Part 47
E cominciò a nominare un dopo l’altro i membri presenti ed assenti.... si facevano sentire con voce forte o debole, secondochè aveano o no coraggio da sostenere la loro opinione; alla chiamata degli assenti due volte ripetuta succedeva breve silenzio.
Venne il nome del colonnello Fairfax, e dopo questo silenzio, corto sì, ma solenne, di quelli che manifestavano l’assenza dei membri i quali non aveano voluto prender parte personalmente al giudizio.
«Il colonnello Fairfax! ripetè Bradshaw.
«Fairfax? disse in modo di scherno una voce che dal suono si riconobbe esser di donna, oh! ha troppo buon senso per esser qui».
Un grande scroscio di risa accolse queste parole, profferite con l’audacia che le donne traggono appunto dalla lor debolezza, la quale però le sottrae a qualunque vendetta.
«È voce di femmina! esclamò Aramis, ah! quanto darei per che fosse bella e giovane!»
E salì sul gradino onde procurar di vedere nella tribuna da cui si erano partite quelle parole.
«Oh! sull’anima mia è pure avvenente! fece Aramis stesso, mirate un po’, d’Artagnan, tutti la osservano, e non ostante lo sguardo di Bradshaw non è impallidita.
«È lady Fairfax in persona, rispose d’Artagnan, Porthos, ve ne rammentate? la vedemmo col suo marito dal generale Cromvello».
Indi a poco si ristabilì la calma turbata da questo episodio, e ricominciò la chiamata.
«Quei bricconi scioglieranno la seduta quando si accorgeranno di non essere in numero sufficiente, disse il conte di la Fère.
«Athos, voi non li conoscete: badate al sorriso di Mordaunt, vedete come guarda il re. È quello lo sguardo di uno che tema che gli fugga la sua vittima? no no! è il sogghigno dell’odio soddisfatto, della vendetta prossima ad esser paga. Ah, maledetto basilisco! bel giorno sarà per me quello in cui teco incrocierò ben altro che un’occhiata!
«Il re è veramente bello! disse Porthos, e poi notate, ancorchè prigioniero, quanto è ben vestito. La penna che ha al cappello vale per lo meno cinquanta doppie; osservatela, Aramis».
Terminato l’appello, il presidente diede ordine di passare alla lettura dell’atto di accusa.
Athos si fece smorto: era deluso anco una volta nella sua aspettativa. Sebbene i giudici fossero in numero non bastevole s’intavolerebbe il processo; il re era condannato anticipatamente.
«Ve lo aveva detto, Athos! fece d’Artagnan con un moto delle spalle, ma voi dubitate sempre. Ora dunque prendetevi a due mani il vostro coraggio, ed ascoltate senza farvi troppo cattivo sangue, ve ne prego, gli orrori che quel signorino abbigliato di nero dirà del suo re, con licenza e privilegio».
Diffatti non mai peranche incolpazione più brutale, più vili ingiurie, più sanguinosa requisitoria, abbassata avevano la regia maestà. Fino allora la gente si era contentata di assassinare i re, ma almeno non si erano prodigati gl’insulti se non se a’ loro cadaveri.
Carlo I ascoltava i discorsi dell’accusatore con attenzione particolare, lasciando passare le ingiurie, contenendo ogni lagnanza, e quando l’odio straboccava di soverchio, quando lo accusatore si faceva boja innanzi tempo, ei rispondeva con un sorriso sprezzante. In conclusione, era un’opra grande e terribile quella in cui l’infelice re ritrovava tutte le sue imprudenze cambiate in insidie, e i suoi errori trasformati in delitti.
D’Artagnan, il quale lasciava scorrere quel torrente di oltraggi con tutto il disprezzo che meritavano, fermò bensì la sua mente giudiziosa sopra alcune delle incolpazioni.
«Fatto sta, egli disse, che se si punisce per imprudenza e leggerezza, questo povero re è degno di punizione; ma a me sembra che quella che attualmente ei subisce sia troppo cruda.
«In ogni caso, rispose Aramis, il castigo non potrebbe cogliere il re, ma soltanto i suoi ministri, poichè la prima legge della costituzione inglese si è: _Il re non può fallare_.
«Per me, pensava Porthos mentre guardava Mordaunt e non si occupava se non di lui, se non fosse turbare la maestà della circostanza salterei giù dalla tribuna, in due balzi mi avventerei sopra il Mordaunt e lo strangolerei, e presolo per i piedi picchierei col suo corpo tutti questi moschettieri che fanno la parodia ai moschettieri di Francia; nel frattempo d’Artagnan pieno di spirito e di prontezza forse troverebbe un mezzo di salvare il re. Bisognerà ch’io glie ne parli».
Athos, poi, col fuoco sulla faccia, chiuse le pugna, insanguinatesi le labbra a forza di mordersele, buttava spuma dalla bocca, furibondo per quel lunghissimo insulto parlamentare e per la costante pazienza regale; ed in lui il braccio inflessibile e l’irremovibile cuore si erano cangiati in mani tremanti e corpo assalito da’ brividi.
Nel momento l’accusatore terminava il suo ufficio con questi detti:
«La presente accusa si produce da noi in nome del popolo inglese».
A tali parole fuvvi un bisbiglio sulle tribune, e dietro a d’Artagnan tuonò una voce, non voce di donna, ma d’uomo, voce sonora e fierissima, la quale esclamò:
«Tu menti! e i nove decimi del popolo inglese hanno orrore di ciò che tu dici».
Era Athos, che fuori di sè, ritto, col braccio teso, così interpellava il pubblico accusatore.
A siffatta apostrofe, re, giudici, spettatori, tutti si volsero verso la tribuna dov’erano i quattro amici. Mordaunt fece altrettanto, e ravvisò il gentiluomo attorno a cui si erano alzati gli altri due Francesi, scolorita la faccia e minacciosi. Gli brillarono gli occhi per la gioja, chè ritrovava al fine coloro alla ricerca e alla morte dei quali aveva consacrata la propria vita. Con un moto furibondo chiamò a sè venti de’ suoi moschettieri, e additando la tribuna dove stavano i suoi nemici, gridò:
«Fuoco su quella tribuna!»
Però allora, rapidi al pari del pensiero, d’Artagnan afferrando a mezzo al corpo Athos, Porthos portando seco Aramis, balzarono giù dai gradini, si slanciarono nei corridoj, scesero velocemente le scale, e si perderono tra la folla, mentre nell’interno della sala i moschetti abbassati minacciavano tremila spettatori, che con le lor grida, col loro spavento, trattennero lo slancio già dato alla strage.
Carlo pure aveva riconosciuti i quattro francesi, e si era posta una mano sul cuore onde frenarne i palpiti, e l’altra sugli occhi per non vedere uccidere i suoi amici.
Mordaunt, bianco e tremante dalla rabbia, si precipitò fuori dalla sala, nuda in pugno la spada, con dieci alabardieri, indagando tra la moltitudine, e interrogando, e poi ritornò indietro senza aver trovato nulla.
Finalmente si ristabilì la calma.
«Che avete voi da dire per vostra difesa? domandò Bradshaw al re.
«Innanzi d’interrogarmi, disse Carlo, rispondetemi. Io era libero in Newcastle, ed avevo colà conchiuso un trattato con le due camere. In vece di eseguire per parte vostra il trattato ch’io dal mio lato adempieva, mi compraste dagli Scozzesi, non a caro prezzo, lo so, e ciò fa onore all’economia del vostro governo; ma perchè mi pagate al prezzo di uno schiavo, sperate forse ch’io abbia cessato di essere il vostro re? No no! Io dunque non vi risponderò se non quando mi avrete giustificati i vostri diritti ad interrogarmi: il rispondervi sarebbe come riconoscervi per giudici miei, ed io non vi riconosco che per miei carnefici».
E in mezzo a un silenzio di morte, Carlo, tranquillo, altero, e sempre coperta la testa, nuovamente si assise.
«Ah! perchè non sono là, i miei Francesi? mormorò poscia con orgoglio e volgendo il ciglio verso la tribuna ove essi erano comparsi dapprima, vedrebbero che il loro amico, vivo, è degno di esser difeso, e morto, di esser pianto».
Invano però ricercava tra la folla, e in certo modo chiedeva a Dio la loro dolce e consolante presenza; non vide altro che fisonomie stupide ed impaurite, e si sentì alle prese con l’odio e la ferocia.
«Ebbene, disse il presidente dacchè Carlo mantenevasi deciso a tacersi, noi vi giudicheremo ad onta del vostro silenzio. Siete accusato di tradimento, abuso di potere, ed assassinio. Faranno fede i testimoni. Andate, ed una prossima seduta compirà ciò che negate di fare in questa».
Carlo si alzò, e voltosi a Parry, cui vedeva pallido e bagnate le tempie di sudore, gli domandò:
«Che hai tu, mio buon Parry? e di che tanto ti agiti?
«Oh sire! questi rispose con le lacrime agli occhi e in tuono supplice, sire, all’uscire dalla sala non guardate a sinistra!
«E perchè?
«Non guardate, ve ne scongiuro, mio re!
«Ma che v’è mai?.... parla! continuò il re procurando distinguere tra la fila di guardie che stavagli a tergo.
«V’è.... ma, sire, non guarderete, è vero? v’è che sopra una tavola hanno fatto portare la scure con la quale si giustiziano i rei. È orribil vista! non guardate, sire, io ve ne supplico!
«Stupidi! fece Carlo, dunque mi credono vile al pari di loro?.... Grazie, Parry, facesti bene ad avvertirmi».
Ed essendo il momento di ritirarsi, uscì seguendo i suoi custodi.
In fatti, a sinistra dalla porta brillava di un tristo riflesso, cioè di quello del tappeto rosso su cui era posata, la bianca scure col lungo manico forbito del carnefice.
Carlo giunto a questa di faccia si soffermò.
«Ah ah! disse ridendo, la mannaja! spauracchio ingegnosissimo e degno di coloro i quali non sanno che siasi un gentiluomo; tu non mi fai paura, scure del boja, aggiunse sferzandola col giunco sottile e pieghevole che aveva in mano, ed io ti percuoto aspettando cristianamente e con pazienza che tu a me faccia altrettanto».
Ed in atto di sommo disprezzo proseguì il suo cammino, e lasciò attoniti quelli che si erano affollati attorno alla tavola onde vedere che ciera avrebbe il re nel mirar la bipenne che separar doveva dal suo corpo la testa.
«In verità, Parry, disse il re mentre si allontanavano, quelle genti, Dio mi perdoni, mi prendono per un mercante di cotone delle Indie, e non per un gentiluomo uso a veder brillare il ferro. Si pensano forse ch’io non valga quanto un macellajo?»
Intanto che profferiva queste parole, arrivava alla porta. Era accorsa lunga fila di popolo, che non avendo potuto trovar posto nelle tribune voleva almeno godere della fine dello spettacolo di cui aveva perduta la parte più interessante. Quella innumerevole moltitudine, fra la quale abbondavano minacciose fisonomie, fece mandare al re un piccolo sospiro.
«Quanta gente, ei pensò, e non un amico zelante!»
E mentre pronunziava fra sè questi accenti di dubbio, di coraggimento, una voce a lui vicina disse rispondendo:
«Salve alla decaduta Maestà!»
Il re si volse con impeto; aveva al cuore ed agli occhi le lacrime.
Quegli che sì parlava era un vecchio soldato delle sue guardie, che non voleva vedersi a passare dinanzi il suo re prigioniero senza rendergli quest’ultimo omaggio.
Ma all’istante medesimo, l’infelice fu quasi ucciso a colpi di pomo di spada.
Fra quei che lo accoppavano, il re ravvisò il capitano Groslow.
«Ahimè! disse Carlo, che castigo terribile per fallo sì lieve!»
Ed angustiato continuò ad andare avanti.
Ma non aveva fatto cento passi, che un furibondo, chinandosi fra mezzo a due soldati schierati, sputò sul viso al re.
Echeggiarono insieme e risate e tristissimo mormorio; la calca si diradò, si riavvicinò, ondulando come un mar burrascoso, ed a Carlo sembrò di veder rilucere fra quell’onda vivente gli occhi infuocati di Athos.
Carlo si asciugò la guancia, e disse con un mesto sorriso:
«Sciagurato! per mezza lira farebbe altrettanto a suo padre!»
Il sovrano non si era ingannato; avea distinto effettivamente Athos ed i suoi amici, che, mescolatisi di nuovo alla turba, scortavano con un ultimo sguardo il re martire.
Quando il soldato salutò Carlo, balzò ad Athos il petto dal giubilo, e quel misero, allorchè fu in sè rinvenuto, si trovò nella saccoccia dieci ghinee depostevi furtivamente dal gentiluomo francese; ma quando il vile oltraggiatore sputò sulla faccia al re prigioniero, Athos mise mano al pugnale.
Lo trattenne però d’Artagnan, dicendogli con voce rauca:
«Aspetta!»
D’Artagnan non aveva mai dato del _tu_ nè ad Athos nè al conte di la Fère.
Athos si ristette.
D’Artagnan si appoggiò su di lui, accennò a Porthos e ad Aramis di non allontanarsi, e venne a collocarsi dietro all’uomo, che colle braccia ignude rideva tuttavia dell’infame suo scherzo e riceveva le congratulazioni di parecchi altri furibondi.
Colui s’incamminò verso la Città-Vecchia. Il nostro tenente Guascone, sempre reggendosi ad Athos, lo seguitò, facendo segno ad Aramis e a Porthos di andargli appresso.
L’uomo dalle braccia scoperte, che pareva un garzone di macellajo, discese con due compagni da una straduzza ripida ed isolata che dava sul fiume. D’Artagnan, scioltosi dal braccio dell’amico, andava a tergo all’oltraggiatore.
Quei tre, giunti vicini alla riva, si accorsero di esser seguìti: si fermarono, e guatando con insolenza i Francesi ricambiarono fra loro alcuni lazzi.
«Io non so l’inglese, disse d’Artagnan ad Athos, ma voi lo sapete, e mi farete da interprete».
Raddoppiarono il passo, e superarono nel cammino gl’Inglesi. Ma d’Artagnan, giratosi ad un tratto, andò incontro al macellajo, il quale si ristette, e toccatolo sul petto con la cima dell’indice, disse all’amico:
«Athos, ripetetegli questo: — sei stato un vile, hai insultato un uomo privo di difesa, hai lordata la faccia del tuo re, ora morrai!.... — »
Athos, pallido come una larva, ed a cui d’Artagnan teneva stretto il pugno, tradusse quelle strane parole al disgraziato, che, visti i fieri preparativi e l’occhio terribile di d’Artagnan, voleva tentare di difendersi. A questo moto Aramis mise mano alla spada.
«No no! il ferro no! gridò d’Artagnan, il ferro è pei gentiluomini!»
Ed afferrato pel collo il beccajo, soggiunse:
«Porthos! voi con un pugno ammazzatemi questo scellerato!»
Porthos alzò il braccio tremendo, lo fece sibilare per aria come una frombola, e la pesantissima mole cadde con gran fracasso sul cranio del vile e glielo infranse.
L’uomo cascò come farebbe un bue sotto la mazzuola.
I suoi camerati volevano gridare, fuggire, ma nella bocca mancò ad essi la voce, e sotto a loro si piegarono le gambe.
«Athos, continuò d’Artagnan, dite a costoro anche questo: — Così morranno tutti quelli che dimenticano che un uomo avvinto fra catene è una testa sacra, che un re prigioniero è due volte rappresentante del Signore — ».
Athos ripetè esattamente.
I due uomini, ammutoliti, irti i capelli, osservavano il corpo del compagno che sguazzava in una pozza di sangue nero; indi, ritrovando insieme e voce e forze, scapparono strillando a mani giunte.
«È fatta giustizia! disse Porthos asciugandosi la fronte.
«E adesso, disse d’Artagnan ad Athos, non dubitate di me e state quieto, assumo io su di me tutto quanto interessa il re Carlo».
LXIX.
_Whitehall._
Il Parlamento condannò a morte Carlo Stuart, secondo era agevole prevedersi. I giudizj politici sono quasi sempre vane formalità, conciossiachè le medesime passioni che fanno accusare fanno condannare pur anco. Tale è la terribile logica delle rivoluzioni.
Abbenchè i nostri amici si attendessero quella sentenza, ne provarono sommo dolore. D’Artagnan, la di cui mente nei momenti estremi aveva maggiori risorse che mai, giurò di nuovo che tutto tenterebbe onde impedire lo scioglimento della sanguinosa tragedia. Ma con che mezzi? ecco ciò che tuttavia egli vedeva vagamente. Tutto dipenderebbe dall’indole delle circostanze. Intanto che si potesse fissare un piano completo, era d’uopo ad ogni costo per acquistar tempo porre ostacolo a che l’esecuzione avesse luogo all’indomani conforme avevano i giudici deciso. L’unico modo era di fare sparire da Londra il carnefice: sparito il carnefice, non poteva eseguirsi la sentenza. Certo, sarebbe mandato a chiamare quello della città più vicina, ma con questo si guadagnerebbe almeno un giorno, e un giorno in casi simili è forse la salvezza! D’Artagnan si assunse questa impresa più che difficile.
Era poi cosa non meno essenziale il prevenire Carlo Stuart che si procurerebbe di salvarlo, affinchè egli secondasse quanto fosse possibile i suoi difensori, o almeno non agisse in senso opposto a loro. Ed Aramis s’incaricò di codesta rischiosissima diligenza. Carlo aveva richiesto che si permettesse al vescovo Juxon di visitarlo nella sua prigione di Whitehall. Mordaunt era venuto in quella stessa sera dal vescovo onde fargli noto il desiderio religioso espresso dal re, ugualmente che l’autorizzazione di Cromvello. Aramis risolse di ottenere dal vescovo, o col terrore o con la persuasione, di lasciar lui penetrare in sua vece e rivestito delle sue insegne sacerdotali nel palazzo di Whitehall.
Finalmente Athos si addossò di preparare ad ogni evento i mezzi di abbandonare l’Inghilterra tanto in caso di riuscita che nell’ipotesi contraria.
Fattasi notte, si fissarono l’appuntamento all’albergo per le undici ore, e ciascuno si avviò ad eseguire la sua perigliosa incombenza.
Il palazzo di Whitehall era custodito da tre reggimenti di cavalleria, ed in ispecie (se così è lecito dire) dall’incessante inquietezza di Cromvello, che andava e veniva, e mandava i suoi generali o i suoi agenti.
Solo e nella solita sua camera, rischiarata da due candele, il monarca, condannato a morte, guardava mestamente il lusso delle sue passate grandezze, come si vede nell’ora estrema la immagine della vita più brillante e soave che mai.
Parry non erasi discostato dal suo padrone, e dacchè questi era stato condannato, non aveva più terminato di piangere.
Carlo Stuart, posate le gomita sovra un tavolino, contemplava un medaglione su cui stavano accanto uno all’altro i ritratti della moglie e della figlia. Attendeva prima Juxon, e dopo Juxon il martirio.
Fermava talora il suo pensiero su quei prodi gentiluomini che già gli parevano lontani le mille leghe, favolosi, chimerici, e simili a quelle figure che si scorgono in sogno e si dileguano al destarsi.
Perocchè alcune volte Carlo fra sè domandava se tutto quanto gli era avvenuto fosse propriamente un sogno, o per lo meno il delirio della febbre.
E a questa idea si alzava, moveva pochi passi quasi per uscire dal suo torpore, e andava sino alla finestra: ma tosto sotto a questa vedeva risplendere i moschetti delle guardie; e allora gli faceva d’uopo convenire ch’era desto e ch’era pur vero il suo sogno sanguinoso.
Ei ritornava in silenzio sul suo seggiolone, rimetteva le gomita sopra la tavola, lasciava ricadersi la testa sulla mano, e rifletteva.
«Ahimè! tra sè diceva, se almeno avessi per confessore uno di quei luminari della Chiesa la di cui anima ha scandagliati tutti i misteri della vita, tutte le piccolezze della grandezza, forse la sua voce soffocherebbe quella che va querelandosi nell’anima mia! ma avrò un prete di mente non elevata, e di cui mediante il mio infortunio ho troncata la carriera e la fortuna. Esso mi parlerà di Dio e della morte secondo ne ha parlato ad altri moribondi, senza comprendere che questo moribondo regio lascia un trono all’usurpatore, mentre i figli suoi non hanno più pane».
Indi, appressandosi alle labbra il ritratto, balbettava a vicenda il nome di ciascuno dei suoi figli.
Era, conforme dicemmo, notte oscura e nebbiosa. Suonava lenta l’ora all’orologio della chiesa vicina. I pallidi barlumi delle due candele spandevano nell’ampia ed alta stanza delle fantasme rischiarate da stranissimi riflessi. Le fantasme, le larve, erano gli avi del re Carlo, che risaltavano nelle loro cornici d’oro; i riflessi erano gli ultimi splendori azzurri del fuoco di carbone che si estingueva.
S’impossessò di Carlo summa tristizia. Ei nascose il capo in fra le due mani, pensò al mondo tanto bello quando noi lo lasciamo, o piuttosto quando egli ci lascia; agli amplessi de’ nostri pargoletti sì dolci e soavi specialmente quando ne siam divisi per non più rivederli, e poi alla consorte, nobile e coraggiosa donna, che sostenuto lo aveva sino all’ultimo momento. Si trasse di seno la croce di diamanti e la placca della Giarrettiera da lei inviategli per mezzo di quegli animosi Francesi, e le baciò. Poscia, all’idea ch’ella non rivedrebbe questi oggetti se non dopo ch’ei giacesse freddo e mutilato in una tomba, si sentì nell’interno scorrere uno di quei brividi gelidi che la morte ci getta addosso come primo suo manto.
Allora, in quella camera che a lui riproduceva tante regali rimembranze, dov’erano passati tanti cortigiani e tante adulazioni, solo con un afflittissimo servo il di cui animo debole non poteva essere sostegno all’animo suo, il re lasciò cadere il proprio coraggio a pari a quelle debolezze, a quelle tenebre, a quel gelo invernale; e, dovremo noi dirlo? questo re, che morì sì grande e sublime, col sorriso della rassegnazione sul labbro, asciugò all’ombra una lacrima ch’era scesa sul tavolino e tremolava sopra il tappeto ricamato di oro.
Si udì improvvisamente camminare nelle gallerie, fu aperta la porta, varie torcie empierono la stanza con la lor luce, ed un ecclesiastico, indossando vesti vescovili, entrò seguito da due guardiani ai quali Carlo fe’ con la mano un gesto imperioso.
I due guardiani si ritirarono: fu nuovamente oscurità profonda.
«Juxon! esclamò Carlo! Juxon! grazie, ultimo amico mio, voi giungete opportuno».
Il vescovo diede un’occhiata inquieta e bieca all’uomo che singhiozzava all’angolo del camminetto.
«Orsù, Parry, disse il re, non pianger più, ecco che a noi viene Iddio.
«Se è Parry, disse il supposto vescovo, non ho più di che temere; e così, o sire, permettetemi di riverire Vostra Maestà e di dirle chi sono e perchè qui vengo».
A tal vista, a tal voce, Carlo era certamente per dare una forte esclamazione; Aramis, postosi un dito sul labbro, salutò umilmente il re d’Inghilterra.
«Il cavaliere! balbettò Carlo.
«Sì, sire, fece Aramis alzando la voce, sì, il vescovo Juxon, fedel cavaliere di Cristo, e che si presta al desiderio di Vostra Maestà».
Il re unì insieme le mani; aveva riconosciuto d’Herblay; rimase stupefatto, annichilito, dinanzi a quegli uomini, che, stranieri e senza altro movente che un dovere imposto dalla lor propria coscienza, si ponevano così a contrasto con il volere di un popolo e il destino di un re!
«Voi! disse, voi! e come poteste arrivare sin qua? Dio! Dio! se vi riconoscessero, sareste perduti!»
Parry stava in piedi, ed in tutta la sua persona esprimevasi il sentimento di somma ed ingenua ammirazione.
«Sire, non pensate a me, rispose Aramis sempre coi gesti raccomandando a Carlo il silenzio, pensate a voi soltanto; i vostri invigilano, ben lo vedete; che faremo, ancora non lo so, ma quattro uomini risoluti ponno far molto. Frattanto non chiudete occhio in tutta la notte, non vi stupite di cosa alcuna, ed a tutto attendetevi».
Carlo scosse la lesta.
«Amico, replicò, vi è pur noto che non avete tempo d’avanzo, e se volete agire vi è d’uopo sollecitarvi. Sapete che domattina a dieci ore io debbo morire?
«Sire, di qui a quel tempo accadrà qualche cosa che renderà impossibile l’esecuzione».
Il re guardò Aramis con meraviglia.
Nel momento fuvvi sotto alla finestra un rumore singolare, e come lo produrrebbe il discarico di una carrettata di legna.
«Udite?» disse Carlo.
Poi s’intese un grido di dolore.
«Ascolto, fece Aramis, ma non comprendo che sia il rumore, e specialmente quel grido....
«Del grido, ignoro chi lo abbia mandato, rispose il re, ma il rumore, tosto ve lo spiego. Sapete che debbo essere giustiziato fuori da questa finestra?»
E Carlo stendeva la mano verso la piazza buja e deserta, ove non erano altro che soldati e sentinelle.
«Lo so, disse Aramis.
«Or bene, la legna che si arreca sono i travi e l’intavolato con che vuol costruirsi il mio patibolo. Scaricandola, qualche operajo si sarà fatto male».
Aramis rabbrividì.
«Vedete dunque, continuò Carlo, che è inutile ostinarvi più a lungo; sono condannato, lasciatemi subire la mia sorte.
«Sire, replicò Aramis, riacquistate la quiete turbata per un istante; possono innalzare un patibolo, ma non troveranno un carnefice.
«Che intendete mai dire?