Venti anni dopo

Part 22

Chapter 223,868 wordsPublic domain

«Realmente siete in diffidenza? domandò Porthos.

«Di Aramis sì, dacchè è abate. Non potete figurarvi com’è diventato; egli par che siamo contrarj al suo avanzamento, e forse non gli increscerebbe di levarci di mezzo.

«Ah! per Aramis è tutt’altro, confermò Porthos, e non mi sorprenderebbe.

«Il signor di Beaufort può tentare alla sua volta di far arrestar noi.

«Oibò! subito che ci aveva nelle mani e ci ha lasciati liberi! E poi mettiamoci in guardia, e conduciamo Planchet colla sua carabina.

«Planchet è della _Fronda_.

«Maledette le guerre civili! non si può più far conto nè su gli amici nè su’ propri servi. Ah! se fosse qua il misero Mousqueton! Quegli non mi abbandonerà mai!

«Finchè sarete ricco! eh! non sono le guerre civili che ci disuniscono; è che non abbiamo più venti anni ciascuno, è che i leali impulsi della gioventù sono spariti per dar luogo al mormorio degli interessi, al soffio delle ambizioni, ai consigli dell’egoismo. Sì, avete ragione, Porthos: andiamoci, ma ben armati. Se no, direbbero che abbiam timore. Olà, Planchet!»

Planchet accorse alla chiamata di d’Artagnan.

«Fate porre la sella ai cavalli, e pigliate la vostra carabina.

«Ma, signore, prima di tutto, contro a chi si va?

«Non si va contro ad alcuno, disse d’Artagnan, è una semplice misura di precauzione per il caso che fossimo assaliti.

«Sapete, signore, ch’è stato tentato di uccidere il consigliere Broussel, il padre del popolo?

«Eh! davvero?

«Sì, ma è stato ben vendicato, poichè il popolo lo ha riportato a casa a braccia. Da jeri in qua la sua abitazione è sempre piena. Ha ricevuto visita dal coadjutore, dal signor di Longueville e dal principe di Conti. Le signore di Chevreuse e di Vendome si son fatte dare in nota alla porta, e adesso quando vorrà....

«Ebbene, quando vorrà?...»

Planchet si diede a cantarellare:

Un vent de Fronde S’est levé ce matin; Je crois qu’il gronde Contre le Mazarin. Un vent de fronde S’est levé ce matin.

«Non mi sorprende più, osservò sotto voce d’Artagnan a Porthos, che il Mazzarino avesse avuto più caro ch’io avessi distrutto affatto il suo consigliere.

«Comprendete dunque, soggiunse Planchet, che se mi ordinate di pigliare la mia carabina per qualche intrapresa simile a quella tramata contro il signor Broussel....

«No, no, sta quieto.... Ma da chi avesti tutti questi dettagli?

«Oh da fonte buona! gli ho avuti da Friquet.

«Da Friquet? fece d’Artagnan, codesto nome mi è noto.

«È il figliuolo della serva del signor Broussel, un certo tomo che, vi assicuro, in una sommossa non rimarrà indietro.

«Non è egli cantore a Nostra Signora?

«Sì, appunto: è protetto da Bazin.

«Ah! lo so.... e poi cameriere all’osteria della Calanda?

«Precisamente.

«Che v’interessa di quel ragazzaccio? domandò Porthos.

«Eh! mi ha dato digià de’ buoni schiarimenti, e all’occorrenza potrebbe somministrarmene degli altri.

«A voi, che foste vicino ad ammazzare il suo padrone?

«E chi glie lo dirà?

«È vero».

Nel momento stesso entravano in Parigi Athos ed Aramis dal sobborgo sant’Antonio. Si erano rinfrescati per la strada, e si affrettavano onde non mancare al convegno. Li accompagnava il solo Bazin. Grimaud, conforme ci rammentiamo, era restato per assistere Mousqueton, e doveva raggiungere direttamente il giovine visconte di Bragelonne che si recava all’armata di Fiandra.

«Adesso, disse Athos, ci conviene entrare in qualche albergo per vestirci da città, posare le pistole e le spade, e disarmare il nostro servo.

«Nulla, nulla, caro conte, ed in questo mi permetterete, non solo di non essere del vostro parere, ma anche di procurare di condurvi al mio.

«E perchè?

«Perchè andiamo ad un convegno di guerra.

«Aramis, che volete mai dire?

«Che la Piazza Reale è un seguito della strada maestra del Vendomese e non altro.

«Come! i nostri amici?...

«Sono diventati i nostri nemici più pericolosi; Athos, credete a me; diffidiamo, e diffidate voi specialmente.

«Oh! mio caro d’Herblay!

«Chi vi dice che d’Artagnan non abbia gettata addosso a noi la sua sconfitta e prevenuto il ministro? chi vi dice che il ministro non profitti di questo appuntamento per farci arrestare?

«E che! v’immaginate che d’Artagnan e Porthos diano mano ad una tale iniquità?

«Tra amici, dite benissimo, sarebbe iniquità; fra nemici, ch’è astuzia».

Athos incrociate le braccia calò la testa sul petto.

«Che volete? seguitò Aramis, gli uomini son fatti così, e non son sempre in età di venti anni. Noi abbiamo offeso crudelmente, voi lo sapete, quell’amor proprio che guida ciecamente le azioni di d’Artagnan. Egli è stato vinto. Non lo udiste forse disperarsi sulla strada? In quanto a Porthos, la sua baronia dipendeva probabilmente dal di lui buon esito in questo affare. Ebbene! esso ha incontrati noi come intoppi, e neppur questa volta sarà barone. Chi vi assicura che la famosa Baronia non vada collegata col nostro abboccamento di stassera? Athos, prendiamo le nostre precauzioni.

«Ma se essi venissero senz’armi, Aramis, che vergogna per noi!

«Non dubitate, vi garantisco che ciò non succederà. D’altronde noi abbiamo una scusa: arriviamo da un viaggio, e siamo ribelli.

«Scuse! ci tocca prevedere il caso in cui avessimo bisogno di scuse dirimpetto a d’Artagnan, a Porthos! Oh, Aramis! (continuava Athos scuotendo mestamente il capo) sull’anima mia, voi mi rendete il più disgraziato di tutti gli uomini! togliete ogni dolce illusione ad un cuore che non era morto affatto all’amicizia! Ecco, preferirei, ve lo giuro, che uno me lo strappasse dal petto. Andateci come vi piace, io vi andrò inerme.

«Ed io non lascerò che veniate così. Non più un uomo, non più Athos, nemmeno più il conte di la Fère, tradireste con tal debolezza, ma un intero partito a cui appartenete e che conta su di voi.

«Sia fatto come voi dite» riprese Athos addolorato.

E proseguirono il loro cammino.

Appena arrivavano dalla via del Passo della Mula ai cancelli della piazza deserta, videro sotto l’arcata e sullo sbocco della contrada di santa Caterina tre uomini a cavallo.

Erano d’Artagnan e Porthos avvolti nei ferrajuoli, che tenevano in alto le spade, e dietro ad essi Planchet col moschetto sulla coscia.

Athos ed Aramis scesero da cavallo scorgendo d’Artagnan e Porthos. Questi fecero lo stesso. D’Artagnan osservò che i tre corsieri invece di esser retti da Bazin erano legati agli anelli del loggiato, e ordinò a Planchet di far come faceva Bazin.

Allora a due per due, seguiti dai rispettivi servi, si avanzarono, e salutaronsi scambievolmente con molta cortesia.

«Signori, dove gradite che discorriamo?» domandò Athos.

Egli si era accorto che parecchie persone si fermavano a guardarli come si trattasse di uno di quei famosi duelli tuttavia viventi nella memoria dei Parigini, e soprattutto di coloro che abitavano sulla Piazza Reale.

«Il cancello è chiuso, disse Aramis, ma se questi signori amano il fresco sotto gli alberi ed una solitudine inviolabile, piglierò la chiave al palazzo di Rohan e staremo egregiamente».

D’Artagnan cacciò lo sguardo fra l’oscurità della piazza, e Porthos arrischiò la testa fra due regoli per iscandagliare quelle tenebre.

«Se preferite un altro luogo, seguitò Athos con la sua maniera nobile e insinuante, scegliete pure.

«Io credo che codesto posto, qualora il signor d’Herblay possa procurarsene la chiave, sarà il migliore di ogni altro».

Aramis si discostò subito, avvertendo Athos di non restar solo così vicino a d’Artagnan e Porthos; ma quegli a cui veniva dato tal consiglio sorrise in atto sprezzante, e mosse un passo verso i suoi antichi amici.

Realmente Aramis era andato a bussare al palazzo di Rohan, e in breve ricomparve con un uomo che gli diceva:

«Me lo giurate, signore?

«A voi, fece Aramis dandogli un luigi.

«Ah! mio gentiluomo, non volete giurare? disse il custode di mal umore.

«E si può giurare di nulla?... vi asserisco soltanto che adesso quei signori sono amici nostri.

«Sì, certamente» confermarono freddamente Athos, d’Artagnan e Porthos.

D’Artagnan aveva udito il dialogo, e capito ogni cosa.

«Vedete? domandò a Porthos.

«Che ho da vedere?

«Che non ha voluto giurare.

«Giurare di che?

«Quell’uomo intendeva che Aramis gli giurasse che non andavamo sulla Piazza Reale per batterci.

«Ed egli vi si è ricusato?

«Sì.

«Dunque attenti!»

Athos non perdeva di vista i due interlocutori. Aramis aprì la porta e si trasse da parte acciò potessero entrare d’Artagnan e Porthos. Il primo di questi due nel passare impegnò la impugnatura della sua spada nei ferri del cancello, e fu costretto a disvolgersi dal ferrajuolo, lo che facendo, discoperse il calcio rilucente delle pistole su cui si rifletteva un raggio di luna.

«Vedete? disse Aramis, con una mano toccando Athos sulla spalla e con l’altra additandogli l’arsenale che portava d’Artagnan alla cintola.

«Ohimè, si!» rispose Athos con un sospiro.

E passò avanti per terzo. Aramis entrò ultimo, e si chiuse dietro il cancello. I due domestici rimasero fuori, ma quasi che essi pure diffidassero un dell’altro si trattennero a qualche distanza.

XXXI.

_La Piazza Reale._

Camminarono in silenzio sino al centro della piazza, ma siccome in quel momento era uscita la luna di sotto un nuvolo, rifletterono che in luogo tanto scoperto sarebbero veduti, e si diressero verso i tigli ove l’ombra era più folta.

Stavano distribuiti a varj spazj dei sedili. I quattro gentiluomini si fermarono dinanzi ad uno, Athos fe’ un cenno, d’Artagnan e Porthos si assisero; Athos ed Aramis rimasero in piedi davanti ad essi.

Indi a breve pausa, durante la quale ciascuno sentiva la difficoltà d’incominciare la spiegazione, Athos disse:

«Signori, una prova del potere dell’antica nostra amicizia si è la nostra comparsa al convegno; nessuno v’ha mancato, sicchè nessuno aveva da farsi rimproveri.

«Ascoltate, signor conte, rispose d’Artagnan, invece di farci dei complimenti che forse non meritiamo, spieghiamoci da uomini di cuore.

«Non bramo di meglio. Vi conosco schietto; parlate con tutta franchezza: avete qualche cosa di cui far rampogna a me od al signor abate d’Herblay?

«Sì; disse d’Artagnan, quando ebbi l’onore di vedervi al castello di Bragelonne, vi recavo delle proposizioni che voi comprendeste; in luogo di rispondermi come a un amico, mi burlaste come un bambino, e l’amistà che tanto vantate non fu troncata jeri dall’urto delle nostre spade, ma dalla vostra dissimulazione nella vostra propria dimora.

«D’Artagnan! fece Athos in dolcissimo tuono di lagnanza.

«Mi chiedete franchezza, ed eccola; domandate che cosa io pensi, e ve lo dico; ed ora ho altrettanto per voi, signor abate d’Herblay; con voi ho agito egualmente, e parimente m’ingannaste.

«In verità, siete singolare! disse Aramis, veniste per farmi delle proposizioni: ma me le faceste? signor no; mi scandagliaste, e niente altro. Che vi dissi? che Mazzarino era un mascalzone e che non servirei Mazzarino. Ma non più di così. Vi dichiarai forse che non avrei servito un altro? Al contrario, mi pare che vi feci intendere ch’ero tutto dei principi. Anzi, se non m’inganno, scherzammo piacevolmente sul caso probabilissimo in cui riceveste dal ministro l’incarico di arrestarmi. Siete uomo di parte? sì, senza alcun dubbio. Or bene, e perchè noi non dobbiamo essere uomini di parte? Voi avete il vostro segreto come noi abbiamo il nostro; non ce li siamo ricambiati, meglio così! è prova che sappiamo custodire i nostri segreti.

«Di nulla vi fo rimprovero, signore; ribattè d’Artagnan, solo perchè il signor conte di la Fère parlava di amistà, sono passato ad esaminare il vostro contegno.

«E in questo che trovate?» domandò con alterigia Aramis.

Corse il sangue alle tempie a d’Artagnan, ed egli si alzò dicendo:

«Trovo ch’è quello di un ipocrita».

Porthos ancora si era levato in piedi; talchè i quattro signori stavano diritti e minacciosi uno di faccia all’altro.

Alla risposta di d’Artagnan, Aramis fece un movimento come per metter mano alla spada.

Athos lo trattenne.

«D’Artagnan, esso disse, voi qui venite questa sera, tuttavia furibondo per la nostra avventura di jeri. Io vi stimava di cuore assai grande perchè in voi un’amicizia di venti anni resistesse ad una disfatta di amor proprio di un quarto d’ora. Orsù, ditelo a me: vi sembra di avere di che incolparmi? Se sono in fallo, io lo riconoscerò».

La voce grave ed armoniosa di Athos aveva sempre sovra d’Artagnan l’usata influenza, laddove quella di Aramis diventata aspra e stridula ne’ suoi momenti di mal umore lo irritava. Quindi ci replicò al primo:

«Mi pare, signor conte, che voi avevate da farmi una confidenza nel castello di Bragelonne, e che questo signore (ed accennava Aramis) aveva da farmene una nel suo convento; io allora non mi sarei slanciato in un’avventura in cui dovevate chiudermi la strada. Bensì perchè sono stato prudente, non avete già a prendermi per uno stolido. Se avessi voluto esaminare a fondo la condotta che tiene il signor d’Herblay, lo avrei costretto a parlare.

«Di che cosa v’ingerite? esclamò Aramis pallido dalla collera sicuramente pel dubbio che gli nacque che d’Artagnan lo avesse veduto con madama di Longueville.

«M’ingerisco di ciò che mi riguarda, e so far mostra di non aver visto quel che non mi riguarda; ma aborrisco gl’ipocriti, ed in questa categoria pongo i moschettieri che fanno da abati e gli abati che fanno da moschettieri, ed il signore qui presente (seguitò volgendosi verso Porthos) è della mia opinione».

Porthos che non aveva ancor parlato, non rispose se non con una parola ed un gesto.

Disse sì, e diè mano alla spada.

Aramis fece un salto all’indietro e sguainò la sua. D’Artagnan s’incurvò, pronto ad attaccare o a difendersi.

Allora Athos stese la destra con quell’atto di supremo comando tutto proprio di lui, cavò lentamente e ferro e fodero insieme, spezzò nel fodero il ferro battendoselo sul ginocchio, e gettò i due pezzi a man dritta.

Indi voltosi ad Aramis gli disse:

«Aramis, troncate la vostra spada».

Questi però titubava.

«Così bisogna» soggiunse Athos.

E poi con voce più bassa e dolce:

«Così voglio».

Aramis, ancor più pallido, ma soggiogato da quel gesto, dominato da quella voce, ruppe la lama pieghevole, incrociò le braccia, ed aspettò bollendo di rabbia.

Questo movimento fece retrocedere d’Artagnan e Porthos; il primo non cavò fuori il brando, l’altro ripose il suo.

«Giammai, disse Athos alzando verso il cielo la destra, giammai, lo giuro innanzi a Dio che ne vede e ne ascolta, durante la solennità di questa nottata, l’arme mia non toccherà le vostre; giammai il mio occhio non avrà per voi uno sguardo d’ira, nè il mio cuore un sol palpito d’odio. Noi vivemmo insieme, insieme odiammo ed insieme amammo; tra noi si sparse il nostro sangue, e si confuse, e forse aggiungerò pure, fra noi v’ha un vincolo più possente di quello dell’amistà, forse v’ha il contratto e l’unione del delitto; imperciocchè tutti e quattro abbiamo condannato, giudicato, giustiziato un essere umano che non avevamo probabilmente diritto di torre da questo mondo, per quanto, meglio che a questo mondo sembrasse appartenere all’inferno. D’Artagnan, io sempre vi amai come un mio figlio; Porthos, per dieci anni dormimmo uno a fianco dell’altro; Aramis è vostro fratello come mio, giacchè vi ha amati come io vi amo e vi amerò sempre. Che può essere Mazzarino, per noi, che sapemmo forzare la mano e il cuore di un uomo qual era Richelieu? Ch’è egli questo o quel principe, per noi che abbiamo consolidata la corona sul capo ad una regina? D’Artagnan, io vi domando perdono di aver incrociato il ferro con voi; altrettanto fa Aramis per Porthos. E adesso, aborritemi, se potete, ma io vi giuro che ad onta dell’odio vostro, non avrò per voi se non stima ed amicizia.... Aramis, ripetete le mie parole, e indi, s’essi il vogliono e voi pure il volete, si abbandonino per sempre gli antichi nostri amici».

Fuvvi un istante di silenzio solenne. Così lo troncò poscia Aramis:

«Io giuro (e favellava con la fronte serena e sguardo leale, ma con tal voce in cui sentivasi un ultimo tremito di agitazione) giuro che non ho più verun odio contro a coloro che furono miei amici; giuro che provo rammarico, o Porthos, di aver toccato la vostra spada; giuro alfine, che non solo la mia non sarà più rivolta al vostro petto, ma anche nelle più arcane profondità del mio pensiero non rimarrà nell’avvenire tampoco apparenza di sentimenti ostili contro di voi. Venite, Athos».

Athos fece un moto per ritirarsi.

«Oh no, no! non ve ne andate! esclamò d’Artagnan trasportato da uno di quegli impulsi irresistibili che discuoprivano il calore del suo sangue e l’ingenua rettitudine dell’animo suo, non ve ne andate! chè anch’io ho da fare un giuramento. Giuro che darei fino all’ultima goccia del mio sangue, sino all’ultimo brano delle mie carni, per conservare la stima di un uomo simile a voi, Athos, l’amicizia di un par vostro, Aramis».

E si gettò nelle braccia di Athos.

«Figlio mio! disse Athos premendoselo al seno.

«Ed io, fece Porthos, non giuro niente, ma scoppio, cospettone! Se dovessi battermi con voi, credo che mi lascerei infilzare da parte a parte, giacchè non ho voluto bene al mondo altro che a voi».

Ed il buon Porthos proruppe in pianto buttandosi fra le braccia di Aramis.

«Amici miei, disse Athos, ecco ciò che speravo, ecco ciò che attendevo da due cuori come i vostri. Sì, l’ho detto e lo ripeto, i nostri destini sono irrevocabilmente congiunti, abbenchè noi seguiamo un sentiero diverso. Io rispetto la vostra opinione, d’Artagnan; rispetto la vostra convinzione, Porthos; ma quantunque combattiamo per cause opposte, manteniamoci amici; i ministri, i principi, i re, passeranno come un torrente, la guerra civile a modo di una fiamma, ma noi rimarremo, oh sì! ne ho un presentimento.

«Sì, approvò d’Artagnan, siamo pur sempre moschettieri, e serbiamo per unica bandiera quel famoso tovagliuolo del bastione di San Gervasio dove il gran ministro aveva fatto ricamare tre gigli.

«Sì! esclamò Aramis, o del ministro o della Fronda, a noi che monta? Ritroviamo i nostri buoni padrini pei duelli, gli amici zelanti per gli affari, i lieti compagni pei piaceri!

«Ed ogni volta, seguitò Athos, che c’incontreremo nella mischia, alle sole parole di: _Piazza Reale!_ trasportiamo le spade alla mano sinistra, e ci porgiamo la diritta, quando anche fossimo in mezzo alle più orribili carneficine.

«Voi parlate divinamente, disse Porthos.

«Siete il più grande fra gli uomini! seguitò d’Artagnan, e ci superate almeno di dieci cubiti».

Athos sorrise di gioja ineffabile.

«Sicchè, egli disse, è concluso? Animo, signori, la mano. Siete un pochino cristiani?

«E come! rispose d’Artagnan.

«Lo saremo in questa occasione per mantenerci fedeli al nostro giuramento, fece Aramis.

«Ah! continuò Porthos, per me sono pronto a giurare. Il diavolo mi porti se sono stato mai contento come in questo istante.»

Ed il buonissimo uomo si asciugava gli occhi.

«V’è uno di voi altri che abbia una croce?» domandò Athos.

Porthos e d’Artagnan si guardarono tentennando il capo come gente presa alla sprovvista.

Aramis, sorridendo, si trasse di seno una croce di diamanti che teneva sospesa al collo con un filo di perle.

«Eccone una, egli disse.

«Or bene, riprese Athos, giuriamo su questa croce di essere uniti sempre e a qualunque costo, e possa questo giuramento vincolare non solo noi, ma anco i nostri discendenti. Questo giuro vi accomoda?

«Traditore! mormorò piano d’Artagnan chinatosi all’orecchio ad Aramis, ci avete fatto giurare sul crocifisso di una della Fronda!»

XXXII.

_La barca dell’Oise._

Noi speriamo che il leggitore non abbia dimenticato del tutto il giovane viaggiatore che lasciammo su la strada di Fiandra.

Raolo, perduto di vista il suo protettore che era rimasto attento a seguirlo cogli occhi di faccia alla basilica reale, spronò il suo cavallo, prima per sottrarsi agli angosciosi suoi pensieri, e indi per occultare ad Olivain la commozione che gli alterava il sembiante.

Un’ora di rapido cammino ebbe presto dissipati tutti i cupi vapori che attristata avevano l’immaginazione tanto ricca del giovanetto. Il piacere ignoto di esser libero, piacere ch’è dolce per sino a quelli che mai non soffersero la dipendenza, al cospetto di Raolo indorò terra e cielo, e soprattutto il lontano ed azzurro orizzonte della vita che appellasi _avvenire_.

Bensì, dopo varie tentate conferenze con Olivain, ei si accorse che molte giornate trascorse in cotal guisa riuscirebbero triste, e gli tornò alla memoria la favella del conte, sì persuadente e interessante, in proposito delle città che si percorrevano, e sulle quali nessuno poteva più dargli le preziose notizie che avrebbe ricavate da Athos, la più dotta e divertevole di quante guide vi fossero.

Ed un’altra rimembranza pure affliggeva Raolo: al suo giungere a Louvres, aveva egli veduta, perduto dietro ad un gruppo di pioppi, una piccola villa o castello, la quale gli aveva talmente rammentata quella di La Vallière, ch’ei si era fermato per dieci minuti a contemplarla, ed aveva ricominciato il suo viaggio sospirando, senza nemmeno rispondere ad Olivain che rispettosamente lo aveva interrogato su la causa di tanta sua attenzione. L’aspetto degli oggetti esteriori è un conduttore misterioso che corrisponde alle fibre della memoria e talvolta va a risvegliarle a nostro malgrado; ridestato quel filo alla guisa di quello di Arianna, e’ conduce in un labirinto di pensieri dove uno si smarrisce seguitando l’ombra del passato che nomasi _rimembranza_. E l’aspetto di quel castello avea respinto Raolo lontano cinquanta leghe dal lato d’occidente, e fatta risalire la sua vita al momento in cui egli avea tolto commiato dalla piccola Luigia sino a quello in che l’avea veduta pella prima volta, ed ogni gruppo di querce, ogni banderuola distinta in cima ad un tetto di lavagne, gli ricordava qualmente, anzi che riedere verso gli amici di sua fanciullezza, se ne allontanava ad ogni momento di più, e forse ancora abbandonati li aveva per sempre.

Gonfio il cuore, grave la testa, ordinò a Olivain di menare i cavalli sino a un piccolo albergo che scorgeva sulla strada a mezzo tiro di schioppo circa più innanzi del luogo dove erano giunti. Egli smontò, soffermossi sotto un bel gruppo di castagni in fiore intorno a’ quali ronzavano le api, e domandò ad Olivain di fargli recare dall’oste carta da lettere e inchiostro sopra un tavolino che ivi pareva bello e apparecchiato per iscrivere.

Olivain obbedì e continuò il suo viaggio, intanto che Raolo sedeva appoggiando il gomito sul tavolino, ed i suoi sguardi si perdevano confusi sull’ameno paesetto cosparso di verdi campi e gruppi d’alberi, e tratto tratto facendosi cadere dai suoi capelli quei fiori che scendevano sopra di lui come fiocchi di neve.

Raolo stava colà da quasi dieci minuti, e da cinque circa si smarriva nelle sue meditazioni, allorchè nel circolo che abbracciavano i suoi sguardi distratti vide muovere una figura rossa, la quale, con un tovagliuolo attorno alla vita ed uno sul braccio, ed in testa un berretto bianco, gli si avvicinava, tenendo in mano carta inchiostro e penna.

«Ah, ah! disse la figura così apparsa, si vede che tutti i gentiluomini hanno idee consimili, poichè non è un quarto d’ora che un giovane signore a cavallo come voi, di nobile aspetto pari vostro, e a un dipresso della stessa età, si è fermato in questo posto, ci ha fatto portare codesta tavola e la seggiola, e vi ha pranzato insieme a un vecchio che sembrava un ajo, con un pasticcio senza lasciarne un pezzetto, e una bottiglia di Macon senza scordarsene una goccia. Ma per fortuna abbiamo ancora della roba eguale, e se vossignoria mi comanda.....

«No, mio caro, rispose sorridendo Raolo, vi ringrazio; per adesso non ho bisogno che delle cose che vi ho fatto chiedere; solamente mi sarebbe grato che l’inchiostro fosse nero e la penna buona, e a questo patto pagherei quello a prezzo di pasticcio e questa a prezzo di vino.