Part 27
«Io vi giuro da gentiluomo che rideremo se ci avete garbo.
«Dunque comincio, soggiunse d’Artagnan. Un giorno di Beaufort discorrendo con un amico del signor Principe, gli disse che sulle prime contese di Mazzarino e del Parlamento, ei si era trovato una volta in disputa col signor di Chavigny, e che vedendolo attaccato al nuovo ministro, lui che in tante maniere era collegato all’antico, lo aveva ben bene percosso.
«L’amico, il quale conosceva di Beaufort per uomo di mano assai leggiera, non istupì mica del fatto, e se n’andò correndo a riferirlo al Principe. Si divulga la faccenda, ed ecco che ognuno volge le spalle a Chavigny. Questi ricerca spiegazione della freddezza generale; si va titubanti a manifestargliela; poi v’è persona che si azzarda a dirgli come a tutti faccia sorpresa essersi egli lasciato _percuotere_ dal signor di Beaufort abbenchè principe.
«E chi ha detto che il principe mi aveva percosso? fece il Chavigny.
«Il principe stesso, replica l’amico.
«Si va alla fonte chiara, e si trova la persona a cui il principe ha tenuto codesto discorso, e che scongiurata sull’onore a palesare la verità, lo ripete e lo afferma.
«Chavigny, dolentissimo di una tale infamia, di cui non capisce un ette, dichiara che morrà piuttosto che sopportarla. In conseguenza manda due patrini al principe, con l’incarico d’interrogarlo se sussista aver egli detto di avere percosso il signor di Chavigny.
«L’ho detto e lo ripeto, fa il principe, giacchè così è.
«Monsignore, soggiunge uno dei patrini di Chavigny, permetteteci di avvertire Vostra Altezza qualmente colpi dati a un gentiluomo degradano tanto quello che li dà quanto quello che gli riceve. Il re Luigi XIII non voleva aver camerieri gentiluomini, per aver diritto di picchiarli.
«Veh! continuò il signor di Beaufort, e chi parla di colpi? e chi discorre di picchiare?
«Ma voi, monsignore, che pretendete per percosso....
«Chi?
«Il signor di Chavigny.
«Io?
«Non percuoteste il signor di Chavigny, almeno da quel che dite?
«Sì.
«Ebbene! egli vi smentisce.
«Oh! fece il principe, l’ho percosso così bene, che ecco le mie proprie parole che lo gelarono (e il signor di Beaufort vi poneva tutta la sua maestà a voi nota): « — signor di Chavigny, siete assai da biasimare per aver dato soccorso a un birbante qual è il Mazzarino!»
«Ah! Altezza! esclamò il patrino, comprendo! volevate dire scosso.
«O _scosso_ o _percosso_, che importa? gridò il di Beaufort, non è egli lo stesso? Davvero i vostri compositori di frasi sono pure pedanti!»
Furono grandi risate per questo errore filologico del signor di Beaufort, i di cui abbagli su tal genere incominciavano a passare in proverbio, e si pattuì, che essendo per sempre bandito da quelle amichevoli riunioni lo spirito di parte, d’Artagnan e Porthos potrebbero burlare i principi, con patto però che Athos ed Aramis fossero in facoltà di _percuotere_ il Mazzarino.
«Affè, disse d’Artagnan a’ suoi due amici, avete ragione di volergli male, a Mazzarino, giacchè egli dal canto suo, e ve lo giuro, non vi vuol punto bene.
«Uh! propriamente? fece Athos. Se credessi che quel mascalzone mi conoscesse di nome, mi farei sbattezzare per paura che si supponesse ch’io conoscessi lui.
«Non vi conosce per nome ma per i fatti; sa che vi sono due gentiluomini che più particolarmente hanno contribuito alla fuga di Beaufort, e li fa cercare con grande premura, ve lo accerto.
«Da chi?
«Da me.
«Come, da voi?
«Sì, mi ha mandato a domandare anche stamane se avevo qualche notizia.
«Su quei due gentiluomini?
«Sì.
«E che gli avete risposto?
«Che non ne ho finora, ma che pranzavo con due soggetti i quali potrebbero darmene.
«Gli avete detto così? fece Porthos con una grossa risata che gli allegrava la grassa faccia. Bravo! e voi, Athos, non avete paura?
«No, disse Athos, non temo già le indagini di Mazzarino.
«Voi! soggiunse Aramis, oh! ditemi un po’ di che temete!
«Nulla, almeno nel presente.
«E nel passato? chiese Porthos.
«Ah! nel passato è tutt’altro, ribattè Athos con un sospiro, nel passato e nel futuro.
«Paventate forse per il vostro Raolo? domandò Aramis.
«Eh! disse d’Artagnan, non si rimane mai uccisi nel primo fatto.
«Nè al secondo, ribattè Aramis.
«Nè al terzo, accrebbe Porthos. E poi, quando si è uccisi, si ritorna, e la prova ne sia che eccoci qua.
«No, ripigliò Athos, non è tampoco Raolo che mi dia inquietudine, mentre spero si conterrà da gentiluomo, e se resta ucciso, ebbene! lo sarà valorosamente; ma ecco.... se gli accadesse tal disgrazia....»
Athos si passò la mano sulla fronte scolorita.
«Dite su.... lo spronò Aramis.
«Dico, che quella disgrazia sarebbe da me riguardata come un’espiazione.
«Ah ah! esclamò d’Artagnan, so io di che intendete.
«E anch’io, confermò Aramis, ma non bisogna pensarci, il passato è passato.
«Non capisco, obiettò Porthos.
«L’affare di Armentières, bisbigliò piano d’Artagnan.
«D’Armentières?
«Milady....
«Ah sì, fece Porthos, l’avevo dimenticato».
Athos lo guatò con l’occhio suo penetrante, e disse:
«Dimenticato? voi, Porthos!
«Eh sì, è tanto tempo!
«Dunque non vi sta più sulla coscienza?
«Ma no! replicò Porthos.
«Ed a voi, Aramis?
«Ci penso qualche volta come ad uno di quei casi di coscienza che più danno luogo a discussione.
«E a voi, d’Artagnan?
«Io confesso che quando la mia mente si ferma su quell’epoca terribile non ha altre rimembranze che per il corpo gelido della povera signora Bonacieux. Sì, sì...., mormorò, spesso provai de’ rammarici per la vittima, non mai rimorsi pel di lei assassino.
«Riflettete, osservò Aramis, che ammessa la divina giustizia e la sua partecipazione alle cose di questo mondo, quella donna fu punita per volere di Dio. Noi fummo gli stromenti, e non altro.
«Ma il libero arbitrio?
«Che fa il giudice? ha esso pure il suo libero arbitrio, e condanna senza paura. Che fa il carnefice? è padrone del proprio braccio, eppure colpisce senza rimorso.
«Il carnefice.... borbottò Athos, e ben vedevasi che lo tratteneva una qualche ricordanza.
«So ch’è cosa tremenda, proseguì d’Artagnan; ma quando penso che noi uccidemmo Inglesi, Roccellesi, Spagnuoli, anco Francesi, i quali non ci avevano fatto mai altro male che pigliarci di mira collo schioppo senza coglierci, e non avevano avuto verso di noi altro torto che incrociare il loro ferro col nostro e non arrivare a tempo a parare, mi scuso per la mia parte nell’uccisione di quella femmina, in parola d’onore.
«Io, disse Porthos, adesso che me lo avete rimesso in mente, caro Athos, rivedo la stessa scena come se ci fossi sempre. Milady era costà, dove voi siete (Athos impallidì); io stava nel posto dov’è ora d’Artagnan. Io avevo al fianco una spada che tagliava come una lama di Damasco; ve ne rammentate, Aramis, che la chiamavate la Balizarda? Or bene! vi giuro a tutti e tre, che se non vi fosse stato il boja di Bethune.... È di Bethune?.... sì sì, di Bethune.... avrei troncato il collo a quella scellerata, senza rimetterci le mani due volte, e anco rimettendole.... l’era una donna iniqua!
«E poi, disse Aramis in tuono di non curante filosofia, a che giova pensare a tutto questo? quel ch’è stato è stato. Ci confesseremo di quest’azione nell’ora suprema, e Dio saprà meglio di noi se sia un delitto, un fallo, o un’azione meritoria. Pentirmene, voi mi direte? oh no, per Bacco! non me ne pento se non perchè era una donna.
«Ciò che è più atto a metterci in quiete, osservò d’Artagnan, egli è che di tutto quel passato non rimane alcuna traccia.
«Aveva un figlio, notò Athos.
«Ah sì, lo so, disse d’Artagnan, e me ne avete parlato; ma chi sa poi che ne sia stato di lui? morto il serpe, estinto il covo! credete che di Winter suo zio abbia allevato quel serpentello? Di Winter avrà condannato il figliuolo siccome condannò la madre.
«Allora, rilevò Athos, guai a di Winter, giacchè il bambino nulla aveva fatto, nulla!
«Il bambino morì, o che il diavolo mi porti! seguitò Porthos. V’è tanta nebbia in quel brutto paese, almeno a quel che dice d’Artagnan».
Nel punto in cui questa conclusione di Porthos era forse prossima a riportare un certo brio su tutte quelle faccie più o meno accigliate, si udì rumore di passi per la scala, e fu bussato all’uscio.
«Entrate! disse Athos.
«Signori, avvertì l’oste, v’è un giovanotto che con molta premura chiede di parlare ad uno di voi altri.
«A quale? domandarono in quattro.
«A quello che si chiama conte de la Fère.
«Son io, rispose Athos. E che nome ha colui?
«Grimaud.
«Oh! fece Athos, e diveniva smorto in viso, digià tornato? E che mai sarà accaduto a Bragelonne?
«Venga! ordinò d’Artagnan, venga pure!»
Ma Grimaud aveva già fatta tutta la scala ed attendeva sull’ultimo gradino. Si slanciò nella stanza, e con un gesto licenziò il locandiere.
Il locandiere richiuse l’usciale. I quattro gentiluomini rimasero in ansietà. L’azione di Grimaud, pallido, sudante, tutto malconcio dalla polvere che aveva addosso, annunziava esser egli messaggero di qualche nuova interessante e tremenda.
«Signori, ei disse, quella donna aveva un bambino, il bambino è diventato un uomo; la tigre aveva un figliuoletto, ora il tigre è cresciuto, vi viene incontro, badate a voi!»
Athos guardò i compagni con un sorriso malinconico; Porthos si cercava al fianco la spada che aveva appesa al muro, Aramis afferrò un coltello; d’Artagnan si rizzò in piedi.
«Che vuoi tu dire, Grimaud? esclamò questi.
«Che il figlio di Milady ha abbandonato l’Inghilterra, è in Francia, viene a Parigi, se a quest’ora non v’è.
«Diamine! disse Porthos, sei sicuro?
«Sicuro» confermò Grimaud.
Lungo silenzio accolse questa dichiarazione. Grimaud era sì stanco ed ansante che cascò sopra una seggiola.
Athos avendo riempito un bicchiere di vino di Sciampagna glielo recava.
«Or bene, in sostanza, fece d’Artagnan, quando vivesse, quando venisse a Parigi, ne abbiamo vedute di più belle! che venga!
«Sì, aggiunse Porthos esaminando con compiacenza il brando appeso alla parete, lo aspettiamo, venga!
«E d’altronde, è un ragazzo!» rimarcò Aramis.
Grimaud si levò fieramente.
«Un ragazzo! gridò, sapete che cosa ha fatto quel ragazzo? Travestito da monaco ha scoperto tutta la storia in un colloquio avuto col boja di Bethune, il quale credendolo realmente tale, voleva confessarsi, e dopo aver da lui saputo tutto, gli ha piantato nel cuore questo pugnale. Ecco, esso è ancora rosso e bagnato, giacchè non sono più di trenta ore ch’è tratto fuori dalla piaga».
E Grimaud gittò sulla tavola lo stiletto dimenticato dal finto frate nella ferita del boja.
D’Artagnan, Porthos ed Aramis si alzarono con un movimento spontaneo, e corsero ad impugnare le spade.
Athos solo restò seduto, quieto e pensoso.
«E dici tu, Grimaud, ch’è vestito da monaco?
«Sì.
«E che uomo è egli?
«Del mio personale, secondo mi riferì l’oste, magro, pallido, con occhi turchini chiari e capelli biondi.
«E.... non ha veduto Raolo? domandò Athos.
«Anzi, si sono incontrati, ed il visconte stesso lo ha condotto presso al letto del moribondo».
Athos senza fiatare si levò a distaccare dal muro il suo brando.
«Ehi, signori! disse d’Artagnan procurando di scherzare, ma sapete che facciamo la figura di tante donnicciuole? Come! noi quattro uomini, che senza far motto siamo stati a fronte a intere armate, ora tremiamo davanti ad un fanciullo!
«Sì, replicò Athos, ma quel fanciullo viene in nome di Dio».
E tutti uscirono in fretta dall’albergo.
XXXIX.
_Lettera di Carlo I._
È d’uopo che adesso il leggitore passi con noi la Senna, e ci segua sino al convento delle Carmelitane in via di San Jacopo.
Sono le undici della mattina, e le divote suore hanno fatto dire una messa pel buon successo delle armi del re Carlo I. Uscite di chiesa, una donna ed una giovinetta, vestite di nero, quella come una vedova e questa come un’orfanella, sono rientrate nella lor cella.
La donna si è genuflessa sur un inginocchiatojo di legno tinto, e a poca distanza da lei la giovane appoggiandosi ad una sedia rimane in piedi e piange.
La donna dev’essere stata bella; ma si scorge che le lacrime le hanno data l’apparenza di vecchia. La giovinetta è vaghissima, e le lacrime l’abbelliscono vie più. La donna mostra aver quarant’anni, la giovane ne ha quattordici.
«Mio Dio! diceva la supplice genuflessa, deh! conservate il mio sposo, il mio figlio, e vi prendete questa mia vita tanto misera e trista.
«Mio Dio! diceva l’altra, deh! conservatemi mia madre!
«Vostra madre non può fare per voi più cosa alcuna in questo mondo, Enrichetta; fece volgendosi l’afflitta che pregava, essa non ha più trono, nè consorte, nè figlio, nè danari, nè amici; vostra madre è abbandonata dall’universo».
E gittandosi nelle braccia della figliuola che si avanzava a sostenerla, proruppe ella pure in singulti.
«Madre mia, fatevi coraggio! seguitò la fanciulla.
«Ah! quest’anno i re sono sfortunati, rispose la più attempata posando la testa sulla di lei spalla, e nessuno in questo paese pensa a noi, chè ognuno pensa ai propri affari. Sino a tanto che fu con noi vostro fratello, ei mi sostenne, ma è partito, ed ora non può dar nuove di sè nè a me nè a suo padre. Io ho impegnate le ultime mie gioje, venduti i miei panni ed i vostri, onde pagare il salario a’ suoi servi, che ricusavano di accompagnarlo se non avessi fatto un tale sacrifizio. E noi siamo ridotte a vivere a spese delle figlie del Signore; siamo poverelle soccorse da Dio.
«Ma perchè non vi rivolgete alla regina vostra sorella? domandò la zittella.
«Ahimè! la regina mia sorella non è più regina, e un altro regna in nome di lei. Un giorno potrete comprendere questo.
«Or bene, allora al re vostro nepote. Volete ch’io gli parli? Sapete quanto mi ama!
«Ah! il re mio nepote non è ancor re, ed egli stesso, non lo ignorate, e venti volte ce lo disse Laporte, egli stesso è sprovvisto di tutto.
«Dunque, volgiamoci a Dio» soggiunse la meschinella.
E s’inginocchiò accanto alla genitrice.
Le due donne così in orazione ad un medesimo inginocchiatojo erano la figlia e la nepote di Enrico IV, la moglie e la figliuola di Carlo I.
Terminavano la duplice preghiera, quando una religiosa battè pian piano all’uscio della cella.
«Entrate, sorella» disse la più attempata alzatasi ed asciugandosi gli occhi.
La monaca schiuse la porta rispettosamente.
«Vostra Maestà si compiacerà scusarmi se la disturbo nelle sue meditazioni, essa disse, ma v’è nel parlatorio un signore straniero arrivato dall’Inghilterra, che domanda l’onore di presentarle una lettera.
«Oh! una lettera! forse del re!... Notizie di vostro padre, al certo! sentite, Enrichetta?
«Sì, l’odo, e lo spero.
«E chi è quel signore?
«Un gentiluomo di quaranta a quarantacinque anni.
«Il suo nome? ha detto il suo nome?
«Milord di Winter.
«Milord di Winter! l’amico del mio sposo! Ah, fatelo entrare!...»
E la regina corsa incontro al messaggiero, gli prese la mano con la massima premura.
Lord di Winter s’inginocchiò e porse un foglio arrotolato dentro un astuccio d’oro.
«Ah! disse la regina, voi ci recate tre cose che da gran tempo non vedemmo: oro, un amico zelante, ed una lettera del nostro sposo e signore».
Di Winter fece un altro saluto, ma non potè rispondere per la troppa commozione.
«Milord, continuò la sovrana accennando la missiva, capite che ho ansietà di sapere che contenga questo foglio.
«Signora, io mi ritiro.
«No, trattenetevi: leggeremo davanti a voi: non capite che ho da farvi mille domande?»
Di Winter retrocedè di alcuni passi, e rimase in piedi e in silenzio.
Madre e figlia dal canto loro eransi ricovrate nel vano della finestra, e scorrevano la seguente epistola:
«Signora e cara sposa
«Eccoci giunti al termine. Tutte le risorse che mi ha lasciate Iddio sono concentrate in questo campo di Naseby, d’onde vi scrivo in fretta. Qua aspetto l’armata de’ miei sudditi ribelli, e vo a contrastare con essi anco una volta. Vincitore, fo perpetuar la lotta; vinto, sono del tutto rovinato. In quest’ultimo caso (ahimè! quando si è nel grado a cui noi siamo, tutto si dee prevedere) voglio tentare di arrivare alle coste di Francia. Ma si potrà, si vorrà ivi accogliere un infelice re che rechi sì funesto esempio in un paese digià sollevato dalle civili discordie? Mi serviranno di guida la vostra saviezza e il vostro affetto. Il latore della presente vi dirà ciò ch’io non posso affidare a’ rischi di un incidente qualunque. Esso vi spiegherà quali diligenze mi aspetto da voi. Gli commetto puranco di recare la mia benedizione a’ miei figli, insieme colle espressioni più cordiali per voi, signora e diletta sposa».
La lettera era firmata, non già _Carlo re_, ma _Carlo ancora re_.
La trista lettura, di cui di Winter osservava tutte le impressioni sul volto della regina, portò pur non ostante nelle di lei pupille un lampo di speme.
«Che non sia pur re! ella esclamò, sia vinto, esule, proscritto, ma viva!... Ah! il trono è oggi un posto troppo periglioso per ch’io desideri ch’ei vi rimanga.... Ma ditemi, milord, non mi occultate nulla, dov’è egli? la sua situazione è tanto disperata quanto egli si crede?
«Più disperata ch’ei non lo pensi, o signora. Sua Maestà ha il cuore sì buono che non comprende l’odio, sì leale che non si figura il tradimento. L’Inghilterra è attaccata da uno spirito di vertigine, ch’io temo non si estingua se non nel sangue.
«Ma lord Montrose? Io aveva udito a parlare di grandi e rapidi successi, di battaglie guadagnate ad Inverlashy, ad Auldone, ad Alfort e a Kilsyth. Avevo inteso dire marciasse alla frontiera per riunirsi al suo re.
«Sì, ma alla frontiera ha incontrato Lesly. Egli aveva stancata la vittoria a forza d’imprese sovrumane, e la vittoria lo ha abbandonato. Montrose battuto a Phillippaugh è stato costretto a licenziare i resti della sua armata ed a fuggire travestito da lacchè. Egli è a Bergen in Norvegia.
«Dio lo salvi! disse la Regina. Almeno è una consolazione il sapere che siano in sicuro quei che tante volte arrischiarono per noi la propria vita. Ed ora che veggo la posizione del re quale essa è, cioè senza scampo, ditemi ciò di che siete incaricato dal mio regio sposo.
«Or bene, rispose di Winter, il re brama che procuriate di penetrare le disposizioni del re e della regina a suo riguardo.
«Ma lo sapete pure! il re è un bambinello, e la regina è una donna anche ben debole: il signor di Mazzarino è tutto.
«Vorrebbe forse fare in Francia la parte che fa Cromvello in Inghilterra?
«No no; è un Italiano scaltro e basso, che probabilmente sogna il delitto, ma non oserà mai commetterlo; ed al contrario di Cromvello che dispone di ambo le Camere a suo talento, Mazzarino non ha altro appoggio che la regina nel suo conflitto col Parlamento.
«Allora, ragione di più perchè protegga un re contro il quale sono accaniti i Parlamenti».
La regina scosse il capo, e disse con qualche amarezza:
«Milord, se ho da giudicare da me stessa, il ministro non farà cosa alcuna, o forse anco sarà contro a noi. Già gli sono di peso la presenza mia e quella di mia figlia in Francia: tanto più quella del re. Milord! è cosa trista e quasi vergognosa a dirsi; ma noi abbiamo passato l’inverno al Louvre, senza danaro, senza panni, quasi senza pane, e spesso non alzandoci dal letto per mancanza di fuoco!
«Orrore! esclamò di Winter, la figlia di Enrico IV, la moglie del re Carlo! E perchè non vi rivolgeste a qualunque di noi?
«Ecco l’ospitalità che dà ad una regina il ministro a cui vuole il re ora richiederla.
«Io però aveva udito a discorrere di un matrimonio tra monsignore principe di Galles e madamigella d’Orleans.
«Sì, lo sperai per un momento; essi si amavano, ma la regina che sul principio avea secondato questo amore ha cangiato idee, ma il duca d’Orleans, che aveva incoraggito il cominciamento della loro familiarità, ha proibito alla figliuola di più pensare ad una tale unione. Ah! (continuava la regina senza nemmeno badare a tergere le lacrime) è meglio combattere come ha fatto il re, e morire come forse ei morrà, che vivere mendicando come fo io.
«Coraggio, signora, coraggio! non disperate; gl’interessi della corona di Francia in questo punto tanto compromessi, sono di combattere la ribellione presso il popolo il più vicino. Mazzarino è uomo di Stato, e comprenderà questa necessità.
«Ma siete sicuro, domandò la regina in atto di dubbio, di non essere prevenuto?
«Da chi? fece di Winter.
«Dai Joyce, dai Priedge, dai Cromvello.
«Da un sartore! da un carrettiere! da un birrajo!... Oh! mi lusingo che il ministro non entrerebbe in alleanza con simili uomini.
«Ed egli stesso che cos’è? seguitò Enrichetta.
«Ma per l’onore del re, per quello della regina....
«Animo, lusinghiamoci che faccia qualche cosa per questo onore; disse Enrichetta. Milord, un amico possiede una sì buona eloquenza che voi mi riconfortate. Sicchè datemi la mano, e andiamo dal ministro.
«Signora, replicò di Winter inchinandosi, tanto onore mi confonde.
«Però, alfine, se egli ricusasse, obiettò la regina, ed il re perdesse la battaglia?
«Allora Sua Maestà si rifugierebbe in Olanda, dove ho inteso dire ch’era monsignore principe di Galles.
«E Sua Maestà potrebbe per la sua fuga riposarsi sopra molti servi eguali a voi?
«Ahimè! no; ma il caso è preveduto, ed io vengo a cercare in Francia degli alleati.
«Alleati! ripetè la regina scuotendo il capo.
«Pur ch’io ritrovi antichi amici ch’ebbi in passato, ribattè di Winter, e tutto garantisco.
«Si vada, milord, riprese Enrichetta colla dolorosa dubitanza delle persone che furono per lungo tempo infelici, si vada, e Dio vi ascolti!»
Ella salì in carrozza, e di Winter a cavallo, seguito da due domestici l’accompagnò vicino allo sportello.
XL.
_Lettera di Cromvello._
Nel momento in cui Enrichetta lasciava il convento per recarsi al Palazzo Reale, smontava da cavallo al portone di quella dimora un tale che avvisava alle guardie aver cose importanti da dire al ministro.
Sebbene Mazzarino avesse sempre paura, siccome aveva però anche più sovente bisogno d’informazioni e consigli, era molto accessibile. Non alla prima porta si trovava la vera difficoltà, facilmente si passava pure la seconda, ma alla terza invigilava oltre la guardia e gli uscieri il fido Bernouin, cerbero cui non rimuoveva parola alcuna, cui non incantava alcun ramo nemmeno se fosse stato d’oro.
E quindi alla terza che accenniamo dovea subire l’interrogatorio formale quegli che chiedeva o reclamava un’udienza.
L’uomo arrivato allora avendo lasciato il suo palafreno legato alle inferriate del cortile, salì la scala grande, e domandò alle guardie nella prima sala:
«Il signor ministro?
«Passate» quelle risposero senza alzare gli occhi, chi di su le carte e chi di su i dadi, e d’altronde contentissime di far capire che non toccava a loro il far l’uffizio di servitori.
Il cavaliero entrò nella sala seconda. A questa stavano in custodia i moschettieri e gli uscieri.
Ed egli ripetè la richiesta.
«Avete una lettera d’udienza? disse un usciere avanzandosi incontro a lui.
«Ne ho una, ma non del ministro.
«Entrate, e fate ricerca del signor Bernouin».
Ciò detto, l’usciere aprì la porta della terza stanza.
Dietro a quella, o per caso o per abitudine, stava in piedi Bernouin, ed aveva inteso tutto.
«Son io quello che cercate, egli disse; di chi è la lettera che recate a Sua Eccellenza?
«Del generale Oliviero Cromvello; favorite dir questo nome a Sua Eccellenza, e riferirmi se vuol ricevermi o no» disse il sopraggiunto.
E rimase là ritto nell’attitudine altera e triste, particolare ai puritani.
Bernouin, dopo aver vôlto su tutta la persona del giovane uno sguardo indagatore, passò di nuovo nel gabinetto del ministro, a cui trasmise le parole del messaggiero.
«Un uomo latore di una lettera di Oliviero Cromvello? disse Mazzarino, e che specie d’uomo?
«Un vero Inglese, monsignore; capelli biondi rossicci, piuttosto rossicci che biondi; occhio grigio, turchino, piuttosto grigio che turchino, e in quanto al resto orgoglio e faccia tosta.
«Dia il dispaccio.