Part 46
Sembrava che Athos si calmasse a misura che si avvicinava il momento; le sue due mani bianche e signorili scherzavano coi luigi che torceva e riaddrizzava con tanta facilità come se l’oro fosse stato stagno; Aramis, meno padrone di sè, si frugava di continuo sul petto; Porthos, infastidito del perder sempre, dava di ginocchio a più non posso.
D’Artagnan voltosi macchinalmente indietro, vide fra due soldati Parry in piedi, e Carlo posando il gomito, ma a mani giunte come in atto di dirigere a Dio una fervida preghiera. Il tenente capì ch’era arrivato l’istante opportuno, che ognuno era al suo posto, e che non si attendeva più altro che la parola; «Finalmente!» la quale, noi ce le rammentiamo, dovea servire di segnale.
Lanciò uno sguardo preparatorio ad Athos e Aramis, e questi due trassero indietro piano piano le loro sedie per aver libertà di muoversi.
Dette di nuovo nel ginocchio a Porthos, il quale si rizzò, quasi per isciogliersi le gambe intorpidite: però nel levarsi si accertò che la sua spada potesse uscire dal fodero facilmente.
«Corpo di Bacco! disse d’Artagnan, altri venti doppie perdute! Ma, capitano Groslow, avete troppa fortuna; non può durare così!»
E mise fuori altre venti monete.
«Capitano, un tiro solo; queste venti doppie in un botto, sull’ultimo.
«Sia pure, apprestò l’Inglese».
E voltò due carte, conforme è l’uso, un re per d’Artagnan, un asso per sè.
«Re! fece il tenente, è buon augurio.... Ehi! messer Groslow, aggiunse, badate al re!»
E non ostante il potere che aveva sovra sè stesso, lasciò trapelare dall’accento qualche cosa di straordinario che fece scuotere il suo avversario.
Groslow principiò a voltare le carte una dopo l’altra; se voltava prima un asso aveva vinto, se un re, avea perduto. Voltò un re.
«Ah! finalmente!» esclamò d’Artagnan.
Tosto si alzarono Athos ed Aramis; Porthos fè un passo indietro. Erano prossimi a splendere spade e pugnali. Ma ad un tratto fu aperta la porta, e si mostrò sulla soglia Harrison, accompagnato da un uomo involto in un ferrajuolo.
A tergo a costui si vedevano rilucere i moschetti di cinque o sei soldati.
Groslow si rizzò con impeto, vergognandosi di esser còlto fra mezzo alle bottiglie, ai dadi e alle carte. Harrison non pose mente a lui, ed entrato nella stanza del re con quello che lo seguiva, disse:
«Carlo Stuart, ci giunge l’ordine di condurvi a Londra senza fermarsi nè di notte nè di giorno: apparecchiatevi a partire sull’atto.
«E da parte di chi viene l’ordine? domandò Carlo.
«Dal generale Oliviero Cromvello».
Ed Harrison continuò:
«Ecco il signor Mordaunt, che n’è il latore e incaricato di farlo eseguire.
«Mordaunt!...» esclamarono i quattro camerati guatandosi scambievolmente.
D’Artagnan tolse di sul tavolino tutto il danaro perduto da lui e da Porthos e se lo cacciò nell’ampia saccoccia. Athos ed Aramis gli si posero a tergo. A quel movimento Mordaunt si voltò e li riconobbe, e diede un’esclamazione di gioja selvaggia.
«Ho idea che siamo presi, disse sommessamente d’Artagnan agli amici.
«Non per anco, fece Porthos.
«Colonnello! colonnello! gridò Mordaunt, fate che si circondi questa stanza, siete tradito. Questi quattro Francesi sono fuggiti da Newcastle, e vogliono sicuramente portar via il re! siano tosto arrestati!
«Oh giovanotto! disse d’Artagnan sguainando la spada, codesto è ordine più facile a darsi che ad eseguirsi».
E segnandosi attorno un tratto terribile di molinello:
«Amici! ritirata! ritirata!»
Nel medesimo tempo si avventò sulla porta, ed atterrò due soldati che la custodivano prima che avessero campo di caricare i moschetti; Athos ed Aramis gli furono appresso; Porthos fece da retroguardia, e innanzi che soldati, uffiziali e colonnello avessero agio a prender fiato, erano tutti e quattro in istrada.
«Fuoco! gridò Mordaunt, fuoco su coloro!»
Di fatti vi furono due o tre spari di fucile, ma non sortirono altro effetto se non di mostrare i quattro fuggiaschi che sani e salvi giravano dall’angolo della contrada.
I cavalli erano al luogo prefisso, i servi ebbero soltanto da gettar le briglie ai padroni, i quali si trovarono in sella con la leggerezza di esperti cavallerizzi.
«Innanzi! disse d’Artagnan, e forte di sprone!»
E tutti seguendo lui corsero ripigliando la stessa via fatta nel giorno, cioè dirigendosi in verso Scozia. Il borgo non aveva porta nè mura, e quindi essi ne uscirono senza difficoltà.
A distanza di cinquanta passi dall’ultima casa d’Artagnan si soffermò e disse agli altri:
«Alto!
«Come alto! esclamò Porthos, anzi di galoppo, volete dire.
«Niente affatto! Questa volta vorranno inseguirci; lasciamoli venir fuori dal borgo e correrci appresso sulla strada di Scozia, e quando gli avremo visti a passare volando, noi prenderemo il cammino opposto».
A breve spazio di là era un ruscello, e su questo un ponte; d’Artagnan menò il suo destriero sotto l’arco dei ponte, gli amici pure vi andarono seco.
Dopo dieci minuti appena che stavano colà udirono avvicinarsi di galoppo una turba d’uomini a cavallo. E indi a cinque minuti questa transitava di sopra alle loro teste, senza figurarsi che quelli di cui andava in cerca non erano da lei separati se non che dalla sola grossezza della vôlta del ponte.
LXVII.
_Londra._
Perduto che si fu in lontananza lo strepito del camminare dei destrieri, d’Artagnan tornò sulla riva del fiumicello, e si mise a battere la pianura, orizzontandosi quanto fosse possibile inverso Londra. I tre amici lo seguitarono in silenzio sino a che mediante un mezzo giro si fossero lasciata molto indietro la città.
«Per questa volta, disse il nostro tenente, allorchè si stimò assai lungi dal punto della partenza per mutare in trotto il galoppo già preso, credo assolutamente che tutto è perduto, e che quanto di meglio possiamo fare si è di recarci in Francia. Athos, che vi pare di questa proposizione? non la trovate ragionevole?
«Sì, rispose Athos, ma l’altro giorno voi pronunziaste un detto nobile e generoso: e fu — Morremo qui! — or io ve lo rammento.
«Oh! soggiunse Porthos, la morte è nulla; non già la morte deve inquietarci, poichè non sappiamo ciò ch’ella sia, ma mi tormenta la idea di una sconfitta. Dal modo in cui principiano le cose, vedo che ci converrà dar battaglia a Londra, alle provincie, a tutta l’Inghilterra, e per verità non può mancare che alla fine siamo battuti.
«Dobbiamo assistere sino all’ultimo a quella grande tragedia, disse Athos, e non abbandoneremo l’Inghilterra se non dopo lo scioglimento qualunque esso sia. Siete della mia opinione, Aramis?
«Interamente, caro conte. D’altronde vi confesso che non m’increscerebbe di ritrovare il Mordaunt; mi sembra che abbiamo un conto da regolar seco, e che non siamo usi a lasciare i paesi senza pagare queste sorte di debiti.
«Oh! questo è tutt’altro, fece d’Artagnan, ed ecco una ragione che mi par plausibile. In quanto a me dichiaro che per rinvenire il Mordaunt che voi dite resterò in Londra, occorrendo, anche un anno. Bensì procuriamoci l’alloggio presso ad una persona sicura, ed in maniera di non destare sospetti, giacchè a quest’ora messer Cromvello deve farci cercare, e da quel che ho potuto giudicarne e’ non è uomo che scherzi. Athos, conoscete in tutta la città una locanda dove si abbiano lenzuola pulite, biscotto passabile e vino che non sia fatto con luppolo e ginepro?
«Credo di aver quanto bramate, rispose Athos. Di Winter ci condusse da un tale che diceva fosse un antico Spagnuolo naturalizzato inglese mercè le ghinee dei suoi nuovi concittadini. Che ne pensate, Aramis?
«Eh! il progetto di fermarci dal signor Perez mi sembra convenientissimo, sicchè per me io lo adotto. Invocheremo la rimembranza del povero di Winter, per cui dimostrava grande venerazione; gli diremo che veniamo come amatori per vedere quel che succede; spenderemo da lui una ghinea per ciascuno al giorno, e credo che con tali precauzioni potremo stare assai quieti.
«Di una però vi dimenticate, Aramis, ed anche importante.
«E quale?
«Di cambiar vestimento.
«Oibò! disse Porthos, perchè cambiarli? ci stiamo tanto comodamente!
«Per non essere riconosciuti, replicò d’Artagnan; i nostri abiti sono di un taglio e quasi di un colore tutto eguale che accusa a prima vista il _Frenchman_; ed io non sono così attaccato alla forma del mio giubbetto o alla tinta delle brache, per arrischiarmi per amor di questi ad essere appiccato a Tyburn o andare a fare una passeggiata nell’Indie. Mi comprerò subito un abito color marrone: ho osservato che tutti quegli imbecilli di puritani ne vanno matti fanatici.
«Ma ritroverete colui? domandò Aramis.
«Oh! di certo; abitava in Green-Hall-street, _Bedford’s tavern_; e poi nella Città-Vecchia io andrei a chius’occhi, rispose Athos.
«Vorrei digià esservi, disse d’Artagnan, e il mio sentimento sarebbe d’arrivare a Londra innanzi giorno, qualora pure dovessimo fare scoppiare le nostre bestie.
«Andiamo, andiamo, fece Athos, giacchè se non m’inganno ne’ miei calcoli, non dobbiamo esserne lontani più di otto o dieci leghe».
Tutti si sollecitarono, e giunsero di fatti la mattina intorno alle cinque. Alla porta da cui si presentarono li fermò un corpo di guardia, ed Athos rispose in buonissimo inglese esser eglino inviati dal colonnello Harrison a prevenire il suo collega master Pridge del prossimo arrivo del re. Questa risposta trasse ad alcune interrogazioni sopra la presa del re, ed Athos diede ragguagli sì precisi e positivi, che se pure i guardiani avevano qualche sospetto lo perderono del tutto. E quindi fu dato libero il passo a’ quattro camerati con ogni specie di congratulazioni puritane.
Athos aveva detto il vero, andò direttamente a _Bedford’s tavern_, e si fe’ riconoscere dall’oste, il quale contentissimo di vederlo tornare in compagnia sì numerosa e bella, ordinò si allestissero tosto le migliori stanze.
Benchè non fosse per anco giorno, i nostri quattro viaggiatori avevano trovata tutta Londra sossopra. Erasi sparsa fin dalla sera innanzi la voce che il re, condotto dal colonnello Harrison, s’incamminasse verso la capitale, e molti non si erano coricati per tema che lo Stuart, conforme lo chiamavano, arrivasse di notte, ond’eglino avessero a perdere lo spettacolo del di lui ingresso.
Noi ci ricordiamo che il progetto di mutar panni si era adottato a voti unanimi, meno la lievissima opposizione di Porthos. Si passò dunque a porlo in esecuzione. Il locandiere fece portare abiti di tutte le sorta, come se intendesse rimettere a nuovo la sua guardaroba. Athos ne pigliò uno nero, che gli dava tutta l’aria di un onesto particolare; Aramis, non volendo lasciar la spada, lo scelse verde cupo di taglio alla militare; Porthos si sentì allettato da un giubbetto rosso co’ calzoni verdi; d’Artagnan, che aveva digià fissato anticipatamente il colore, non ebbe più da badare che alla gradazione di questo, e sotto il vestito marrone che tanto desiderava, rappresentava al naturale un negoziante di zuccheri ritiratosi dal commercio.
Grimaud e Mousqueton, che non portavano livrea, si trovarono bell’e immascherati. D’altronde, Grimaud offeriva il tipo quieto, magro e sostenuto dell’Inglese circospetto; e Mousqueton quello dell’Inglese grasso, panciuto e scioperato.
«Adesso, disse d’Artagnan, si passi all’essenziale: tagliamoci i capelli, onde non essere insultati dalla plebaglia. Non essendo più gentiluomini mediante la spada, siamo puritani pell’acconciatura. È questo, come sapete, il punto importante che separa il _covenantaire_ dal cavaliero.
Su questo _punto importante_ d’Artagnan trovò indocilissimo Aramis: esso voleva ad ogni modo conservarsi la chioma che aveva bella e di cui aveva grandissima cura, e fu d’uopo che Athos, al quale erano indifferenti tutte le quistioni, gli desse l’esempio. Porthos porse senza difficoltà la testa a Mousqueton, che recise a larghe forbiciate la folta e dura capigliatura. D’Artagnan si accomodò di per sè un capo di capriccio che somigliava un poco a una medaglia dei tempi di Francesco I e di Carlo IX.
«Siamo pur brutti! disse Athos.
«Mi pare che puzziamo di puritani da far paura! disse Aramis.
«Sento freddo alla zucca, disse Porthos.
«Ed io, disse d’Artagnan, ho voglia di predicare.
«Ora, soggiunse Athos, che neppur da per noi ci riconosciamo, e in conseguenza non abbiamo timore che gli altri ci ravvisino, si vada a veder entrare il re: se ha camminato tutta la notte, non deve essere lontano da Londra».
Infatti non passarono due ore dacchè i quattro camerati si erano mischiati tra la folla, che un gran movimento annunziò la venuta di Carlo. Gli era stata mandata incontro una carrozza, e il gigantesco Porthos che colla sua testa sorpassava tutte le altre avvertì qualmente il regio cocchio si avvicinava; d’Artagnan si drizzò in punta di piedi, mentre Athos ed Aramis stavano in ascolto onde procurare di farsi un’idea dell’opinione generale. Frattanto la carrozza passò e d’Artagnan riconobbe Harrison e Mordaunt, ciascuno accanto a uno sportello.
Il popolo poi, di cui Athos ed Aramis studiavano le impressioni, mandava un precipizio d’imprecazioni contro a Carlo.
Athos ritornò dentro disperato.
«Eh! gli diceva d’Artagnan, vi ostinate inutilmente, ed io vi protesto che la situazione è pessima. In quanto a me, non mi ci associo se non per cagion vostra, e per un tal quale interesse di artista in politica a uso moschettiere, e stimo che sarebbe una bella cosa sottrarre a quei clamorosi la lor preda e farci beffe di loro. Ci rifletterò».
All’indomani Athos, affacciatosi al balcone che dava sui quartieri più popolosi della Città-Vecchia, udì gridare il _bill_ del parlamento che traduceva alla sbarra l’ex-re Carlo I, reo presunto di tradimento e abuso di potere.
D’Artagnan gli stava vicino, Aramis esaminava una carta, Porthos era assorto nell’ultime delizie di una colazione squisita.
«Il parlamento? esclamò Athos, non può essere che il parlamento abbia dato un simile _bill_.
«Ascoltate, fece d’Artagnan; io intendo poco l’inglese, ma siccome l’inglese non è altro che un francese mal pronunziato, ecco quel che odo: _Parliament’s bill_, lo che significa _bill_ del parlamento, o Dio mi danni! come dicono qua».
Nell’istante entrava l’oste; Athos gli accennò di accostarsi e gli domandò in inglese:
«Il parlamento ha dato quel _bill_?
«Si, milord, il parlamento puro.
«Come, il parlamento puro? vi sono dunque due parlamenti?
«Amico, interruppe d’Artagnan, siccome io non capisco l’inglese, ma noi tutti intendiamo lo spagnuolo, fateci il piacere di discorrerci in questa lingua, ch’è la vostra, e che in conseguenza dovete aver genio a parlare quando ne trovate l’occasione.
«Benissimo!» soggiunse Aramis.
Di Porthos, già lo avvertimmo, tutta l’attenzione era concentrata sull’osso di una costoletta che si occupava a spogliare della polputa sua invoglia.
«Sicchè mi domandavate? riprese il locandiere in ispagnuolo.
«Domandavo, rispose Athos nello stesso idioma, se v’erano due parlamenti, uno puro ed uno impuro?
«Oh questa è bizzarra! disse Porthos alzando il capo lentamente e guardando meravigliato i compagni; dunque adesso capisco l’inglese, intendo ciò che voi dite.
«Perchè parliamo spagnuolo, mio caro, gli replicò Athos col suo solito sangue freddo.
«Ah diascolo! me ne dispiace, sarebbe stata per me una lingua di più.
«Quando dico il parlamento puro, _señor_, ribattè l’oste, discorro di quello appurato dal signor colonnello Pridge.
«Ah! davvero, fece d’Artagnan, queste genti sono molto ingegnose; bisognerà che al mio ritorno in Francia io insegni questo mezzo al Mazzarino e al Coadjutore: uno appurerà in nome della corte, l’altro in nome del popolo, talmentechè non vi sarà affatto più parlamento.
«Chi è il colonnello Pridge? chiese Aramis, e in che maniera si è regolato per appurare il parlamento?
«Il colonnello Pridge, rispose lo Spagnuolo, è un antico carrettajo, uomo di molto spirito, il quale guidando il suo barroccio aveva osservata una cosa, cioè: che quando si trovava davanti per la via una pietra, era più breve levar la pietra che provarsi a farci passar sopra le ruote. Ora in duecento e cinquantun membro di cui si componeva il parlamento, cento novantuno gli davano noja ed avrebbero potuto far ribaltare la sua carretta politica; li prese come in addietro pigliava i sassi, e li gettò fuori dalla camera.
«Bellissima! disse d’Artagnan, che come uomo di spirito stimava assai lo spirito dovunque lo incontrava.
«E tutti quegli espulsi erano Stuartisti? chiese Athos.
«Senza dubbio, _señor_, e comprenderete che avrebbero salvato il re.
«Perdinci! disse maestosamente Porthos, formavano la maggiorità.
«E voi pensate, continuò Aramis, che egli consentirà a comparire dinanzi a un tal tribunale?
«Necessariamente, rispose lo Spagnuolo; se tentasse un rifiuto, il popolo ve lo costringerebbe.
«Grazie, maestro Perez, fece Athos; ormai sono chiarito abbastanza.
«Principiate voi a credere, Athos, seguitò d’Artagnan, che ell’è una causa perduta, e che con gli Harrison, i Joyce, i Pridge ed i Cromvelli, non saremo mai in grado di metterci a pari?
«Il re sarà consegnato ai tribunali, ripicchiò Athos; lo stesso silenzio de’ suoi partigiani dà indizio di un complotto».
D’Artagnan si strinse nelle spalle.
«Ma, disse Aramis, se osano sentenziare il loro re, lo condanneranno all’esiglio o alla carcere, e questo è tutto».
Il nostro tenente guascone fischiettò la sua arietta di incredulità.
«Lo vedremo, fece Athos, giacchè mi figuro che andremo alle sedute.
«Non avrete mica da aspettar di molto, disse l’oste, perchè lo incominciano domani.
«Orsù, soggiunse Porthos, ma dunque era istrutto il processo avanti che fosse preso il re?
«Di certo! ribattè d’Artagnan, lo principiarono nel giorno ch’ei fu comprato.
«Sapete, proseguì Aramis, che il nostro amico Mordaunt fu quello che fece, se non il negozio, almeno le prime proposizioni.
«E voi sapete, rispose d’Artagnan, che dovunque mi cada fra le mani, io lo ammazzo, il signor Mordaunt!
«Oibò! fece Athos, uno sciagurato simile!
«Appunto perchè è uno sciagurato, lo uccido. Ah! mio caro, io secondo bastantemente le vostre volontà, per che siate indulgente alle mie. E poi, per questa volta, vi piaccia o no, vi dichiaro che il Mordaunt non sarà ammazzato se non da me.
«E da me, aggiunse Porthos.
«E da me, crebbe anco Aramis.
«Commoventissima unione unanime! esclamò d’Artagnan, che ben si conviene a buoni cittadini quali noi siamo. Andiamo a far un giro per la città; Mordaunt non ci riconoscerà a quattro passi di distanza con la nebbia che v’è. Si vada a bere un po’ di nebbia.
«Sì, disse Porthos, sarà un cambiamento dalla birra».
E i quattro amici uscirono, per pigliare, secondo suol dirsi, un po’ d’aria del paese.
LXVIII.
_Il processo._
Al dì seguente numerosa guardia condusse Carlo I. innanzi l’alta corte che dovea giudicarlo.
Grandissima folla ingombrava le strade e le case vicine al palazzo; e perciò, mossi appena pochi passi, i quattro camerati furono trattenuti dall’ostacolo quasi non superabile di quel muro vivente; parecchi del volgo, robusti e sdegnati, respinsero persino Aramis sì malamente, che Porthos alzò il formidabile pugno e lo lasciò ricadere sul muso infarinato di un fornajo, il quale tosto variato il colore si cosparse di sangue, acciaccato qual era a modo di un grappolo d’uva matura. La faccenda mosse a gran susurro; tre uomini andarono per avventarsi addosso a Porthos; Athos ne discostò uno, d’Artagnan il secondo, e Porthos si fece balzare il terzo di sopra al capo. Parecchi Inglesi dilettanti di pugilato, apprezzarono la maniera veloce e facile con cui si era eseguita la manovra, e batterono le mani. E mancò poco allora, che invece di essere accoppati, conforme cominciavano a temere, Porthos e i suoi compagni fossero portati in trionfo; ma i nostri quattro viaggiatori che avevano paura di tutto quanto potesse farli troppo comparire, arrivarono a sottrarsi alla ovazione. Non ostante guadagnarono una cosa in quella erculea dimostrazione, e fu che la folla si diradò davanti a loro, e pervennero al resultato apparso prima impossibile, cioè di arrivare al palazzo.
Affollavasi tutta Londra alle porte delle tribune; e così allorchè i quattro amici poterono penetrare da una di queste, trovarono occupati i tre primi sedili. Era poco male per genti che bramavano di non essere riconosciute; sicchè presero i loro posti, soddisfattissimi di esser giunti a quel punto, tranne Porthos che desiderava mostrare il giubbetto rosso e i calzoni verdi, e a cui incresceva di non essere alla prima fila.
Le panche stavano disposte a guisa di anfiteatro, e i quattro colleghi dal loro luogo dominavano su tutta l’adunanza. Il caso appunto aveva fatto sì che fossero entrati nella tribuna di mezzo e si trovassero di faccia al seggiolone apparecchiato per Carlo I.
Verso le undici ore antimeridiane comparve il re sulla soglia del salone. Passò, circondato da guardie, ma col cappello in testa, e tranquillo all’aspetto, e volse per ogni dove lo sguardo sostenuto, quasi venisse a presiedere a una assemblea di sudditi sottomessi, e non a rispondere alle accuse di una corte ribelle.
I giudici, superbi di aver da umiliare un re, si accingevano, per quanto scorgevasi, a prevalersi di questo diritto arrogatosi. In conseguenza, capitò un usciere a dire a Carlo I qualmente era d’uso che l’incolpato stesse nuda la testa davanti a’ suoi giudici.
Carlo, senza risponder parola, si cacciò più innanzi che mai il cappello, e volse il capo da altro lato: e allontanatosi l’usciere, sedè sulla sedia preparata di faccia al presidente, sferzandosi gli stivali con un giunchetto che teneva in mano.
Parry, il quale lo accompagnava, stette ritto dietro a lui.
D’Artagnan, ben anzi che badare a tutto quel cerimoniale, guardava Athos, sul cui sembiante si riflettevano tutte le emozioni che il re pel gran dominio che avea sopra sè stesso sbandiva dal suo. E lo spaventò l’agitazione di Athos, comunemente cotanto freddo e tranquillo.
«Io spero, gli disse all’orecchio, che prendiate esempio da Sua Maestà, e non vi facciate scioccamente uccidere in questa gabbia.
«Non dubitate, fece Athos.
«Ah ah! continuò d’Artagnan, pare che si tema di qualche cosa, giacchè ecco che si raddoppiano le guardie; non avevamo che partigiane, e ora vi sono moschetti; ormai ve n’è per tutti; le partigiane concernono gli auditori del magistrato, i moschetti sono per noi.
«Trenta, quaranta, cinquanta, settanta uomini, disse Porthos contando i sopraggiunti.
«Eh! fece Aramis, vi scordate dell’uffiziale; e sì, mi sembra meriti di essere tenuto a calcolo.
«Sì sì! disse d’Artagnan».
E impallidì dalla collera, perocchè aveva riconosciuto Mordaunt, che con la spada sguainata conduceva i moschettieri dietro al re, vale a dire rimpetto alle tribune.
«Ci avesse egli mai riconosciuti? mormorò il tenente, in tal caso batterei pulitamente la ritirata. Non ho gusto che mi si imponga un modo determinato di morte, e desidero di morire a genio mio..... e non mi garba di essere fucilato in una spelonca.
«No, risposo Aramis, non ci ha visti. Egli non vede altro che il re. Cospettaccio! con che occhi lo guarda, l’insolente! Avesse mai tant’odio per Sua Maestà quanto ne ha contro di noi?
«Caspita! soggiunse Athos, noi non gli abbiamo tolto che la madre, e il sovrano lo spogliò del suo nome e del suo patrimonio.
«È vero, confermò Aramis, ma silenzio! ecco il presidente che parla al re».
Infatti il presidente Bradshaw interpellava l’augusto imputato.
«Stuart, ei disse, ascoltate l’appello nominale de’ vostri giudici, e avanzate le osservazioni che avete da fargli».
Carlo, quasi l’invito non fosse a lui diretto, si girò da altra parte.
Bradshaw aspettò, e non venendo veruna risposta fu un momento di pausa.
In cento sessantatrè membri indicati, settantatrè soltanto potevano rispondere, perocchè gli altri atterriti dalla complicità di un tale atto si erano astenuti.
«Procedo all’appello, disse Bradshaw senza mostrare di por mente alla mancanza di tre quinti dell’assemblea».