Viaggio di un povero letterato

Part 2

Chapter 23,873 wordsPublic domain

Questo tratto di lìnea non è compreso nell'abbonamento. Salgo perciò in terza classe. Mi sta di fronte un alpino in montura grìgia: è un fanciullo imberbe, ròseo, sano: ma che mani, ma che piedi! o almeno che scarpe! Ha lo zàino affardellato che ricorda la sàrcina dell'antico legionàrio. I suoi occhi celesti vàgano senza l'ombra di un pensiero. Parla vèneto. Parliamo. Ora va in montagna a raggiùngere il suo reggimento, poi verosimilmente andrà in Lìbia. Certo bisogna sostituire quelli della leva del 1891. Andrà dove lo manderanno, farà quello che gli comanderanno. Molti non sono tornati. Lo sa. Ma i suoi occhi celesti non hanno l'ombra di un pensiero. Ora su le Alpi la vita è faticosa; ma l'acqua è buona, i suoi superiori sono buoni. Per mangiare, essi, i soldati, si fanno la minestra in gruppi di quattro o sei, e la cuòciono con la legna dei boschi; e la minestra è buona.

Alla stazione di Thiene grìdano i giornali del mattino.

È scoppiata ancora la guerra nella penìsola balcànica! I giornali ne parlàvano come di cosa probàbile nei giorni addietro. Ma come era possìbile crèderci dopo sei mesi di guerra! E che orrìbile guerra! Allora Bulgaria, Grècia, Montenegro come belve feroci contro quell'altra antica feròcia, che è la Turchia. E adesso Grècia e Sèrbia contro la Bulgària? Gli alleati di ieri sono diventati i nemici di oggi?

Comunque sia, le prime notìzie dei giornali sono impressionanti. Leggo: _I Greci alla riscossa. Istip distrutta dalle artiglierie serbe. Quattordicimila morti nella prima battaglia_. Ma le grandi Potenze ne sono indignate. Dunque la guerra è scoppiata contro la volontà delle grandi Potenze! Perchè è scoppiata questa seconda guerra? Compro, apro tutti i giornali: tutti i giornali sono confusi ed indignati al pari delle grandi Potenze. Bisogna supporre che un re o più re, dinanzi ai quali i popoli dìcono, «Evviva, Zìvio, Hurrà, Hoch!», si siano incontrati, e invece di dire: _Pace!_ come fanno di sòlito quando si incòntrano, àbbiano detto: _Guerra!_ No, non pare che sia così. Pare che la guerra sia scoppiata di per sè, per accumulamento di matèria umana esplosiva. Gli uòmini esplòdono dunque anche senza i re? Se fosse vero, sarebbe un fatto molto grave, perchè non basterebbe più abolire i re, come molti consìgliano. Una cosa però è certa: Quattordicimila morti nella prima battàglia. E allora occorreranno quattordicimila casse da morto! Non so perchè guardo in su e vedo la piràmide di quattordicimila casse da morto.

È orrìbile! Ma la gente nella luminosa carrozza di terza classe, è tranquilla. Guardo il mio dolce alpino davanti a me. È tranquillo. Guardo nei campi le tranquille òpere geòrgiche; i falciatori recìdono con le falci l'altìssimo fieno. Eppure, ora, in un campo del mondo, esìstono quattordicimila morti; una piràmide di quattordicimila morti! occhi spenti, membra inerti! No! no! Io non vòglio lasciarmi vìncere dalla pietà. In natura non esiste pietà. Perchè allora deve esìstere in me? Ma certo è una visione macabra, quattordicimila morti! Per fortuna sono lontani. Via questa brutta visione di quattordicimila morti. Non vuole andar via. Pensiamo allora così: i turchi sono bàrbari, i serbi sono più bàrbari; i bùlgari sono barbarìssimi; i greci sono una mera denominazione e non hanno più nulla a che fare con l'amico Sòcrate.... La visione macabra non va via. Se ne sovrappone un'altra, anzi. Se vi sono quattordicimila morti, logicamente vi sono o vi sono state quattordicimila madri. Esse all'incirca venti o venticinque anni fa, alimentàvano con le loro mammelle quei morti, che allora èrano pìccoli bambini, èrano tènere carni. Molte di quelle madri avranno trepidato e chiamato il mèdico per una pìccola febbre dei loro piccini. Ebbene, valeva la pena di tutto questo lavoro? Questo, niente altro che questo è l'idea fissa, qui. Anche qui nel treno sento che ognuno ha, che ognuno parla del suo pìccolo, del suo grande, del suo dolce, o del suo greve lavoro. Lavora il trenino che ànsima, lavòrano laggiù i falciatori, lavora il sole lassù. Perchè? Io piego il capo sul bràccio: mòrmoro questo nome solo consolatore: Cristo, Cristo, Cristo!

*

Il trenino che monta ad Asiago è molto pieno di gente: esso si arràmpica un poco con le sue gambe, cioè con le ruote, ma poi domanda l'aiuto e va per mezzo di una ruota dentata. Naturalmente va su quasi a passo di uomo. È un interessante spettàcolo perchè la pianura sembra sprofondare. E dopo un'ora e più di salita, ecco si apre un immenso pianoro ondulato, una conca di colore come vivo smeraldo, con zone e fàscie lucenti di verde assai più scuro ai confini del cielo: sono i grandi boschi. Ecco appare qualche chalet elegante, qualche stazione climàtica lungo la via, a ridosso dei neri boschi. Qua e là, nello smeraldo intenso dei prati, ecco un rosseggiare di tetti e di ville, e case sparse per quel gran verde. Costruzioni bizzarre! Ecco Roana, Rotzo, Asiago. Tutto bello, tutto ben pettinato; ma v'è un barbàglio di ària troppo lùcida; troppo vibrante; e poi qualcosa di esòtico. Ciò mi irrita. Ho anche la sensazione di quel mare vicino delle genti germàniche; ed anche ciò mi irrita. Asiago è l'ùltima stazione. Tutti scèndono. È quasi mezzodì. Il sole scagliava un biancicore abbagliante per le vie, su le pareti intonacate, imbellettate di fresco. Anche ad Asiago attèndono i villeggianti. Gran via vai di alpini giganteschi e di artiglieri enormi, polverosi: sono quassù per gli esercizi di tiro. Ebbene; con tutta la mia avversione per la guerra, adesso i colori delle assise e delle armi italiane a questo confine mi dànno un brìvido di piacere.

Sentivo il bisogno di rifugiarmi in qualche luogo, fuori da quella luce accecante, da quella vibrazione fresca e incresciosa di azzurro. Una contradizione quella luce e quella frescura! Io non appartengo alla spècie della gente villeggiante, e quegli ingressi di alberghi inverniciati coi portieri inverniciati, che attèndono i villeggianti, mi ripugnàvano. Cercai nelle vie interne della vècchia Asiago qualche rifùgio più confacente ai miei gusti. Un alberghetto semideserto, con grosse tovàglie di bucato, pareti di legno, mi offrì più che non cercavo: stanza di luce opaca, un brodo, uno spezzatino di vitello.

— Con tegoline?

Oh, cara parola veneziana, che mi ricorda la giovinezza!

— Sì. Tegoline e vino bianco di Soave, squisitamente soave. Ma non parlate voi — domandai — cimbro o tedesco?

— Una volta! Ora tutti si parla veneto.

Come si beve bene nei paesi degli ùltimi confini del vino, di contro ai paesi della fredda birra! Mi sembrò cosa patriòttica bere molto vino. Domandai notìzie del mio compagno di collègio, Gherardo. La sua famìglia era ragguardèvole e ben nota lassù, ma lui era morto. Morto, ben morto, sicuramente morto, tanti anni fa. Un suo parente venne, e mi narrò anzi la strana istòria di lui: morto come muore l'aereonàuta per mancanza di pressione dell'ària, o, piuttosto, per un sovèrchio di pressione, cioè come uno muore in fondo al mare: vòglio dir questo: che la libertà respirata da lui tutta in una volta, dopo sette anni di collègio, lo aveva ucciso.

Il vino di Soave stava producendo in me il più benèfico effetto che suole il vino, quello di dormire; quando sobbalzai: pensai che il mio compagno Gherardo era morto, ben morto ed era morto per tutti quegli anni durante i quali io avevo seguitato a bere vino, a bere acqua; a fare insomma, tutte quelle cose che fanno i vivi. In che deplorevole stato dovevi èssere adesso, Gherardo, dagli occhi azzurri! Eppure per sette anni abbiamo portato la stessa montura, abbiamo mangiato alla stessa lunga mensa del collègio, ci siamo nutriti dello stesso òdio; lui dell'òdio sicuro di capo della Santa Vehme; e che aveva i pugni che pesàvano molti chili.

Quante cose vane!

Lasciai Asiago nell'ora più calda del pomerìggio. Il trenino di ritorno ora affollato di alpini e artiglieri; essi parèvano anche più titànici dentro il minùscolo scompartimento. Ròsei, felici, chiassosi.

Prima che partisse il treno, venne un tenente d'artiglieria, elegante elegante, e li interpellò bonariamente con la parola «ragazzi!». Strana parola, ai miei orecchi. Perchè «ragazzi» vuol dire: «chiamati a vivere»; ma nella mia fantasia voleva dire: «chiamati a morire!».

Ma in fondo a che cosa siamo chiamati?

CAPÌTOLO V.

BOLOGNA DI NOTTE.

Arrivo a Bologna da Verona; ore dodici e dieci minuti dopo la mezzanotte. L'_Hôtel Moderne_, o _Hôtel Bologna_, o _Bologna meublé_, o comunque si chiama, è tutto occupato.

— Aspetti bene una mezz'ora, — mi dice un personàggio tutto stilizzato, tutto esòtico, ma con un accento così bolognese che era impossìbile rèndere esòtico. — C'è un signore in partenza, e le fàccio sùbito mèttere in òrdine la càmera.

— _Merci, monsieur le concierge_; e nel frattempo andremo a bere una birra.

Cara, vècchia Bologna, me ne congràtulo per te, e mi dispiace per me. Ti vai stilizzando troppo, e ogni anno di più, ogni anno più esòtica, più Milano; ed io non ti riconosco più. Sei volata via, vècchia Bologna! Vècchia torre degli Asinelli, se hai giudìzio, va là, cadi giù: e anche voi, vècchie torri, cosa ci state più a fare costassù ritte? Dolce San Michele in Bosco, e tu, colle dell'Osservanza! Odor di viole in marzo; in autunno, odor di gaggie. Voi, gente del pòpolo che dicevate: «_Torsoà_, servitor suus!»; e voi cittadina gente cortese che dicevate, al più lieve urto: «_Ehi, ch'al scusa!_ scusi bene!», dove siete voi? Tagliatelle, che parèvano avere odore di carne dolce di donna, dove si màngiano più? Siete andate via, dolcezza della vita?... O sono andato via io?

Sei andata via tu, vècchia Bologna, o sono andato via io? Questo era il problema che io meditavo andando a bere la birra.

Ma il vècchio caffè dell'Arena del Sole c'era ancora come ai bei tempi. Probabilmente da allora ad oggi non si era mai chiuso, anche per la ragione che manca di porte. Anche l'abitùdine gaudiosa di mangiare tra l'una e le due dopo mezzanotte, era rimasta. Però la vècchia sàpida birra Ronzani non si vende più.

— _Spiessbraü!_ — mi avvertì il cameriere, stilizzato anche lui.

— Quella acquosa amaritùdine tedesca, che si fàbbrica in quella città?... No, io non la berrò! Un gelato, allora! Ma sapeva di melassa, quel gelato.

Guardavo attorno. Giovanotti eleganti, uòmini grigi e bianchi, teste chiomate e crani pelati, frammisti a donnine galanti ed eleganti, sotto la luce bianca delle làmpade elèttriche, presso la gran distesa delle tàvole imbandite, sedèvano, si movèvano, conversàvano con amàbile tranquillità. Ma è notte! «_Fàcere de nocte diem_, far del giorno la notte — mi disse il dottor Balanzone — _bononiense est_, è cosa bolognese. E poi non vedi? È finito da poco lo spettàcolo, qui presso, all'Arena del Sole.»

Probabilmente sono andato via io.

«Non ti ricordi — dissi a me stesso — la gran passione che avevi anche tu pei drammi su la scena!»

Chiusi gli occhi e la rividi ancora la _Arena del Sole, data agli spettàcoli diurni_, in un pulvìscolo d'oro e di pòrpora. Tutte le gradinate gremite di donne in pepli bianchi. Intensi silenzi, grida per l'anfiteatro alla passione del dramma. Ma poi, calato il sipàrio, negli intervalli, era tutto un rosicchiar tranquillo di _brustolini_. Ma allora io non sentivo il cricchiare dei _brustolini_; e i pepli bianchi non èrano altro che i corpetti delle lavandàie. Allora io ero un fanciullo come è il pòpolo, il quale non sente il dramma se non lo vede su la scena.

Oh, mio stupore, allora, per l'attrice Teresina Mariani! Era ella un'adolescente bionda che recitava la parte di Ofèlia e _Fuoco al Convento_, con un'ingenuità deliziosa.

Ricordo che mi fermai una volta a rimirarla lì, ad una tàvola del vicino caffè, mentre mangiava. «Màngia! La pàllida Ofèlia màngia!»

«Sì, idiota, le pàllide Ofèlie màngiano, e qualche volta màngiano anche gli uòmini vivi.»

Poi Teresina Mariani impinguò; faceva su la scena le parti spudorate di _cocotte_. Poi, morta!

E perchè, dopo Teresina Mariani, mi balenò davanti la testa chiomata di Quìrico Filopanti?

Perchè dietro il Caffè dell'Arena, c'è la Piazza dell'otto Agosto, dove nel 1849 furono scacciati gli austrìaci. Quìrico Filopanti ogni anno, arringava il pòpolo. Rivedo una folla di pòpolo e, sopra la folla, l'àbito nero e la tuba di Quìrico Filopanti. La sua misèria era spettrale: ma àbito nero e tuba. Doveva èssere ancora l'àbito che indossò quando fu deputato della Costituente della Repùblica Romana nel 1849. Ma non importa: àbito nero e tuba! «Pàtria, onore, eroi, repùblica clàssica,» èrano le sue parole. E poi «le stelle», perchè Quìrico Filopanti si occupava anche di Dio e delle stelle. Tutte cose che non ùsano più.

Sentii allora una grande compassione anche per Garibaldi. Perchè?

Perchè sopra quell'esposizione di tàvole imbandite all'aperto, si vedeva sòrgere il monumento a Garibaldi. Pòvero Garibaldi, costretto, nella sua immobilità di bronzo, su quel cavallo lungo da scuderia inglese, a guardare lì, tutte le notti, istrioni e cocottine, gaudenti e impenitenti.... Ti senti la vòglia di dar di sprone al tuo cavallo? Prima di te c'era lì il monumento di quell'altro pòvero eroe, col bràccio teso: Ugo Bassi. E poi hanno messo te, Garibaldi! Va là, va via, Garibaldi! Ah, triste sorte degli eroi! Triste sorte anche delle piante! Vògliono dormire e non pòssono. La luce elèttrica le acceca e le brùcia tutte, le pòvere piante....

Quante donnine van girellando per queste tàvole! Chi saranno?

Vècchie attrici che hanno navigato; artiste erranti che navigheranno; fanciulle senza famìglia, senza focolare, con un pìccolo bagàglio qua e là, un amante qua e là. Tutta un'amàbile promiscuità.

Qualcuna parla un po' forte, e in realtà ha la voce flautata e profonda del palcoscènico. Qualche piccina discute in grande stile. Qualche bocca a cuore ride con perversa intelligenza. Un sospiro, un giudìzio d'arte teatrale, intercalato con il vocale _badinage_ bolognese: «_Mo che nervous tutt'incò!_ Offrìtemi una gita in automòbile». Ròmpono lo sbadìglio mutando tàvola; si accòstano all'uno e all'altro; màngiano con gràzia pìccole cosine: un banano, un fritto dolce, _taiadlein_ con l'odore caldo del ragù. Una, pàllida, immota, pare fissa nella punta della sua scarpetta. Mi manda il fumo oppiato di una sigaretta. Un giovinetto le deve aver detto: «t'amo», perchè colei risponde forte: «t'amo, t'adoro come la salsa di pomidoro». Riprende a fumare con le labbra sprezzantemente cascanti.

CAPÌTOLO VI.

KARA-KIRI.

Mi scosse una tènue ombra nera che intercettò la luce; mi scosse una tènue voce che mi chiamò per nome gioiosamente, con un: — Voi qui?

Guardai con immenso stupore.

Era la signora X***. Ma io dirò semplicemente Mimì: un nome che mi gravò per molto tempo sul cuore e lo fece sobbalzare.

Risposi infine anch'io:

— Voi qui? — Il cuore mi aveva dato un sobbalzo.

— È il nostro mese di riposo — ella disse. — Ma voi cosa fate qui a Bologna?

— Cosa faccio io qui? È ben quello che non so. Aspetto il giorno che verrà per partire.

Mi guardò stranamente, quasi con una spècie di compassione. Poi disse:

— Sentite — e mi chiamò ancora con dolcezza per nome —; ho bisogno di voi. Non me lo negate questo favore....

— Io rimango, signora, qui a Bologna, sino a mezzodì di domani, anzi di oggi — risposi guardando il quadrante dell'orològio. — Se in questo tempo vi posso èssere ùtile, ben volentieri.

— Caro (e ripetè il mio nome), io so che adesso voi siete letterato....

— Chi vi ha detto queste cose?

— Non avete voi scritto dei libri?

— Ma sì, qualcosa del gènere, ma per combinazione. Voi dicevate, Mimì, che avete bisogno di me?

— Ah, sì! Allora venite domattina, verso le dieci, a casa mia....

— Verso le dieci? A casa vostra? Bene. Voi dove state di casa?

— Come, non ricordate più? Via Avesella.

— Sempre lì?

— Sempre lì.

— Allora alle dieci....

Ella disse:

— Io vi trovo abbastanza bene.

Ed anch'io di rimando le dissi: — Io vi trovo bene: — ma automaticamente, come si dice di lùglio: «quest'oggi è caldo», o di gennaio: «quest'oggi è freddo».

Ella mi voleva presentare alla sua compagnia, ma la pregai di dispensarmi.

— Cosa credete di farmi un onore presentàndomi come letterato, un letterato vostro amico? Voi vi sbagliate.

Dopo di che lei tornò al suo tàvolo, fra la sua compagnia. Io assaggiai di nuovo il gelato ed anche il mio cuore. Qualche pulsazione irregolare e nulla più. Ma probabilmente esse provenìvano dallo stupore di sentirmi ancora chiamare col sèmplice mio nome di battèsimo, e così dolcemente. Ohimè, è da due anni che il mio nome di battèsimo io non lo sento più ripètere; e, forse, non sarà più ripetuto.

E sollevando ogni tanto gli occhi, vedevo, presso il tàvolo di fronte, il visetto di Mimì: esso sorgeva da una collarina bianca, sopra una sèmplice veste nera; ed una cuffietta moderna lo incorniciava con molta gràzia. Quel visetto era, o mi pareva, press'a poco uguale come l'ùltima volta che lo aveva veduto, molti anni fa. È colei Mimì, o è l'ombra di Mimì? E se è lei, che cosa vorrà da me? Pensare che per molti anni il ricordo di Mimì mi diede palpitazioni violente. Ora tutto era quieto.

*

Non c'è dùbbio, pensavo al mattino seguente vestèndomi, che l'indivìduo che è riflesso in questo spècchio, è la continuazione di me stesso, cioè di un ùnico indivìduo, vivente ora e vissuto anche molti anni addietro. Eppure io sono un pìccolo cimitero.... in attività di servìzio. La pìccola Mimì giaceva in una delle arche del mio cuore: io la credevo ben morta. Essa è risuscitata, perchè è un fatto che la donna la quale ieri sera mi salutò così dolcemente per nome, è proprio Mimì.

Pensare tanti anni fa, quando io avevo vent'anni! Io ero òrfano di babbo, e vivevo così poveramente che spesso era necessàrio saltare la colazione; la mia pòvera mamma, i miei fratelli piccini.... Ebbene, io volevo sposarla, Mimì, sposarla col sìndaco, col prete, col còdice, con tutti i più lùgubri utensili del matrimònio.

Questa cosa, a pensarci bene, depone in favore della mia precoce imbecillità, ma può èssere istruttiva, e perciò parlo di me. Io esprimevo tutto il mio amore decretando di fare kara-kiri. Non potendo farle omàggio di una collana di brillanti, le facevo omàggio di me stesso, mi immergevo nel ventre il jatagan del matrimònio; mi sposavo, in una parola, e tutto ciò con la impassibilità con cui i Samurai fanno kara-kiri in onore del loro Mikado. Certo non dissi allora: «Mimì, io fàccio kara-kiri per te!» perchè queste cose avvenìvano molti anni prima della guerra russo-giapponese, e il Giappone non era molto conosciuto. Ma dissi a Mimì: «Ti sposo!» cioè ti faccio omàggio di me stesso. È un modo di manifestare l'amore sui venti anni, e ciò è accaduto anche a persone meno imbecillite di me.

Senonchè Mimì rimase così turbata di trovarsi coinvolta in un fatto di tanta gravità, che rifiutò. Un'onesta fanciulla, in fondo: una onesta, una non comune fanciulla.

Ella era, allora, una pìccola pàllida sartina, precoce, venuta al mondo con due enormi tondi occhi colmi di curiosità, un nasetto impertinente, belle labbra sane a cuore, e gusti eccezionali. Le compagne la chiamàvano marchesa Stracciolini. Ah, se io, a quegli anni, avessi fatto qualche scàndalo, Mimì mi cadeva bell'e cotta sul piatto. Ma io ero un sàggio giovanetto e le offrivo il matrimònio.

Però che màggio allora in Bologna! Tutte le sue torri èrano rosse, tutte sventolàvano orifiammi e gonfaloni; ed i versi di Guido bolognese (si spiegàvano allora in iscuola) dove dice di madonna Lucia che portava così bene in testa un cappellino di vajo:

Chi vedesse Lucia un var cappuzzo In co' portare, e come le sta gente,

mi dàvano la nostalgia dell'amore in tutti i sècoli. Mimì portava un berrettino di _lapin_ bianco! Come le stava _gentilmente_ tuttavia! Mimì a me pareva come la regina di Bologna, e il visetto suo bianco mi pareva dealbato col misterioso issopo. Era forse un po' di volgare paciulì. Quella Mimì bolognese che sapeva di paciulì! Ella non era nè più nè meno di tante altre; eppure io non la potei più scompagnare da quella cosa innebriante che è la giovinezza.

Poi ella si diede all'arte drammàtica; reginetta di palcoscènico; giacchè era pur destino che ella finisse regina di qualche cosa: io diventai travet, e poi andai a far kara-kiri altrove.

Ma confessiàmoci senza vergogna: quante volte di poi, fra la gente, cercai quel pìccolo volto stellante ed il cuore balzò ogni volta che scoprii un nasetto all'insù fra due occhi tondi, che rassomigliàssero a lei. Quante volte mi aggirai per le tue vie più vècchie, o Bologna; e nel lamento dei tuoi organetti, nella fisonomia dei tuoi pòrtici, nel suono del tuo dialetto, cercai l'ombra di un sogno. Ohimè, le tue torri èrano diventate tutte grige, non c'èrano più gonfaloni; il tuo dialetto già così soave al mio cuore, mi suonava come uno sguaiato dialetto; i tuoi orbini che suonàno gli organetti, èrano lùridi; le tue pastine dolci (una cosa che Mimì accettava) sapèvano al mio palato di melassa e di stucchèvole vanìglia, come quel gelato della sera prima.

«Tuttavia converrà andare — pensavo —, giacchè ho promesso. Ma quale che sia la cagione perchè tu hai bisogno di me, non mi offrirai mica un bàcio, Mimì! nè io lo offrirò a te. Due mezzi sècoli, quasi, che si bàciano. Oibò.»

E così andando verso la casa di lei, e passando per la vècchia via delle Belle Arti, mi sorprese quella rovina superba che è il palazzo cinquecentesco dei Bentivòglio. Uno sgretolato sedile marmòreo corre in basso. Sostai come ad un misterioso richiamo; guardai in su le due file delle finestre, fatte per una dimora di re, adesso senza più imposte, vuote come occhiàie di un morto; poi ancora mi fissai a guardare il sedile giù in basso. Mi si disegnò nella mente il ricordo di una gèlida notte di febbraio. Avevo ottenuto il favore di accompagnare Mimì al veglione del Comunale. Le carni di lei tremàvano pel freddo e per l'ira della lunga lite che era avvenuta fra noi, mentre ella si abbigliava. Ci fermammo — ben ricordo — lì: cioè io, dopo lungo silènzio, arrestai il passo di lei saltellante, lì, a quell'àngolo deserto e buio del palazzo Bentivòglio.

— Tu non ballerai con....

— Io ballerò con chi mi pare.

— Io ti strozzerò.

— Va ben là! chè non hai il coràggio. Allacciàtemi piuttosto la scarpetta.

Tutta eròica (ah, è il vero!), era Mimì; e le sue scarpette, anche. Allora non usàvano le _American shoes_ da trenta lire il paio,[2] che ogni modesta ragazza possiede ai dì nostri. Eròiche, vagabonde scarpette! Ma a fùria d'ago, di copale, e di due gran nastri, reggèvano alteramente alle profonde ferite.

[2] Nota: _ante Bellum_, cioè nel 1913; e pareva prezzo enorme! Nel 1919 prezzo, almeno, raddoppiato.

Ora, in quel luminoso mattino di lùglio io ero fermo ancora lì, davanti al palazzo Bentivòglio; ed ho riveduto me stesso, tanti anni fa, in quella notte, che, invece di strozzare Mimì, le allacciava fremendo i lunghi nastri delle eròiche scarpette.

CAPÌTOLO VII.

CHE COSA VOLEVA MIMÌ.

Mimì abitava ancora il vècchio appartamento della sua vècchia madre, in una casa diroccata, che dovette èssere un antico monastero. Ma salendo le scale, un lezzo di stantio mi si avventava alle nari. «In verità — pensai — questo nauseabondo fortore era, forse, preesistente. Ma chi se ne accorgeva allora? Era tutto paciulì.»

Riconobbi ancora l'antica porta, l'antico cordone del campanello.

Mimì venne ad aprire in fresco àbito da mattina, visetto incipriato, riccioletti attorno alla fronte: gioiosamente. Mi introdusse in una stanzetta, che guarda sui tetti: era ancora l'ùmile stanzetta con il pìccolo lettùccio da ragazza.

Ma le memòrie del teatro e della vita sua errante; cose bizzarre, ritratti, fiori, libri, avèvano finito per coprire le pareti e i mòbili. Il cristallo della _toilette_ era ingombro di tutte quelle delicate suppellèttili che sèguono la donna come gli zeri alla destra di una cifra.

— Che cosa guardate, che cosa guardate? Piuttosto dìtemi, come mi trovate?