Part 18
«Il vostro bagaglio vi aspetta, gli rispose Athos; io ho fatto fare la valigia sotto i miei occhi, e nulla vi mancherà. Dev’essere digià posta addosso ai cavalli, ugualmente che la sacca del servitore, se il mio comando si è eseguito esattamente.
«Con ogni precisione e secondo la vostra volontà, signor conte, avvertì Olivain, e i cavalli attendono.
«Ed io stava a dormire! esclamò Raolo, mentre voi avevate la bontà di provvedere a tutte queste cose! ma davvero mi colmate di tratti d’immensa bontà!
«Sicchè mi amate un poco, almeno io lo spero, replicò Athos con molta commozione.
«Oh! signore, disse Raolo, che per non manifestare tutta la sua tenerezza faceva sforzi onde pativa oltremodo; mi è testimone Iddio che vi amo e vi venero!
«Badate di non dimenticar roba alcuna, fece Athos figurando di cercarsi attorno per celare la sua agitazione.
«No, no.... signore».
Il lacchè, accostatosi allora ad Athos con un tal qual titubanza, gli disse piano:
«Il signor visconte non ha spada, perchè jeri sera vossignoria mi fece portar via quella ch’ei si era levata.
«Va bene, ci penso io», rispose il padrone.
Raolo non mostrò accorgersi del breve dialogo. Scese guardando ad ogni poco il conte per conoscere se era giunto l’istante dell’addio; ma Athos non faceva moto.
Arrivato sul verone, il giovine vide tre corsieri.
«Oh! esclamò esultante, dunque mi accompagnate?
«Voglio condurvi un poco in là, disse il conte».
E negli occhi al garzoncello brillò sommo giubilo, e saltò egli svelto a cavallo.
Athos si pose lentamente sul suo dopo aver dette poche parole sotto voce al servo, il quale invece di andar subito appresso, salì di nuovo a casa. Raolo, contentissimo di essere insieme col conte, non si accorse di niente, o di niente parve almeno si accorgesse.
I due gentiluomini presero dal Ponte Nuovo, continuarono su per gli scali, o piuttosto da quel che si chiamava inallora l’_Abreuvoir Pépin_, e rasente alle mura del _Gran Castelletto_. Quando entravano nella contrada di San Dionigi li raggiunse il lacchè.
Fecero il tragitto in silenzio. Il giovanetto capiva che si approssimava il momento della separazione: la sera innanzi il conte aveva date diverse istruzioni per cose che lo riguardavano nel corso della giornata. D’altronde i suoi sguardi divenivano ognora più affettuosi, e così pure le poche parole ch’ei si lasciava sfuggire. Tratto tratto gli usciva di bocca una riflessione o un consiglio, e la sua favella dava indizio di estrema premura.
Oltrepassata la porta San Dionigi, e mentre erano arrivati all’altura dei Certosini, Athos diede un’occhiata al palafreno di Raolo.
«Badate, disse al giovane, avete la mano grave; ve l’ho detto più volte, e non dovreste dimenticarlo, giacchè è un gran difetto in un cavallerizzo. Vedete! il vostro cavallo è digià stanco e butta la spuma, intanto che il mio sembra uscito or dianzi dalla scuderia. Gl’indurite la bocca stringendogli di troppo il morso, e non potete più farlo agire colla prontezza necessaria. La salvezza di un cavalcante dipende talora dalla sollecita obbedienza dell’animale ch’egli ha sotto. E fra otto giorni, rifletteteci, non avrete da manovrare alla cavallerizza, ma sibbene sul campo di battaglia».
In un subito però, e per non dare soverchia importanza alla sua osservazione, ei soggiunse:
«Guardate, Raolo, che bella pianura per inseguire le pernici!»
Il fanciullo approfittava della lezione, ed ammirava la delicatezza con cui venivagli data.
«L’altro giorno notai anche un’altra cosa, riprese Athos, cioè che nello sparare la pistola tenevate il braccio troppo steso. Con questo la botta va meno sicura, e realmente mancaste il bersaglio tre volte su dodici.
«E voi lo coglieste tutte e dodici, rispose sorridendo Raolo.
«Perchè piegavo il pugno, e riposavo così la mano sul gomito. Mi capite bene, mio caro?
«Oh sì; dipoi ho tirato da me solo, attenendomi a questo suggerimento, ed ho avuto buonissimo esito.
«Ecco, ricominciò Athos, anco battendovi di scherma incalzate di soverchio l’avversario. È difetto proprio dell’età vostra, lo so, ma il movimento del corpo in ciò troppo frequente scompone sempre la spada dalla linea, e se aveste che fare con un uomo di sangue freddo, vi fermerebbe al primo vostro passo con una semplice svolta del ferro, o pure con una botta diritta.
«Sì, sì, conforme voi faceste spessissimo, ma non tutti hanno la vostra destrezza ed il vostro coraggio.
«Che vento fresco!... è un ricordo dell’inverno.... Appunto, se andate al fuoco, e vi andrete perchè siete raccomandato ad un generale assai portato pella polvere, sovvenitevi in un impegno da solo a solo, secondo accade sovente a noi altri di cavalleria, di non essere mai il primo a tirare: chi tira primo tocca di rado l’altro, perchè va col timore di essere disarmato davanti ad un nemico armato; indi quando quegli vibra il colpo, fate che il vostro cavallo s’impenni: è questa una manovra che due o tre fiate mi ha salvata la vita.
«Ed io l’adoprerò, quando non fosse che per gratitudine.
«Oh! fece Athos, non sono cacciatori di contrabbando coloro che son laggiù arrestati?... Ma un altro avviso importante: se siete ferito, se cadete di sella e vi rimane ancora un po’ di forza, toglietevi dalla linea che ha seguitata il vostro reggimento; diversamente esso può esser ricondotto indietro e voi calpestato dai cavalli. In ogni caso, qualora siate ferito, scrivetemi sul momento o fatemi scrivere; c’intendiamo di ferite, noi altri!»
E il conte così dicendo sospirava.
«Grazie, rispose Raolo commosso.
«Eccoci a San Dionigi», balbettò Athos.
Erano appunto alla porta della città custodita da due sentinelle. Una di esse disse all’altra:
«Ecco ancora un giovine gentiluomo che mi ha la cera di andare all’armata».
Athos si volse: tutti quei che si occupavano anche in modo indiretto di Raolo prendevano tosto per lui il maggiore interesse.
«Da che ve ne avvedete? domandò al soldato.
«Dal suo aspetto, colui rispose, e poi egli è dell’età voluta; per oggi è il secondo.
«È già passato stamane uno simile a me? richiese Raolo.
«Sì signore, di nobil figura e in bellissimo equipaggio; mi è sembrato figliuolo di qualche gran signore.
«Sarà per me un compagno di viaggio, disse il giovanetto ad Athos, ma ohimè! non mi farà obliare quello che io perdo.
«Non credo che lo raggiungiate, replicò il conte, perchè io ho da parlarvi qua, e ciò che ho da dirvi esigerà forse tanto tempo che quel gentiluomo vi preceda di molto.
«Come vi piace, signore».
Così favellando i due traversavano le strade che erano piene di gente a motivo della solennità della festa, ed arrivavano di faccia alla basilica ove dicevasi una prima Messa.
«Smontiamo, fece Athos, e voi Olivain, custodite i cavalli e date a me la spada».
E presa la spada che il servo gli porgeva entrò assieme col visconte.
Athos offerse l’acqua benedetta a Raolo. In certi cuori di padri v’è un poco di quel premuroso amore che ha per l’amante sua l’innamorato.
Il giovinetto toccò al conte la destra, salutò, e si fece il segno della croce.
Athos disse poche parole ad uno dei custodi, il quale dopo un inchino si avviò verso i sotterranei.
«Venite, Raolo, disse Athos, e seguitiamo quell’uomo».
Il guardiano aprì il cancello delle tombe regie, e stette sul gradino più alto, mentre i due forestieri discendevano. Le profondità della scala sepolcrale erano rischiarate da una lampada d’argento posta sull’ultimo gradino, e precisamente sotto quel lume stava avvolto in un ampio manto di velluto paonazzo con umili gigli d’oro, un catafalco sorretto da cavalletti di ebano.
Raolo, preparato a quella situazione dallo stato del proprio cuore ricolmo di mestizia, dalla maestà dei tempio che aveva tutto percorso, era sceso con passo lento e solenne; e si teneva in piedi e nuda la testa dinanzi a quella spoglia mortale dell’ultimo re, la quale non doveva andare a raggiungere gli avi suoi se non quando il suo successore verrebbe a raggiungere lui stesso, e che pareva restasse colà per dire all’umano orgoglio, facile tanto ad esaltarsi sul trono: «Polve terrestre, ti aspetto».
Fuvvi un momento di silenzio.
Dopo di che Athos alzando la mano, e additato il sepolcro, disse:
«Questa incerta sepoltura è quella di un uomo debole e senza alcuna grandezza, e che pur non ostante ebbe un regno pieno di avvenimenti.... perchè al disopra di questo re vegliava lo spirito di un altro uomo, come la lampada che qui mirate veglia sopra alla bara e le dà la luce. Quegli era re vero; l’altro non era che una larva in cui egli poneva l’anima sua. E bensì, tanto è possente presso di noi la maestà monarchica, che quell’uomo non ebbe tampoco l’onore di una tomba ai piedi di colui per la cui gloria adoprò la sua vita, imperocchè, e di ciò vi sovvenga, o Raolo, s’ei fece piccolo il re, fe’ ben grande la regale dignità. Codesto regno passò; il ministro temuto, terribile, odiato dal suo padrone, calò nella tomba, traendovi seco il re, cui non voleva lasciar viver solo, per tema al certo che distruggesse l’opera sua, dacchè un re non erige, non edifica, se non quando abbia seco o Dio, o lo spirito di Dio. Allora però, tutti considerarono la morte di Richelieu come una salvezza, ed io pure, tanto sono ciechi i contemporanei! spesso mi opposi ai disegni del gran uomo che teneva nelle sue mani la Francia, e che secondo queste apriva o stringeva, la soffocava o le dava aria a suo talento. Se non ci annientò me e gli amici miei, nella tremenda ira sua, fu di sicuro onde oggi io potessi dirvi: Raolo, sappiate sempre rispettare il re e la regale dignità. Raolo, ei mi sembra di vedere il vostro avvenire come traverso ad un nuvolo. Esso è, per quanto io creda, migliore del nostro. All’opposto da noi, che avemmo un ministro senza re, voi avrete un re senza ministro. Quindi potrete servire, amare e rispettare il sovrano. Se il sovrano divien mai un tiranno, imperciocchè il sommo potere ha tali vertigini che lo spingono talvolta alla tirannide, servite, amate e rispettate in lui la dignità regale, quella scintilla che fa la polve tanto grande e santa, che noi, pur gentiluomini d’alto grado, siamo sì poco davanti a quel corpo steso sull’ultimo gradino di questa scala com’è il corpo medesimo dinanzi al trono del Signore.
«Adorerò Iddio, disse Raolo, rispetterò la regia potestà, e se muojo procurerò di morire pel re, pella potestà regia e per Dio. Vi intesi io bene, o signore?»
Athos sorrise.
«Siete d’indole nobilissima, rispose, ed eccovi la vostra spada».
Raolo pose in terra un ginocchio, ed il conte seguitò:
«La portò mio padre, leale gentiluomo; io la portai, e qualche volta le feci onore quando in mia mano era l’elsa e mi pendeva al fianco il fodero. Se la vostra destra è ancor debole per maneggiare questa spada, meglio così! avrete maggior tempo onde imparare a non isguainarla se non quando essa debba mostrarsi.
«Signore, replicò il giovanetto, tutto io vi devo, ma questo brando è il più prezioso di tutti i vostri doni; lo terrò, ve lo giuro, come si spetta ad un uomo riconoscente».
E accostate all’impugnatura le labbra la baciò rispettoso.
«Alzatevi, visconte, ed abbracciamoci», disse Athos.
Raolo si gettò con trasporto nelle sue braccia.
«Addio, balbettò il conte che si sentiva venir meno il cuore, addio, e pensate a me.
«Oh sempre! oh, in eterno! sì, lo giuro, e se mi avvenga qualche sciagura, il vostro nome sarà l’ultima mia parola, e la memoria di voi l’ultimo mio pensiero».
Athos risalì in fretta onde celare la sua emozione, diede una moneta d’oro al custode delle tombe, s’inchinò davanti all’altare, e corse al loggiato della chiesa, fuori del quale Olivain attendeva con gli altri due cavalli.
«Olivain, gli disse, additando il budriere di Raolo, stringete la fibbia di questa spada ch’è troppo lenta. Bene.... Adesso accompagnerete il signor visconte fintanto che Grimaud vi abbia raggiunto, ed allora lo lascerete seco. Intendete, Raolo? Grimaud è un vecchio servo pieno di coraggio e di prudenza, egli vi seguirà.
«Come vi piaccia, mio signore.
«Animo, a cavallo, ch’io vi vegga partire».
Raolo obbedì.
«Addio Raolo, addio, figlio caro!
«Addio, signore, addio, mio benefattore!
Athos fe’ un cenno colla mano, chè non osava parlare, e Raolo si allontanò tenendo nella destra il cappello.
Athos rimase immobile a guardarlo sinchè ei disparve alla svolta di una strada. Allora gettata ad un villico la briglia del suo corsiero, salì piano i gradini, rientrò in chiesa, andò ad inginocchiarsi nel luogo più oscuro, ed ivi pregò.
XXV.
_Uno dei quaranta mezzi di fuga del sig. di Beaufort._
Frattanto passava il tempo per il prigioniero come per quelli che occupavansi della sua fuga; se non che per lui trascorreva più lentamente. Al contrario degli altri uomini, i quali prendono con calore una risoluzione pericolosa e si raffreddano a misura che avvicinasi il momento di eseguirla, il duca di Beaufort, il di cui coraggio era ormai passato per proverbio ed incatenato da una inazione di cinque anni, sembrava spingesse innanzi il tempo e co’ suoi voti chiamasse l’ora di agire. Esisteva nella sua fuga, indipendentemente dai progetti che faceva per l’avvenire, e, confessiamolo, molto vaghi ed incerti, un principio di vendetta che gli consolava il cuore. In primo luogo la sua clandestina partenza era un imbroglio pel signor di Chavigny, ch’egli aveva preso ad abborrire a motivo delle piccole persecuzioni in cui lo aveva assoggettato; poi un grave imbarazzo per Mazzarino che detestava ed esecrava a cagione dei grandi rimproveri che avea da fargli. Come ognun vede si manteneva l’opportuna proporzione tra i sentimenti del signor di Beaufort verso il governatore ed il ministro, il subalterno ed il padrone.
Di più il duca, che conosceva tanto bene lo interno del palazzo reale, e non ignorava le relazioni della regina col ministro, metteva in scena dalla sua carcere tutto quel movimento drammatico che succederebbe allorchè dal gabinetto di Mazzarino alla camera di Anna echeggiasse il grido «È scappato di Beaufort!» E ripensando a tutto questo, se la rideva fra sè, e gli pareva già di esser fuori a respirar l’aria delle pianure e delle selve, dando di sprone a un robusto corsiero, ed esclamando ben forte: «Son libero!»
È vero che ritornato poi in sè stesso si trovava tra quattro mura, vedeva dieci passi distante la Ramée che rigirava un dito pollice sull’altro, e nell’anticamera le otto guardie che scherzavano o bevevano.
L’unica cosa che lo riposava da quadro sì odioso, tanto è grande l’instabilità della mente umana, era la faccia arcigna di Grimaud, quella faccia che in sul principio egli aveva presa ad odiare e che indi era diventata tutta la sua speranza. Grimaud gli sembrava bello a pari d’un Antinoo.
È superfluo il dire che tutto questo era un giuoco dell’immaginazione riscaldata del nostro detenuto. Grimaud era sempre lo stesso; e quindi si conservava l’intera fiducia del suo superiore. La Ramée che ormai avrebbe contato più su di lui che sopra sè medesimo, giacchè, come accennammo, la Ramée provava in fondo al cuore una tal qual debolezza a favore del sig. di Beaufort.
E perciò il buon la Ramée godeva anticipatamente della cena da fare da solo a solo col prigioniero. Ei non aveva che un difetto, la gola; aveva trovate squisite le robe del successore di Marteau, e questi gli aveva promesso un pasticcio ripieno di fagiani anzi che di galletti, e del vino di Chambertin invece del Macon. Lo che abbellito dalla presenza dell’ottimo principe, che inventava sì graziose burlette contro il Chavigny, e lepidissimi scherzi addosso al Mazzarino, formava della bella Pentecoste vicinissima una delle più brillanti feste per messer la Ramée.
Sicchè esso attendeva le sei ore di sera con impazienza uguale a quella del duca.
Sino dalla mattina si era occupato di tutti i dettagli, e non fidandosi di alcuno avea fatta in persona una visita al successore di mastro Marteau. Costui aveva operato portenti: gli mostrò un vero pasticcio _mostro_, adorno sul coperchio con le armi del signor di Beaufort; era vuoto, ma accanto si vedevano un fagiano e due pernici lardellate e tonde che parevano tre torsellini da spilli.
Per maggior fortuna, noi già lo avvertimmo, il signor di Chavigny riposandosi su la Ramée era andato a fare un piccolo viaggio, e partitosi la mattina stessa avea lasciato lui come si direbbe, sotto-governatore del castello.
Grimaud poi sembrava in viso più arcigno che mai.
Nel giorno il signor di Beaufort aveva giuocato alla palla con la Ramée; un cenno di Grimaud gli avea dato a capire che dovesse badar bene a tutto.
Grimaud andando avanti insegnava la strada che doveva farsi la sera. Il giuoco della palla era in quello che chiamava il recinto del piccolo cortile del castello; luogo assai deserto ove non si ponevano sentinelle se non nel momento in cui il duca faceva la partita, ed anco a motivo dell’altezza del muro pareva codesta una precauzione superflua.
V’erano da aprire tre porte innanzi d’arrivare a quel recinto. Ad ognuna serviva una chiave diversa. La Ramée teneva tutte e tre le chiavi.
Giunto al locale predetto, Grimaud andò come alla spensierata a sedersi vicino ad una feritoja, con le gambe penzoloni fuor della muraglia. Diveniva chiaro che in quel punto sarebbe fissata la scala di corde.
Questa manovra, facile a comprendersi pel signor di Beaufort, era però, secondo ciascuno lo riconosce, impossibile a intendersi per la Ramée.
S’incominciò la partita. Questa volta il duca era in vena, e v’era quasi da dire che posasse colle dita le pillotte dove voleva ch’elle andassero. La Ramée fu battuto compiutamente.
Quattro dei guardiani del signor di Beaufort lo avevano accompagnato e raccoglievano le palle. Terminato il giuoco, egli burlando la Ramée pella sua poca abilità, offerse ai guardiani due luigi acciò andassero a bere alla sua salute con gli altri quattro loro camerati.
Coloro chiesero l’autorizzazione a la Ramée, il quale la concesse, ma soltanto per la sera. Sino allora egli aveva da occuparsi di faccende importanti, e dovendo far varie gite desiderava che in assenza sua il prigioniero non si perdesse di vista.
Qualora il signor di Beaufort avesse disposte le cose di per sè, probabilmente le avrebbe fatte meno a sua convenienza di quello che le accomodasse il suo custode.
Finalmente suonarono le sei! sebbene non s’avesse da porsi a tavola sino a sette ore, il pasto era pronto e apparecchiato. Sopra una credenza stava il pasticcio colossale con le armi del duca, che pareva cotto appuntino, da quanto si poteva giudicare al color dorato della crosta.
E tutto il rimanente era sul medesimo genere.
Tutti avevano grande impazienza, le guardie d’ire a bere, la Ramée dì mettersi a mensa, e il signor di Beaufort di scappare.
Il solo Grimaud se ne stava impassibile. Avreste detto che Athos lo avesse educato nella previdenza di quella grande circostanza.
In certi momenti il duca guardandolo domandava fra sè se pur sognava, e se quella figura di marmo era realmente al suo servizio, e se si animerebbe arrivato l’istante opportuno.
La Ramée licenziò le guardie, ad esse raccomandando di bere alla salute del principe, e indi partite ch’esse si furono serrò le porte, si mise in tasca le chiavi, e additò la tavola al duca in modo che significava:
«Quando vorrà monsignore».
Il principe guardò Grimaud, Grimaud guardò l’orologio a pendolo; erano appena sei ore e un quarto; la fuga era fissata per le sette, talchè restava da aspettare tre quarti d’ora.
Il signor di Beaufort per acquistare uno di quei tre quarti, addusse a mo’ di pretesto una certa sua lettura e chiese di finire il capitolo. La Ramée si accostò, allumò di su la spalla che libro fosse quello avente tanta influenza sopra Sua Altezza da impedirle di sedersi a mensa imbandita la cena.
Erano i Commentarj di Cesare, ch’egli stesso ad onta delle istruzioni del signor di Chavigny, procacciati gli aveva tre giorni innanzi.
E la Ramée si propose fermamente di non più porsi in contravvenzione coi regolamenti della torre.
Intanto sturò le bottiglie, e andò ad annusare un tantino il pasticcio.
Alle sei e mezza il duca si alzò dicendo in aria grave:
«Assolutamente Cesare era l’uomo più grande dell’antichità.
«Vi par proprio così, monsignore? fece la Ramée.
«Sì.
«Ebbene, io ho più caro Annibale.
«E perchè, messer la Ramée?
«Perchè non ha lasciato commentarj», replicò il birro col suo solito sorriso assai comune.
Il signor di Beaufort capì l’allusione, e si mise a tavola ammiccando a la Ramée si situasse dirimpetto.
E il birro non se lo fece mica dire due volte.
Non v’è faccia tanto espressiva come quella di un vero ghiottone che stia davanti a lauta mensa; e la faccia di la Ramée, mentre dalle mani di Grimaud ei riceveva la sua scodella di minestra, offeriva il sentimento della vera beatitudine.
Il duca lo guatò sogghignando.
«Per bacco! egli disse, ma sapete che se qualcuno mi asserisse esservi al mondo un uomo più felice di voi, io non lo crederei?
«E in coscienza avreste ragione, monsignore. Per me confesso che quando ho fame non conosco veduta più piacevole che una tavola bene imbandita; e se aggiungete che quegli che tratta è il nepote d’Enrico il Grande, comprenderete che l’onore che si riceve raddoppia il diletto che si gode».
Il principe s’inchinò colla vita, ed apparve un sorriso impercettibile sul volto di Grimaud che stava dietro a la Ramée.
«Mio caro la Ramée, disse il signor di Beaufort, non v’è uno eguale a voi per far un complimento.
«No, monsignore, rispose l’altro nel calore dell’animo suo, no davvero, dico quello che penso, e in questo che vi dico non c’è complimento.
«Dunque mi siete affezionato?
«Cioè, non mi consolerei più se Vostra Altezza uscisse da Vincennes.
«Stranissima maniera di dimostrarmi la vostra _afficione_ (il principe voleva dire: la vostra affezione).
«Ma, Altezza, soggiunse la Ramée, fuori di qui che fareste? qualche pazzia che vi metterebbe in dissapori con la corte e vi farebbe piantare alla Bastiglia invece di Vincennes. Il signor di Chavigny non è garbato, ne convengo (seguitò trincando un bicchierino di Madera), ma il signor du Tremblay è anco di peggio!
«Veramente? fece il duca, il quale aveva genio all’andamento che prendeva il colloquio, e tratto tratto osservava l’orologio la di cui lancetta progrediva con tal lentezza da farlo disperare.
«Che volete aspettarvi dal fratello di uno ch’è avvezzato alla scuola del Richelieu? Ah! Altezza, date retta a me, l’è una gran sorte che la regina, che per quanto ho inteso dire vi ha voluto sempre bene, abbia avuta l’idea di mandarvi qui, dove abbiamo passeggio, giuoco di palla, buoni pasti ed aria ottima.
«Sicchè a sentir voi, continuò il principe, sono molto ingrato per aver concepito un sol momento il pensiero d’uscir di qua?
«È il colmo dell’ingratitudine! ma Vostra Altezza non vi ha mai pensato sul serio.
«Sì, anzi, ribattè il Beaufort, e debbo confessarlo, sarà follia, non dico di no, ma di quando in quando ci penso tuttora.
«Sempre, con uno dei vostri quaranta mezzi, monsignore?
«Eh sì!
«Ecco, via, giacchè siamo a sfogarci, ditemi una delle quaranta maniere inventate da Vostra Altezza.
«Volentieri, rispose il duca, Grimaud, datemi il pasticcio.
«Sto ad ascoltare», disse la Ramée, e buttandosi giù sulla seggiola, alzava il bicchiere, e faceva occhiolino per guardare il sole al tramonto a traverso al liquore color di rubino che in quello si conteneva.
Il signor di Beaufort diede un’occhiata all’orologio: tra dieci minuti sonerebbe le sette.
Grimaud recò il pasticcio davanti al principe. Questi pigliò il suo coltello con la lama d’argento per togliere il coperchio; ma la Ramée per timore che accadesse uno sconcerto a quella bella vivanda, gli porse il suo coltello che avea la lama di ferro.
«Grazie, la Ramée, disse il duca prendendolo.
«Ebbene? domandò il birro, quel bellissimo mezzo?
«V’ho io da dire quello su cui facevo maggior conto, e che avevo deciso d’impiegare prima d’ogni altro?
«Sì, giusto.