Venti anni dopo

Part 23

Chapter 233,882 wordsPublic domain

«Ebbene, soggiunse l’oste, darò la pietanza e la bottiglia al vostro domestico, e così avrete per di più l’occorrente per iscrivere.

«Fate come vi pare», replicò il giovane.

Ei cominciava allora ad aver relazione con quella classe assolutamente particolare della società, che quando v’erano dei ladri sulle strade era con essi associata, e da quando non ve ne son più li rimpiazza.

L’oste, quieto oramai pel suo introito, posò il foglio e il calamajo, e Raolo principiò la sua lettera.

Il locandiere era rimasto davanti a lui, e considerava con una sorta di ammirazione quel bel volto insieme serio e dolcissimo. La bellezza è stata sempre e sarà sempre regina.

«Questo non è un commensale come quello di poc’anzi; disse l’oste ad Olivain che tornava presso al visconte per vedere se avesse bisogno di nulla; il vostro padrone non ha appetito.

«Tre giorni addietro ne aveva, ma che volete? lo ha perduto da jeri l’altro in qua».

Ed Olivain e il taverniere s’incamminarono verso la locanda, e quegli a questo raccontava, siccome è uso dei lacchè contenti del loro impiego, quanto credeva di poter dire relativamente al giovanetto.

Frattanto Raolo scriveva:

«Signore,

«Dopo quattro ore di viaggio mi fermo per iscrivervi, giacchè ad ogni momento sento di più la vostra assenza, e sono sempre pronto a girar il capo come per rispondere quando voi mi parlavate. Mi ha tanto stordito ed afflitto la vostra partenza e la nostra separazione, che debolmente vi espressi la tenerezza e la riconoscenza che provavo per voi. Ma mi scuserete, mentre il vostro cuore è assai generoso per comprendere ciò che passava nel mio. Scrivetemi, signore, ve ne prego, perchè i vostri consigli sono una parte della mia esistenza: e d’altronde, io oso dirvelo, sono inquieto; mi è sembrato che voi stesso vi accingeste a qualche gita perigliosa, su cui non vi ho interrogato una volta che non ne discorrevate. Sicchè ho grandissima necessità di ricevere vostre nuove. Dacchè non vi ho più vicino, ad ogni istante ho paura di mancare; voi mi sostenevate potentemente, ed oggi, ve lo giuro, mi trovo pur solo!

«Vi compiacerete, se aveste notizie di Blois, di dirmi qualche parola sulla mia piccola amica madamigella de La Vallière, la di cui salute, quando noi partimmo, era in grado di dar pensiero! Capirete, signore, e mio caro protettore, quanto preziose, indispensabili mi siano le rimembranze del tempo che passai al vostro fianco. Spero che alcune volte penserete anche a me, e se in certe ore vi fo mancanza, se risentite un piccolo rincrescimento della mia assenza, mi ricolmerà di gioja l’idea che abbiate compreso il mio affetto e la mia premura per voi, e ch’io abbia avuta la sorte di persuadervene, mentre avevo la fortuna di vivere presso di voi».

Terminata la lettera, Raolo si sentì più in calma; badò attentamente che il servo e l’oste non l’osservassero, e diede un bacio a quel foglio, tacita e commuovente carezza cui il cuore di Athos era capace d’immaginare nello schiudere la lettera.

Nell’intervallo Olivain avea mangiato e bevuto; anco i cavalli si erano rinfrescati. Raolo chiamò a sè con un cenno il taverniere, gittò uno scudo sul tavolino, saltò a cavallo, ed a Senlis mise alla posta la carta.

Il riposo, preso ormai dagli uomini e da’ corsieri, permetteva loro di proseguire il cammino senza trattenersi a Verberie. Raolo impose ad Olivain di raccor notizie del giovine gentiluomo che lo precedeva. Era esso stato veduto a passare tre quarti d’ora prima, e montato sur un buon destriero se n’andava alla lesta.

«Procuriamo di raggiungere quel gentiluomo, disse Raolo ad Olivain, va come noi all’armata, e ci sarà di gradevole comitiva».

Erano le quattro pomeridiane allorchè Raolo arrivò a Compiegne; vi pranzò con ottimo appetito, e nuovamente s’informò del signore che gli era avanti. Erasi desso fermato egualmente che Raolo all’albergo della Campana e della Bottiglia, ch’era il migliore di Compiegne, ed aveva proseguito il tragitto dicendo che voleva andare a pernottare a Noyon.

«Si vada a pernottare a Noyon, fece Raolo.

«Signore, rispose rispettosamente Olivain, permettetemi di farvi osservare che questa mattina abbiamo digià stancato di molto i cavalli. Sarebbe bene, secondo me, di dormir qui e ripartire domattina presto. Bastano diciotto leghe per una prima tappa.

«Il signor conte di la Fère desidera ch’io mi solleciti, disse Raolo, e che io abbia raggiunto il signor Principe nella mattinata del quarto giorno; affrettiamoci dunque sino a Noyon, sarà una tappa simile a quella che abbiamo fatta andando da Blois a Parigi. Arriveremo alle otto ore. Le nostre bestie avranno la nottata per riposarsi, e domattina alle cinque ci rimetteremo in viaggio».

Olivain non osò opporsi a questa determinazione, ma lo seguitò brontolando.

«Andate, andate! diceva fra’ denti, sparate tutto il vostro fuoco alla prima giornata; domani invece di venti leghe ne farete dieci; domani l’altro cinque, e al dì successivo sarete a letto. E là vi toccherà pur riposarvi. Tutti i giovanotti sono veri millantatori!»

Dal che si rileva come Olivain non fosse educato alla scuola dei Planchet e dei Grimaud.

Raolo infatti si sentiva stanco; ma bramava esperimentare le proprie forze, e pasciuto delle massime d’Athos, sicuro di averlo inteso mille fiate a discorrere di tappe di venticinque ore, non voleva restare inferiore al suo modello. D’Artagnan, quell’uomo ferreo che sembrava tutto costrutto di nervi e di muscoli, gli cagionava somma ammirazione.

Andava dunque innanzi, affrettando ognor più il suo destriero non ostante le osservazioni di Olivain, e seguitando per un bel sentiero che conduceva a una barca ed abbreviava di una lega la strada, secondo eragli stato assicurato, quando ecco giungendo in cima ad un colle si vide davanti il fiume. Una piccola comitiva di uomini a cavallo ferma sulla sponda stava pronta ad imbarcarsi. Raolo si figurò che fossero il gentiluomo e la sua scorta; diede un grido di chiamata, ma era ancor troppo lontano per farsi udire; allora, per quanto fosse affaticato il suo corsiero, ei lo mise al galoppo; ma un’ondulazione di terreno tolse in breve a’ suoi sguardi i viaggiatori, e quando egli pervenne sopra una nuova altura, la barca aveva abbandonata la riva e remigava verso il lido opposto.

Raolo, accortosi che non potrebbe arrivare a tempo per passare la chiatta nel medesimo momento che i forestieri, si ristette ad attendere Olivain.

In quel punto s’intese un urlo che sembrava si partisse dal fiume. Raolo si volse dalla parte onde questo veniva, e, mettendosi la mano sugli occhi abbagliati dal sole sul tramonto, esclamò:

«Olivain, che veggo laggiù?»

Fuvvi un secondo grido più penetrante del primo.

«Eh! fece il servo, la corda della barca si è rotta, e la chiatta va alla deriva.... Ma, oh Dio! che v’è mai nell’acqua, che tanto si dibatte?

«Oh sì! disse Raolo guardando verso un dato punto del fiume illuminato oltremodo da’ raggi solari, un cavallo, un cavaliero!....

«Affondano! sommergono!» strillò Olivain.

Ed era vero, ed anche Raolo si accertava che fosse accaduta una disgrazia e che uno si annegasse. Allentò la briglia al suo destriero, gli cacciò gli sproni nella pancia, e l’animale, tormentato dal dolore e sentitosi aperto il varco, balzò di sopra a una specie di parapetto che contornava lo scalo, e cadde nell’acqua, mandando in lontananza grossi flutti di spuma.

«Ah signore! urlò Olivain, che fate mai, Signore Iddio!»

Raolo guidava il suo cavallo verso il disgraziato in pericolo. Era quello però un esercizio a cui egli era già avvezzo. Allevato sulle rive della Loira, era stato per così dire cullato fra le sue onde; cento volte l’aveva tragittata cavalcando, e mille a nuoto: chè Athos, prevedendo l’epoca in cui sarebbe soldato il visconte, lo aveva accostumato a tutte quelle imprese.

«Oh mio Dio! continuava Olivain disperato, che direbbe il signor conte se fosse qui!

«Avrebbe fatto come fo io! rispose Raolo spingendo innanzi vigorosamente la sua bestia.

«Ma io, ma io! strepitava Olivain pallido e dolente agitandosi sulla riva, io come passerò?

«Salta, vigliacco!» replicò Raolo nuotando sempre.

Poi rivoltosi al viaggiatore, che si dibatteva a venti passi di distanza da lui, gli disse:

«Coraggio, signore! coraggio! eccovi ajuto!»

Olivain avanzò, rinculò, fece impennare l’animale che aveva sotto, e indi, punto nel cuore da vergogna, si slanciò come avea fatto il padrone, ma ripetendo:

«Sono morto, siamo perduti!»

Frattanto la chiatta andava rapidamente, trasportata dalla corrente, e si udivano le strida di quei ch’erano sopra.

Un uomo coi capelli grigi si era buttato giù dalla barca, e andava a nuoto assai vigorosamente incontro a quello che affogava; ma avanzava di poco, dovendo muover contro la corrente.

Raolo proseguiva il suo corso ed acquistava assai, ma il cavallo e l’uomo, cui non lasciava mai d’occhio, affondavano! Il destriero non aveva più altro che le nari fuori dell’acqua, ed il padrone, allentate del tutto le redini, stendeva le braccia e mandava indietro la testa. Un minuto di più, e sarebbero spariti amendue.

«Coraggio! fece Raolo, coraggio!

«Troppo tardi! balbettò il giovane, troppo tardi!»

Gli passava l’acqua di sul capo e gli estinse la voce in bocca.

Raolo si slanciò dal cavallo, a cui lasciò il pensiero di salvarsi da sè, ed in tre o quattro bracciate fu vicino al gentiluomo. Afferrò tosto l’animale pel barbazzale, e sollevò la testa fuor dell’acqua; quello allora respirò più liberamente, e quasi avesse compreso che si veniva a dargli ajuto accrebbe oltre misura i suoi sforzi. Nel medesimo tempo Raolo pigliava una mano al giovinotto e la riportava sulla criniera, alla quale essa si aggrappò con la tenacità del misero ch’è presso ad annegarsi. E poi, Raolo, sicuro che il cavaliero non lascerebbe più libera la bestia, si occupò di questa e la diresse verso il lido.

Ad un tratto il palafreno inciampò in un basso fondo e si fermò sull’arena.

«Salvo! gridò colui dai capelli grigi ristandosi egli pure.

«Salvo!» ripetè macchinalmente il gentiluomo, togliendo la destra di sulla criniera e di sopra la sella calandosi fra le braccia di Raolo.

Raolo era lontano due passi e non più dalla sponda; vi portò il viaggiatore svenuto, lo distese sull’erba, gli sciolse i cordoni del collare e gli sfibbiò il giubbetto.

Dopo un minuto, quel tale dalla chioma bigia stavagli accanto.

Olivain, dopo essersi fatto più volte il segno della croce, era alfine approdato, e le genti della chiatta si avviavano meglio che potessero alla riva, ajutandosi con una pertica che per casualità si trovava nella barca.

A poco a poco, mercè l’assistenza di Raolo e di colui che accompagnava il giovine cavalcante, ritornò a mostrarsi la vita sulle pallide guancie del moribondo, il quale aprì gli occhi in principio erranti e smarriti, ma che ben presto si fissarono su colui che lo aveva salvato.

«Ah signore! esclamò, di voi cercavo! senza di voi ero morto!

«Ma si risuscita, come vedete, rispose Raolo, e tutto il male sarà di aver fatto un bagno.

«Oh quanta gratitudine! disse l’uomo dai capelli grigi.

«Eh! siete voi, mio buon d’Arminges! vi ho fatto molta paura, non è così? ma è colpa vostra: eravate mio precettore, perchè non mi faceste imparare a nuotar meglio?

«Signor conte, fece il vecchio, se vi fosse accaduta una disgrazia, non avrei osato giammai presentarmi al maresciallo.

«Ma come fu? domandò Raolo.

«Nel modo il più semplice, replicò quegli a cui erasi dato il titolo di conte; eravamo a circa un terzo del fiume, quando si ruppe la fune. Agli urli e ai movimenti dei barcaruoli il mio cavallo si è spaventato ed è saltato giù. Io nuoto male e non ho ardito slanciarmi. In vece di secondare i moti del povero animale li rendevo inutili, l’impedivo, ed ero in procinto di affogare graziosamente, quando voi siete capitato a puntino per trarmi fuori. Sicchè, signore, ove vogliate, fra noi da ora innanzi sarà amicizia costante sino alla morte.

«Sono in tutto e per tutto vostro servo, ve lo accerto, disse Raolo.

«Io ho nome conte di Guiche, continuò l’altro, mio padre è il maresciallo di Grammont. E adesso che sapete chi sono, mi accorderete l’onore di dirmi chi voi siete?

«Io sono il visconte di Bragelonne, riprese Raolo, ed arrossiva di non poter nominare suo padre conforme aveva fatto il signor di Guiche.

«Visconte, il vostro aspetto, la bontà vostra e il vostro coraggio mi attraggono verso di voi; digià vi avete tutta la mia riconoscenza. Abbracciamoci, vi chieggo la vostra amicizia.

«Signore, soggiunse Raolo rendendo al conte l’amplesso, vi amo già di tutto cuore; quindi, fate conto su di me come sopra un amico zelante.

«Dove andate, visconte?

«All’armata del signor Principe.

«E anch’io! esclamò il gentiluomo esultante; meglio, meglio, faremo insieme il primo sparo di pistola!

«Ottimamente, ottimamente! disse l’ajo, vogliatevi bene; giovani tutti due, non avete di certo che una medesima stella, e dovevate incontrarvi».

I due signorini sorrisero con la fiducia degli anni giovanili.

«Ora, seguitò l’ajo, vi conviene mutar panni; i vostri domestici, ai quali ho dati degli ordini appena sono usciti dalla chiatta, debbono essere digià arrivati alla locanda; e si saranno messi a scaldare biancheria e vino. Venite».

I bei gentiluomini non avevano obiezioni da allacciare alla proposta ed anzi la trovarono buonissima. Saltarono subito a cavallo, guardandosi e ammirandosi scambievolmente. Erano in fatti due eleganti cavalieri, di personale snello e alto, e volti nobili, fronte aperta, sguardo dolce eppur altero, sorriso gentile e accorto. De Guiche poteva aver diciotto anni, ma era poco più grande di Raolo, il quale ne aveva quindici. Si porsero la destra con un moto spontaneo, e dando di sprone fecero l’uno accanto all’altro il tragitto dal fiume all’albergo, quegli, stimando buona e lieta la vita ch’era stato in procinto di perdere, questi, ringraziando Iddio di aver vissuto già abbastanza per aver fatto qualche cosa ch’esser dovesse gradita al suo protettore.

Olivain poi era il solo non molto soddisfatto della bellissima azione del suo padrone. Si torceva le maniche e le falde del giustacuore, pensando che una fermata a Compiegne gli avrebbe risparmiato non soltanto l’accidente dal quale era egli scapolato, ma anco il mal di petto ed i reumatismi che naturalmente dovevano resultarne.

XXXIII.

_Scaramuccia._

Fu breve la permanenza a Noyon, ed ivi tutti dormirono di sonno profondo. Raolo aveva raccomandato che lo destassero se giungeva Grimaud, ma Grimaud non giunse.

I cavalli dal canto loro apprezzarono senza dubbio le ott’ore di assoluto riposo e lo strame abbondante che furon loro concessi. Il conte di Guiche fu destato la mattina alle cinque da Raolo che venne ad augurargli il buon giorno. Fecero colazione prestissimo, ed alle sei avevano già fatto un pajo di leghe.

Il conversare del giovane conte era molto interessante per Raolo. Perciò questi ascoltava attento, e quegli raccontava sempre. Di Guiche, educato in Parigi, dove Raolo non era stato che una volta, in corte, che Raolo non avea mai veduta, le sue scappataggini da paggio, due duelli che avea saputo procurarsi a dispetto degli editti e particolarmente del suo ajo, erano cose curiosissime pel visconte di Bragelonne. Raolo non era stato se non in casa di Scarron, e nominò a Guiche le persone da lui viste colà. Guiche le conosceva tutte, la Neuillan, la d’Aubigné, la Scudery, la Paulet, la Chevreuse; le burlò quasi tutte col massimo spirito, e Raolo temeva che burlasse anche madama di Chevreuse, per cui egli nudriva vera e profonda simpatia; ma, o fosse per istinto, o per affetto verso la duchessa, ei ne disse molto bene, e da cotali elogi si accrebbe per lui l’amicizia di Raolo.

Venne poi il capitolo delle galanterie e degli amori. Su questo rapporto pure Bragelonne aveva assai più da ascoltare che da discorrere, e così fece, e fra tre o quattro avventure, che diremmo un po’ trasparenti, gli sembrò di distinguere che il conte avesse in cuore a pari di lui un’occulta passione.

Di Guiche, secondo noi accennammo, era stato allevato in corte, e di questa conosceva tutti gli intrighi. Era la corte di cui Raolo aveva inteso a parlare dal conte di la Fère, se non che aveva mutato faccia moltissimo dall’epoca stessa in cui Athos l’aveva veduta. Talchè tutta la narrazione di Guiche fu cosa nuova pel suo compagno di viaggio. Il contino, spiritoso e maldicente, passò in rivista tutti quanti; dettagliò gli antichi amori di madama di Longueville con Coligny, il duello di questo sulla Piazza Reale, che gli fu sì funesto, e che la Longueville contemplava di dietro alle persiane; e i di lei nuovi amori col principe di Marsillac, che, a quanto dicevasi, era tanto geloso da voler far ammazzare una quantità di gente, ed anco il d’Herblay; gli amori del signor principe di Galles con Madamigella, la quale in appresso fu chiamata la Grande Madamigella, tanto celebre dappoi pel suo matrimonio segreto con Lauzun; neppur fu risparmiata la regina, e toccò la sua parte anche al ministro Mazzarino.

La giornata passò rapida come un’ora. L’ajo del conte, uomo di mondo, alla buona, sapientissimo fino ai denti (conforme diceva l’alunno), rammentò varie volte a Raolo la somma erudizione e le graziose e pungenti ironie di Athos; ma per la delicatezza e la nobiltà delle maniere nessuno poteva stare a confronto col signor di la Fère.

I cavalli, strapazzati meno del dì precedente, si fermarono vergo le quattro pomeridiane ad Arras. Si avvicinavano al teatro della guerra, e fu risoluto di trattenersi in quella città sino all’indomani, perocchè alcune brigate di Spagnuoli profittavano spesse fiate della notte per far delle corse sino nei dintorni di Arras.

L’armata francese occupava da Pont-à-Marc sino a Valenciennes ritornando sopra Douai. Si diceva che il signor Principe fosse in persona a Bethune.

L’armata nemica si estendeva da Cassel a Courtray; e siccome commetteva ogni sorta di violenze e di saccheggio, le povere genti delle frontiere abbandonarono le proprie abitazioni isolate venendo a rifugiarsi nelle città forti che promettevano loro un asilo. Arras era piena di fuggiaschi.

Si parlava di una prossima battaglia, la quale esser doveva decisiva, avendo il signor Principe manovrato fino allora soltanto nell’aspettativa dei rinforzi che alla fine erano giunti. I nostri giovanotti si rallegravano di esser capitati così a puntino.

Cenarono insieme e dormirono nella stessa camera. Erano nell’età delle pronte amicizie, e a lor pareva di conoscersi sin dalla nascita e di non potersi lasciare mai più.

S’impiegò la serata a discorrere di guerra; i servidori forbirono le armi; i padroni caricarono le pistole pel caso di qualche scaramuccia, e alla domane si destarono smaniosi perchè ambedue si erano sognati che arrivavano troppo tardi per prender parte alla battaglia.

Nella mattina si sparse la voce che il principe di Condé avesse evacuata Bethune per ritirarsi a Carvin, lasciando però guarnigione nella prima di queste città; ma siccome codesta notizia nulla presentava di positivo, i due giovani risolsero di continuare il loro cammino verso Bethune, salvo a voltare a diritta viaggio facendo e dirigersi poi a Carvin.

L’ajo del conte di Guiche conosceva perfettamente il paese; in conseguenza ei propose di pigliare una scorciatoia ch’era in mezzo fra la via di Lens e quella di Bethune. Ad Ablain si ricercherebbero le informazioni opportune. Per Grimaud fu lasciato un itinerario.

La partenza ebbe luogo intorno alle sette della mattina.

Guiche, piuttosto caldo, diceva a Raolo:

«Eccoci in tre padroni e tre servi; i nostri servi sono ben armati, ed il vostro mi sembra deciso.

«Non l’ho mai veduto all’opra, rispose Raolo, ma è Bretone, e ciò promette assai.

«Sì, sì, e son certo che all’occasione tirerebbe la sua schioppettata. Io per me ho due uomini sicuri che hanno guerreggiato con mio padre; talchè insieme rappresentiamo sei combattenti. Se trovassimo una piccola truppa di partigiani uguale per numero alla nostra ed anco superiore, forse non faremmo una scarica?

«Sì, signore, rispose il visconte.

«Olà, giovanotti! disse l’ajo immischiandosi nella conversazione, cospetto! come andate alla lesta! e le mie istruzioni, signor conte? vi dimenticate che ho l’ordine di condurvi sano e salvo presso al signor Principe? Una volta che sarete all’armata, fatevi ammazzare se così vi piace, ma di qua a là vi prevengo che nella mia qualità di generale d’esercito comando la ritirata e volto le spalle al primo spennacchio che vedo».

Di Guiche e Bragelonne si guardarono sott’occhi e sorridendo. Tratto tratto s’incontravano piccole comitive che si ritiravano mandando avanti i loro bestiami, e trascinando nelle carrette o portando a braccia le lor robe più preziose.

Si giunse senza disgrazie sino ad Ablain. Ivi si cercarono notizie, e si seppe che il signor Principe aveva realmente abbandonato Bethune e se ne stava fra Cambrin e la Venthie. Allora si riprese, sempre lasciando a Grimaud la sua carta, una scorciatoja che in mezz’ora mise la piccola compagnia sulla sponda di un ruscelletto il quale va a gettarsi nella Lys.

Era un’amena contrada, troncata da belle valli verdi al pari dello smeraldo. Di quando in quando si trovavano piccoli boschi traversati dal sentiero su cui si andava. Ad ognuno di que’ boschi, in previsione di qualche imboscata l’ajo faceva ire innanzi i lacchè del conte che così formavano la vanguardia. L’ajo stesso e i due signorini rappresentavano il corpo d’armata, ed Olivain con la carabina sul ginocchio e gli occhi attenti invigilava da tergo.

Da un poco di tempo si scorgeva all’orizzonte una folta macchia. Il signor d’Arminges, pervenuto che fu a distanza di cento passi da quella, prese le sue precauzioni consuete, e mandò avanti i due domestici di Guiche.

Costoro dunque erano spariti sotto gli alberi; i due amici e il precettore, ciarlando e scherzando, li seguitavano da un centinaio di passi indietro. Olivain si manteneva a tergo ad ugual lontananza, quando ecco in un subito udirsi cinque o sei spari di moschetto. L’ajo gridò di far alto; i gentiluomini obbedirono e fermarono i cavalli. E nel medesimo momento si videro tornare indietro i due servi.

Guiche e Raolo, impazienti di conoscere la causa di quella fucilata, diedero di sprone per andar verso i domestici. D’Arminges correva appresso.

«Siete stati arrestati? domandarono con impeto il contino e il visconte.

«No, risposero i lacchè, è anzi probabile che nessuno ci abbia visti; gli spari hanno avuto luogo da cento passi più innanzi di noi, nel più folto della macchia, e siamo venuti in qua per domandar consiglio.

«Il mio consiglio, ed in caso di bisogno la mia volontà, fece il signor d’Arminges, si è di batter la ritirata; in questo bosco può celarsi un agguato.

«Dunque nulla avete veduto? chiese il conte ai suoi famigli.

«Mi è sembrato, rispose uno di costoro, di scorgere due cavalieri vestiti di giallo che scorrevano giù nel letto del ruscello.

«Così è! disse l’ajo, siamo caduti in una banda di Spagnuoli. Indietro, signori!»

I due giovani si consultarono con uno sguardo furtivo, e nell’istante si udì una pistolettata e tre o quattro grida che chiamavano ajuto.

Guiche e Bragelonne con un’altra occhiata fra loro ricambiata si accertarono che ognun di loro fosse nell’intenzione di non retrocedere, e siccome l’ajo aveva già fatto voltare il suo cavallo, si slanciarono avanti, urlando, Raolo: «Qua, Olivain, a me!» e il conte di Guiche: «Qua a me, Urbano e Blanchet!»

E prima che il precettore si fosse calmato dall’estremo stupore, erano già spariti nella selva.

Nell’atto che cacciavano gli sproni nel ventre ai palafreni impugnavano le pistole.

A capo a cinque minuti furono sul sito d’onde pareva fosse venuto il rumore. Allora cominciarono ad inoltrarsi più adagio e cautamente.

«Zitto! disse di Guiche, gente a cavallo!

«Sì, tre a cavallo, e tre smontati.

«Che fanno? lo vedete?