Venti anni dopo

Part 49

Chapter 493,765 wordsPublic domain

«Figliuol mio, disse il re ad Aramis, non disperarti in tal modo. Tu domandi che fa Iddio? Iddio vede il tuo zelo e il mio martirio, e credi a me, entrambi avranno il loro premio: sicchè di quanto avviene devi dolertene contro gli uomini e non contro a Dio; gli uomini mi fanno morire, gli uomini ti fanno piangere.

«Sì, avete ragione, replicò Aramis, dagli uomini debbo volerne ragione, e da loro io la vorrò!

«Sedete, Juxon, proseguì Carlo inginocchiandosi, chè ancor rimane a voi da udirmi, a me da confessarmi. Trattenetevi pure, disse ad Aramis che si accingeva a ritirarsi, trattenetevi, Parry; nulla ho da dire, anche nel segreto della penitenza, che dire non possa al cospetto di tutti; trattenetevi, e soltanto mi dolgo che il mondo intero non possa udirmi come voi e con voi».

Juxon si assise, ed il re genuflesso a lui dinanzi come il più umile dei fedeli, incominciò la sua confessione.

LXXI.

_Remember._

Terminata la confessione, Carlo I. comunicò, e poi chiese di vedere i suoi figli. Suonavano le dieci ore, talchè conforme egli aveva detto non era lungo il ritardo.

Non ostante, il popolo era già pronto: sapeva che per le dieci era fissata l’esecuzione, si affollava nelle strade adjacenti al palazzo, ed il re cominciava a distinguere quel fragore lontano che producono la moltitudine e il mare quando sono agitati, quella dalle passioni e questo dalle tempeste.

Giunsero i figli del re: prima la principessa Carlotta, indi il duca di Glocester, cioè una fanciulletta bella bionda, e molle il ciglio di lacrime, e un fanciullo di otto o nove anni, in cui l’occhio asciutto e il labbro rialzato disdegnosamente già indicavano la nascente fierezza. Il ragazzo aveva pianto tutta la notte, ma davanti a tutta quella gente non piangeva più.

Carlo si sentì struggere il cuore all’aspetto di quelle due creature, che viste non aveva da più di due anni, e che rivedeva soltanto sul punto di morire. Gli corse al ciglio una lacrima, e si volse per asciugarla, imperocchè voleva mantenersi forte dinanzi a coloro a’ quali lasciava un sì pesante retaggio di pene e di sventura.

Parlò prima alla bambina, e traendola a sè, le raccomandò la pietà, la rassegnazione e lo amor figliale; poscia prese il giovane duca di Glocester, e fattolo sedere sulle sue ginocchia onde potere a un tempo stesso stringerlo al cuore e baciarlo in volto, gli disse:

«Figliuol mio, voi vedeste per le strade e nelle anticamere molte genti che venivano qui. Quelle genti troncheranno la testa a vostro padre. Non lo dimenticate giammai. Forse un giorno, mirandovi presso di loro ed avendovi in loro potere, diviseranno farvi re con esclusione del principe di Galles o del duca d’York vostri fratelli maggiori, che sono l’uno in Francia e l’altro io non so dove; ma voi non siete il re, nè tale potete divenire se non mediante la morte di essi. Giuratemi adunque di non lasciarvi porre la corona sinchè a questa non abbiate legittimo diritto.... chè un giorno, ascoltatemi bene, figlio mio, se ciò faceste, un giorno, eglino atterrerebbero tutto, capo e corona, ed allora voi non potreste morire quieto e senza rimorsi siccome io muojo.... Giurate».

Il ragazzo stese la piccola sua mano fra quelle del genitore, e rispose:

«Sire, giuro a Vostra Maestà....»

Carlo lo interruppe.

«Enrico, disse, chiamami tuo padre.

«Padre mio, vi giuro che mi uccideranno prima che farmi re.

«Bene Enrico.... Adesso abbracciatemi, ed anche voi Carlotta, e di me non vi scordate.

«Oh no! mai! mai! esclamarono i due giovanetti cingendo il collo a Carlo con le loro braccia.

«Addio.... addio, figli miei, disse il re, Juxon, guidateli altrove; il loro pianto mi torrebbe il coraggio di morire».

Juxon levò i poveri bambini dalle braccia del loro padre, li consegnò a quelli che ivi gli aveano condotti.

Al loro uscire si apersero le porte, ed ebbe accesso tutta la gente.

Il re vedendosi solo fra mezzo alla turba di guardie e di curiosi che cominciavano a riempire la camera, si rammentò che il conte di la Fère era lì vicinissimo sotto il pavimento della stanza, non potendo vederlo e forse sempre sperando.

Tremava che il minimo rumore sembrasse ad Athos un segnale, e che questo rimettendosi al lavoro si scuoprisse da per sè. Procurò quindi di stare immobile, e col suo esempio fece rimanere in riposo gli astanti.

Il re non s’ingannava: Athos era veramente sotto a’ suoi piedi; ascoltava, s’inquietava di non udire il segnale; a volte nella sua impazienza riprincipiava a rompere la pietra, ma per timore di essere inteso si fermava subito.

Durò due ore sì terribile inazione. Regnava nella regia camera silenzio di morte.

Athos allora si decise a ricercare la causa della mesta e tetra tranquillità che sola turbava l’immenso strepito della folla. Schiuse un poco il parato che nascondeva il loro fatto, e scese sul primo piano nel palco. Più su della sua testa appena quattro pollici era l’intavolato che si estendeva al livello della piattaforma e che faceva il patibolo.

Il rumore che fino a quel punto aveva udito confusamente, ormai giungendogli cupo e minaccioso, lo fe’ balzare di spavento. Andò fin sull’orlo del palco, scostò il panno nero alla altezza dell’occhio, e vide vari cavalieri raccolti sulla terribile macchina; più là di questa, una fila di partigianieri, dopo moschettieri, poi le prime file del popolo, che simile ad un oceano agitato mugghiava e ribolliva.

«Che sarà accaduto? disse fra sè Athos più tremante che il panno di cui stropicciava le pieghe, il popolo accorre, i soldati sono sotto le armi, e fra gli spettatori che tutti tengono fissi gli occhi alla finestra, io vedo d’Artagnan! che attende mai? che guarda? Gran Dio! che abbiano lasciato fuggir via il boja?»

Ad un tratto fuvvi sulla piazza il rullo funebre del tamburo. Di sopra al suo capo si sentivano passi gravi e prolungati. Gli sembrò che qualche riunione simile ad una processione immensa calpestasse i pavimenti di Whitehall. Di lì a poco udì scricchiolare la tavola del palco. Diede un ultimo sguardo su la piazza, e l’attitudine degli spettatori gli palesò ciò che tuttora impedivagli d’indovinare un’ultima speranza in fondo al cuore rimastagli.

Era cessato il bisbiglio esterno. Tutti tenevano attente le ciglia verso la finestra di Whitehall; labbra schiuse, respiri trattenuti, indicavano l’aspettativa di un tremendo spettacolo.

Lo strepito dei passi, che Athos si era sentito sopra alla testa dal luogo ch’egli occupava sotto l’appartamento del re, si riprodusse sul palco, il quale cedè al peso in tal modo che le tavole toccarono quasi il capo al misero gentiluomo. Erano evidentemente due file di soldati che si collocavano al loro posto.

Nel medesimo istante una voce al gentiluomo ben nota, nobile voce, di sopra a lui pronunciò queste parole:

«Signor colonnello, io bramo di parlare al popolo».

Athos raccapricciò: era il re sul patibolo quel che così favellava.

In fatti, Carlo, bevute alcune goccie di vino ed assaggiato un pane, stanco di attendere la morte, si era deciso improvvisamente a andarle incontro, ed avea dato il segnale della marcia.

Allora era stata aperta del tutto la finestra che dava sulla piazza, e di fondo alla vasta stanza il popolo avea potuto vedere avanzarsi tacitamente prima un uomo immascherato che dalla scure che aveva in mano egli aveva riconosciuto pel carnefice; questi, appressatosi al ceppo, vi posava la mannaja.

E tale era il primo rumore inteso da Athos.

Poi, dietro a quell’uomo, pallido sì, ma tranquillo, e che camminava con tutta fermezza, Carlo Stuart, il quale s’inoltrava fra mezzo a due preti, e seguitato da parecchi ufficiali superiori, incaricati di presiedere all’esecuzione, e scortato da due file di partigianieri che si schierarono su’ due lati del palco.

L’aspetto dell’immascherato provocò lungo bisbiglio. Ciascuno era curioso di saper chi fosse quel carnefice incognito presentatosi così appuntino perchè potesse aver luogo il terribile spettacolo promesso al popolo, mentre questo credeva che lo spettacolo fosse differito all’indomani; sicchè ognuno se lo era divorato con gli occhi, ma tutto quanto avean potuto vedere si era esser egli un uomo di media statura, vestito interamente a nero, il qual pareva di già alquanto attempato, perocchè l’estremità della barba un po’ grigia gli oltrepassava la maschera che cuoprivagli il volto.

Però alla vista del re, sì giusto, sì nobile, tosto ripristinavasi il silenzio, in guisa che da tutti fu udito il desiderio ch’ei manifestava di favellare al popolo.

E di certo a questa domanda l’individuo a cui ell’era diretta aveva risposto con un cenno affermativo, poichè con voce salda e sonora che andò in fondo al cuore ad Athos, il re incominciò la sua parlata.

Spiegava desso alla gente ivi adunata la propria condotta, e le dava de’ consigli pel bene dell’Inghilterra.

«Oh! fra sè diceva Athos, è mai possibile ch’io oda ciò che odo, e vegga ciò che veggo? è mai possibile che Dio abbia abbandonato il suo rappresentante sulla terra a tal segno da lasciarlo morire tanto miseramente? Ed io che non l’ho visto! ed io che non gli ho detto un addio!»

S’intese un rumore simile a quello che avrebbe prodotto l’istrumento di morte rimosso sopra al ceppo.

Il re sospese il discorso.

«Non toccate la scure! disse egli».

E riprincipiò l’arringa d’onde l’aveva interrotta.

Terminata questa, fu di sopra alla testa del conte un gelido silenzio. Ei si teneva sulla fronte la mano, e tra la mano e la fronte cadevano goccie di sudore abbenchè l’aria fosse diacciata.

Quel silenzio dava indizio degli estremi preparativi.

Il re, dopo finito di parlare, avea volto su la moltitudine uno sguardo pien di misericordia, e staccato l’ordine che portava, e ch’era la stessa placca di diamanti inviatagli dalla regina, lo consegnò al prete che accompagnava Juxon. Indi si levò di seno una piccola croce parimente di diamanti, che pure gli proveniva da Enrichetta.

«Signore, disse al sacerdote ch’era insieme con Juxon, io terrò in mano questa croce sino all’ultimo mio momento; voi me la torrete allorchè io sarò morto.

«Sì, sire, rispose una voce, presto riconosciuta da Athos per quella di Aramis».

Allora Carlo, che sino a quel punto era stato a testa coperta, si levò il cappello e lo gittò vicino a sè; poscia si sciolse uno per uno tutti i bottoni del giubbetto, se ne spogliò e lo buttò accanto al cappello. E perchè faceva freddo, chiese la vesta da camera, la quale gli venne data.

Tutti questi preparativi eransi fatti con una calma che incuteva terrore. Avreste detto che il re fosse per distendersi nel suo letto e non già in una bara.

Alfine tirandosi in su i capelli con la mano, domandò al boja:

«Vi daranno forse impaccio? in tal caso si potrebbero fermare con una cordellina».

Carlo accompagnò queste parole con un’occhiata che pareva volesse penetrare sotto il volto posticcio dell’incognito.... e l’occhiata secura e nobile costrinse colui a girarsi da parte.... Ma esso a tergo allo sguardo profondo del re trovò quello ardentissimo di Aramis.

Carlo osservando ch’ei non rispondeva, ripetè la richiesta.

«Basterà, disse l’uomo con voce burbera, che li tiriate da un lato sul collo».

Il re con ambe le mani si spartì i capelli, e considerato attentamente il ceppo disse:

«Quel ceppo è molto basso; non ve ne sarebbe uno più alto?

«È il solito, replicò l’immascherato.

«Credete tagliarmi la testa con un sol colpo? fece il re.

«Spero di sì, rispose l’esecutore».

Nello _spero di sì_ eravi una tale intonazione che fe’ rabbrividire tutti quanti tranne il sovrano.

«Va bene, questi soggiunse, ed ora, tu, o boja, ascolta».

Il travestito mosse un passo verso il re, e si appoggiò sulla scure.

«Non voglio che tu mi sorprenda; continuò Carlo, io m’inginocchierò per pregare; sicchè non dar peranche il colpo.

«E quando lo darò?

«Allorchè io poserò il collo e stenderò le braccia dicendo: _Remember_ (_rammentatevi_) allora dà pure liberamente».

Il travestito fece un piccolo inchino.

«Ecco il momento di abbandonare il mondo, disse il re a quei che gli erano attorno, signori, io vi lascio in mezzo alla procella, e vi precedo in quella patria che non conosce procelle: addio».

Guatò Aramis, e gli fe’ col capo un cenno particolare.

«Adesso, seguitò, allontanatevi e lasciatemi far sommessamente la preghiera. Fatti da parte tu pure (disse all’immascherato); è per un sol momento, e so che sono cosa tua, ma rammentati di non percuotere se non dopo il segnale».

Carlo s’inginocchiò, si fece il segno della croce, accostò la bocca ai tavoloni quasi avesse voluto baciare la piattaforma; indi appoggiandosi da una mano al pavimento e dall’altra al ceppo disse in francese:

«Conte di la Fère, siete voi costì, e posso parlare?»

Quegli accenti corsero direttamente al cuore di Athos e lo punsero come un ferro freddissimo.

«Sì, Maestà, egli rispose tremando.

«Amico fedele, cuor generoso, soggiunse Carlo, non potei essere da te salvato, non dovevo esserlo. Ora, quando anche dovessi commettere un sacrilegio, io ti dirò: Sì, ho parlato agli uomini, ho parlato a Dio, parlo a te per l’ultimo. Per sostenere una causa che ho creduta sacra, ho perduto il trono dei padri miei e distrutto il patrimonio de’ miei figli. Mi resta un milione in oro, l’ho sotterrato nelle cantine del castello di Newcastle al momento di lasciare quella città. Quel danaro, tu solo sai ch’esiste; fanne uso quando crederai che sia tempo pel maggior bene del figliuol mio primogenito. E adesso, conte di la Fère, ditemi addio.

«Addio, Maestà santa e martire, balbettò Athos gelando di terrore».

Vi fu breve silenzio, durante il quale parve ad Athos che il re si alzasse e cambiasse posizione.

Poi con voce piena e sonora, in maniera da essere udito non solo sul palco ma ben anco su la piazza, il re disse:

«_Remember_».

Appena aveva terminato di profferire questa parola un colpo terribile scosse il pavimento del palco; la polvere uscita dal panno acciecò il misero gentiluomo. Mentre questi per un moto macchinale alzava gli occhi e la testa, gli cadde sulla faccia una goccia calda. Athos retrocedè inorridito e nel medesimo istante le goccie si convertirono in uno scroscio nero che sprillò sul pavimento.

Athos cascato ginocchioni rimase alquanto come colpito da impotenza e demenza. In breve dal romorìo che scemava, ei comprese che si allontanava la folla: stette ancora un momento fermo, mutolo, in costernazione. Indi volgendosi, andò ad attuffare la cima del suo fazzoletto nel sangue del re martire: poscia, siccome la moltitudine si allontanava sempre più, egli scese, ruppe il panno, si cacciò fra mezzo a due cavalli, si mischiò fra il volgo del quale indossava il vestimento, e fu il primo ad arrivare alla taverna.

Salito alla propria camera, si guardò allo specchio, vide che aveva sulla fronte una larga macchia rossa, vi si portò la mano, e la ritolse piena del sangue del re, e svenne.

LXXII.

_L’immascherato._

Quantunque fossero solamente le quattro ore pomeridiane, si faceva digià bujo; cadeva fitta e ghiaccia la neve. Aramis essendo tornato trovò Athos, se non privo dei sensi, però in sommo abbattimento.

Questi bensì alle prime parole dell’amico uscì dalla specie di letargo in cui era piombato.

«Ebbene! disse Aramis, vinti dalla fatalità!

«Vinti! ripetè Athos, re nobile e infelice!

«Siete forse ferito?

«No, questo è sangue suo».

Ed Athos si asciugava la fronte.

«Ov’eravate? domandò Aramis.

«Dove voi mi avete lasciato: sotto il palco.

«E vedeste tutto?

«No, ma intesi: Dio mi liberi da un’altra ora simile a quella che ho passata dianzi! non ho i capelli bianchi?

«Dunque sapete ch’io non l’ho abbandonato?

«Ho udita la vostra voce sino all’ultimo momento.

«Ecco la piastra che mi ha data, continuò Aramis, ecco la croce che ho ritirata dalla sua destra; era sua brama che fossero consegnate alla regina.

«Ed ecco un fazzoletto per avvolgerle dentro, soggiunse Athos».

E si cavava dalla saccoccia la pezzuola che aveva tuffata nel sangue del re.

«Adesso, domandò Athos, che ne hanno fatto, del povero cadavere?

«Gli si renderanno per ordine di Cromwello i regi onori. Noi abbiam posto il corpo in una bara di piombo; i medici sono occupati a imbalsamare quel miseri avanzi, e terminata l’opra loro si metterà il re in una cappella ardente.

«Derisione! mormorò Athos, regi onori a quello che hanno assassinato.

«Ciò prova, fece Aramis, che il re muore, ma non muore la dignità regale.

«Ahimè! egli è forse l’ultimo re cavaliere che avrà il mondo.

«Orsù, non vi disperate, conte! disse una grossa voce di sulla scala dove si udivano i gravi passi di Porthos, siamo tutti mortali, amici miei.

«Siete arrivato tardi, caro Porthos, rispose il conte di la Fère.

«Sì, per la strada erano alcune genti che mi hanno fatto ritardare. Ballavano, sciagurati! ne ho preso uno pel collo, e credo averlo un poco strangolato. Appunto in quel momento è venuta una pattuglia. Fortunatamente colui col quale avevo che fare particolarmente è rimasto qualche minuto senza poter parlare. Ho profittato della circostanza per cacciarmi in una straduzza. Questa mi ha condotto in un’altra anche più piccola. Allora mi sono smarrito. Non conosco Londra, non so l’inglese, non credevo di avervi a ritrovare mai più. Alla fine eccomi qua.

«Ma d’Artagnan, chiese Aramis, non lo avete veduto? che non gli sia successo nulla?

«La folla ci ha separati, e per quanto io abbia fatto non ho potuto raggiungerlo.

«Oh! riprese Athos con amarezza, io sì, lo vidi: era nelle prime file di quella folla in ottima situazione per non perder niente; e siccome in sostanza era curioso spettacolo, avrà voluto contemplarlo sino all’ultimo.

«Oh! conte de la Fère, disse una voce tranquilla benchè fiacca pella rapidità della corsa, e siete voi che calunniate gli assenti?»

Il rimprovero colpì nel cuore Athos. Per altro, siccome era profonda l’impressione in lui prodotta dal mirare d’Artagnan confuso tra quel popolo stupido e feroce, si contentò di rispondere:

«Non vi calunnio, amico mio. Qui si stava in pensiero per voi, e ho detto dov’eravate. Voi non conoscevate il re Carlo, egli per voi non era altro che uno straniero, e non avevate obbligo di amarlo».

Così favellando porse la mano a d’Artagnan.

Ma d’Artagnan finse di non badare al suo gesto e tenne la mano sotto al ferrajuolo.

Athos lasciò cadersi al fianco la sua.

«Uf! sono stanco, disse il tenente; e si assise.

«Bevete un bicchiere di Porto-Porto, e questo vi calmerà, gli offerse Aramis, presa dal tavolino la bottiglia ed empiuto un bicchiere.

«Sì, beviamo, soggiunse Athos, il quale sensibile al malcontento del Guascone voleva toccar seco il bicchiere, e poi abbandoniamo questo abbominevol paese. La filuca ci attende, lo sapete; si parta questa sera, qui non abbiamo più che fare.

«Avete la gran fretta, signor conte, replicò d’Artagnan.

«Questo suolo insanguinato mi abbrucia i piedi, fece Athos.

«A me la neve non produce codesto effetto, ribattè tranquillamente il Guascone.

«Ma che volete che qui facciamo? domandò Athos, adesso che il re è morto?

«Sicchè, messer conte, seguitò con indolenza il tenente, non vedete anzi che ci rimane da fare qualche cosa in Inghilterra?

«Nulla, nulla, rispose Athos, se non è dubitare della divina bontà e sprezzare le mie proprie forze!

«Or bene, continuò d’Artagnan, io meschino, io scioperato e curioso sanguinario, che sono andato a piantarmi distante trenta passi dal patibolo per veder meglio cadere la testa di quel re che non conoscevo, e che per quanto pare mi era indifferente, io penso diversamente dal signor conte.... io mi trattengo».

Athos impallidì fuor di modo; ogni rampogna dell’amico gli andava in fondo al cuore.

«Ah! restate a Londra? domandò Porthos a d’Artagnan.

«Sì, questi rispose, e voi?

«Eh!.... fece Porthos, un poco confuso dirimpetto ad Athos ed Aramis; se voi rimanete, io che sono venuto con voi, con voi soltanto me ne andrò; non vi lascerò solo in questo esecrabile paese.

«Grazie, ottimo amico mio. Allora ho da proporvi una piccola impresa, che porremo insieme in esecuzione quando sia partito il signor conte, e della quale mi è nata l’idea mentre osservavo lo spettacolo che voi sapete.

«E quale? disse Porthos.

«Di sapere qual sia l’uomo immascherato che si offerse sì gentilmente per troncare il collo al re.

«Un uomo immascherato! esclamò Athos, dunque non lasciaste fuggire il carnefice?

«Il carnefice? replicò d’Artagnan, è sempre in cantina, e mi suppongo che abbia detto due paroline alle bottiglie del nostro locandiere: ma adesso mi ci fate pensare....»

E andò verso l’uscio.

«Mousqueton! chiamò.

«Signore? fu la risposta, che sembrava scaturisse dalle viscere della terra.

«Liberate il vostro prigioniero; tutto è finito, ordinò il tenente.

«Ma, soggiunse Athos, e chi è lo sciagurato che portò le mani addosso al suo re?

«Un boia dilettante, che però maneggiava la scure con facilità, giacchè, secondo _sperava_, gli è bastato un sol colpo, disse Aramis.

«Non lo vedeste in viso? chiese Athos.

«Aveva la maschera, fece d’Artagnan.

«Ma voi, Aramis, che gli stavate vicino?

«Vidi una barba un po’ grigia che veniva fuori dal volto posticcio, e non altro.

«Dunque è un uomo piuttosto attempato? seguitò Athos.

«Oh! disse d’Artagnan, ciò non significa niente; chi si mette la maschera può mettersi anche la barba posticcia.

«Mi rincresce di non averlo seguitato, aggiunse Porthos.

«Ebbene, caro Porthos, ripigliò il Guascone, ecco appunto l’idea che a me è nata».

Athos comprese tutto e si alzò dicendo:

«Perdonami, d’Artagnan; ho dubitato di Dio, potevo dubitare di te; perdonami, amico.

«Or ora si vedrà, disse sorridendo il tenente.

«Or dunque? domandò Aramis.

«Or dunque, riprese d’Artagnan, frattanto che guardavo, non già il re, come s’immagina il signor conte, poichè so che cos’è un uomo che sta per morire, e quantunque dovessi essere assuefatto a questa specie di faccende, esse mi fanno sempre male, ma bensì il boia immascherato, mi venne l’idea, conforme vi ho detto, di sapere chi egli fosse. Ed essendo che noi abbiamo per uso di completarci gli uni mediante gli altri e chiamarci in ajuto nella guisa che si chiama la seconda mano in soccorso alla prima, così mi guardai macchinalmente attorno per vedere se per là v’era Porthos; giacchè, Aramis, io vi aveva ravvisato presso al re, e di voi, conte, mi era noto che dovevate essere sotto al palco.... lo che fa sì ch’io vi perdoni (e d’Artagnan porgeva ad Athos la destra), chè dovete aver sofferto di molto!.... Ecco dunque che alla mia diritta vidi una testa ch’era stata spaccata ed alla meglio raggiustatasi con del drappo di seta nera. — Cospetto! dissi fra me, codesta mi pare una cucitura fatta da me; sì, mi sembra di aver ricucito quel cranio in qualche luogo. — Difatto era il disgraziato Scozzese, il fratello di Parry, vi ricordate? quello sul quale master Groslow si divertì a provare le sue forze, e che quando noi lo incontrammo non aveva altro che mezza testa.

«Precisamente, fece Porthos, l’uomo delle galline nere.