Una sfida al Polo

Part 3

Chapter 33,571 wordsPublic domain

— Signor di Montcalm, vi ringrazio di aver accettato la mia proposta di seguirmi su territorio americano per definire una buona volta la nostra eterna questione, poichè vi dichiaro francamente che io sono estremamente stanco dei brutti giuochi che ci fa continuamente il destino.

— Ed io non meno di voi, — rispose il canadese.

— Voi non rinuncierete mai al possesso di miss Ellen Perkins?

— Mai, dovessi affrontare mille volte la morte.

— Nemmeno se vi offrissi dei milioni?

— Oh!... Meno che meno. Un Montcalm non si lascia comperare dai dollari.

— Vi stimo doppiamente, parola d'_yankee_.

— Suvvia, dove volete andare a finire? — chiese il canadese, facendo un gesto d'impazienza.

— Io vorrei farvi un'altra proposta.

— Di ritentare la partita di _boxe?_

— Avremmo delle altre noie da parte delle autorità e forse nessun risultato decisivo, poichè siamo, credo, della medesima forza anche in questo campo dello _sport_. Vorrei qualche cosa di più serio.

— Dite pure.

— Un giuoco, per esempio, che finisse col mandare me o voi a fare la conoscenza con Caronte e colla sua barca, ammesso che navighi ancora sulle nere acque dello Stige.

[Illustrazione: .... a fare la conoscenza con Caronte e colla sua barca, ammesso che navighi ancora sulle nere acque dello Stige. (Cap. III).]

— Vi preme di sopprimermi?

— Potreste essere invece voi il fortunato.

— Continuate, _mister_ Torpon. —

L'americano sgusciò il suo dodicesimo gambero, lo inghiottì d'un colpo versandoci dietro un bicchiere di vino, poi disse con voce grave:

— Accettereste, signor di Montcalm, un duello all'americana? —

Il canadese era rimasto silenzioso, mentre i due _partners_ erano diventati assai pallidi.

L'americano lasciò trascorrere qualche mezzo minuto, poi disse:

— Signor di Montcalm, attendo una vostra risposta. —

Il canadese si scosse.

Vuotò lentamente il bicchiere che gli stava dinanzi, guardando fisso nel fondo, poi rispose:

— Avrei preferito un duello alla spada, alla sciabola od alla pistola, _mister_ Torpon.

— E il destino che ci sta sempre addosso? Sarei sicuro che con quelle armi una partita d'onore non avrebbe buon esito per noi.

Proviamo a batterci nell'oscurità. Si dice che la fortuna sia cieca; chissà che non lo sia anche il destino.

— Lo volete proprio, _mister_ Torpon? — chiese il canadese, con voce tranquilla.

— Sì, signor di Montcalm. Noi siamo giunti ad un tal punto che è meglio che uno di noi scompaia per sempre dalla superficie del globo.

— E dove ci batteremo?

— Qui.

— Quando?

— Questa sera stessa, se non vi rincresce.

— No, perchè penso anch'io che sarebbe meglio saldare al più presto il nostro conto.

Senza testimoni, è vero?

— Ci aspetteranno fuori: non abbiamo i nostri maestri di _boxe?_ Accettate, è vero, signori, di aiutarci? —

I due _partners_ s'inchinarono, facendo un cenno d'assentimento.

— Affitteremo tutto l'appartamento dell'ultimo piano che m'immagino sarà vuoto, — continuò l'_yankee_, — perchè nessuno venga a disturbare i nostri affari.

— Il proprietario non sospetterà qualche cosa e non avvertirà quei dannati _policemen?_ — osservò il maestro di _boxe_ del canadese.

— Lasciate fare a me, _mister_, — rispose il _yankee_. — E poi il dollaro può tutto, almeno negli Stati dell'Unione.

— E le armi? — chiese il signor di Montcalm.

— Oh!... Non sarà difficile trovare due solidi _bowie-knife_ press'a poco uguali.

Gli armaiuoli non mancano ad Oswego e s'incaricheranno i nostri _partners_ di trovarceli.

Sono appena le sei e si chiude un po' tardi nelle nostre città.

Ora signori ceniamo da buoni amici, allegramente, e non manchiamo di fare un brindisi a quello che domani mattina andrà a portare i nostri saluti a Caronte. —

Quattro negri avevano cominciato a portare, su dei grandi ed artistici vassoi d'argento, delle vivande diverse che esalavano dei profumi da far venire l'acquolina in bocca anche ad un morto, mentre un quinto disponeva sulla tavola, dinanzi a ciascun commensale, delle bottiglie polverose che portavano delle marche celebri.

I quattro uomini, tornati improvvisamente gai, diedero subito un formidabile assalto alle diverse portate, scherzando amabilmente e deridendo i negri. Pareva che avessero già dimenticato che uno di loro stava ingollando il suo ultimo pasto.

Suonavano le sette alla ricca pendola dorata, collocata all'estremità del vasto salone, quando _mister_ Torpon si alzò, dicendo:

— Vado ad accomodare l'affare col proprietario, mentre la bottiglia di _champagne_ gela per brindare al morto.

— Ed io vado a provvedere le armi, — disse il maestro di _boxe_ del canadese.

— Spicciatevi!... — disse l'americano.

Accese un grosso sigaro, essendo la cena ormai terminata, e si fece condurre nel gabinetto del proprietario, il quale stava seduto dinanzi ad una monumentale cassa-forte, tutto immerso nella lettura d'una copia del _New-York Herald_.

— _Mister_, — gli disse senza preamboli Torpon, — è libero tutto l'ultimo piano del vostro _hôtel?_

— Disgraziatamente sì, mio _gentleman_, — rispose l'albergatore, il quale avendo riconosciuto subito il personaggio che aveva ordinata quella cena luculliana e costosissima, era diventato subito molto amabile. — La stagione è cattiva e gli affari non prosperano al principio dell'inverno e....

— Vorreste affittarlo tutto a me per quarantotto ore?

— Tutto!... Vi sono trenta stanze ed una sala lassù, mio _gentleman_.

— Non importa: fissate il prezzo. Io non ho l'abitudine di lesinare. —

L'albergatore si lisciò due o tre volte la sua barba da becco e guardò con sorpresa il suo compatriotta.

— Ma.... ditemi, aspettate molti altri amici forse?

— Niente affatto. Non siamo che noi quattro.

— E che cosa vorreste fare di tante stanze?

— Avete mai assistito a nessuna seduta di spiritismo?

— Io no: lascio in pace le anime dei trapassati. Già non verrebbero qui nè a mangiare, nè a bere, nè tanto meno a lasciarmi dei dollari.

— Bene, si vede che siete un uomo pratico e mi congratulo con voi, — disse Torpon, un po' ironicamente. — Dunque io affitto tutto l'ultimo piano del vostro _hôtel_ per eseguire una serie di esperimenti, avendo condotto con me un _medium_ d'una potenza straordinaria, già ammirato perfino dal nostro presidente.

Siccome gli spiriti non vogliono essere disturbati, voi mi darete la vostra parola d'onore di lasciarci assolutamente tranquilli. Quanto?

— Cinquecento dollari.

— Siete ancora onesto. —

Levò dal suo portafoglio una manata di biglietti di grosso taglio, contò la cifra, riaccese il sigaro e raggiunse il canadese ed il secondo _partner_, i quali chiacchieravano tranquillamente sottovoce, facendo di quando in quando girare la bottiglia di _champagne_ immersa fino al collo in un vaso pieno di ghiaccio.

— È fatto, — disse. — Per quarant'otto ore noi saremo liberi di gettare anche all'aria tutte le trenta stanze.

— E di scannarci con tutto il nostro comodo, — aggiunse il canadese, beffardamente.

In quell'istante il _partner_ che era uscito per acquistare le armi entrò, portando un pacco.

— Marca di casa celebre, lame solide e capaci di troncare, con un colpo solo, la spina dorsale ad un bisonte, — disse.

— Sturiamo, — disse il canadese, traendo dal recipiente gelato la bottiglia di _champagne_. — Chissà che a qualcuno, questo vino maturato nelle terre che videro nascere i miei avi, non porti fortuna. —

Torpon aveva aggrottata la fronte.

— _By-good!_... — esclamò. — È vino di Francia, e voi siete un discendente di quel popolo. Che porti sfortuna a me?

— Sareste superstizioso, _mister_ Torpon? — chiese il canadese.

— Eh!... Qualche volta non si può far a meno di esserlo.

— Allora dopo lo _champagne_ berremo un bicchierino di _wisky_, il liquore americano per eccellenza.

— Accettato, signor di Montcalm. Così saremo pari. —

La bottiglia fu sturata e le tazze furono riempite.

— Ai begli occhi di _miss_ Ellen, prima di tutto, — disse il _yankee_.

— Alla solidità ed al filo della mia lama, — disse invece il canadese.

— Sareste feroce come un antropofago, signor di Montcalm? — chiese il _yankee_.

— Può darsi, — rispose asciuttamente il canadese, e vuotò d'un colpo il bicchiere.

Vi erano sulla tavola parecchie bottiglie di liquori. Ne prese una di _wisky_, la fece sturare e ne versò a tutti, dicendo:

— Bevo al felice viaggio dell'uomo che domani sarà morto.

— Come siete funebre, signor di Montcalm, — disse _mister_ Torpon, il quale si era sentito correre per le ossa un brivido gelato.

— È un brindisi come un altro. —

Si erano alzati. I due rivali sembravano tranquillissimi; i due _partners_ invece, quantunque abituati a vedere degli uomini fracassarsi reciprocamente i corpi e le teste a gran colpi di pugno, erano pallidissimi.

Ad una chiamata del _yankee_ un servo negro che reggeva un doppio candelabro d'argento, era accorso.

— All'ultimo piano, — disse il canadese.

Attraversarono la sala, entrarono nell'ascensore ed in un momento si trovarono in alto.

Il negro accese le lampade elettriche e fece percorrere, ai quattro uomini, tutte le trenta stanze, introducendoli per ultimo in una vasta sala, lunga una quindicina di metri e larga non meno di dieci, il cui pavimento era coperto da un gigantesco tappeto. Non vi era che un solo mobile: un pianoforte.

— Qui? — chiese sottovoce l'americano al canadese.

— Sì, — rispose questi.

— Puoi andartene, — disse il primo al negro. — Sopratutto che nessuno ci disturbi anche se succede un po' di fracasso.

Gli spiriti qualche volta si divertono a fare un po' di chiasso. —

Il negro sgranò i suoi grandi occhi di porcellana e scappò via come se avesse il diavolo alle spalle, chiudendo dietro di sè le porte.

— Le armi? — chiese brevemente il canadese quando furono soli.

Il _partner_ che teneva il pacco ruppe le corde e mostrò due magnifici _bowie-knife_, lunghi un buon piede e larghi due pollici, affilati come rasoi ed assai acuminati.

La luce proiettata dalle lampade elettriche raggruppate in mezzo alla sala, riflettendosi sul lucidissimo acciaio, proiettò negli occhi dei quattro uomini un lampo impressionante, tale da farli rabbrividire.

— Buone armi, — disse il canadese, affettando una certa calma. — Queste sono ottime per la caccia dei _caribon:_ un buon colpo nella spalla e si è sicuri di raggiungere il cuore.

— Ed anche per spaccare la spina dorsale ai nostri giganteschi bisonti del Far-West, — disse _mister_ Torpon, il quale non voleva tenersi indietro.

Fra i quattro uomini regnò un breve silenzio, poi il signor di Montcalm, il quale aveva prontamente riacquistato il suo sangue freddo e tutta la sua audacia, riprese:

— _Mister_ Torpon, lascio a voi la scelta dell'arma. Quale preferite, quantunque mi sembrino perfettamente eguali?

— V'ingannate, signor di Montcalm, — disse il _yankee_, — perchè sul manico d'uno vedo impresse tre stelle mentre sull'altro non ve ne sono che due e può essere quella protettrice che manca.

— Ah!... Il superstizioso!...

— La sorte, — dissero i due _partners_.

— Sia, — risposero ad una voce i due rivali.

Il maestro di _boxe_ dell'americano chiuse nel pugno un _cent_, mise le braccia dietro il dorso facendole girare più volte, poi le tese innanzi ai due rivali dicendo:

— Il pugno pieno per le tre stelle, il vuoto per le due. Il pieno per la porta di destra l'altro per quella di sinistra. —

La sorte fu favorevole al _yankee_, il quale parve assai lieto d'aver guadagnato una stella di più.

— _Gentlemen_, — disse allora il _partner_, con voce grave. — Siete pronti?

— Sì, — risposero all'unisono il _yankee_ ed il _canadese_.

— Voi non entrerete in questa sala se non dopo trascorsi cinque minuti.

— Benissimo.

— Che Dio vi guardi. _Mister_ Torpon seguitemi nella stanza di destra.

— E voi, signor di Montcalm, seguitemi in quella di sinistra, — disse il maestro di _boxe_ di Montcalm.

I due rivali, con un moto spontaneo si stesero la destra e si diedero una vigorosa stretta, poi seguirono i loro _partners_ senza scambiarsi una parola.

Subito le lampade elettriche furono spente e la vasta sala s'immerse in una oscurità profondissima.

CAPITOLO IV.

I due colpi di coltello.

Gli americani, popolo eccessivamente frettoloso, che non ama perdere tempo nemmeno nel mangiare, vanno per le spiccie nel definire le loro questioni d'onore.

Le regole della cavalleria sono affatto sconosciute presso di loro ed i maestri di scherma, così di spada come di sciabola, hanno fatto sempre magrissima fortuna presso quel popolo il quale preferisce impiegare qualche minuto che può rubare agli affari, a qualche lezione di _boxe_.

Il tempo è moneta: ecco la loro divisa. Quindi niente tempo da perdere nelle sale di scherma.

Nondimeno, al pari di tutti gli altri popoli, si battono anche i _yankee_, ed i duelli sono tutt'altro che rari anche negli Stati dell'Unione.

Per lo più preferiscono una buona partita di _boxe_, ma quando si tratta di cose gravissime si mandano all'altro mondo senza costole fracassate o denti rotti o teste peste in modo spaventevole.

Allora, per essere più sicuri, ricorrono alle armi da fuoco ed al _bowie-knife_, contando più sulla fortuna che sull'abilità personale, che di rado posseggono.

Negli Stati dell'Ovest i duellanti montano a cavallo armati d'un buon _winchester_ a dodici colpi, si portano nella foresta più vicina, lanciano i loro destrieri a corsa sfrenata e si fucilano reciprocamente, nè cessano finchè l'uno o l'altro non vuoti l'arcione morto o moribondo.

Negli Stati dell'Est, vanno più per le spiccie. Si prendono due pistole esattamente eguali, se ne carica una sola, si fa scegliere ai due avversari in una stanza oscura ed ognuno è obbligato a puntarsela al cuore od alla tempia e far scattare il grilletto.

Tanto peggio per quel disgraziato che ha avuta la sfortuna di scegliere quella contenente la palla che lo manderà diritto a fare la conoscenza con messer Caronte.

Più terribile, più emozionante invece è il duello col _bowie-knife_, quantunque di esito più incerto.

I due rivali entrano per due diverse porte, a piedi nudi, in una stanza perfettamente oscura, armati del loro terribile coltellaccio, si cercano brancolando silenziosamente fra le tenebre e quando s'incontrano si accoltellano all'impazzata.

Tanto peggio per quello che ne prende di più o a cui arriva una puntata al cuore od alla gola, che tronchi la carotide.

. . . . . . .

Come abbiamo detto, il canadese era uscito dalla porta di sinistra assieme al suo maestro di _boxe_, entrando in una stanza che sembrava piuttosto un gabinetto per fumatori e che era ancora illuminata, poi aveva subito disposto su un tavolino laccato alla giapponese il suo cronometro d'oro per contare i cinque minuti.

Quantunque potesse trovarsi sull'orlo della tomba, non ignorando d'aver da fare con un avversario risoluto e coraggioso, appariva tranquillissimo.

Il suo _partner_ gli aveva preso subito il polso della mano destra, tenendo gli occhi fissi sulle lancette dell'orologio.

— Bene, — disse, facendo schioccare la lingua. — Batte regolarmente ed anche il vostro cuore deve funzionare come al solito.

Sono soddisfatto del mio allievo.

— Ne dubitavate? — chiese il canadese, sorridendo leggiermente.

— Oh no, ma questi duelli americani, impegnati fra una profonda oscurità, devono produrre una grande impressione anche sugli animi più risoluti.

— Forse, — rispose il canadese, il quale stava togliendosi le scarpe.

— Volete un buon consiglio, signor di Montcalm?

— Dite pure.

— Appena entrate, appoggiatevi alla parete e lasciate che l'avversario vi cerchi.

— E se _mister_ Torpon facesse altrettanto?

— Allora marciate, come meglio potrete, verso il centro della sala e là aspettate che il vostro avversario si tradisca o con un respiro, o con uno strofinìo.

Non seguite le pareti, ve lo raccomando. Sareste costretto ad appoggiarvi con una mano, e quel rumore, per quanto lieve, potrebbe allarmare l'avversario.

— Grazie dei vostri consigli.

— Avvolgete ora il vostro braccio sinistro colla vostra giacca e vibrate il colpo dall'alto in basso, essendo voi più alto di _mister_ Torpon.

Se non lo ucciderete sul colpo, gli produrrete una ferita tale da metterlo subito fuori di combattimento.

Mi avete capito?

— Sì, maestro, — rispose il canadese.

Il _partner_ lanciò un altro sguardo sul cronometro.

— Otto ore e trentacinque minuti meno tre secondi. È il momento d'entrare.

— Sono pronto: spegnete la lampada elettrica ed apritemi la porta senza far rumore.

— Qua una buona stretta di mano, signor di Montcalm, — disse il maestro, con voce vivamente commossa. — Sangue freddo e colpo sicuro. —

Si strinsero la mano, la porta fu aperta, poi la lampada spenta, ed il canadese entrò nella tenebrosa sala, in punta dei piedi, impugnando solidamente il _bowie-knife_ e riparandosi il petto col braccio sinistro difeso dalla giacca strettamente avvolta.

Era già entrato l'americano e si era già messo in agguato? Ecco due terribili, angosciose domande, che non potevano avere per il momento nessuna risposta.

Il canadese, come l'aveva consigliato il suo maestro, fece tre o quattro passi seguendo la parete, poi si fermò, avendo trovato un ostacolo.

Doveva essere il pianoforte, l'unico mobile che ingombrava quella vasta sala che pareva fatta appositamente per i duelli americani.

— Aspettiamolo, — mormorò fra sè il signor di Montcalm.

Si appoggiò alla parete senza produrre il menomo rumore, raccogliendosi su sè stesso come una tigre che si prepara ad avventarsi sulla preda, e si mise in ascolto, trattenendo il respiro.

Dov'era _mister_ Torpon? Chi poteva dirlo? S'avanzava cautamente attraverso la sala, col coltello alzato, pronto a vibrare il colpo o stava seguendo le pareti? Quanto avrebbe dato per saperlo.

Invano i suoi occhi cercavano di forare le tenebre, colla speranza di scoprire, almeno vagamente, l'ombra del suo avversario; invano concentrava tutti i suoi sensi nell'udito, colla speranza di sorprendere uno strofinìo, un sospiro, un qualche rumore che lo tradisse.

Il suo cuore cominciava a battere forte forte e così pure battevano, febbrilmente, le sue tempie. L'ansietà del pericolo che non sapeva da quale parte potesse giungere, lo vinceva, eppure quel canadese più di cento volte aveva affrontato gli orsi neri e bruno-giallastri delle immense foreste circondanti i laghi e le formidabili corna dei _caribon_, senza tremare.

È noto già che le tenebre esercitano un'azione deprimente anche sugli animi più audaci. Degli uomini che in pieno giorno montavano all'assalto, sfidando intrepidamente la morte, si sono mostrati sovente vili durante i combattimenti notturni.

Perfino un generale inglese, che nelle guerre dell'India si era acquistata una fama immensa di uomo coraggioso e sprezzante d'ogni pericolo, fu sorpreso una notte, durante un attacco, rannicchiato dietro un albero, più tremante dell'ultimo dei suoi cipai. Eppure aveva guadagnati i suoi galloni, tutti, sui campi di battaglia e l'avevano chiamato il leone!... L'ansietà che divorava il canadese, abbandonato fra quella profonda tenebrìa, in procinto di sentirsi, da un istante all'altro, spaccare il cuore senza avere alcuna possibilità di parare il colpo, era quindi scusabile.

Sempre rannicchiato presso il pianoforte, col braccio destro armato, teso, pronto a tentare una parata disperata, come abbiamo detto, ascoltava sempre, cercando di sorprendere un qualunque rumore.

Si trovava là da qualche minuto, sempre in attesa d'un colpo di coltello, quando uno scricchiolìo secco lo fece trasalire.

Che cosa poteva essere stato? Si sarebbe detto che qualcuno aveva fatto scattare a vuoto il cane di una grossa rivoltella.

Il canadese si era raddrizzato, dilatando spaventosamente le pupille. Cercava, cercava nell'oscurità che si stendeva dinanzi a lui, implacabile, impenetrabile.

— Sarà stato il legname, — mormorò, dopo alcuni istanti d'angosciosa attesa. — Vi sono delle travi sul soffitto. —

Si terse colla sinistra la fronte, copertasi subito d'un freddo sudore, poi tornò a rannicchiarsi a lato del pianoforte.

Nell'abbassarsi però, la punta del coltello urtò sulla tastiera ed una nota ruppe bruscamente il profondo silenzio che regnava nella sala.

Quel suono, un _do_ profondo, aveva fatto vibrare l'aria tenebrosa, ripercuotendosi lungamente sotto il soffitto e negli angoli della sala.

Il canadese ebbe un sussulto.

— Mi sono tradito, — mormorò.

Pronto come un lampo si gettò sul tappeto e scivolò silenziosamente verso il centro, almeno così credeva, della sala, poi si raddrizzò.

L'americano, avvertito da quel suono non ancora del tutto spento, doveva ormai essersi diretto verso l'istrumento, per sorprendere l'avversario e forse inchiodarlo, con una tremenda coltellata, sulla tastiera.

Passò un altro minuto, lungo quanto un secolo. Le ultime vibrazioni del _do_ si erano a poco a poco affievolite ed un silenzio di tomba era piombato nuovamente sulla vasta sala.

Ad un tratto l'udito piuttosto acuto del canadese, raccolse un rumore indistinto. Pareva ora che un piede nudo strisciasse sul soffice tappeto ed ora che invece fosse una mano che strisciasse lungo una parete.

Si era bruscamente voltato, aguzzando invano gli sguardi.

Proprio in quel momento nella via sottostante si udirono delle voci umane miste a scoppi di risa.

Una brigatella di persone allegre passava dinanzi all'albergo cantando l'_yankee-dodle_.

Quando quelle voci si perdettero in lontananza, lo stropiccìo che aveva allarmato il signor di Montcalm era cessato. Il silenzio era nuovamente piombato nella sala.

— Me l'hanno fatto perdere, — mormorò il canadese, mordendosi con rabbia le labbra. — Quegli ubbriaconi potevano passare di qui un po' più tardi.

Dove sarà ora quel dannato _yankee?_ Dove sorprenderlo? Che si sia fermato e che al pari di me tenti di raccogliere il rumore dei miei piedi? Ah no, può aspettarmi, perchè non mi muoverò così presto.

Il sole è ben lontano ed in dieci ore possono scannarsi anche diecimila uomini.... —

Si era bruscamente interrotto ed aveva fatto un mezzo giro su sè stesso, tornando a dilatare le pupille, poi si era lentamente abbassato stendendosi del tutto al suolo ed accostando un orecchio sul tappeto.

Aveva udito un altro fruscìo, ma che pareva provenisse dall'opposta direzione. L'americano, approfittando di quello schiamazzo, aveva fatto il giro della sala portandosi dall'altra parte?

Il canadese ascoltava sempre, premendo l'orecchio contro il tappeto.

Il suo udito raccoglieva, di quando in quando, dei crepitii appena percettibili. Dei piedi premevano, con precauzione, il pesante tessuto, diventando sempre più distinti.

Dunque il _yankee_ si avvicinava, avanzandosi forse anche lui verso il centro della sala? Probabilmente, attratto da quella nota mandata dal pianoforte, aveva raggiunto l'istrumento e non avendo trovato l'avversario, doveva avere seguite le pareti per poi lasciarle.

Ora doveva cercare verso il centro, brancolando nel buio ed avanzandosi naturalmente a casaccio.

Il canadese lo udiva avvicinarsi sempre più, poichè i crepitii della stoffa, per quanto leggieri, giungevano più distinti al suo orecchio.

Dove sarebbe passato l'avversario? Dinanzi o di dietro? A destra od a sinistra? Ecco quello che chiedeva con una certa angoscia.

Non gli sarebbe invece caduto addosso, inciampando in quel lungo corpo disteso?

Il signor di Montcalm riflettè un istante, si compresse colla mano sinistra il petto come se volesse imporre silenzio ai forti battiti del cuore, poi lentamente si sollevò e si mise in ginocchio, girando intorno a sè la destra armata.

Sentiva il nemico, ma per quanti sforzi facesse per raccogliere meglio il rumore di quella marcia silenziosa, non riusciva a stabilire la direzione che teneva.

D'improvviso udì, a brevissima distanza, un lieve sospiro, ma nello stesso tempo il crepitìo del tappeto cessò.

Si era fermato il _yankee?_ Si era accorto anche lui che il suo avversario gli stava così vicino? Lo aveva forse fiutato? Anche questo poteva, fra le tante cose, ammettersi.