lui sembrava di scòrgere mille e mille sguardi: tutti, ah, tutti vedèvano.

— Oh, ma io non ti toccherò, fanciulla, e se tu entrerai in qualche luogo immondo, io non ti seguirò.

— Ma se fossimo in luogo dove non fosse più nessuno, nessuna abitazione, nessuna curiosa pupilla umana, nulla fuori che me e te, tu mi toccheresti.

La città infatti era scomparsa, e la notte dava posto al sole, ed era l'irradiante sole estivo che rovesciava di qua e di là le tènebre come un forte iddio. Una campagna si apriva senza tràccia di abitazione umana. Salìvano alte erbe, alte rose e gardènie. Ella saliva più alta delle erbe e dei fiori, e con le bràccia nude districava le sue impigliate chiome. Era un enorme velàrio di fiori, come entro un campo di spighe. Le mani del veneràbile uomo si tèsero per adunghiare quel bràccio. Ella se ne accorse, rise, disse: — Ora hai tu perduto il pudore.

Allora ella rallentò il passo. Si lasciò avvicinare.

Magnifica e veneranda ella era. Bella come Biancofiore!

Pure sorrideva dolcemente.

Abbassò per un momento le grandi cìglia. Staccò un tènue fermàglio, e con la mano si attolse la mammella col purpùreo fiore del seno.

— Che cosa vuoi tu — disse ella allora tristemente —, pìccolo miseràbile?

*

E mi destai allora.

Sorgeva la pàllida aurora. Mi levai, guardai nello specchietto. Certo non ero io il personàggio del sogno, perchè io non porto barba. Ma certo era un indivìduo della spècie barbuta, la cui potenza io avevo il giorno prima esaltata davanti a Mimì.

Comunque una bella servitù questa dell'uomo che domanda una mammella quando nasce e quando muore!

Probabilmente deve sussìstere un rapporto fra Biancofiore e la morte.

CAPÌTOLO XII.

BATTISTERO, CHIESA, CIMITERO!

Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero, e poi il campanile che suona; o suonava una volta.

Le alte mura merlate, severe, nere, in questa parte remota di Pisa, si piègano a gòmito e sèmbrano recìngere il confine di un mondo.

Battistero, Chiesa, Cimitero e la campana che chiama; tutto è marmo bianco, su cui è passata la mano giallina del tempo: un color di cera, un color di alabastro, come la mano dei vècchi e dei morti: tutto un ricamo aèreo sul verde del prato!

Io vi giunsi sul vèspero luminoso di un giorno di festa, e, per buona ventura, quell'àngolo un po' fuori di mano di Pisa, era deserto: cioè proprio deserto, no.

Si vedèvano sul verde del prato gruppi di gente, seduta o sdraiata; ma che cosa facesse, non distinsi da prima per la lontananza.

«Qui dunque a Pisa — pensai — è lècito calpestare i _tappeti verdi_ ed anche sdraiàrvisi;» e così mi accostai a quei monumenti venerandi «calpestando», ma senza paura; ed un po' percorrendo quei sentieri marmorei, tracciati come lìnee cabalìstiche, sul verde, fra l'uno e l'altro monumento. L'erba del prato non era gentilina, pettinata, rasata dal giardiniere: ma rubesta, scura, tenace.

Attorno al Battistero, alla Torre, alla Chiesa non trovai, in quell'ora in cui io vi giunsi, alcun tedesco col Bèdaeker rosso, nessun visitatore, nessun cicerone. Il Battistero, il Cimitero, la Chiesa èrano chiusi in quell'ora; ma parèvano vìvere ancora nella vita.

Quei gruppi di gente, che avevo intravveduta, èrano formati di famìglie di artigiani con loro donne e bimbi. Dove cadeva l'ombra dalle mura o dalle cùpole, facèvano merenda in cròcchio: in mezzo, un tegame, un fiasco, pane e frutta; mangiàvano placidamente, fra il loro Battistero e il loro Cimitero. Poi i bimbi ruzzàvano, e quei monumenti parèvano protèggerli e non adontarsi.

*

Quel Battistero, quella Chiesa, quella Torre cantante, quel Cimitero, adorni dei più bei segni della resurrezione, che cosa èrano? Asilo e pàtria; il luogo del battèsimo, il luogo delle nozze, il luogo della pace. Una religione, insomma!

La speranza immensa abitava allora dietro queste porte. Oggi le nostre patrie sono più grandi, e vi sono tanti asili e tanti manicomi, con tanta igiene, che una volta non si conosceva nemmeno. Ma questi edifici moderni non sono belli. Perchè? Perchè non li ha edificati la pietà; e nè anche la religione. V'è bensì chi dice oggi di crèdere nella _religione dell'umanità_. Ma ci possiamo fidare?

*

Come fuggìrono veloci quelle ròsee ore del vèspero! Il monte di San Giuliano, dietro la Torre pendente, pigliava certe ineffàbili tonalità violàcee. Conforto di maggior frescura, e profumo di rèsine, recava dal Tirreno la sera imminente.

Passàvano intanto donne del popolo coi loro bimbi davanti alla chiesa: li sollevàvano a baciare quelle istoriate porte di bronzo, chiuse come il mistero; e non so perchè, dicèvano ad ogni porta, con accorato accento: «Bello, bello!» con quelle elle che squillàvano come làmine tese fra la dolcezza lamentosa delle vocali; ed i bimbi ripetèvano: «Bello».

«Bello», che cosa?

Sì, «bello» e basta.

Quanto più sàvio baciare le impenetràbili porte del mistero, e dilungare piamente, in silènzio, a capo chino, come facèvano quelle donne, piuttosto che urtarvi col capo, come facciamo noi! Ed allora anch'io mi posi a riguardare quei riquadri delle porte ad alto rilievo di bronzo, ed una figurazione più delle altre mi attrasse: essa rappresentava un cancelletto campestre, dietro il quale era un orto fiorito, e, dentro, tante figurine con gli occhi levati verso il cielo.

Sotto stàvano iscritte quelle parole simbòliche che il D'Annùnzio pose a tìtolo delle sue rime profane: _Hortus Conclusus_. E tutte quelle figurine di bronzo, che sono gli abitanti del nostro mondo, parèvano estàtiche a contemplare quello che avviene lassù, nel gran sècolo, nella gran pàtria di Dio. E un po' per volta divenni estàtico io pure.

— Mi accorsi allora di non èssere solo: una vècchia magra, lunga, passava cercando con gli occhi e col tatto, l'una e l'altra porta.

— Che cosa cercate, buona donna?

— E ci deve èssere! L'ho visto quand'io era bimbetta, e non lo trovo più! — disse come parlando a se stessa.

— Che cosa?

— Il pretino, veh! — rispose.

Ella cercava tra quelle figurazioni la stòria di un prete di cui era antica leggenda che avesse rubato l'àbito e la corona di gemme alla Madonna: «E un giorno — diceva la vècchia — trovorno il pretino stiacciato fra le du' porte, metà di qua, metà di là; e allora si capì che era stato lui. E ci dev'esser qui il pretino, e non lo trovo più».

La buona vècchia, da quanto riuscii a capire, credeva nella Madonna e nel miràcolo, ma non credeva nei preti.

— E se loro non vi danno l'assoluzione? — domandai.

— Oh, senta — rispose ragionando come si fosse trattato di un affare spìccio e che si poteva còmpiere anche quella sera stessa —, io ho settant'anni e più di vita, e in settant'anni non ho fatto male a nissuni. Possa pèrdere questi occhi e non veder più i miei figliuoli se ho fatto male a nissuni! Quando sarò morta, mi bùttino dove vògliono. Poi farà Dio quello che vuole di me.

— Oh, buona donna, siate certa che porteranno anche voi lì, nel Cimitero....

— Oh, lì non seppellìscono più nissuni. Quant'anni è che non seppellìscono più? Ma gli scienziati — interruppe poi gravemente — ci hanno diritto.

— Gli scienziati soltanto? — domandai — ed i poeti, no?

«Scienziati» voleva ella dire, cioè «i saggi», cioè quelli che sanno le cose che non si vèdono. Mi diede la buona sera, e si allontanò per uno di quei raggi bianchi che lineavano il prato scuro.

Quella donna è nobile certamente — dissi a me stesso seguendo con lo sguardo la sua magra figura; — non sarà contessa o marchesa: ma nòbile è certamente! Ammette qualche privilègio per gli scienziati e per i poeti. Si rivolge al suo Creatore senza interposta persona: «Ecco, o Dio, a te la mia ànima».

Domattina avrei trovato tutto aperto: la chiesa e il cimitero. Ma non era il caso di ritornarvi. Il trionfo della morte dell'Orcagna, con quei cavalieri che si arrestano davanti alle bare, lo vedremo quando che sia.

*

Mi avviai io pure. Non era così caduta la sera che alla luce ancora sospesa nell'aria, non distinguessi in una piazzetta, deserta allora, un edifìcio di nòbile fattura antica, da gèmine scalee esterne aggraziato, le quali sul chiuso portone in alto si congiungèvano.

Una scritta dicea: _Scuola superiore di magistero_. Una stàtua marmòrea, guerriera, dominava la solitùdine della piazzuola. «Deve èssere — pensai — la simbòlica Minerva, dea della sapienza, perchè questa è la casa della sapienza. Ve ne sono anche altre in Itàlia: ma questa è una delle case più pregiate.» Qui studiò, in fatti, Giòsue Carducci, il quale fu come tu vuoi, o Minerva: cioè fu sapiente e fu guerriero: e anzi voleva che i professori fòssero i guerrieri della nuova Itàlia. Quando morì, l'hanno rivestito di abiti pontificali con gran riverenza; ed ora con grande irriverenza lo vanno spogliando anche delle fòglie del santo alloro. Minerva, Minerva immortale, non esiste più la immortalità?»

E mi appressai alla stàtua marmòrea. Ohime! Non era la divina armata Pàllade Atena. La stàtua era bensì loricata, ma non era Atena. Era uno dei tanti imbelli prìncipi medìcei, agli òrdini di casa d'Aùstria e di Spagna, che pittori e scultori vestìvano, nel Seicento, da guerrieri romani, sì che finivano per essere creduti guerrieri veramente romani.

«Minerva, vedete — mi disse il sedentàrio personàggio marmòrio — ha l'inconveniente di inoculare la sapienza agitante. Qui si fàbbrica invece la sapienza riposante.»

Allora per la gèmina scalea di quella scuola mi parve di vedere salire e scèndere una quantità di contributi, saggi, ricerche, congetture: una spècie di un altro cimitero.

Antiquària! Con tutta la precisione dei moderni sistemi; ma antiquària.

Mi venne, allora, in mente Giacomo Leopardi quando giovinetto uscì dalla biblioteca paterna e si recò in Roma per cercarvi la vita, e trovò invece che tutto in Roma era _antiquària_. Guai a lui se alla gente romana egli avesse detto: «Io son poeta, io son colui che sentì _il suon dell'ora_ e le _voci dell'infinito_». E se avesse detto: «Io son colui che dall'antiquària dedussi il verso: _Io solo combatterò, procomberò sol io_», la gente antiquària di allora avrebbe esclamato: «È pazzo costui?». Eppure per quel verso noi lo chiameremo _Liberatore_.

Potrò io rinchiùdermi in una biblioteca, come in un chiostro dalle spesse mura e dilettarmi dell'antiquària, o, sopra un bel leggìo, lèggere il _De òcio religiosorum_: potrò io godere nel non sentire più l'ossìgeno della vita: ma per i giovani, no! Esiste negli anni giòvani un servìzio militare obbligatòrio. Non sarà più — come si va dicendo — il servìzio materiale delle armi, ma veramente, comunque, pei giòvani _militare, navigare est necesse_!

*

Una luce violenta mi abbagliò. Ero arrivato presso i Lungarni. _Bars, buvettes_ cinematògrafi con le sòlite proiezioni deformi o grottesche, caffè all'aperto, gran folla, gran luce elèttrica. Mi accostai al parapetto del fiume e vi rimasi finchè l'ùltima luce rossa del tramonto, sospesa su le acque, disparve.

*

Al mattino mi levai presto, e andavo lungo le rive dell'Arno. Il mattino rugiadoso tremava di un pàlpito di giovinezza. La riva dell'Arno era deserta in quell'ora, e mi si animò per una fantasia d'altri tempi. Una cavalcata orgogliosa risale le sponde dell'Arno: Lord Byron, la Guìccioli, la leggiadra contessa, poi altri gentiluòmini, poi il corteo dei servi in gran contegno. Dall'alto dei lùcidi palafreni quegli stranieri guàrdano l'ùmile gente, guàrdano le onde cilestrine del fiume, mèmore delle glòrie di Pisa. Ma ora, _Rule Britania_. Le galee di Pisa non ci son più. Britànnia impera sull'onde.

Giòrgio Byron, pàllido orgoglioso poeta britanno! Peregrinava per le città già imperiali d'Itàlia: Venèzia, Ravenna, Pisa, che allora erano le città del silènzio. Vìvono i santi e i màrtiri sui mosàici d'oro a Ravenna e vìvono i pini in Ravenna; scintilla cilestrina l'acqua dell'Arno. Ma l'Itàlia è nelle sue grandi arche marmòree. Quante arche all'aperto, fra gli sterpi, in Ravenna! Napoleone è morto a Sant'Èlena, il tricolore è stato sepolto anche lui. Sull'Itàlia ora è stesa una dura, bianca assisa austrìaca: il papa benedice la morte d'Itàlia. E allora discèsero in questa pàtria i giòvani poeti oltramontani, figli delle lor pàtrie potenti. Venìvano ad inspirarsi visitando le belle regine morte: Roma, Venèzia, Ravenna. Quale voluttà! Avèvano seco le belle loro arpe romàntiche, e questo cimitero d'Itàlia era quello che ci voleva per riportare in pàtria gloriose canzoni.

Quali tocchi alle loro arpe romàntiche! E bello, con inanellata la chioma, azzurre le pupille, venne Lord Byron e chiamò l'Itàlia: «Nìobe delle Nazioni». A Venèzia le belle donne, dai nomi dogali, elevàvano troni a lui, per lui degnamente accògliere. A Ravenna, quasi staccata dalla processione delle spiritali màrtiri esàngui, nel musàico d'oro di Sant'Apollinare, venne a lui incontro Teresa Guìccioli, la contessa.

Ma ella era tutta di carne, era tutta palpitante, e ti si disciolse fra la bràccia. Sentisti tu, o poeta, nell'allacciamento di lei la voluttà come se la morta Nìobe rivivesse e ti baciasse in prèmio della pietà che tu avesti per lei?

La morta Nìobe rivivrà!

Pineta di Dante, pineta del Boccàccio! Batte il mare ai tuoi màrgini, e il cielo vi trasporta, al tramonto, fulgori orientali, e allora le chiome dei pini si colòrano di sàngue. Le màrtiri in fila hanno un insensìbile moto di vita: dall'àbside azzurra di Santo Apollinare in Classe, Cristo, possente e giòvane, pare in atto di levarsi e dire: «Risorgerà! La morta Nìobe rivivrà!».

Quale amore, o Giòrgio Byron!

Ma poi tutto si fa cupo e sanguinoso: prima è il rogo del poeta Shelley, da te acceso, o Giòrgio Byron, in fàccia al Tirreno; poi è la tua giòvane morte, eròica, come un'espiazione, a Missolungi. Come in un'antica tragèdia! Perchè tu, o felice poeta, ricercasti la tua morte?