Part 43
«La violenza, ei diceva fra sè, ci rovinerebbe tutti. D’Artagnan, prova a quel serpentello che sei non solo più forte, ma anche più scaltro di lui.... Ah ah! signor Mordaunt (disse poscia con un profondo saluto), come! venite da parte del signor Oliviero Cromvello, il più illustre capitano di questi tempi?
«L’ho lasciato poc’anzi, rispose Mordaunt mettendo piedi a terra e dando a reggere il suo cavallo ad uno de’ suoi soldati.
«E perchè non lo dicevate subito, mio caro? tutta l’Inghilterra è del signor Cromvello, e poichè mi chiedete in suo nome i prigionieri, io m’inchino, signor mio, sono vostri, pigliateli».
Mordaunt si avanzò tutto allegro, e Porthos guardando d’Artagnan col massimo stupore apriva bocca per parlare.
Ma quest’ultimo montò sullo stivale a Porthos, il quale allora conobbe che l’amico faceva da burla.
Mordaunt mise il piede sul primo gradino accanto alla porta, e col cappello in mano si accinse a passare fra i due camerati, accennando a’ suoi quattro uomini che lo seguissero.
«Per altro scusate, disse il tenente con un grazioso sorriso e posando la mano sulla spalla al giovane, se l’illustre generale Oliviero Cromvello ha disposto in favor vostro di quegli individui, vi avrà fatta di certo cotesta donazione per iscritto».
L’altro si fermò di botto.
«Vi ha dato qualche letterina per me, un fogliaccio qualunque, in somma che attesti qualmente siete qui in nome suo? Favorite consegnarmelo, acciò almeno io scusi con un pretesto l’abbandono de’ miei compatriotti. Diversamente, intendete, quantunque io sia sicuro che il generale Oliviero Cromvello non possa volere ad essi alcun male, ciò farebbe un pessimo effetto».
Mordaunt retrocedè, e sentendo la botta diede un’occhiata terribile a d’Artagnan; questi però vi rispose con la ciera più garbata e amichevole che potesse immaginarsi.
«Quando vi dico una cosa, fece Mordaunt, mi fate l’ingiuria di dubitarne?
«Io! io dubitare di ciò che voi dite? Dio me ne liberi, mio caro! anzi vi tengo per degno e perfetto gentiluomo, secondo le apparenze.... E poi, volete che vi parli schietto?
«Parlate.
«Il signor du Vallon qui presente è ricco, ha quarantamila lire di entrata, ed in conseguenza non tira ai denari; sicchè non discorro per lui, ma per me.
«E poi?
«Ebbene, io non sono ricco; in Guascogna questo non fa disonore, non v’è alcuno che lo sia, ed Enrico IV di gloriosa memoria, ch’era il re delle Guascogne, siccome Sua Maestà Filippo IV è il re di tutte le Spagne, non aveva mai un soldo in tasca.
«Terminate, vedo a che punto bramate arrivare, e se vi trattiene quel ch’io suppongo, sarà una difficoltà da togliersi di mezzo.
«Ah! lo sapevo, disse d’Artagnan, ch’eravate un ragazzo di spirito. Orsù, ecco la sostanza, ecco dove il dente duole. Sono ufficiale di fortuna, e non altro. Non ho se non quel che mi frutta la mia spada, cioè più busse che biglietti di banca. Ora, stamani prendendo due Francesi che mi pajono d’alta nascita, due cavalieri della Giarrettiera, dicevo fra di me: È fatta la mia fortuna. Dico due, perchè in simile circostanza, il signor du Vallon ch’è facoltoso, cede sempre a me i suoi prigionieri».
Mordaunt, illuso appieno dalla loquace bonarietà del suo interlocutore, sorrise da uomo che intende benissimo le ragioni addottegli, e con dolcezza rispose:
«Fra un momento avrò l’ordine firmato, ed insieme con questo duemila doppie; ma intanto lasciatemi condurre via i due Francesi.
«No no; che v’importa di un indugio di mezz’ora? sono molto assestato io, facciamo le cose in regola.
«Eppure, soggiunse Mordaunt, potrei forzarvi, qui comando io.
«Oh! signore, fece d’Artagnan gentilmente, si vede che sebbene il signor du Vallon ed io abbiamo avuto l’onore di viaggiare in vostra compagnia, non ci conoscete. Siamo gentiluomini, siamo Francesi, siamo capaci fra noi due soli di uccidere voi ed i vostri otto sottoposti. Signor Mordaunt, non fate da caparbio, perchè quando uno si ostina mi ostino io pure, e sono un caparbio feroce.... ed ecco questo signore ch’è più caparbio ancora di me.... senza contare che siamo inviati dal signor ministro Mazzarino, il quale rappresenta il re di Francia: ne resulta che in questo istante noi rappresentiamo il re ed il ministro, il che fa sì che nella nostra qualità di ambasciadori siamo inviolabili, cosa ch’è in grado di capire egregiamente il signor Cromvello, grande politico al pari che gran generale. Quindi richiedetegli l’ordine scritto. Che cosa vi costa, caro signor Mordaunt?
«Sì, l’ordine scritto, seguitò Porthos che cominciava a capire l’intenzione di d’Artagnan, non vi si ricerca altro».
Per quanta voglia avesse Mordaunt di ricorrere alla violenza, era uomo da riconoscere per buone le ragioni addottegli da d’Artagnan. D’altronde la di lui fama gl’imponeva, e aggiungendosi a quella ciò che gli aveva veduto operare la mattina, vi riflettè seriamente. Di più, ignaro totalmente delle relazioni d’intrinseca amicizia esistenti fra i quattro Francesi, eransi dileguate tutte le sue inquietezze di faccia al motivo assai plausibile del loro riscatto.
Decise adunque di andare non soltanto a prendere il mandato, ma anche le duemila doppie per cui aveva egli stesso valutati i due prigionieri.
E così montò a cavallo, raccomandò al sergente di far buona guardia, e sparì.
«Bene! fece d’Artagnan, un quarto d’ora per andare alla tenda, per tornare indietro mezz’ora, è più che non ci bisogni».
E venutosene inverso Porthos senza dare indizio al sembiante di verun cambiamento, in modo che quei che lo consideravano attenti potessero credere ch’ei continuasse la medesima conversazione, e mirandolo ben fisso, gli disse:
«Amico Porthos, statemi a sentire. Prima di tutto, nemmeno una parola ai nostri amici di ciò che avete udito testè: è inutile che sappiano qual servizio ad essi noi rendiamo.
«Bene, capisco.
«Andate alla scuderia, vi troverete Mousqueton, porrete la sella ai cavalli e le pistole nelle sacche, e li condurrete nella strada di giù affinchè non vi sia più da salir sopra; al resto penserò io».
Porthos non fece obbiezioni, ed obbedì con la sublime fiducia che aveva sempre nell’ex-collega.
«Vado subito, rispose; ma, dico, ho da entrare nella stanza dove sono quei signori?
«Eh no! non giova a niente.
«Dunque, fatemi il piacere di pigliare la mia borsa che ho lasciata sul caminetto.
«State pur tranquillo».
Porthos si avviò con la sua flemma consueta alla scuderia, e passò framezzo ai soldati, i quali, comunque ei fosse Francese, non poterono astenersi dall’ammirare di lui l’alta statura e le membra robuste.
Sul canto incontrò Mousqueton, e lo menò via seco.
Allora d’Artagnan tornò dentro, fischiando un’arietta che aveva incominciata alla partenza di Porthos.
«Carissimo Athos, ho riflettuto ai vostri ragionamenti, ed essi mi hanno persuaso; m’incresce assolutamente di essermi trovato in questo affare. Voi lo diceste; Mazzarino è un furfante; sicchè io sono risoluto a fuggire con voi. Non fate calcoli, ma state pronti; le vostre due spade sono in un cantone, non le dimenticate, sono tali arnesi che nelle circostanze nostre possono essere utilissimi.... appunto questo mi fa ricordare della borsa di Porthos: eccola!»
D’Artagnan si ripose in tasca la borsa. Gli altri due lo stavano a guardare stupefatti.
«Ebbene, che v’è di sorprendente? disse il Guascone, lo domando a voi. Ero cieco, e Athos mi ha fatto veder chiaro: non v’è altro; venite qua».
I due gli si avvicinarono.
«Vedete questa strada? ei seguitò, là saranno i cavalli; uscirete dalla porta, girerete a sinistra, balzerete in sella, e sarà bell’e finita: non vi date pensiero d’altro se non se di ascoltar bene il segnale. E il segnale sarà quando io griderò: «Gesù Signore!»
«Ma voi, disse Athos, dateci parola che verrete.
«Ve lo giuro sopra Iddio, rispose d’Artagnan.
«Basta così! esclamò Aramis, al grido «Gesù Signore!» si vien fuori, si atterra tutto quanto ci si oppone, si va incontro ai nostri palafreni, si cavalcano, e si dà di sprone! va bene?
«A meraviglia!
«Ma se ve lo dico sempre, Aramis! fece Athos, d’Artagnan è il migliore di quanti siamo.
«Ahi! mormorò il tenente, complimenti? scappo subito: addio.
«E fuggite con noi, non è così?
«Di certo. Non vi scordate del segnale».
D’Artagnan se n’andò col medesimo passo con che era venuto riprendendo l’arietta che fischiava al punto stesso a cui l’aveva sospesa.
I soldati giocavano o dormivano; due stuonavano in un angolo il salmo: _Super flumina_.
Il Guascone chiamò il sergente.
«Caro mio, gli disse, il generale Cromvello ha fatto ricercare di me dal signor Mordaunt; ve ne prego, invigilate a modo sui prigionieri».
Quegli ammiccò che non intendeva il francese.
Ed egli allora tentò fargli capire co’ gesti ciò che non aveva potuto colla favella.
E il sergente accennò di sì.
D’Artagnan scese versò la stalla: trovò i cinque corsieri apparecchiati, il suo siccome gli altri.
«Prendetene uno a mano per ciascheduno, suggerì a Porthos e a Mousqueton, e voltate a manca in guisa che Athos ed Aramis vi scorgano dalla finestra.
«E allora verranno? domandò Porthos.
«In un attimo.
«Non vi siete dimenticata la mia borsa?
«No, non dubitate.
«Benissimo».
Porthos e Mousqueton, guidando a mano un destriero per uno, si trasferirono al loro posto.
D’Artagnan rimasto solo battè l’acciarino, accese un pezzo d’esca grande per due volte quanto una lente, saltò in sella, e venne a fermarsi davanti ai soldati dirimpetto alla porta.
Là, accarezzando con la mano la sua bestia, le introdusse un bricciolino d’esca infuocata nell’orecchio.
Bisognava essere buon cavallerizzo com’egli era per avventurare un tal mezzo, perocchè appena l’animale ebbe sentita la scottatura cacciò un urlo dal dolore, s’impennò e balzò quasi fosse ammattito.
I soldati, che pareva volesse schiacciare, si allontanarono precipitevolmente.
«Qua! qua! strillava il tenente de’ moschettieri, fermate! il mio cavallo ha un giracapo!»
E di fatti in un momento sembrò gli schizzasse il sangue dagli occhi e diventò tutto bianco di spuma.
«Qua! qua! gridava sempre d’Artagnan senza che i soldati si arrischiassero a dargli ajuto, mi lascerete ammazzare? Gesù Signore!»
Non sì tosto ebbe egli profferita questa esclamazione, si aperse la porta, e si scagliarono con la spada in pugno Athos ed Aramis.
E mercè l’astuzia di d’Artagnan era libero il varco.
«I prigionieri che scappano! gridò il sergente.
«Ferma! ferma! gridò d’Artagnan allentando la briglia al suo corsiero, il quale si slanciò buttando in terra due o tre uomini.
«_Stop! stop!_» urlarono i militari correndo a prender le armi.
Ma i due detenuti erano già in sella, e non perderono tempo avviandosi verso la porta più prossima.
A mezza strada videro Grimaud e Blaisois che tornavano in cerca di loro.
Athos con un cenno fece comprendere ogni cosa a Grimaud, il quale si mise a seguitare la piccola comitiva che andava via come un turbine, e che d’Artagnan correndole dietro stimolava vieppiù con la voce.
Passarono sotto la porta come ombre senza che i guardiani pensassero tampoco ad arrestarli, e furono in aperta campagna.
Frattanto i soldati badavano a gridare:
«_Stop! stop!_»
Ed il sergente cominciando ad accorgersi di essere stato gabbato, si strappava i capelli.
Ed ecco giungere uno a cavallo con un foglio in mano.
Mordaunt che se ne veniva coll’ordine del generale.
«I prigionieri?» strillò smontando sollecito.
Il sergente non ebbe fiato da rispondergli: gli additò la porta spalancata e la stanza vuota.
Mordaunt salì qualche scalino, comprese tutto, diede un urlo quasi gli avessero squarciate le viscere, e cadde svenuto sulla pietra.
LXIII.
_In cui si prova qualmente nelle più scabrose situazioni i cuori grandi non perdono mai il coraggio, nè gli stomachi buoni l’appetito._
La piccola comitiva, senza ricambiare una parola, senza guardarsi a tergo, andò così di galoppo, traversando un fiumicello di cui nessuno sapeva il nome, e lasciandosi a sinistra una città che Athos ebbe in idea fosse Durham. Vide al fine un picciol bosco, e diè l’ultimo colpo di sprone a quella parte.
Quando i compagni furono dietro ad una stesa di verdura abbastanza folta per nasconderli a chi poteva inseguirli, si ristettero alquanto onde tener consiglio, dettero a reggere le bestie a due lacchè acciò si riposassero senza spogliarli della sella e delle briglie, e misero in sentinella Grimaud.
«Prima di tutto venite qua, ch’io vi abbracci, amico mio, disse Athos a d’Artagnan; voi nostro salvatore, voi che fra di noi tutti siete il vero eroe.
«Athos ha ragione, ed io vi ammiro, continuò Aramis dandogli pure un amplesso. A che mai non dovreste pretendere, con un padrone intelligente, voi occhio infallibile, braccio di ferro, mente vincitrice!
«Adesso, rispose il Guascone, tutto ciò va bene; accetto tutto per me e per Porthos, abbracciamenti e ringraziamenti; oh abbiamo tempo da perdere, non dubitate!»
I due, richiamati da d’Artagnan a ciò che dovevano ancora a Porthos, strinsero ad esso pure la destra.
«Ormai, osservò Athos, bisognerebbe non più andare a caso e come tanti pazzi, ma stabilire un piano. Che faremo?
«Che faremo, caspita! non è mica difficile a dirsi.
«Or dunque, dite, d’Artagnan.
«Eccoci: arrivare al porto di mare più vicino, riunire tutte le nostre tenui risorse, noleggiare un bastimento e recarci in Francia. Per me, c’impiegherò sino all’ultimo mio soldo. Il primo tesoro è la vita, e la nostra, è forza dichiararlo, sta attaccata ad un filo.
«Du Vallon, che ve ne pare? domandò Athos.
«Io sono del medesimo parere che d’Artagnan; egli è un triste paese, l’Inghilterra!
«Sicchè siete assolutamente deciso ad abbandonarla? chiese Athos al Guascone.
«Per diana! fece questi, non so che cosa mi ci possa trattenere».
Athos ricambiò uno sguardo con Aramis.
«Dunque andate, amici miei! disse quindi, e sospirò.
«Come, andate! replicò d’Artagnan, andiamo, mi pare.
«No, mio caro, disse Athos, è d’uopo che ci lasciamo.
«Lasciarci! ripetè il tenente attonito.
«Eh via! seguitò Porthos, e perchè mai, una volta che siamo insieme?
«Perchè il vostro incarico è adempiuto, e potete, anzi dovete, ritornare in Francia; ma il nostro non lo è già.
«Il vostro no? fece d’Artagnan vieppiù stupefatto.
«No, amico, replicò Athos con la sua voce per solito sì dolce eppur salda. Noi qui venimmo a difendere il re Carlo, lo difendemmo male, e ci rimane di salvarlo.
«Salvare il re!» esclamò il tenente.
E guatò Aramis.
Questi si limitò ad un cenno colla testa.
Sul volto a d’Artagnan comparve un che di compassione profonda; ei principiava a credere di aver da fare con due insensati.
«Athos, egli disse, non può essere che parliate da senno. Il re è in mezzo ad un’armata che lo conduce a Londra. Questa è comandata da un macellajo, o figlio di macellajo, poco importa, il colonnello Harrison. A Sua Maestà sarà fatto il processo appena giunto a Londra, io ve lo accerto; ho inteso abbastanza dalla bocca del generale Cromvello per sapere a che aspettarmi».
Athos ed Aramis ricambiarono un’altra occhiata.
«E fatto il processo, continuò d’Artagnan, non tarderà ad eseguirsi la sentenza. Oh sono genti che si disbrigano presto, quei signori puritani!
«Ed a qual pena supponete che il re sia condannato? chiese Athos.
«Temo assai che sia a morte. Troppo fece contro di lui per ch’egli li perdoni, ed a loro non rimane che un mezzo, cioè di ucciderlo. Non vi è forse noto quel detto di Oliviero Cromvello allorchè venne a Parigi e gli fu mostrata la torre di Vincennes dov’era rinchiuso il signor di Vendome?
«Sì, che mi è noto quel detto tremendo, e mel rammento pur troppo, fece Athos.
«E credete che non ponga in esecuzione la sua massima, or che tiene il re nelle mani?
«Sì, anzi ne sono sicuro; ma è una ragione di più per non abbandonare l’augusta testa minacciata.
«Athos, voi impazzite!
«No, amico; rispose dolcemente il gentiluomo, ma Winter è venuto a cercarci in Francia, e ci ha condotti presso Enrichetta. Sua Maestà ne ha fatto l’onore, a d’Herblay ed a me, di richiederci il nostro ajuto a pro del suo sposo; noi abbiamo impegnato con essa la nostra parola: la nostra parola racchiudeva tutto; a lei vincolavamo la nostra forza, il nostro intelletto, la nostra vita, e dobbiamo mantenere l’impegno. Pensate voi così, d’Herblay?
«Sì, disse Aramis, abbiamo promesso.
«E poi, seguitò Athos, v’è un’altra ragione, ed eccola: ascoltatemi. In questo momento tutto in Francia è meschino e povero; abbiamo un re di dieci anni, che ancor non sa che si voglia — una regina acciecata da una tarda passione — un ministro, che amministra la Francia conforme farebbe di una vasta fattoria, cioè non curandosi se non dell’oro che può cavarvi, coltivandone il terreno con astuzia e raggiro italiano — principi che sostengono un’opposizione tutta loro individuale ed egoistica, e non giungeranno ad altro che ad estorcere da Mazzarino qualche gruppo d’oro, qualche avanzo di potere. Io gli ho serviti, non per entusiasmo (Dio sa che gli stimo per quel che vagliono), ma per principio. Oggi la cosa è diversa: m’incontro dinanzi un altro infortunio, un regio infortunio, un infortunio europeo, ed a questo io mi lego. Se perveniamo a salvare il re, sarà un bel tratto; e grande sarà se per esso moriamo.
«Dunque sapete anticipatamente di potervi perire? disse d’Artagnan.
«Lo temiamo, e l’unico nostro dolore è di morire lungi da voi.
«Che farete in un paese estero, nemico?
«Da giovane io viaggiai in Inghilterra; parlo l’inglese come un Inglese, ed Aramis pure ha qualche cognizione di quella lingua. Ah se avessimo anche voi, amici miei! Con voi, d’Artagnan e Porthos, tutti e quattro, e riuniti per la prima volta dopo venti anni, faremmo fronte non solo all’Inghilterra ma ai tre regni!
«E prometteste a quella regina, riprese d’Artagnan di mal umore, di forzare la torre di Londra, di uccidere centomila soldati, di contrastare vittoriosamente contro il voto di una nazione e l’ambizione di un uomo, quando quest’uomo si chiama Cromvello! Voi nol vedeste, quest’uomo, Athos! nè voi, Aramis! Egli è un uomo di genio che assai mi ha rammentato il nostro ministro, l’altro, il grande! sapete pure, Richelieu. Or dunque non vi fate un’idea esagerata dei vostri obblighi. Athos, in nome del cielo, non vi date ad un inutile zelo. Quando vi guardo, in verità mi pare di vedere un soggetto ragionevole; quando mi rispondete, mi sembra di aver che fare con un pazzo. Orsù, Porthos, unitevi a me: che pensate di tutto questo? ditelo schiettamente.
«Nulla di buono, rispose Porthos.
«Animo, continuò d’Artagnan impaziente dacchè Athos invece di ascoltarlo mostrava quasi ascoltare una voce interna che gli parlasse, non vi trovaste giammai scontento de’ miei consigli. Ebbene! credetemi, Athos, la vostra missione è terminata, e nobilmente; tornate in Francia con noi.
«Amico, replicò Athos, la nostra risoluzione è immutabile.
«Ma avrete allora altri motivi a noi ignoti?»
Athos sorrise.
D’Artagnan si battè con collera sulla coscia, e balbettò le ragioni più convincenti che potè rinvenire; ma l’altro rispondeva a tutte con un quieto e dolce sorriso, come Aramis con semplici cenni della testa.
«Or via, esclamò alfine il Guascone furibondo, or via, giacchè così volete, si lascino le nostre ossa in questo triste paese dove fa sempre freddo, ed il bel tempo è nebbia, la nebbia, pioggia, la pioggia diluvio, e dove il sole somiglia alla luna, e la luna ad una forma di cacio.... Realmente, morir qua o in altro luogo, poichè si deve morire, poco ci cale!
«Bensì, pensateci, mio caro, disse Athos, egli è morire più presto.
«Eh! un po’ più presto o un poco più tardi, non merita il conto di sofisticare.
«Se di alcuna cosa io stupisco, aggiunse sentenziosamente Porthos, è che non si sia digià fatto.
«Oh! si farà, non dubitate! rispose d’Artagnan».
Indi seguitò:
«Sicchè tutto è stabilito, e se Porthos non vi si oppone....
«Io, interruppe Porthos, farò ciò che vogliate. D’altronde trovo bellissimo ciò che ha detto poc’anzi il conte de la Fère.
«Ma il vostro avvenire, d’Artagnan? la vostra ambizione, Porthos?
«Il nostro avvenire, la nostra ambizione! ribattè il Guascone con una celerità di favella quasi febbrile, e abbiam bisogno di occuparcene, poichè salviamo il re? Salvato il re, raduniamo i suoi amici, battiamo i puritani, riconquistiamo l’Inghilterra, rientriamo seco in Londra, e lo rimettiamo comodamente sul suo trono.
«Ed egli ci fa duchi e pari, terminò Porthos, a cui brillavano gli occhi di allegrezza anco vedendo quel tempo futuro a traverso a una favola.
«O si scorda di noi, disse d’Artagnan.
«Oh! fece Porthos.
«Eh! se ne son visti dei casi, caro mio, e mi sembra che in addietro rendemmo alla regina Anna un servigio non molto inferiore a quello che or vogliamo rendere a Carlo I, lo che non tolse che Anna ci obliasse per quasi venti anni.
«Ma ciò non ostante, domandò Athos, vi rincresce forse di averglielo reso?
«No davvero; ed anzi, confesso che nei momenti di mia maggior mestizia ho trovato un conforto in quella rimembranza.
«Vedete, d’Artagnan, che quei principi ci furono ingrati, ma Iddio non lo è mai.
«Sentite, Athos, io credo che se incontraste il diavolo sulla terra, fareste tanto che ve lo portereste, starei per dire, con voi su in cielo.
«Sicchè...., disse Athos porgendo la destra a d’Artagnan.
«Sicchè è finita; l’Inghilterra mi pare un paese delizioso, e vi rimango, ma con un patto.
«E quale?...
«Di non essere obbligato ad imparare l’inglese.
«Or bene, adesso, soggiunse Athos trionfante, ve lo giuro, per quel Dio che ci ode, pel nome mio che reputo scevro da ogni macchia, son d’opinione che vi sia una potenza la quale invigili su di noi, ed ho speranza che tutti e quattro rivediamo la Francia.
«Sarà, replicò d’Artagnan, ma confesso che son persuaso del contrario.
«Questo caro d’Artagnan, disse Aramis, in mezzo a noi rappresenta l’opposizione dei Parlamenti, che dicon sempre di no e fanno sempre sì.
«Sì, ma che intanto salvano la patria, ripicchiò Athos.
«Ora che tutto è fissato, propose Porthos stropicciandosi le mani, se pensassimo a desinare? mi pare che nelle più critiche circostanze di nostra vita abbiamo sempre pranzato.
«Oh sì! discorrete di pranzo in un paese ove per gran banchetto non si mangia se non del castrato cotto nell’acqua, e per gran trattamento non si beve che birra! Come diavolo veniste in un luogo simile, Athos?... Ah, scusate (aggiunse d’Artagnan sorridendo), mi dimenticavo che non siete più Athos.... Basta, sentiamo il vostro piano per desinare, Porthos.
«Il mio piano?
«Sì, lo avete?
«Io no; ho fame, e non altro.
«Per Bacco! s’è tutto questo, anch’io ho fame; ma ciò non basta, bisogna trovare da mangiare, e ammenochè andiamo a pascolar l’erba come i nostri cavalli....
«Ah! osservò Aramis, il quale non aveva fatto un tanto distacco dalle cose terrestri come Athos, quando eravamo al Parpaillot, vi ricordate che belle ostriche c’ingoiavamo?
«E quei cosciotti di montoni delle paludi saline! fece Porthos strisciando la lingua sulle labbra.
«Ma, disse d’Artagnan, non abbiamo il nostro Mousqueton che ci faceva campare tanto bene a Chantilly?
«Giusto! fece Porthos, abbiamo Mousqueton; ma dacchè è maggiordomo è rimminchionito.... che serve? si chiami».
E per esser sicuro che colui rispondesse volentieri, gridò:
«Ehi, Mouston!»
Questi comparve; aveva la cera mesta, afflitta.
«Che avete, caro signor Mouston? gli domandò il Guascone, vi sentile forse male?
«Ho fame....
«E appunto per questo v’invitiamo a venir qua. Non potreste procurarvi a lacciuolo qualcuno di quei bei conigli, o qualcheduna di quelle care pernici con cui facevamo lo stufato e il _salmì_.... alla locanda di.... perdinci, non mi sovviene più il nome della locanda.
«All’albergo di.... fece Porthos, affè neppur io me ne ricordo....
«Non importa.... e di soppiatto qualche bottiglia di quel vin vecchio di Borgogna che tanto spesso guariva il vostro padrone?