Part 17
«Bene, seguitò Scarron porgendo la destra alla Paulet, ma se non ho più la mia idea, mi resta almeno la mia lionessa».
In quella sera tutti i detti di Scarron parevano egregi: tale è il privilegio della persecuzione. Il signor Menage saltava e balzava dall’entusiasmo.
Madamigella Paulet andò al suo solito posto; ma innanzi di sedersi volse da cima a fondo e da tutta la sua grandezza uno sguardo da regina, sulla riunione, ed i suoi occhi si fermarono sovra Raolo.
Athos sorrise.
«Visconte, ei disse, madamigella Paulet vi ha osservato; andate a riverirla; datevi per quello che siete, per un franco provinciale, ma non vi venisse in testa di discorrerle di Enrico IV».
Raolo si avvicinò alla Lionessa facendosi rosso, e in breve si trovò confuso tra i signori che circondavano la sua sedia.
Questi formavano digià due comitive assai distinte, quella che attorniava Menage e l’altra che attorniava la Paulet.
Scarron correva dall’una all’altra, manovrando con la sua poltrona a ruotine in fra tanta gente colla medesima destrezza che adoprerebbe un esperto piloto con una barca in mezzo a un mare ingombro di scogli.
«Quando ciarleremo un poco? domandò Athos ad Aramis.
«Or ora, questi rispose, non v’è ancora abbastanza gente, e saremmo presi di mira».
Nel momento fu aperta la porta ed annunziato il signor Coadjutore.
Tutti si girarono a quel nome che digià principiava a divenir celebre.
Athos seguì l’esempio; egli non conosceva se non di nome l’abate di Gondy.
Vide entrare un uomo piccolo, nero, mal fatto, miope, sgarbato in ogni movimento delle mani, tranne nel tirare di spada e di pistola, che andò ad inciampare sur un tavolino ed ebbe a buttarlo in terra, ma che ciò non ostante aveva nella ciera qualche cosa di elevato e di fiero.
Scarron si volse dalla sua parte e gli si fece incontro col suo seggiolone. La Paulet dal proprio posto fece un saluto colla mano.
«Ebbene! disse il Coadjutore quando ebbe visto Scarron, cioè quando gli fu addosso, siete dunque in disgrazia?»
Cotesta era la frase sacramentale; era stata profferita cento volte nella serata, e cento detti arguti si erano già pronunziati sullo stesso soggetto da Scarron; in conseguenza questi fu in procinto di restar in tronco, ma si salvò con uno sforzo disperato.
«Il signor ministro Mazzarino, egli disse, si è compiaciuto di pensare a me.
«Oh bene! oh bellissima! esclamò Menage.
«Ma come farete per continuare a riceverci? seguitò il Coadjutore. Se vi scemano le entrate, mi toccherà farvi nominare canonico di Nostra Donna.
«Oh no! disse Scarron, vi comprometterei di troppo.
«Dunque avete dei mezzi che noi non conosciamo?
«Prenderò a prestito dalla regina.
«Ma la regina non ha niente del suo, fece Aramis, non vive ella sotto il sistema della comunione?»
Il signor di Gondy si volse sorridendo ad Aramis, facendogli un piccol segno amichevole colla punta del dito.
«Scusate, caro abate (così gli parlò poi), siete tuttora indietro, e bisogna ch’io vi faccia un regalo.
«E di che? domandò Aramis».
Tutti si girarono verso il Coadjutore, che si levò di tasca un cordone di seta di forma singolare.
«Oh! esclamò Scarron, ma codesta è una _fronda_!
«Precisamente, rispose il Coadjutore, adesso si fa tutto a uso _fronda_. Madamigella Paulet, tengo per voi un ventaglio a fronda. D’Herblay, vi manderò il mio guantajo, che fa i guanti a fronda. E a voi Scarron, il mio fornajo con un credito senza limite; impasta dei pani a fronda che sono eccellenti».
Aramis prese il cordone e se lo cinse al cappello.
Nel momento fu schiuso l’uscio, ed il lacchè gridò forte:
«La signora duchessa di Chevreuse!»
A quel nome ciascuno si alzò. Scarron avviò prestamente la poltrona dal lato della porta. Raolo arrossì. Athos fece un cenno ad Aramis, che andò a rannicchiarsi nel vano di una finestra.
Fra mezzo ai rispettosi complimenti che la accoglievano ben si scorgeva che la duchessa cercasse qualcuno o qualche cosa.
Alfine adocchiò Raolo, e le brillarono le pupille; adocchiò Athos, e si fece pensierosa; adocchiò Aramis nel suo cantone, e dietro al ventaglio fe’ un atto quasi impercettibile di stupore.
«A proposito, disse come per iscacciare le idee che l’assalivano a suo malgrado, come va il povero Voiture? lo sapete, Scarron?
«Che! il signor Voiture è ammalato? chiese il signore che aveva discorso con Athos in via Sant’Onorato, e che altro ha egli fatto?
«Ha giuocato senza badare a far preparare dal servitore le camicie per cambiarsi, disse il Coadjutore, talmente che ha acchiappata una costipazione e se ne muore lesto lesto.
«Dove?
«Dio buono! in casa mia. Figuratevi che Voiture avea fatto voto solenne di non giuocar più. A capo a tre giorni non può più reggere, e s’incammina all’arcivescovado perchè io lo sciolga dal voto. Disgraziatamente, in quel momento ero in affari serj col buon consigliere Broussel in fondo al mio appartamento, quando Voiture vede il marchese di Luynes a un tavolino ad aspettare un giuocatore. Il marchese lo chiama e lo invita a porsi a tavolino. Egli risponde che non può toccare le carte se io non lo libero dall’impegno. Luynes si obbliga in nome mio, si assume il peccato. Voiture si mette alla partita e perde quattrocento scudi, nell’uscire piglia freddo, e va a letto per non più alzarsi.
«E sta proprio tanto male, il caro Voiture? domandò Aramis, mezzo nascosto dietro alla portiera.
«Oimè! rispose il signor Menage, sta malissimo, e il grand’uomo è forse sul punto di lasciarci, _deseret orbem_.
«E sì! obiettò aspramente la Paulet, vi par che muoja? non ci pensa neppure! ha attorno tante sultane quante ne potrebbe avere un Turco. Madama di Saintot è corsa a dargli dei brodi, la Benadaut gli scalda le lenzuola, e persino la nostra amica marchesa di Rambouillet gli manda i decotti.
«Ecco, voi non gli volete bene, mia diletta Partenia? disse scherzando Scarron.
«Uh! che ingiustizia, mio caro infermo! gli ho anzi tanto poco odio che volentieri farei dire delle messe pel riposo dell’anima sua.
«Non v’hanno mica chiamata per nulla la Lionessa, amor mio! gridò dal suo posto la Chevreuse! e mordete ben bene!
«Madama, azzardò Raolo, mi pare che maltrattiate di molto un gran poeta.
«Un gran poeta? eh via! si vede che venite dalla provincia, conforme dicevate pocanzi, e che non lo avete mai conosciuto. Egli, gran poeta!... oh! s’è alto appena di cinque piedi!
«Brava, brava! strillò un tale, lungo, secco e nero, con i mostacci da smargiasso e lo spadone enorme al fianco, brava, bella Paulet! è tempo una volta di rimettere quel Voiture al suo posto. Io dichiaro altamente che credo d’intendermi di poesia, e che ho trovata sempre pessima la sua.
«Chi è quel bravaccio? domandò Raolo ad Athos.
«Il signor di Scudery.
«L’autore della _Clelia_ e del _Gran Ciro_?
«Che lo compose in conto a metà con sua sorella, la quale adesso discorre con quella bella signorina laggiù, vicino al signore Scarron».
Raolo volgendosi vide infatti due faccie nuove capitate d’allora: una gentile, gracile, mesta, contornata da bei capelli neri, occhi soavi come quei vaghi fiori di viole sotto a cui brilla un calice d’oro; l’altra pareva tenesse colei sotto la sua tutela, ed era fredda, secca e gialla, vero viso da matrona.
Raolo fece conto di non muoversi di sala senza aver favellato alla leggiadra giovanetta dagli occhietti dolcissimi, che per uno stranissimo giuoco del pensiero, e sebbene senza alcuna somiglianza, gli rammentava la sua misera Luigia da lui lasciata ammalata nel castello di La Vallière, e che fra mezzo a tanta moltitudine aveva egli per un momento obbliata.
Nell’intervallo Aramis si era avvicinato al Coadjutore, che con ciera assai gioviale gli aveva insinuata qualche paroletta all’orecchio. Aramis, ad onta del dominio che aveva sopra sè stesso, non seppe frenare un piccolo movimento.
«Sì! ridete! gli disse il signor di Retz, e’ ci guardano».
E lo piantò per andar a ciarlare con madama di Chevreuse, che aveva intorno numerosissimo crocchio.
Aramis finse di ridere per disviare l’attenzione di parecchi uditori curiosi, ed accortosi che Athos alla sua volta era ito a cacciarsi nel vano della finestra dov’egli era rimasto non poco tempo, se ne andò a raggiungerlo senza far mostra di nulla dopo aver lanciate alcune parole da una parte e dall’altra.
E costoro appena riunitisi intavolarono una conversazione, accompagnata da moltissimi gesti.
Raolo si appressò ad essi, conforme avevagli raccomandato Athos.
«Il signor abate, disse Athos, mi ripete un _rondeau_ di Voiture, che a me sembra impareggiabile».
Il visconte si trattenne alcuni istanti vicino a loro, indi si mischiò alla comitiva di madama di Chevreuse, a cui si erano accostate da un lato la Paulet e dall’altro la Scudery.
«Ebbene! fece il Coadjutore, io mi farò lecito di non essere per l’appunto del parere del signore Scudery; io trovo all’incontro che Voiture è un poeta, ma puro poeta. Gli mancano affatto le idee politiche.
«Sicchè? domandò Athos.
«Domani, rispose precipitosamente Aramis
«A che ora?
«Alle sei.
«Dove?
«A San-Mandé.
«Chi ve lo ha detto?
«Il conte di Rochefort!»
Si appressava qualcuno.
«E le idee filosofiche erano quelle che mancavano all’infelice Voiture. Io cedo alla opinione del signor Coadjutore: puro poeta.
«Sì, di certo, soggiunse Menage, per poesia egli era stupendo, portentoso, eppure la posterità per quanto lo ammiri gli darà una taccia, cioè di aver messo nella fattura de’ suoi versi una soverchia licenza; egli ha uccisa la poesia senza saperlo.
«Uccisa! così va detto, confermò Scudery.
«Ma che capolavori sono le sue lettere! obiettò la Chevreuse.
«Oh! sotto quell’aspetto, continuò madamigella di Scudery, è assolutamente illustre.
«È vero, replicò la Paulet, ma fino a tanto che scherza; giacchè nel genere epistolare serio è insoffribile, e se non dice le cose con molta durezza, converrete bensì che le dice malissimo.
«Andrete d’accordo però che nella facezia non ha chi sappia imitarlo.
«Sì, sì, rispose Scudery arricciandosi le basette, trovo soltanto che in lui la comica è forzata e la facezia troppo familiare. Guardate un po’ la sua lettera del _Carpione al laccio_.
«Senza notare, appoggiò Menage, che le migliori inspirazioni gli venivano dal palazzo Rambouillet. Vedi _Zelida_ e _Alcidolea_.
«In quanto a me, disse Aramis appressandosi al circolo e salutando ossequiosamente madama di Chevreuse, la quale gli rispose con un grazioso sorriso, lo taccerò inoltre di essere stato troppo libero con i grandi. Ha mancato talvolta di riguardo alla signora principessa, al signor maresciallo d’Albret, al signor di Schonberg, e persino alla regina.
«Come, alla regina? domandò Scudery cacciando avanti la gamba diritta quasi volesse porsi in guardia, cospettone! questa non la sapevo. E in che modo, in che modo ha egli mancato a Sua Maestà?
«Non conoscete la sua operetta: _Je pensais_?
«No, disse madama di Chevreuse.
«No, ripetè madamigella di Scudery.
«No, fece pure la Paulet.
«In sostanza, io credo che la sovrana l’abbia comunicata a poche persone; ma io l’ho avuta da fonte sicura.
«E la sapete?
«Me la ricorderò, mi pare.
«Sentiamo! sentiamo! gridarono tutti.
«Ecco in quale occasione la fu fatta, disse Aramis. Voiture era nella carrozza della regina, che andava a spasso sola con lui nella foresta di Fontainebleau. Ei fece mostra di pensare, acciò la sovrana gli richiedesse a che pensasse, e tanto avvenne.
«A che pensate, signor Voiture?» lo interrogò Sua Maestà.
Egli sorrise, finse di riflettere per alcuni minuti secondi onde si credesse che improvvisasse, e poi rispose:
Je pensais que le destinée, Après tant d’injustes malheurs, Vous a justement couronnée De gloire, d’éclat et d’honneurs; Mais que vous étiez plus heureuse Lorsque vous étiez autrefois, Je ne dirai pas amoureuse.... La rime le veut toutefois....[11]
Scudery, Menage e madamigella Paulet si strinsero nelle spalle.
«Aspettate! disse Aramis, sono tre le strofe.
«Oh! fece la Scudery, dite tre stanze; se è tutto al più una canzone!»
Aramis ricominciò:
Je pensais que le pauvre Amour, Qui toujours vous prête ses armes, Est banni loin de votre cour, Sans ses traits, son arc et ses charmes; Et de quoi je pois profiter En passant près de vous, Marie, Si vous pouvez si maltraiter Ceux qui vous ont si bien servie?[12]
«Oh! osservò madama di Chevreuse, quanto a questo ultimo tratto, non so se stia nelle regole poetiche, ma chiedo grazia a suo favore come verità, e la signora di Hautefort, e la signora di Senacey si uniranno meco se occorre senza contare il signor di Beaufort.
«Tirate pure innanzi, disse Scarron, non son cose che mi riguardino più; da stamane in qua io non sono più il suo infermo.
«E l’ultima stanza? disse madamigella di Scudery, sentiamola!
«Eccola, ribattè Aramis, questa ha il vantaggio che va avanti coi nomi propri, dimodochè non v’è da prendere abbaglio.
Je pensais, nous autres poëtes, Nous pensons extravagamment, Ce qui dans l’humeur où vous êtes Vous feriez, si dans ce moment Vous avisiez en cette place Venir le duc de Buckingham, El lequel serait en disgrace, Du duc ou du père Vincent[13].
A questa terza strofa, si levò un grido generale sull’impertinenza di Voiture.
«Ma, disse pianino la signorina dagli occhietti soavissimi, io ho però la sfortuna di trovarli stupendi quei versi!»
E tale era pure l’idea di Raolo, che avvicinatosi a Scarron, lo pregò timidamente:
«Signore Scarron, fatemi l’onore di dirmi chi è quella damina che è sola della sua opinione contro tutta l’illustre comitiva.
«Ah ah! visconte mio, quegli rispose, se non m’inganno avete voglia di proporle un’alleanza offensiva e difensiva».
Raolo diventò più rosso di prima, e replicò:
«Confesso che quei versi mi sembrano graziosissimi.
«E realmente lo sono, soggiunse Scarron, ma zitto! tra poeti queste cose non si dicono.
«Io però, riprese il visconte, non ho il bene di esser poeta, e vi domandavo....
«Sicuro, chi era quella giovane dama? È la bella Indiana.
«Scusatemi, continuò Raolo più vermiglio che mai, ma ne so quanto prima. Ohimè! sono provinciale.
«Lo che significa, che capite poco il guazzabuglio che qui scorre da tutte le bocche. Meglio! giovanotto mio, meglio così! non cercate di comprenderlo, ci perdereste il vostro tempo, e quando lo intenderete bisogna sperare che non sia più in uso il parlarlo.
«Sinchè mi compatite, signore, insistè il visconte, e vi degnerete dirmi chi è colei, che chiamate la bella Indiana.
«Sì, certo: è una delle più amabili persone ch’esistano: madamigella Francesca d’Aubigné.
«È forse della famiglia del famoso Agrippa amico del re Enrico IV?
«È sua nepote. Viene dalla Martinica, ed ecco perchè la chiamo la bella Indiana».
Raolo aprì tanto d’occhi, e gli occhi suoi si incontrarono in quelli della signorina, la quale sorrise.
Si seguitava frattanto, a discorrere di Voiture.
«Signore, richiese madamigella d’Aubigné a Scarron come per entrare nella conversazione ch’esso aveva col visconte, non ammirate gli amici del povero Voiture? ma udite un po’ come lo spennano nel tempo che lo lodano! Uno gli toglie il buon senso, l’altro la poesia, questo l’originalità, quello il gusto comico, uno l’indipendenza, un altro.... Dio buono! e che gli lasceranno, all’_assolutamente illustre_, come ha detto madamigella di Scudery?»
Scarron si mise a ridere, e Raolo pure. La bella Indiana sorpresa dell’effetto da lei prodotto abbassò il ciglio e ritornò nell’ingenuo suo aspetto.
«È molto spiritosa!» disse Raolo.
Athos sempre nel vano della finestra osservava tutta la scena con un sorriso di disprezzo sul labbro.
«Chiamate un poco il conte de la Fère, disse madama di Chevreuse al Coadjutore, ho bisogno di parlargli.
«Ed io, rispose il Coadjutore, ho bisogno che tutti credano che non gli parlo. Lo amo e lo ammiro, giacchè conosco le sue antiche avventure, almeno parecchie, ma non ho idea di salutarlo che doman l’altro la mattina.
«E perchè doman l’altro?
«Lo saprete domani sera, replicò ridendo il signor di Gondy.
«Ma, in coscienza, voi discorrete a suon di geroglifici. Signor d’Herblay, aggiunse volgendosi ad Aramis, favorite anche una volta esser mio servente questa sera?
«E come, duchessa! disse Aramis, questa sera, domani, sempre!
«Or bene, andate a chiamarmi il conte di la Fère».
Aramis si accostò ad Athos e ritornò indietro seco.
«Signor conte, fece la duchessa consegnando ad Athos una lettera, ecco ciò che vi avevo promesso; il nostro protetto sarà benissimo ricevuto.
«Madame, egli è ben fortunato di esservi debitore di qualche cosa.
«In quanto a questo voi non avete invidia, di certo, giacchè io debbo a voi l’averlo conosciuto».
La maliziosa donna diede una tal risposta con un sorrisetto che ad Athos rammentò Maria Michon.
E indi si alzò e chiese la carrozza.
Madamigella Paulet era già partita; madamigella di Scudery se ne andava.
«Visconte, ordinò Athos a Raolo, seguitate la duchessa di Chevreuse; pregatela di accettare la vostra mano per scendere, e andando giù con lei ringraziatela».
La bella Indiana si appressò a Scarron per prender da esso commiato.
«Ve n’andate digià? domandò Scarron.
«Vo via una delle ultime, come vedete. Se avete notizie del signor Voiture, e specialmente se son buone, fatemi grazia di mandarmele domani.
«Oh! oramai può morire.
«Come!
«Senza dubbio: è bell’e fatto il suo panegirico».
E si separarono ridendo, la giovanetta girandosi a guardare il povero paralitico con premura, il paralitico seguendola con occhi amorosi.
A poco a poco si diradavano i crocchi. Scarron non fece mostra di vedere che taluni si erano parlato misteriosamente, che per diversi erano giunte delle lettere, e che il suo trattenimento serale pareva avesse avuto uno scopo occulto lontanissimo dalla letteratura di cui però si era trattato con tanto calore. Ma a Scarron che importava di ciò? ormai in casa sua si poteva _sparlare_ (_fronder_) a bell’agio: dalla mattina in poi, conforme aveva detto, egli non era più l’infermo della regina.
Raolo accompagnò difatti la duchessa sino alla carrozza, in cui essa salì dandogli a baciare la mano; poi per uno di quei capriccetti che la rendevano sì adorabile, e soprattutto sì pericolosa, lo afferrò improvvisamente per la testa e lo baciò in fronte, dicendogli:
«Visconte, deh! i miei voti e questo bacio vi portino fortuna».
Indi lo rispinse, e ordinò al cocchiere di trottare sino al palazzo di Luynes.
La carrozza era corsa via; la signora di Chevreuse aveva fatto dallo sportello un piccolo cenno a Raolo, e questi rimaneva là confuso.
Athos comprese quanto era avvenuto.
«Venite, visconte, egli disse; è tempo che vi ritiriate: domani partirete per l’armata del signor Principe; dormite bene per l’ultima vostra notte di cittadino.
«Sarò dunque soldato? oh, grazie, grazie di cuore.
«Addio, conte, disse l’abate d’Herblay, me ne torno in convento.
«Addio, abate, fece il Coadjutore, domani predicherò, e questa sera ho da consultare una ventina di testi.
«Addio, signori, aggiunse Athos, io vo a dormire per ventiquattro ore di seguito; non mi reggo dalla stanchezza».
I tre si salutarono, ed uscirono dopo aver ricambiato un ultimo sguardo.
Scarron li seguitava con la coda dell’occhio attraverso alle portiere del suo salone.
«Nessun di loro farà quel che dice, borbottò col suo sogghigno da scimmia, ma vadano pure, bravi gentiluomini! chi sa se non lavorano a farmi restituire la mia pensione? essi possono muovere le braccia, e questo è molto; io ahimè! non ho altro che la lingua, ma procurerò di provare ch’è pure qualcosa. Ehi, Champenois! venite a trascinarmi verso il mio letto.... In verità, è molto amabile la signorina d’Aubigné!»
E il povero paralitico disparve nella sua camera dormitoria, fu chiuso l’uscio, ed i lumi si spensero l’un dopo l’altro nel salone della via des Tournelles.
XXIV.
_San Dionigi._
Principiava ad esser giorno quando Athos si alzò e si fece vestire. Dalla sua pallidezza maggiore del consueto, e dai segni che lascia sul volto la veglia, si scorgeva che doveva aver passata quasi tutta la notte senza dormire. Contro l’abitudine di quest’uomo tanto fermo e deciso, esisteva in quella mattina in tutta la sua persona qualche cosa di lento e d’irresoluto.
Egli è che si occupava ai preparativi di partenza di Raolo e cercava di acquistar tempo. Prima forbì da sè una spada che trasse da un astuccio di cuojo profumato, esaminò se la impugnatura era ben in guardia, e se la lama reggeva a questa assai solidamente.
Dipoi gettò in fondo ad una valigia destinata al giovanetto un sacchetto pieno di luigi, chiamò Olivain (il lacchè che lo aveva accompagnato da Blois), e gli fece fare davanti a sè i fagotti, invigilando che vi fossero tutti gli oggetti necessarj ad uno che si mette in campagna.
Ed avendo impiegato un’ora circa in tali diligenze, aprì l’usciale che conduceva in camera del visconte e vi entrò leggermente.
Il sole digià brillante penetrava nella stanza dalla larga finestra di cui Raolo, tornato tardi, aveva trascurato di chiudere le portiere la sera precedente. Dormiva esso ancora, con la testa graziosamente posata sul braccio. I lunghi capelli neri gli cuoprivano per metà la bella fronte umida tuttavia di quel vapore che scorre in placide perle giù per la guancia dello stanco fanciullo.
Athos si avvicinò, e chinatosi in atto ricolmo di tenera malinconia, stette lunga pezza a considerare il giovanetto dal labbro sorridente, dalle palpebre quasi chiuse, di cui i sogni dovevano essere dolcissimi e lieve il sonno, tanto era l’affetto e la sollecitudine che poneva l’angiolo suo protettore nella tacita sua custodia. A grado a grado Athos si lasciò trasportare dall’incanto della sua meditazione al cospetto di quella gioventù sì ricca e pura, e a lui ricomparve la gioventù sua propria, seco recando tutte le sue soavi rimembranze, le quali sono piuttosto fragranze che pensieri. Da quel passato al presente correva un abisso. Ma l’immaginazione ha il volo dell’angiolo e del lampo; varca i mari ove noi fummo presso a naufragare, le tenebre in cui si perderono le nostre illusioni, i pregiudizj in cui si sommerse la nostra felicità. Ei riflettè che la prima parte della sua vita era stata distrutta da una donna; riflettè atterrito a quanta influenza aver possa l’amore sovra ad una organizzazione sì delicata e vigorosa a un tempo stesso.
Ricordandosi tutto ciò ch’egli aveva sofferto, previde ciò che soffrir poteva Raolo, e l’espressione della profonda e tenera pietà penetratagli in cuore si risvegliò nell’umido sguardo che ei tenne fisso sul fanciullo.
Nel momento Raolo si destò, con quel risveglio scevro da nuvoli, da tenebre e da fatiche che caratterizza certi naturali delicati al pari di quello degli augelli. I suoi occhi si fermarono su quelli di Athos, ed egli senza dubbio comprese quanto passava nell’interno dell’uomo che attendeva il suo destarsi nella guisa in cui un amante attende quello della sua bella, giacchè gli corse nello sguardo l’espressione di un amore infinito.
«Eravate costì, signore! disse in tuono del massimo rispetto.
«Sì, Raolo, era qua, rispose il conte.
«E non mi svegliavate!
«Volevo lasciarvi ancor qualche momento del vostro buon sonno; dovete essere stanco della giornata di jeri prolungatasi tanto tardi.
«Oh! quanto siete buono!
«Come vi sentite?
«Benissimo, e quieto e in forze.
«Egli è che crescete tuttora; continuò Athos con interesse paterno e da uomo già maturo, e le fatiche all’età vostra son doppie.
«Ah! vi chiedo scusa, signore, disse Raolo confuso da tanta premura, ma fra un momento sarò vestito».
Athos chiamò Olivain, e dopo dieci minuti, il suo pupillo con la puntualità che gli era stata trasfusa da lui già avvezzo al servizio militare, si trovò bell’e pronto.
«Adesso, disse il visconte al domestico, occupatevi del mio bagaglio.