Venti anni dopo

Part 64

Chapter 643,842 wordsPublic domain

D’Artagnan si scosse al vedere quelle lacrime. Sin da quel tempo le regine piangevano come semplici donne.

Egli scosse il capo: pareva che tali lacrime gli abbruciassero il cuore.

«Signora! inginocchiato soggiunse, guardate l’infelice gentiluomo ch’è a’ vostri piedi; ei vi prega di credere che ad un cenno di Vostra Maestà tutto gli sarebbe possibile. Ha fede in sè, ha fede negli amici suoi, vuole aver fede puranco nella sua regina; e la prova che di nulla paventa, che su nulla specula, si è che ricondurrà il signor di Mazzarino presso la Maestà Vostra senza condizioni. A voi, signora, ecco le sacre firme di Vostra Maestà; se crederete dovermele restituire, lo farete. Ma da questo momento, più a nulla esse vi obbligano».

E d’Artagnan sempre genuflesso, con occhio fiammeggiante di orgoglio e maschile intrepidezza, consegnò ad Anna quelle carte che tolte aveale di mano con tanta fatica.

V’hanno dei momenti, avvegnachè in questo mondo non è tutto cattivo, e non tutto è buono, v’hanno dei momenti in cui ne’ cuori più aridi e freddi va germogliando, irrigato dalle lacrime di estrema emozione, un sentimento generoso, che dal calcolo e dalla superbia vien soffocato se un altro cuore non lo afferra sul nascere. Anna era in uno di quei dati istanti. D’Artagnan, cedendo alla propria commozione, in armonia con quella della sovrana, avea compiuta l’opera di una profonda diplomazia; e quindi fu immediatamente premiato dell’arte sua o del suo disinteresse, secondo che vorremo dar onore al suo spirito od al cuor suo della ragione che lo fece agire.

«Dite bene, signore, replicò Anna; non avevo saputo conoscervi. Ecco gli atti firmati, che liberamente io vi rendo; ed al più presto riconducete a me il ministro.

«Signora, disse d’Artagnan, sono già venti anni, ho buona la memoria, ch’ebbi l’onore, dietro a un parato del palazzo comunitativo, di baciare una di codeste bellissime mani.

«Ed ecco l’altra, fece la regina, ed acciò la sinistra non sia men liberale che la destra (e si trasse dal dito un diamante consimile all’incirca al primo) prendete e conservate questo anello per mio ricordo.

«Regina, disse d’Artagnan alzandosi, non ho che un solo desiderio, che la prima cosa che a me richiedete sia la mia vita».

E con quel bel portamento ch’era tutto suo, levatosi in piedi, si ritirò.

«Non ho conosciuti costoro, pensò Anna mentre d’Artagnan si allontanava, ed ora è tardi per ch’io ne cavi profitto: fra un anno il re sarà in maggiorità».

Di là a quindici ore, d’Artagnan e Porthos accompagnavano Mazzarino presso alla regina, e ricevevano, uno il brevetto da luogo-tenente capitano dei moschettieri, l’altro il diploma da barone.

«Siete contenti? domandò loro Anna».

D’Artagnan fece un inchino; Porthos si girava tra le dita il diploma osservando Mazzarino.

«Che altro v’è egli? chiese il ministro.

«Monsignore, v’è che s’era parlato di una promessa di cavaliere dell’Ordine alla prima promozione.

«Ma sapete, signor barone, che non si può esser cavaliere dell’Ordine, senza aver dato prova di sè.

«Oh! fece Porthos, non già per me richieggo il cordone turchino.

«E per chi? interrogò il ministro.

«Pel mio amico signor conte di la Fère.

«Oh! rispose la sovrana, è tutt’altro! quegli ha date le prove necessarie.

«Lo avrà egli?

«Lo ha».

Nel medesimo giorno era sottoscritto il trattato di Parigi, e dappertutto si proclamava che il ministro si fosse rinchiuso nelle sue stanze onde redigerlo con maggiore attenzione.

Ed ecco ciò che vi guadagnava ciascuno:

Il signor di Conti si aveva Damvilliers, ed avendo fatto mostra di sè come generale, otteneva di restare uomo d’arme e non diventare cardinale. Di più, erano state lanciate alcune parolette di matrimonio con una nepote di Mazzarino, le quali poi eransi raccolte favorevolmente dal principe, a cui poco premeva chi si fosse la moglie, pur che moglie gli si desse.

Il duca di Beaufort rientrava in corte, con tutte le soddisfazioni dovutegli per le fattegli offese, e con gli onori a cui aveva diritto pel suo rango. Gli si concedeva la piena e intera grazia di quelli che lo avevano ajutato nella fuga, la sopravvivenza all’ammiragliato che teneva il duca di Vendome suo padre, ed una indennizzazione per le case e ville di suo che il Parlamento di Brettagna avea fatto demolire.

Il duca di Bouillon riceveva delle proprietà di valore eguale al suo principato di Sedan, una indennizzazione per le otto annate di non godimento del suddetto principato, e il titolo di principe accordato a lui ed a quelli di sua casa.

Il duca di Longueville aveva il governo del Ponte-dell’Arca, cinquecento mila lire per la sua consorte, e l’onore di vedere il suo figlio tenuto a battesimo dal giovane re e dalla giovane Enrichetta d’Inghilterra.

Aramis stipulò che Bazin officiasse a quella solennità, e che Planchet avesse a vendere i confetti.

Il duca d’Elboeuf ottenne il pagamento di certe somme dovute a sua moglie, cento mila lire pel maggiore de’ suoi figli, e venticinque mila per ognuno degli altri.

Il Coadjutore soltanto non ebbe nulla; gli fu promesso di trattare pel bramato cappello, ma egli sapeva quanto si potesse contare su tali promesse di Anna e di Mazzarino; ed all’opposto dal signor di Conti, non potendo essere cardinale, gli toccava rimanere uomo di guerra.

E così, quando tutta Parigi si rallegrava del ritorno del re fissato al posdomani, Gondi, solo in mezzo alla generale esultanza, era tanto di mal umore, che mandò tosto a chiamare due individui cui voleva ricercare quando era in pari disposizione di spirito.

Un di costoro era il conte di Rochefort, e l’altro il mendico da Sant’Eustachio.

Vennero con la consueta puntualità, e il Coadjutore stette con essi porzione della nottata.

XCIII.

_Nel quale si prova come talvolta sia ai re più difficile lo rientrare nella capitale del loro reame, che lo uscirne._

Mentre d’Artagnan e Porthos erano andati ad accompagnare il ministro a San Germano, Athos ed Aramis avendogli lasciati a San Dionigi eran tornati a Parigi.

Ciascuno di essi aveva da fare la sua visita.

Aramis appena toltisi gli stivali da viaggio corse al palazzo comunitativo dov’era madama di Longueville. Alla prima notizia avuta della pace, la bella duchessa strillò ed inveì: la guerra la faceva regina, la pace produceva la sua abdicazione; dichiarò che non apporrebbe mai la firma al trattato e che voleva guerra eterna.

Ma allorchè Aramis le ebbe presentata quella pace sotto il vero suo aspetto, cioè con tutti i suoi vantaggi; allorchè le ebbe mostrato, in iscambio della sua sovranità precaria e contrastata in Parigi, la dignità di vice-regina al Ponte-dell’Arca, vale a dire dell’intera Normandia; allorchè ebbe fatto suonare alle orecchie le cinquecento mila lire promesse dal ministro; allorchè le ebbe fatto brillare davanti agli occhi l’onore che le concederebbe il re tenendo il suo figliuolo sul fonte battesimale: madama di Longueville non disputò più altro che per l’abitudine che hanno di disputare le belle donne, e non più si difese se non se per arrendersi.

Aramis s’infinse di dar fede alla sua opposizione, e non volle di faccia a sè stesso privarsi del merito di averla persuasa.

«Signora, le disse, voi avete voluto battere una volta il signor principe vostro fratello, il più grande capitano dell’epoca attuale, e quando le donne di genio hanno fissa un’idea vi riescono sempre. Voi ci siete dunque riuscita. Il principe è sconfitto, dacchè non può più far guerra. Adesso, traetelo nel nostro partito. Distaccatelo pian piano dalla regina, ch’ei non ama, e dal signor di Mazzarino, ch’ei disprezza. La _Fronda_ è una commedia della quale non abbiamo peranche rappresentato se non il primo atto. Aspettiamo Mazzarino allo scioglimento, cioè al giorno in cui il principe, vostra mercè, si sarà volto contro alla corte».

La Longueville restò convinta. Avea tanta fiducia nel potere de’ suoi begli occhi, la duchessa Frondista, che punto non dubitò della loro influenza, anche sopra il signor di Condé, e la cronaca di que’ tempi diceva che non aveva presunto di troppo.

Athos, lasciando Aramis sulla Piazza Reale, si era recato dalla signora di Chevreuse. Essa pure era una Frondista da persuadere, ma più difficile che la sua rivale: in favor suo non erasi stipulata condizione veruna. Il signor di Chevreuse non era nominato governatore di alcuna provincia, e se la regina acconsentiva ad esser comare, non poteva ciò essere che del suo nepotino o della nepotina.

E quindi, alle prime parole della pace, madama di Chevreuse inarcò le ciglia, e non ostante tutta la logica di Athos per mostrarle essere impossibile una guerra più lunga, insistè per le ostilità.

«Bella amica, disse Athos, permettetemi di dirvi che tutti sono stanchi della guerra; che eccettuato voi, e forse il signor Coadjutore, tutti bramano la pace. Vi farete esigliare come a tempo del re Luigi XIII. Credete a me, abbiamo passata l’età dei buoni successi nell’intrigo, e i vostri occhi vaghissimi non sono destinati ad estinguersi piangendo Parigi, dove saranno ognora due regine sinchè voi vi sarete.

«Oh! disse la duchessa, se non posso far la guerra da me sola, posso però vendicarmi di quella ingrata regina e dell’ambizioso favorito.... e mi vendicherò!

«Signora, rispose Athos, non apprestate un tristo avvenire al signor di Bragelonne; oramai è slanciato, il signor Principe lo ha preso a benvolere, è giovane, lasciamo che si stabilisca un giovinetto re.... Ahimè! scusate la mia debolezza: viene il momento in cui l’uomo rivive e ringiovanisce ne’ suoi figli».

La Longueville sorrise, un po’ teneramente e un po’ con ironia.

«Conte, essa replicò, temo che siate già devoluto al partito della corte. Non avreste per caso in saccoccia qualche cordone turchino?

«Sì signora, ripicchiò Athos, ho quello della Giarrettiera datomi dal re Carlo I pochi giorni innanzi la sua morte».

Ei diceva il vero: ignorava la domanda di Porthos, e non sapeva di averne altri fuor di quello.

«Animo! bisogna diventar vecchia, sospirò la duchessa pensierosa».

Athos le prese e le baciò la mano. Ella guardandolo diè un altro sospiro e soggiunse:

«Conte, dev’essere un’amena dimora Bragelonne; voi siete uomo di buon gusto: dovete avervi acqua, boschi, fiori....»

Sospirò di nuovo, ed appoggiò la leggiadrissima testa sulla mano graziosamente ricurvata e sempre egregia per la forma e la bianchezza.

«Madama, rispose il conte, che dicevate poc’anzi? io non vi vidi mai più giovane, mai non vi vidi più bella».

La signora scosse alquanto il capo.

«Il signor di Bragelonne rimane in Parigi? domandò poi.

«Che ne pensate? chiese a lei Athos.

«Lasciatemelo, conte.

«No signora. Se voi vi siete scordata la storia di Edippo, io me la rammento.

«In verità, siete amabilissimo.... e mi piacerebbe vivere un mese a Bragelonne.

«Non avete timore di suscitarmi molti invidiosi, duchessa? disse con tutta galanteria Athos.

«No, ci andrò incognita, sotto nome di Maria Michon.

«Madama, siete adorabile!

«Ma Raolo, non lo lasciate presso di voi.

«E perchè?

«Perchè è innamorato.

«Egli! un fanciullo!....

«E diffatti, ama da fanciullo».

Il conte si diede a pensare.

«Duchessa, avete ragione, quell’amore singolare per una bambinella di sette anni può renderlo un dì molto infelice. Deve esservi battaglia in Fiandra, egli vi andrà.

«E al suo ritorno lo manderete a me, io gli farò un usbergo contro l’amore.

«Ohimè! oggidì l’amore è come la guerra, e l’usbergo gli è divenuto inutile».

Nel momento entrava Raolo; veniva ad annunciare come il conte di Guiche suo amico lo aveva allora avvertito che alla domane avrebbe luogo l’ingresso solenne del re, della regina e del ministro.

E in fatti, alla domane all’alba la corte fece tutti i suoi preparativi onde abbandonare San Germano.

Sin dalla sera avanti la regina aveva chiamato a sè d’Artagnan.

«Signore, gli aveva detto, mi assicurano che Parigi non è quieta; temo per il re: ponetevi accanto allo sportello a destra.

«Vostra Maestà stia pur tranquilla, disse d’Artagnan, rispondo io per il re».

E salutata la sovrana, uscì.

In quel punto Bernouin si fece ad avvisarlo che il ministro lo attendeva per oggetti importanti.

Egli si recò tosto dal ministro.

Il quale gli parlò così:

«Si discorre di sommosse in Parigi; io starò alla parte sinistra presso al re, e siccome sarò principalmente minacciato, voi tenetevi allo sportello da sinistra.

«Vostra Eccellenza non dubiti, replicò d’Artagnan: al re nessuno toccherà un sol capello».

Quando fu nell’anticamera borbottò:

«Diamine! come farò a cavarmene fuori? Non posso mica trovarmi al tempo stesso a diritta ed a manca.... Eh sì! io farò guardia al re, e Porthos farà guardia a Mazzarino».

Questo compenso fu di genio di tutti, lo che avviene ben di rado: la regina fidava nel coraggio di d’Artagnan a lei noto, ed il ministro nella forza di Porthos ch’egli aveva provata.

Il corteggio si avviò pella capitale nell’ordine prestabilito; Guitaut e Comminges alla testa delle guardie, andavano per i primi; indi la regia carrozza, avendo da un lato d’Artagnan e dall’altro Porthos; poi i moschettieri i vecchi amici di d’Artagnan da ventidue anni, che da venti anni era loro tenente, e dal dì innanzi loro capitano.

Giunta alla barriera, la carrozza fu salutata dalle grida di «Evviva il re! evviva la regina!»

Vi si mischiarono alcuni: «Evviva Mazzarino!» ma non ebbero eco.

Si dirigevano a Nostra Donna, ove doveva cantarsi il _Te Deum_.

Tutto il popolo di Parigi era per le strade. Si erano schierati gli Svizzeri in tutta la lunghezza della via, ma sendo questa assai lunga stavano un dall’altro distante di sei o otto passi e all’altezza di un sol uomo. Sicchè il baluardo era insufficiente, e tratto tratto quell’argine rotto da un’ondata di gente stentava di molto a tornare a formarsi.

Ad ognuna di codeste rotture, fatta però con buona intenzione, provenendo dal desiderio che avevano i Parigini di rivedere il lor re e la loro regina, dei quali erano privi da un anno, la sovrana guardava inquieta d’Artagnan, e questi con un sorriso la riconfortava.

Mazzarino, che aveva speso un migliajo di scudi per fare strillare: «Evviva Mazzarino!» e non valutava gli strilli uditi a una ventina di doppie, adocchiava pur inquieto Porthos; ma la gigantesca guardia del corpo rispondeva all’occhiatina con una voce tanto sonora: «State tranquillo monsignore» che monsignore cominciava a tranquillarsi.

Arrivati al Palazzo Reale, trovarono anche maggior folla; essa era accorsa sulla piazza di tutte le strade adjacenti, e si vedeva alla guisa di un largo fiume agitato, tutta quella calca che veniva incontro al cocchio, e tumultuosamente traboccava nella via sant’Onorato.

Quando e’ furono sulla piazza echeggiarono grida clamorosissime di «Viva le Loro Maestà!» Mazzarino si chinò un poco in fuori da’ cristalli; salutarono la sua comparsa due o tre gridi di «Viva il ministro!» ma quasi subito una scarica di fischiate le soffocò spietatamente. Mazzarino impallidito si cacciò dentro colla massima fretta.

«Birbanti!» borbottò Porthos.

D’Artagnan non disse nulla, ma si arricciò i baffi con un gesto particolare, il qual significava che gli si cominciava a riscaldare la bile da Guascone.

Anna si chinò verso il giovanetto re, e gli disse all’orecchio:

«Figliuolo, fate un gesto grazioso e dite qualche parolina al signor d’Artagnan».

Onde il re abbassatosi allo sportello:

«Signor d’Artagnan, non vi ho ancora dato il buon giorno, eppure vi ho riconosciuto benissimo; siete voi ch’eravate dietro alle cortine del mio letto in quella notte che i Parigini vollero vedermi dormire.

«E se il re lo permette, rispose il capitano, io gli starò al fianco ogni qualvolta vi sia per lui alcun rischio.

«Signore, domandò Mazzarino a Porthos, che fareste se tutto il popolo si avventasse addosso a noi?

«Ne ammazzerei più che potessi, monsignore.

«Uhm! per quanto siate robusto e animoso, non potreste ammazzarlo tutto.

«È vero, ribattè Porthos rizzandosi sulle staffe a meglio scuoprire l’immensa folla, è vero, e’ son di molti!

«Quasi quasi, avrei più caro quell’altro» mugolò Mazzarino, e si buttò in fondo alla carrozza.

La regina e il suo ministro avevano ragione di star in pensiero, e quest’ultimo specialmente. La moltitudine, benchè serbasse le apparenze di rispetto ed anche di affetto per il re e la reggente, principiava ad agitarsi in tumulto. Si udivano correre quei tristi rumori, che mentre vanno rasentando le onde danno indizio di tempesta, e mentre danno su la turba presagiscono sommossa.

D’Artagnan si volse ai moschettieri, e facendo occhiolino venne a far un cenno, per la calca impercettibile, ma per quel corpo scelto e prode assai chiaro a comprendersi.

Si ristrinsero le file dei cavalli, fra gli uomini fu bisbiglio.

Alla barriera dei Sergenti bisognò fermarsi; Comminges si tolse dalla testa della scorta, e si appressò al cocchio della regina.

La sovrana con uno sguardo interrogò d’Artagnan, il quale le rispose con lo stesso linguaggio.

«Andate avanti» disse allora Anna.

Comminges ritornò al suo posto. Fu fatto uno sforzo, e si aperse con impeto la barriera vivente.

Sorse qualche mormorìo tra la folla, e questa volta diretto ugualmente al re che al ministro.

«Avanti! urlò d’Artagnan.

«Avanti! ripetè Porthos».

Ma come se la moltitudine non avesse atteso altro che questa dimostrazione per infuriare, si manifestarono insieme tutti i sentimenti ostili ch’essa racchiudeva, e da ogni parte gridavasi: «Abbasso il Mazzarino! morte al ministro!»

Nello stesso tempo, dalle strade del Gallo e di Grenelle sant’Onorato si scagliò un’ondata di popolo che ruppe la debole fila delle guardie svizzere e venne romoreggiando sino alle zampe dei cavalli di d’Artagnan e di Porthos.

Questa nuova irruzione era più pericolosa delle altre, perocchè componevasi di gente armata, e armata meglio che non suol essere in simili casi la plebe. Si scorgeva che quest’ultimo movimento non era effetto del caso che avesse riunito un dato numero di malcontenti sul medesimo punto, ma bensì calcolo di uno spirito ostile che ordinato avesse un attacco.

Le due masse erano condotte ciascheduna da un capo, dei quali uno sembrava appartenesse non al volgo, ma anzi alla onorevole corporazione degli accattoni, e l’altro, ancorchè affettasse d’imitare le maniere della plebe, facilmente riconoscevasi essere un gentiluomo.

Agivano ambedue, ed evidentemente pel medesimo impulso.

Fuvvi una forte scossa, che si sentì per sino dentro al regio cocchio; di poi migliaja di strida fecero udire immenso clamore, a cui si aggiunsero due o tre spari.

«A me i moschettieri!» chiamò d’Artagnan.

La scorta si divise in due file; una passò a man destra dalla carrozza e l’altra a sinistra; una in ajuto a d’Artagnan e l’altra a Porthos.

Allora s’impegnò una zuffa tanto più terribile in quanto che era senza scopo, tanto più funesto in quanto che nessuno sapeva perchè, e per chi si battesse.

Come tutti i movimenti del popolaccio, l’urto di quella folla fu tremendo; i moschettieri in piccol numero, male ordinati, non potendo framezzo alla turba far circolare i loro cavalli, cominciarono a soffrire d’assai.

D’Artagnan aveva ordinato si calassero le stuoje del legno; il giovanetto re però stendendo il braccio avea detto:

«No no, signor d’Artagnan, voglio vedere.

«Vostra Maestà vuol vedere? fece d’Artagnan, ebbene, guardi pure!»

E d’Artagnan voltosi con quella furia che lo rendeva terribile, balzò verso il capo dei sollevati che con in mano una pistola e nell’altra la spada procurava aprirsi il passo, sino allo sportello contrastando con due moschettieri.

«Largo, corpo di Diana! egli urlò, largo! largo!»

A quella voce, l’uomo della pistola e della spada alzò la testa; ma era già tardi, chè d’Artagnan avea data la botta, e la sua draghinassa gli aveva già attraversato il petto.

«Ah, caspita! esclamò d’Artagnan, tentando, ma non più a tempo, di trattenere il colpo, conte, e che diavolo venivate a fare qua?

«A compiere il mio destino, rispose Rochefort cadendo con un ginocchio in terra, son già scapolato da tre colpi della vostra spada, ma non così mi riuscirà dal quarto.

«Conte, disse d’Artagnan con una qualche emozione, ho percosso senza sapere che foste voi; mi dorrebbe, se morite, che moriste con sentimento d’odio per me».

Rochefort gli porse la destra; voleva parlare, ed il sangue corsogli alla bocca gli tolse la parola; s’irrigidì in una convulsione, e spirò.

«Indietro, canaglia! urlò il Guascone, il vostro capo è morto, e qui voi altri non avete più che fare».

E realmente, come se il conte di Rochefort fosse stata l’anima dell’attacco che rivolgevasi dalla parte della carrozza del re, tutta la folla che lo avea seguitato e che gli obbediva si diede alla fuga al mirar la sua caduta. D’Artagnan mandò una carica con una ventina di moschettieri nella contrada del Gallo, e quella porzione d’insorti si dileguò come un fumo disperdendosi su la piazza di San Germano l’Auxerrois, e poi scappando giù pei ponti.

D’Artagnan tornò addietro per dar soccorso a Porthos ove ne abbisognasse; ma Porthos dal lato suo aveva lavorato con minor coscienza di lui. Il lato sinistro della vettura era sgombrato a pari del destro, e si rialzava la stuoja dello sporto, che Mazzarino non tanto bellicoso quanto il re avea fatto calare.

Porthos sembrava malinconico.

«Che brutta cera fate mai? disse d’Artagnan, che aspetto singolare avete così per un uom vittorioso!

«Ma anche voi mi parete agitato!

«E ne ho ben d’onde, caspita! ho ucciso un antico amico.

«Davvero! e chi?

«Il povero conte di Rochefort!...

«Veh! com’è accaduto a me: ho ucciso un tale di cui non mi è ignota la faccia; disgraziatamente l’ho percosso sul capo, e in un momento gli si è cosparso di sangue tutto il volto.

«E nel cadere non ha detto nulla?

«Anzi sì.... ha detto: uf!

«Capisco, rispose d’Artagnan senza poter frenare le risa, che se non ha pronunziato altro, ciò non vi deve avere schiarito molto.

«Ebbene? domandò la regina.

«Maestà, replicò d’Artagnan, la strada è libera; la Maestà Vostra può proseguire il tragitto».

Tutto il seguito arrivò senz’altri inconvenienti a Nostra Donna, ove sotto al loggiato della porta maggiore, il clero intero, col Coadjutore alla testa, attendeva il re, la regina ed il ministro, pel beato ritorno di cui dovevasi cantare il _Te Deum_.

Durante il servigio religioso, e verso l’istante che questo si avvicinava alla fine, entrò un biricchino in chiesa, tutto ansante, corse alla sagrestia, si vestì presto presto da cantore, e mercè la rispettabile uniforme indossata, passando fra mezzo alla calca che riempieva il tempio, si accostò a Bazin, il quale colla sua cappa turchina, e con la mazza di balena guernita di argento in mano, stava gravemente impettito di faccia allo svizzero all’ingresso del coro.

Bazin si sentì tirare per la manica. Abbassò verso il suolo gli occhi divotamente alzati al cielo, e riconobbe Friquet.

«Ebbene, sguajato! disse il bidello, che v’è egli per osar disturbarmi nell’esercizio delle mie funzioni?

«Signor Bazin, e’ v’è che il signor Maillard.... sapete pure, quello che dava l’acqua benedetta in sant’Eustachio....»

«Sì.... e poi?...

«Gua’! nella barabuffa ha avuto una botta di spada.... e gliel’ha data quel gigantone là, che voi vedete tutto ricami sulle cuciture.

«Sì sì.... oh! allora, deve star male davvero!

«Tanto male, ch’è per morire, e avanti di morire vorrebbe confessarsi al signor Coadjutore, che dicono abbia potere di assolvere dai peccati grossi.

«E si figura che il signor Coadjutore si scomodi per lui?

«Eh! sì, perchè pare glielo abbia promesso.

«Chi te lo ha detto?

«Il signor Maillard.

«Dunque lo hai veduto?

«Di sicuro; quando è cascato in terra.

«E che facevi laggiù?

«Senti! strillavo: «Abbasso il Mazzarino! a morte il ministro! alla forca l’Italiano!» non mi avevate detto di urlare così?

«Vuoi stare zitto, briccone? disse Bazin guardandosi attorno.