Viaggio di un povero letterato
Part 4
Ma quale maligna forza mi costringe a guardarle? Esse non si accòrgono nemmeno di me: io pur le guardo: io le intervisto. Sì, le intervisto anch'io, e domando: «Quale abisso separa me da voi? Bellìssime creature, io vorrei che voi mi diceste, che voi mi dichiaraste che cosa sono per voi i titani dell'umanità: i grandi scopritori, i grandi polìtici, i grandi guerrieri, i grandi scienziati, i grandi poeti».
Mi sento rispòndere: «Cristòforo Colombo ci ha permesso le _tournées_ in America; Stephenson ci ha permesso di viaggiare in _sleeping-car_; Pasteur ci ha inventato molte cose igièniche; Edison ci ha inventato le lampadine elèttriche: i pittori hanno disegnato i figurini delle nostre _toilettes_; i guerrieri fanno la guerra anche per noi; le teste dei legislatori spesso hanno servito da cuscinetto alle nostre scarpine. I poeti sono i nostri reclamisti».
La biondina, dormiente, esponeva graziose scarpette d'oro, tutte brillantate.
«Miseràbili carni vendute! — proseguiva io — viltà del mondo senza nome! dissipatrici dell'enorme lavoro dell'uomo!»
«Sempliciotto — rispondèvano loro. — Ci hai mai pensato? Pènsaci. E d'inverno e d'estate, e negli autunni squàllidi, e nelle albe di cènere, e attraverso tutti i terremoti, tutte le devastazioni, chi fiorisce eterna, e ridente? Chi? Noi. Noi non siamo mai arruffate, mai inzaccherate, mai scalcagnate. Erette, lineate le cìglia, fisse le labbra, impennacchiate, indiamantate.... Batta pure la neve! noi siamo il sole dell'uomo. Il nostro splendore attraversa l'ora grìgia del mondo. Ci siamo profumate per vìncere le putrèdini. Ridiamo per deviare le vostre tristezze. Sempliciotto, ci vuoi misurare le spese? Ci vuoi fare i regolamenti? Va a scuola!»
Io ero a questo punto della mia intervista, quando mi sentii balzare sul sofà. Era la bruna che era balzata venèndomi da presso: ed io ero balzato per contraccolpo. Ella — mentre io meditavo su la sozzura notturna — aveva frugato nella sua borsetta d'oro.
— Un'_allumette_ per piacere, — disse presentandomi la sigaretta penzoloni dalle labbra.
Offrii la fiamma, la quale insieme con l'àcqua non si può rifiutare all'uomo e neanche alla donna. Colei accese, aspirò, scosse la compagna, le offrì una sigaretta: ma essa ripetè:
— _Go sono!_
La bruna allora mi fissò in volto: disse a bruciapelo:
— Noi siamo milionàrie. Certo, milionàrie! Siamo state in automòbile questa notte; e adesso andiamo a letto. Ci alzeremo quando ci piacerà.
Aveva un metallo di voce roca, bruciata dall'arsura delle sigarette.
— Io, signora — dissi rispondendo dopo essermi un po' riavuto, — non sono ancora milionàrio; ma meriterei di èsserlo. Non vado a letto perchè mi sono levato da poco: andrò anch'io in automòbile, perchè devo recarmi appunto a Scaricalàsino.
La signora non conosceva questo paese. Aveva viaggiato mezza Europa; conosceva tutti gli _Eden_, le _Folies_, i _Trianons_, i _Moulin-Rouge_ d'Europa e d'Amèrica; ma non conosceva Scaricalàsino.
Per tal modo appresi che la signora era artista: ma assai più artista di lei era la biondina, anzi «cèlebre artista».
Mi feci attento. Artiste! Le signore allora appartenèvano all'almanacco di Gotha dell'alta sozzura.
— Artista di canto, la signora bionda? — domandai.
— _La signorina la xe artista de balo, e che artista!_ — Come? io non l'avevo riconosciuta? — _Ghe xe i ritrati per tuti i cantoni! Lu nol conosse Lydia Dolores?_
Confessai la mia ignoranza.
Stupì. Domandò: — _Ela no la ga mai visto Lydia Dolores balar la danza egìzia? el tango autèntico? la matchiche? la danza serpentina?_ la danza russa, tutta nuda?
— Tutta nuda?
— _No ghe xe gnente de mal._
— Non dico di no. È che io, signora, ho l'abitùdine di alzarmi nell'ora in cui si cominciano a ballare queste danze; — e perciò non potevo imbàttermi con la signorina Lydia Dolores.
Quegli occhi grigi e freddi mi scrutàrono un poco dubitosamente; poi disse: — _El ga perso un gran spetàcolo. Lu nol xe miga per caso un cèrego, un prete?_
— Tutt'al più un chièrico vagante.
— _Del resto per mi un cèrego el xe un omo come un altro. Se nol xe un cèrego, alora el xe qualcossa de stravagante. Be', se lu el vede balar Lydia Dolores, dopo el se ne ricorda per un toco. La par fata co le suste; la se remena, la se inverìgola, la se storze come una bissa! Eh, se la gavesse giudìzio, quela là, la podaria mètarse da parte un grumo de soldi, in verità de Dio! Ma no la ga giudìzio...._
— Non ha giudizio?
— _Gnente! Una vera artista! Ela la se strùssia, la xe sentimental, la se consuma. Indove che la va, la se inamora come una gata soriana, no la ga condota; la tôl i òmeni sul sèrio...._
— Non si dèvono prèndere sul sèrio gli uòmini, questo capolavoro della creazione?
— Gli uòmini sul sèrio? — Ed i suoi occhi freddi mi fissàrono.
— Ecco, signora, se non pròprio sul sèrio, con un certo rispetto, almeno voi, tenendo conto che vivete della loro generosità.
— _Se ghe dà la vita a sti porçei. Ah, sì ben, generosi!_ — disse ironicamente. — _I òrdina una botiglia de sciampagna. Piper! Veuve Cliquot!_ — disse imitando la voce dell'uomo che òrdina, — _ma per farse vèdar che i xe scic, che i xe boni de spèndar un marengo_ — riprese con un lampeggiamento di sprezzo; — _per ecitarne! Nineta_ — disse scotendo Lydia Dolores, — _dìghelo ti a sto signor quante volte, de scondon, mi buto via soto la tòla el sciampagna. E a ti te digo: No star a bèvar, ti xe mata anche senza sciampagna._
La cèlebre Lydia Dolores sollevò appena la testolina dalla sua dormivèglia; confermò di sì: disse — _Andemo a leto!_
— _Quando me parerà a mi_ — disse la bruna. E rivolta a me, disse: — _El me creda, no i dà gnente per gnente!_
Allora io mi ricordai di avere udito e letto che molte signore, appartenenti all'alta sozzura, possèggono ville, tìtoli di rèndita, fanno anche uno, due, tre matrimoni cospìcui. E per confermare il mio asserto, feci qualche nome famoso di cui ricordavo. Ella mi ascoltò con benevolenza ed ammise in parte quello che io dicevo: — _Ma casi rari. Eco: Lydia Dolores! La ga avuo, la fortuna de nàsser co la lìrica nei pié; la podaria arivar a un alto grado, ma ghe manca la condota, no la ga mètodo. Za, in arte ghe xe çento che tenta e una che riesse...._
— Verità sacrosanta! — dissi — Brava, signora!
(La mia calda lode la lasciò indifferente).
— Scusi — domandai — e lei che mi pare che àbbia mètodo, condotta, e anche giudìzio...?
Punto primo: lei era artista, ma non cèlebre; cioè non possedeva, come la signorina Lydia Dolores, quella che si potrebbe chiamare «la messa in valore».
— E punto secondo? — domandai.
— Mio caro — disse in italiano fissàndomi bene in volto con quelle sue fredde pupille —, io dò soltanto la..., — e mi investì con quella parola oscena, che nell'intenzione di lei voleva significare «io non sono oscena, io sono soltanto fisiològica». Mi sentii le vampe alla fàccia a quella parola, e un non so che di àrido nella gola. Colei rimase impassìbile.
— Un'_allumette_.
Accese un'altra sigaretta.
La cosa oscena per lei era l'uomo. — _Ma che el creda_, — disse — _l'omo, se no se ghe dà el clorofòrmio, se no lo se brutaliza, no se ghe cava fora gnente. Bisogna adatarse a tutti i sporchessi de l'omo._ Ella non si adattava, e perciò era pòvera.
La biondina dormiva oramai. Io la guardavo di sfuggita di tanto in tanto. Una purità angèlica pareva affiorare su la dormiente. La bruna si trovava in istato di euforia verbale, e continuava:
— _Lu nol me credarà. Ma co tuto quelo che go visto, co tuto el mondo che go viagià, go conservà ancora i gusti de quando che giero una puta d'onor a Venèzia! El me creda che mi piutosto de i patè, de i flan, e tuti i pastroci de le cene de i restaurants, go più caro un bel piatin de figà a la venessiana, fato da per mi, co la so bela sèvola frita pulito._
Queste dichiarazioni di gusti sèmplici e naturali, unitamente alle sue disposizioni fisiològiche e non oltre, disponèvano in favore della moralità della signora. Ma _age quod agis_ prima di tutto, come dice la antica sapienza. La signora poteva concorrere ad un pìccolo diploma di onestà; ma certo non era nata per appartenere all'almanacco di Gotha dell'alta sozzura; e a suoi tempi il magnìfico Bandello non la avrebbe giudicata meritèvole della laurea di cortigiana onorata.
In secondo luogo non nasconderò che quel piattino di fègato con la cipolla soffritta mi aveva disgustato. Ne sentivo quasi il puzzo. Ella continuò noiosamente a parlarmi delle sue segrete aspirazioni che èrano quelle di ritornare in grembo alla vera onestà.
Allora io le dissi:
— Ma non mi pare, signora, che anche nello stesso stato presente, lei sia fuori della circoscrizione dell'onestà. Scusate, signora, avete rotto la fede? No, perchè non l'avete mai data! Avete qualche suicìdio su la coscienza? Nemmeno. Avrete dato scàndalo e certo questo vostro vestire è perturbante; ma voi potete ben dire: «è professionale»; ma anche altre donne, ritenute oneste dal mondo, commèttono scàndalo, purtroppo! Avrete acuito qualche desidèrio, ma la colpa fu del padre Giove che volle mèttere questi incendi nel sàngue dell'uomo. L'avete acceso, ma l'avete anche spento con onesta fisiologia, senza lasciar memòrie dannose. Ma ben più riprovèvoli sono quelle donne le quali accèndono le fiamme e non le spèngono, o le spèngono male. Per me voi siete una donna onesta, anche se la società vi giùdica diversamente.
Le mie parole non la commòssero. Speravo che, dopo avere udito le mie liberali opinioni, esclamasse: «Lei è un vero uomo!». No, disse soltanto: «_Mi digo che lu el xe un cèrego, de quei che fa le prèdiche_».
Il suo ideale era di lasciare la professione, comperare nella sua Venèzia, nel sestiere di Cannarègio, una casetta, su cui già aveva posto l'òcchio, mètterla bene, in òrdine, con belle càmere, disimpegnate....
— E poi?
— E poi affittare ad artiste come noi — disse. — Sapete che rende moltìssimo affittare? Lo sappiamo noi cosa costa! Noi paghiamo tutto il dòppio! Allora sì potrò fare la donna onesta! _Oh, ma xe tardi._
Il quadrante dell'orològio segnava le cinque.
— _Ninetta, desmìssiete!_
— Peccato svegliarla, pòvera creatura.
— Adesso la svèglio io — disse la bruna —. Volete vedere! volete vedere? — E senza attèndere una mia risposta, battè a palma a palma e gridò gioiosamente: — _Nineta, xe qua Rafaelo d'Urbin!_...
A questo richiamo la biondina balzò di colpo; le pupille le balenàrono lànguide, ardenti, indagatrici:
— _Dove xelo, dove xelo?_
— _El xe a leto che el dorme. Macaca!_
E la biondina ricadde giù con la testa.
— _Galo visto? Cossa vorlo mai_ — riprese saviamente la bruna — _che anca ela, povareta, la possa farse una fortuna? La se magnerà quel fià che la guadagna co le so onorate fadighe. Che la lassa passar i trenta, e po', adio Nineta!_
Domandai chi era _Rafaelo d'Urbin_.
— _El xe un pitor futurista, che el fa el romàntico, el d'Artagnan. Ma mi digo che el xe un pitor truffaldin e mirabolàn. El xe de Màntova e tanto basta._
*
E la bruna e la bionda uscìrono dal caffè.
Le prime vampate del sole nascente corrèvano ròsee sotto i pòrtici.
Le due milionàrie, strascicando le loro vesti di seta, movèvano verso il loro nascondìglio diurno.
Le pìccole operàie si soffermàvano a guardarle con pupille attònite. E mi avviai verso la stazione dell'automòbile per Scaricalàsino.
CAPÌTOLO IX.
MAGISTER ELEGANTIARUM.
Il giovinetto che era con me in quella spècie di scàtola bucata che è l'automòbile Bologna-San Piero a Sieve, pareva su le spine.
Egli era in quella età beata ed ancora implume, in cui nei tempi antichi si andava paggi e damigelli presso qualche barone. Mi si presentò nel fatto: Pierettini Giùlio, impiegato nella ditta «Daruk und Sohn», fabbricatrice di grammòfoni, fonògrafi e dischi dei più cèlebri artisti, con depòsito generale in Milano, via X, n. 7.
Egli non andava, come me, a Scaricalàsino — paese alla sua volta anche a lui sconosciuto — ma più oltre....
— Mio dio, dio mio! — diceva fra il sèrio ed il faceto — se si va avanti così, io sono completamente rovinato!
— Ma in che cosa rovinato, bel signore?
— Ma i miei vestiti, _porco can_! Non vede lei in che stato sono ridotto?
Confesso che io fui molto sorpreso da queste parole, perchè io ammiravo — oltre che il paesàggio — anche il mio compagno.
Egli era un paradigma: pareva venuto fuori, fresco fresco, da una ditta di mode: _High life, English taylor, Al mondo elegante_.
Egli non guardava punto il paesàggio; ma si stava tutto composto sul suo seggiolino, e ad ogni colpo del polverone, piegava il capo come il soldato nuovo, ai primi colpi di fucileria.
Disse:
— Supponendo di arrivare sano e salvo, io mi presento che sembro un vero mostro. Pensi, in un _hôtel_ di primo òrdine, pieno di signori e signorine, sbarcare così! Ho preso tutto — e indicava la valìgia — _smoking_, _pijama_..., ed ho dimenticato la spolverina da viàggio! Ho dimenticato? Non ci ho pensato.
— Lei va a fare un poco di villeggiatura? — domandai.
— Sì, un po' di campagna, e se ne ha il diritto! Tutto il giorno in ufficio! — E mi spiegò come il fìglio di un conduttore di un _hôtel_, nel Mugello, impiegato anche lui presso una ditta di Milano e suo buon amico, lo avesse invitato quale òspite graditìssimo per una ventina di giorni. — Un _hôtel_ di nuovo impianto — mi andava spiegando — in posizione splèndida; ottocento metri sul mare; _garage, tennis_, due fonògrafi _monstre_, sempre della ditta _Daruk und Sohn_; insomma tutto il confortàbile moderno: al mattino, prima colazione, caffè latte e che latte! mèglio di Milano; burro, miele, _confiture_, pròprio come in Germània; secondo _lunch_ a mezzogiorno, _potage_ e due portate; alla sera, poi, minestra, altre due portate, dolce; e fiasco in tàvola. Sentisse che vino! Vero Chianti! Mica di quello che si fàbbrica a Milano! Chi vuole, fa la cura del latte; e chi vuole, fa la cura del vino di Chianti. E tutto questo po' po' di roba per lire dieci al giorno. Sono prezzi da fallimento, prezzi _réclame_: in Svìzzera un trattamento sìmile vale almeno venti lire....
Ora egli si sarebbe divertito, avrebbe fatto rìdere, ballare le signorine, avrebbe mangiato molte fràgole, mangiato molti spaghetti col sugo, una cosa che a Milano «lascia alquanto a desiderare». Avrebbe imparato la lìngua fiorentina: _Costassù, codesto costì_, e _non la mi fàccia il nesci!_ una cosa complicata mica male, che a scuola non era riuscito a capire.
— Lei ha studiato?...
— Tutte le tre tècniche, ma, in confidenza, la lìngua milanese è la vera lìngua del commèrcio.
Naturalmente non andava _costassù_ a mani vuote — e mi mostrò un pacchetto rotondo.
— Una torta? — domandai.
— Mai più! Alcuni dischi straordinari, Caruso, Bonci ed altri cèlebri divi e dive. Non li conosce? No! Nemmeno al fonògrafo? Non la interessa il fonògrafo?
— Sinceramente, preferisco non sentirlo.
Mi guardò con istupore.
— È il primo che sento. E lei dice di vìvere a Milano? — E ammutolì guardàndomi.
Aveva la fisonomia di un buon figliuolo; e siccome ai miei occhi egli pareva moltissimo elegante, così giudicai ùtile di approfittarne per risòlvere il diffìcile problema della differenza che intercedeva fra me e le persone eleganti in gènere, e lui in particolare.
Dissi dunque:
— Lei si lamenta di arrivare a destinazione mal conservato. Che cosa dovrei dire io, allora? Guardi queste scarpe gialle! Sono otto giorni che le porto e non si capisce più di che colore esse sìano. Se poi avessi comperato delle scarpe con la mascherina bianca e nera, come le sue, chi sa in quale stato sarèbbero ridotte.... Le sue scarpe dèvono possedere un qualche segreto....
— Sono scarpe di _american shoe_, — disse — ed è già il terzo mese che le porto.... Ma la sera bisogna mètterci il suo bravo stirascarpe; e così si consèrvano nuove.
— Allora passiamo ai calzoni. Anche lei è in viàggio; ma i suoi calzoni sèmbrano dipinti come nei figurini. I miei..., i miei arrossìscono di fronte ai suoi.
Anche per i calzoni la cosa era sèmplice.
— Quando si lèvano, la sera — diceva — si fìssano nel loro stira-calzoni....
— E tutti questi arnesi per stirare, scusi, li porta con sè?
— Certamente! — rispose meravigliato della mia meravìglia.
— Passiamo ad altro. Confronti il mio cappello col suo....
Sorrise di compiacenza. Se lo tolse e me lo spiegò.
— Cappello _sans-gêne_, forma capricciosa, qualità _extra-extra_. Un'ala deve posare su l'orècchia sinistra; il nastrino posteriore va a due centìmetri dalla lìnea di tosatura, e così rimane fisso e non si sforma. Vede?
Nel levarsi che egli fece il cappello, era rimasta scoperta la testa: una testolina oblunga, un poco a forma di cetriolo: ma la lucidezza della capigliatura era ammirèvole.
— Scusi, prima che lei si rimetta il suo copricapo _extra-extra_, mi spieghi un po': c'è anche lì qualche cosa per stirare i capelli? Prescindendo — ben inteso — dal colore, i miei capelli hanno l'abitùdine di rizzarsi obbrobriosamente....
— Per lustrare ed ammorbidire i capelli — rispose — io faccio uso della brillantina Organ di Coty, al profumo di eliotròpio. Provi anche lei.
Proverò, ma credo che resteranno ìspidi lo stesso: il difetto sta sotto: nel cervello.
Mi nacque un dùbbio; e dopo avere ringraziato, esposi questo dùbbio così:
— Non le pare, bel signore, che dover lustrare e stirare tutte queste cose, sia un poco come diventare il cameriere di se stessi?
Quel buon figliuolo fece una mossa còmica: levò le cìglia sino a far ritirare la già pìccola fronte del suo lungo pàllido volto; spalancò, storse la bocca, instupidì le pupille. Io lo avevo obbligato ad un esercìzio ben crudele: pensare!
Ma si rimise sùbito, come un vispo galletto che, immerso nell'acqua, scuote le penne coraggiosamente e riprende il contegno di prima.
— Sarà — rispose allegramente. — Ma io ho osservato che quando esco di casa poco _soigné_, per esèmpio col berretto da ciclista, la gente mi saluta con meno rispetto. Le signorine, poi, quando si è eleganti, guàrdano e guàrdano anche per prime! Ma quando non si è eleganti, niente guardare! Questa, capirà, è una cosa molto sèria, specialmente per un giovinotto. Io poi le dirò per conto mio questo fatto curioso: se non ho la cravatta a posto, non mi sento a posto nemmeno moralmente.
— Bravo! A propòsito di cravatte! Come va che la sua cravatta sta come torre ferma; e la mia gira come un quadrante per il collo?...
— Sèmplice! Lei la fissa con queste molle automàtiche.... Permette?
Mise delicatamente il pòllice e l'ìndice nel taschino del gilè, ne trasse sùbito un astùccio, dall'astùccio due mollette; mi venne vicino con la sua testolina lucidata all'eliotròpio, e come glielo permetteva l'andar balzelloni nell'automòbile, fissò e _mise in valore_ anche la mia cravatta.
Mentre egli si stava così chino, io assaporavo il profumo della sua testolina all'eliotròpio.
— Le cravatte svolazzanti — disse — è bene che lei le èviti. Hanno un caràttere democràtico, ma non sono niente _chic_.
— Perchè, scusi, lei è aristocràtico?
Vidi la sua fronte incresparsi ancora sotto il martìrio di una meditazione.
— Lasci, lasci, già anch'io non so bene se sono democràtico o aristocràtico — dissi, e ringraziai della molletta e del consìglio.
— E un'ùltima spiegazione, la prego — aggiunsi di poi: — lei, come ho potuto osservare, ha trovato sùbito la scatolina delle mollette; lì vedo che spunta il fazzoletto; di lì vedo che vien fuori l'astùccio delle sigarette. Io, invece, per trovare un oggetto necessàrio, devo ogni volta fare un viàggio per tutte le tasche: cerco il fazzoletto, viene fuori un toscano; cerco il toscano, viene fuori il temperino....
— Ma ogni tasca, signore — rispose quel caro giovane — ha la sua particolare missione....
Egli mi spiegava la missione delle vàrie tasche: ma ogni tanto si arrestava: la fuga dell'automòbile, giù per le discese, gli levava il respiro.
Capii come, oltre che dall'assenza della spolverina, il giovanotto era preoccupato della pazza corsa a cui si abbandonava l'automòbile. Diceva anzi:
— Quel diàvolo di _chauffeur_ deve aver bevuto chi sa quanti cicchetti di grappa! Nelle svoltate, che non ci si vede a cento metri, lui lància questo baraccone alla terza velocità. Guardi come cala giù per i _tourniquets_! Roba da matti! Se ci imbattiamo in un'altra automòbile, mi dice lei dove andiamo a finire?
— Più di morire — risposi — io credo che non ci possa capitare....
— E le par poco? Mi par tanto! — E voleva dire: «Allora, addio cappellino _extra-extra_, addio spaghetti col sugo, addio fràgole e signorine».
— Ma scusi — obbiettai — se lei deve andare soldato, con la guerra che c'è in Lìbia, con questi nuvoloni neri che pàssano sull'orizzonte d'Europa, è mèglio star preparati.
— Per questo sono a posto: fìglio ùnico di madre vèdova! — esclamò allegramente.
— Va bene! Però ammetterà che una volta o l'altra bisogna morire....
— Di questo poi non me ne parli, sa! Mi vèngono i brìvidi solo a pensarci.
— Eppure avrà inteso dire che una volta o l'altra bisogna morire....
— Così ho inteso dire, e così sarà: ma io non ci penso. Mi viene una paura, se ci penso! Quasi quasi farei la strada a piedi. Questa è una corsa alla morte!
Io dissi allora gravemente: — _Thànaton gar dediènai oudèn allo estì e sofòn eìnai dokèin, me onta!_ Così è, il mio caro giòvane. E sa chi dice così?
I suoi begli occhi neri mostravano un acuto stràzio a queste parole.
— Che vorrebbe dire!
— Vorrebbe dire: _temer la morte, null'altra cosa è che sembrar d'esser sàggio, non essendo_.
— Rinùncio ad esser sàggio.
— E il suo ideale allora sarebbe?
— Portar il _frac_ in società, aver da pagar da cena a qualche donnina. Un uomo che non ha portato il _frac_, che non ha puntato a un tappeto verde, che non sa far stare allegre le signorine, che cosa è? Io, veda, ho la specialità per far star allegre le signorine. È che poi màncano i soldi....
— Così che lei vorrebbe avere tanti soldi....
— Eh, già!
— E non le darèbbero il giramento di testa?
— Cosa dice mai!
— Ma guardi, guardi lì — mi disse ad un tratto — quella montagna tutta verde, che pare un triàngolo tirato col compasso....
— Ebbene?
— Come ci starebbe bene una _réclame_ tutta in bianco: «Casa Daruk e compagni. Grammòfoni insuperàbili!».
Un campanile aguzzo, un aggruppamento di case biancheggianti, su di un pòggio, ci venìvano incontro rapidamente.
L'automòbile si arrestò alle prime case dell'abitato. Il conduttore scese, gridò:
— Monghidoro! Mezz'ora di fermata.
Raccolsi le mie cose: mi preparai a scèndere. Salutai il compagno.
— Ma non diceva lei che andava a....
— A Scaricalàsino — risposi. — Monghidoro e Scaricalàsino sono la stessa cosa.
Mi guardò come temendo d'èsser beffato.
— Credevo — rispose — che fosse un nome inventato, ma che il paese non esistesse....
— Non esiste Scaricalàsino? Paese irreale, chimèrico Scaricalàsino? Ma è paese reale, ed è questo: Scaricalàsino! Domandi, ed il pòpolo le dirà _Schergalesen_! Non sente lei, giòvane e bell'amico, un'ebbrezza nel ripètere a se stesso: «La terra che io calco è Scaricalàsino! l'aria pura che qui respiro è aria di Scaricalàsino! non vede la tranquillità, la felicità nei cittadini di Scaricalàsino?».
Non dimenticherò facilmente gli occhi esterrefatti del mio giòvane compagno di viàggio. Mi disse: — Lei, signore, scusi, sa! deve èssere poeta.[3]
[3] Il giòvane, rispondente al falso nome qui scritto, fu due volte ferito nella Guerra; e allegramente lo vidi portare le sue ferite. Nota del 24 marzo 1916.
CAPÌTOLO X.
EFFETTI DI SCARICALÀSINO.
Ma non appena la automòbile strombettò, e fuggì via, domandai a me stesso: «Cosa sono venuto a fare a Scaricalàsino?».
Ah, sì, a respirare ària pura.
Avrei voluto riprèndere la automòbile; e andar di lungo in Toscana, ma quel cassettone dell'automòbile era oramai lassù, in vetta a un altro pòggio.