Viaggio di un povero letterato

Part 1

Chapter 13,810 wordsPublic domain

ALFREDO PANZINI

Viaggio di un povero letterato

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI

=Nono migliaio.=

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PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Tip. Fratelli Treves — 1920.

_A Titì_,

_Creatura mia, quando tu sarai grande e leggerai queste pagine, forse ti verrà desiderio di me._

_Ottobre 1916._

_A. P._

PREFAZIONE.

Questo libro nàcque senza l'intenzione di diventare un libro. In orìgine èrano note, o segnalazioni, le quali — in questo mio viàggio nel lùglio del 1913 — battèvano con tanta insistenza nell'apparècchio del cervello, che fui costretto a trovare un lapis e un taccuino.

E come i quìndici giorni del viàggio finìrono, mi distraevo a Bellària nello sviluppare quei segni ed appunti.

Capitava allora, assai spesso, su la bicicletta, nel gran sole del mezzodì, l'alta figura bianca di Renato Serra; e ricordo che gli lessi quel capìtolo che comìncia: _Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero e poi il campanile che suona o suonava una volta_.

Ricordo che poi volle lèggere lui, e lesse, e segnava le pose con quella sua voce pacata e pura, che era sua singolare maniera di lèggere, quasi attendesse un'eco di risposta interiore. Disse che vi trovava alcun nòbile ritmo.

E così l'anno seguente, che fu il 1914, mandai il manoscritto all'amico Giovanni Cena, che dirigeva — morto anche lui! — la _Nuova Antologia_.

Cena mi consigliò molti tagli o mutilazioni per quelle ragioni di scrùpolo, che, dal più al meno, si impòngono ai direttori delle Riviste, in generale; poi, in particolare, mi consigliò di _smèttere con le impressioni dei miei vagabondaggi_.

Così, in proporzioni ridotte, il libro uscì nei nùmeri del gennaio e del febbraio 1915 della _Nuova Antologia_.

Ma un po' per la Guerra, un po' per quelle parole di Cena, io non pensavo più a questo mio lavoro, quando nel 1916 mi sorprese un «artìcolo»[1] di Giovanni Papini —, che allora non conoscevo di persona —, dove mostrava di essersi accorto di questo mio _Viàggio_, anzi diceva al pùblico: «Come? non vi siete accorti?». Confesso che le parole di Papini fècero sussultare le ùltime corde del pianoforte della vanità: che non è mai fracassato abbastanza sì che non mandi alcun guizzo. E infatti rileggendo poi me stesso come se altro io fossi stato, mi parve che in questo libro, scritto prima della Guerra, si contenesse qualcosa che presentiva la Guerra, e qualcosa anche che meritava di vìvere anche dopo la Guerra. «Ma perchè stamparlo se gli ànimi e i corpi dovranno cadere sotto il tetro materialismo germànico?» Io vissi questi anni in questo ìncubo; e tutt'al più pensavo a questo libro come a una tomba per seppellirvi con onore certe gentilezze che la vittòria germànica avrebbe raso al suolo, come fece nel suo passàggio di tutte le cose belle.

[1] _Resto del Carlino_, 6 gennaio 1916.

Ora lo spaventoso ìncubo va dileguando e la vita sembra aver ragione su quella tetra morte germànica. Perciò il libro vede la luce.

Certo è che dopo questa Guerra, se veramente desideriamo che la Germània non vinca, anche se vinta, è necessària un'altra vittòria: quella su noi stessi.

Ma per ciò che riguarda questo libro, voglio ora sperare che Giovanni Papini, il quale fu principale cagione della stampa, non se ne debba pentire.

_Roma, ottobre 1918._

CAPÌTOLO PRIMO.

IN ATTESA DEL TRENO.

— Provi a viaggiare — mi disse il professor A*** direttore del Manicòmio di M***, il quale mi onora della sua benevolenza.

— Ah, sì, signore, il viaggiare sento che mi farà più bene che andare alla seconda cantoniera dello Stèlvio, come mi fu suggerito da altri.

*

«Pensa — dissi a me stesso — che le strade sono tutte tue. È una grande proprietà! Esse si stèndono bianche, notte e giorno, e fàsciano il mondo: non rimane che andare e camminare. Va, dunque, e cammina.» Ma per me ci vorrebbe un'automòbile. Essa va veloce e spezza il pensiero.

Ma io non ho automòbile.

Io potrei anche salpare per l'Amèrica, come il mio amico poeta, Gigino. L'esportazione di un poeta italiano in Amèrica, mi è sembrato un gran fatto.

Ma io non mi posso allontanare troppo.

V'è alcuna cosa (che potrebbe èssere una pìccola testa bionda di fantolina) che non me lo permette; e quando mi sono dilungato cento, duecento chilòmetri, ecco, mi pare che io sia attaccato ad un filo di gomma; e torno addietro.

Approfittiamo allora del treno. Questo gran mezzo di locomozione può fornire notèvoli illusioni e benefici.

Sdraiato sopra un comodo cuscino, e lanciato ad ottanta chilometri all'ora, sentirò spezzarmi il pensiero, come in automòbile; e niente mi vieta di crèdere che tutti quegli omarini in posizione di attenti al passàggio del treno sìano i miei servitori; e che quella carrozza imbottita di velluto sia la mia; e che tutti quei lumi nella notte rimàngano accesi per me; e che tutti quei superbi capistazione vèglino per la mia incolumità personale. Nè io avrò bisogno di comandare. Oh, cosa bellìssima! Èssere servito e non dover comandare! Parere proprietàrio e non èssere censito!

Nulla possedendo, io sono padrone di tutto.

Per tutti i detti motivi, ecco dunque: abbonamento di prima classe, serie IV, durata 15 giorni.

Gran lusso la prima classe, lo so; ma era apposta per facilitare la illusione. In prima classe, poi, si rimane spesso padroni dello scompartimento, e c'è più spàzio fra sedile e sedile. E quando si deve urtare con i nostri stinchi contro gli stinchi del nostro pròssimo, allora soltanto si capisce la complicazione di quella legge evangèlica che pare così sèmplice: _Ama il tuo pròssimo come te stesso_.

*

Oltre alla tèssera di prima classe, io ero munito di un cappello quasi pànama; di calze quasi di seta; di scarpe nuove di un giallo abbagliante, che mi fùrono garantite come l'ùltima espressione della moda.

Ho preferito poi l'abbonamento anche per evitare la fatica del decìdere. Per me era del tutto indifferente andare verso oriente o verso occidente, vedere Pisa piuttosto che Venèzia. Qualunque rotàia, compresa nell'abbonamento, andava bene per me. L'importante per me era di abolire un pochino me stesso. E appena ebbi la tèssera, pensai con riconoscenza a quella persona sconosciuta, ma certamente piena di càlcoli, che aveva combinato gli orari e a cui io mi potevo affidare docilmente, anzi piacevolmente.

L'abbonamento cominciava col giorno 2 lùglio (1913). Era questione di sapere quale fosse il primo treno in partenza dopo la mezzanotte.

L'orario che mi offrì un elegante cameriere di un caffè sotto la Galleria, a Milano, diceva che il primo treno che parte dopo la mezzanotte, è un diretto per Venèzia: ore zero e venti. «Andiamo in tale caso a Venèzia» — dissi a me stesso: — cioè montiamo su quel treno, e poi decideremo. Io potrò, se mi piace, scèndere a mezza via, quando sentirò chiamare una stazione il cui nome mi suoni grazioso.

*

Erano già le ore dieci e tre quarti e tanto valeva attèndere a quel tavolino di caffè l'ora della partenza.

— Signor cameriere — dissi al cameriere — mi favorisca una birra e qualche _sandwich_.

I miei pensieri io non ricordo più quali fòssero in quell'ora in cui alternavo delicati _sandwiches_ a fresca birra: ma certamente èrano come in un'atmosfera in cui è calmato il vento. Ed ecco levarsi il tùrbine del vento, perchè passàvano donne, donne, donne con protervi pennacchi e vestite così impudicamente che io sarei stato in diritto di domandare un risarcimento.

Mi affrettai, per ragioni di prudenza, verso la stazione. Però che disgràzia accòrgersi così tardi che il pudore delle donne è un'invenzione degli uòmini.

CAPÌTOLO II.

LUCI NELLA NOTTE.

Io devo aver dormito, forse, su quel rosso e servizièvole cuscino di prima classe. Però ad una certa ora mi sono interamente svegliato: vedevo un bagliore vermìglio, quasi un'enorme pupilla, inseguire la strìscia nera del treno, che fuggiva, scrosciava nella placidità delle cose ancora dormienti, e come evanescenti.

La stella di Marte?

Ma era un più grande, e più vivo bagliore. Ed esso veniva dalla terra, non dal cielo.

Ad un tratto quella luce scattò, e fu un altro bagliore verde: e sùbito dopo una gran bianchezza si diffuse per la diafaneità della prima ora del giorno, come quando la stella Diana appare al mattino. E le tre luci scattàvano alterne, violente, contìnue. Ma il bagliore purpùreo era più dominante. Oh, quale faro bizzarro arde laggiù! Siamo arrivati forse già in riva al mare? Allora ricordai:

È il faro tricolore su la torre bianca di San Martino.

Mi risovvenni di aver già visto qualche anno addietro quelle tre luci alterne. Era sul far della sera, una dolce incantèvole sera di màggio, ed io mi trovavo all'estremità del lungo molo nella penisoletta di Sìrmio.

Non molto discosti da me, alcuni teutònici, col mantello e il cappellino tirolese, attendèvano, come io pure attendevo, l'arrivo del piròscafo dalla riviera di Salò. Essi parlàvano, bonariamente fra loro, assentendo coi loro, _ja! ja!_ in cadenza, e ogni tanto interrompèvano con grosse risa, che parèano singhiozzi. Quando ecco, d'un tratto, dinanzi a noi, su le acque, còrsero come fulmìnei i fasci delle tre luci: bianco, rosso e verde. Quei fasci si sollevàvano, ricadèvano giù dal cielo, si alternàvano sì che parèvano tre enormi catapulte di luce: parèvano volersi addentrare fra i monti tenebrosi, là verso Riva di Trento. Allora le pupille di quei tèutoni si scòssero. Cercàrono donde venìssero quelle luci, che cosa significàssero. Capìrono in fine.

Parlàrono ancora i grossi tèutoni; ma non rìsero più.

Quando una stella si accende nel cielo d'Itàlia, le fronti teutòniche si fanno cupe, e le loro parole si còlmano di irònica amarezza.

*

Ora, in quel mattino, in breve tempo le tre luci (fuggiva il treno) rimàsero addietro. Però la torre su l'alto di San Martino già si distingueva biancheggiare nel giorno nascente.

«A ben considerare — pensai — si tratta anche qui di un faro e noi qui siamo presso un mare; il mare delle genti teutòniche, che batte contro quei monti che corònano il Garda, laggiù. Ma noi vogliamo èssere ragionèvoli e buoni fratelli in Cristo. Voi, bravi tèutoni, ricordate il millenàrio vostro impero quando, a cominciare da Carlo Magno, la spada teutònica pesò sopra di noi: noi abbiamo altra ìndole e non ricordiamo. Noi non ricordiamo quasi più che, qui presso, sta un'altra antica torre, più giù: la torre di Solferino. Lì veramente, il 24 di giugno 1859, Napoleone III spezzò quella vostra spada teutònica che ancora gravava su noi. Ma nessun faro vi splende, nessun segno votivo!»

Ecco, corriamo adesso lungo i begli spaldi di Verona. Brìvidi di luce còrrono già per la campagna. Così doveva essere nell'estate del 1859, quando il grosso prìncipe Plon-plon, a fùria, nella berlina stemmata con l'àquila di Frància, entra in Verona «fedele»: le sentinelle austrìache guàrdano attònite ai colori di Frància. Appare in tùnica celestina l'èsile sire d'Absburgo, l'erede di Carlo V. Si duole assai il giòvane sire, che non rivedrà più la Madonnina del Duomo di Milano, retàggio di Carlo V. Non la vedrà più! Ben sperava di rivederla la mattina del 24 giugno! Ora non più. Mai più!

Sèmbrano vicende d'altri sècoli. Ma il sire di Absburgo è ancora vivo, e noi lo chiamiamo, con dimestichezza obliosa, _Cecco Beppe_; ma il mare delle genti teutòniche è laggiù, in fondo al Garda; ma il mare delle genti croate e slave batte ad oriente. Hanno rude ànima e bellìgera mano quelle genti. Essi non prègiano la nostra gentilezza latina: e forse questo dolce mattino geòrgico non li inèbria della santità della pace.

Quali pàgine del futuro sono scritte nel quaderno che sta su le ginòcchia di Giove?

*

Io andavo su è giù pel corridòio, io ero il padrone del treno. Non c'era nessuno. Il treno pareva fuggire pazzamente per conto suo, ed io guardavo con la curiosità di un bambino la campagna dai finestrini aperti.

Già albeggiava. Che puro, che ridente mattino! Quali verdure profonde, allineate, ordinate! e qua e là, ampi rettàngoli gialli, formati dalle stòppie del grano, reciso pur ieri. I covoni del grano d'oro si allineàvano a pèrdita d'òcchio; e la bianchezza dei buoi si moveva già per ròmpere le stòppie, nella frescura dell'alba. Dolce mattino geòrgico! oh palpitare del lago di Virgìlio!

Quanti sècoli sono, o inesàusta terra d'Itàlia, che tu in lùglio dài tuoi belli esami, combatti le tue buone battàglie!

*

Il signore chiuso. Ad un tratto — andavo su e giù pel corridòio — sento disperatamente picchiare sui vetri, dietro di me. Mi volto. Vedo dietro il cristallo un signore che gestisce così comicamente che quasi mi viene da rìdere. Ho capito. È un viaggiatore che è rimasto chiuso dentro lo scompartimento. Mi prega, a cenni, perchè chiami qualche guàrdia, che venga a liberarlo. Percorro il treno. È deserto. Giungo, infine, al bagagliàio, e lì trovo le guàrdie dormienti nelle disperate attitùdini dei custodi del Santo Sepolcro. Svèglio i dormienti nella notte. Il signore chiuso viene liberato: mi stringe la mano con effusione. Si era fatto chiùdere apposta per dormire con più sicurezza di non essere disturbato; ma la guàrdia si era addormentata alla sua volta.

«Non deve mica essere diffìcile assassinare uno in treno!»

Perchè formai questo pensiero?

*

Quali dolci colli si profìlano in lontananza? Dove siamo? A Vicenza?

Mi sta in mente che debba èssere una città soavemente idìllica, Vicenza. Pallàdio mi fa rima con Arcàdia, e Fogazzaro con Sannazzaro; e l'abate Zanella, che fu di certo un nòbile ingegno, mi richiama in mente gli antichi abati incipriati e galanti del Settecento. Ma la colpa di queste deformazioni è dovuta al ricordo di un caro signore, che io conosco e rivedo ogni estate, e si chiama signor colonnello. Ora vive in dolce pace nella sua villa, e si ricorda della vita militare e della guerra come di un'altra vita. Egli, al mattino, mette in òrdine i sassolini, i vasetti dei fiori, le statuine pei vialetti della sua villa; poi tutto lindo e bianco come le sue statuine, va su e giù pei vialetti leggendo un libriccino di poesie, le poesie dello Zanella. Mi augura il buon dì e — fra l'altro — mi dice:

«Leopardi, Fòscolo, Carducci e compagnia bella, riverisco, riconosco, ammiro, ma non sono per me. L'Astichello, questi pensierini soavi, tèneri, religiosi, queste belle armonie, creda mi fanno bene. Quanta pace....»

Ed ecco perchè lo Zanella mi diventò un poeta del Settecento: e Vicenza con l'Astichello una cittadina arcàdica.

Sopra Vicenza c'è' Asiago, i sette comuni di Asiago: «Colònia linguìstica straniera nel territòrio linguìstico», come è spiegato in un manuale di letteratura italiana. Ma che bàrbaro italiano.

E allora mi tornò alla mente un mio compagno di collègio al _Marco Foscarini_ di Venèzia, il quale era di Asiago, parlava tedesco e si vantava di èssere discendente dei Cimbri. Gherardo era il suo nome, ed anche nell'aspetto era quasi cimbro: massìccio, alto, occhi freddi, cèruli, capelli irti di un biondo pàllido. In quei tempi in cui nelle nostre scuole tutto era tedesco, dalle edizioni Taübner al bastone Jäger, quel mio compagno Gherardo era molto stimato dai professori. Egli poi aveva instituito in collègio una spècie di Santa Vehme o tribunale secreto, da cui io subii molte condanne. Le mie tènere spalle prèsero molti e segreti pugni: mai però volli riconòscere l'autorità della Santa Vehme.

Mi sorrise allora l'idea di vedere Asiago che è in alto su l'alpe; ed altresì di strìngere la mano al mio compagno Gherardo. «Di Sante Vehme — diceva fra me — ne ho conosciute poi tante che non è il caso di serbar rancore per quella che tu fondasti in collègio. Qua, dunque, la mano, amico, e beviamo insieme.»

Così gli volevo dire, rivedèndolo ad Asiago.

La ferrovia, a rotaia dentata, che conduce ad Asiago, dìcono che sia molto interessante; e anche questo costituiva un motivo per discèndere alla prima fermata.

— Scende o non scende? — mi disse bruscamente la guàrdia a Vicenza.

— Sissignore, scendo.

— Allora fàccia presto perchè il treno parte sùbito.

Scesi: ma appena il diretto si fu dilungato via, quasi ne ebbi pentimento. Tutto chiuso, buio, tutto addormentato ancora alla stazione di Vicenza.

CAPÌTOLO III.

IL MATTINO A VICENZA.

Vicenza: circa ore cinque del mattino.

Esco dalla stazione: oh, che bel piazzale verde, solenne, boscoso dietro la stazione! Esso è compiutamente deserto. Mi siedo sopra una banchina. Di contro, da un'enorme parete verde di altissime piante, ecco perfora la incandescenza del sole nascente. Apro la valìgia: sturo la bottiglietta, contenente vero caffè, caffè con la caffeina; sturo e libo lentamente di contro al sole.

Delizioso! il caffè, la caffeina, il sole, il mattino di lùglio; la solitùdine del luogo, deliziosa. Fa male il caffè con la caffeina? bisogna _disarmare il caffè_, come scrive il dottor Ry? bisogna _disarmare il vino_? Altre cose più feroci, piuttosto, bisognerebbe disarmare! Ah, ma noi siamo gente pacìfica, e _disarmiamo_ il caffè e il vino innocenti.

Lodo la mia saggezza e la mia previdenza di avere condotto meco così opportunamente quella bottiglietta di caffè: lodo anche la mia personale abilità nel preparare il caffè; sopratutto lodo il tappo, il quale nel percorso Milano-Vicenza ha tenuto fermo: il caffè non l'hanno bevuto le camìcie e i fazzoletti; ma lo bevo io, ed è assai buono. Questa volta sono molto fortunato. Di sòlito i tappi che io metto non tèngono mai; ovvero calco troppo, e si rompe il vetro: così che in un modo o nell'altro tutti bèvono all'infuori di me. Ma questa volta bevo io.

È un frescolino gentile ed il cielo è di una purità incantèvole, quasi ingènua. È l'ora che il buon Dio fa la _toilette_ al mondo quando gli uòmini dòrmono? Nessuno mi proibisce di pensare al buon Dio; e nemmeno mi è proibito di crèdere che questo bellìssimo sole apra la sua enorme palpèbra, e sorrida, fra il fogliame, tutto per me. Accendo un mezzo toscano ed elevo il suo incenso contro il sole. Anche il toscano è buono, e il mio pensiero va con riconoscenza verso la anònima sigaràia che lavorò onestamente, e non lasciò cadere capelli dalla cuffietta.

Facciamo un breve esame di coscienza; ciò terrà le veci di una preghiera mattutina: io ora guardo con giòia il sole.

Io posso ancora gustare il piacere di un òttimo caffè.

Io posso ancora fumare un mezzo toscano; e fra poche ore sarò in grado di fare un'òttima colazione. Dunque accontentiàmoci.

Sì, è vero: molte volte ho desiderato di «non èssere»; ma questa mattina sono di opinione contrària, e desìdero di rinnovare il contratto di locazione su la superfìcie del mondo.

Io godevo appena di questo pensiero, quando un'ombra mi passò davanti, e mi sovvenni di quelli che vivèvano un tempo nel sole, su la superfìcie del mondo, e sono adesso nell'ombra; e mi sèmbrano darsi la mano, e gli ùltimi scomparsi sono più vicini, vicini a me, ed io sento ancora il contatto delle gèlide e care loro mani. I più lontani scomparsi mi affèrrano e dìcono: «non ti scordare di noi!». E più tormentoso è un senso penosamente oscillante, che mi fa dubitare se la morte sia interamente la morte o se la vita sia la morte. Certo lui non è più. Ma perchè così cupa è l'imàgine tua, caro fanciullo? Fosti così ridente nei dieci anni della tua breve vita! Ed anche la madre mia non è più. Ella, invece, non è cupa imàgine: talvolta mi sorride, non so perchè; mi sorregge ancora, mi par di sentire queste parole: «Su, coràggio!».

Certo però quei capelli grigi sono voluti andar dietro a quei mòrbidi rìccioli biondi. Ah, sole, sole, tu non le essiccherai facilmente queste lagrime!

La vòglia di salire ad Asiago era tutta scomparsa.

Non c'era nessun treno allora in partenza; perchè quando insorge questo spàsimo convulso del dolore, sento una necessità di fuggire, fuggire.

Ma ecco per ventura giunge un carrozzone giallo, vuoto, del tram elèttrico.

Salgo. — Dove va questo tram?

— Il tram attraversa Vicenza — mi si risponde — e poi ritorna ancora alla stazione.

*

Oh, dolce Vicenza! me ne sta tuttavia la visione nel cuore. La città dormiva ancora, e il tram mi faceva passare davanti agli occhi un'armonia di case, casette antiche, istoriate, scure, adorne di bìfore ed archi; e infra mezzo festoni di verdura, e tronchi schietti sorgenti, con la pompa delle chiome verdi su nel gran sereno; e poi acque verdi correnti; e gerani, gerani, fiammanti gerani, come una giovinezza della natura che sorride sui neri balconi. Tutti balconi fioriti. Una giovinezza e una decrepitezza in caro abbracciamento. E stando il tram fermo per qualche minuto, mi affissai nella chioma tonda di un pino che campeggiava nel cielo: e insensibilmente mi parve che si movesse per ritmo di danza, come una fèmina. Eppure l'ària era senza vento.

Sorrisi di letìzia naturale. Oh, Itàlia! Vicenza, cara città itàlica! Ma per capire la ragione di questa mia letìzia, bisogna considerare come io avessi lasciato poche ore prima Milano: Milano enorme, pesante di cemento, con le vie nuove alla tedesca.

Ma già la città si destava, qualche negozio era aperto: svelto, barcollando sotto il peso del «bigòl», passàvano le contadine col loro cappellùccio: odor di maggiorana; vasi di rame lucenti, colmi di latte; e un cinguettar di richiami, di saluti cadenzati: «Buon dì, _ciciricì!_».

Ad un tratto stupii: davanti ai miei occhi dilatò una piazza con palagi regali, eccelsi: cùpole, domi, logge si incendiàvano ai raggi del sole. Ricordai: lì era stata Venèzia, la Serenìssima. Gente togata e guerriera sporgeva fantasticamente da quei palagi.

— Com'è quel brulichio scuro lì nella piazza? — domandai.

— Oggi è mercato.

Il tram mi riportò onestamente alla stazione. Sono le sei e mezzo. I colli Bèrici rilùcono ora di una verdura profonda; le chiome, o tonde, o cuspidate degli alberi (pini, cipressi), dentèllano il cielo, che adesso è di una purità di cobalto intenso. C'è una villa lassù? Una villa settecentesca, con logge e colonne, affrescata dal Tièpolo? Socchiudo gli occhi: vedo tutti i personaggi del Fogazzaro: le dame in tupè bianco: i signori _xe tuti lustrìssimi_, con bei panciotti a fiorami: sièdono presso una bella fontana, fra quella verdura. Si dòlgono si pèntono di lor dolci peccati, e se li accarèzzano: si scàmbiano motti leggiadri in francese e in italiano venezièvole.

Ma Franco e Luisa del _Pìccolo Mondo Antico_ non sono lì. Essi stanno in disparte ed immoti: i loro occhi tranquilli e tetri si vòlgono verso la terra, dove siede di per sè, immèmore, la pìccola Ombretta:

Ombretta sdegnosa del Missisipì.

Ella porta le pòvere scarpette, cucite da sua madre; ella giuoca immèmore con una sua pòvera bàmbola. Perchè lagrimai allora in quel mattino? Perchè vidi anche la barba nera, il volto tèrreo di Giovanni Segantini che dipingeva con sacri segni quel quadro, dove sopra un cimitero due àngioli sostèngono verso il cielo una pìccola creatura?

CAPÌTOLO IV.

QUATTORDICIMILA MORTI!

Per andare ad Asiago si prende il treno che va a Schio. Ma si scende prima: a Thiene. Poi altro treno sino a.... Non ricordo più il nome. Poi altro piccolo treno, con ruote dentate che salirà l'alpe.

La pianura si stende ubertosa, ben coltivata, sino ai piè delle Alpi, le quali fanno l'effetto di balzar di colpo minacciose su dalla lìnea dolce del piano. Asiago si nasconde lassù fra quei monti: si trova in una conca verde fra quei monti. Così mi dice la gente. Io ho l'impressione di andare al confine d'Itàlia.