Una sfida al Polo

Part 17

Chapter 173,613 wordsPublic domain

Camminò per una diecina di minuti, bestemmiando contro il nebbione che gli si accumulava addosso, rinserrandolo da tutte le parti, poi fece un rapido dietro front e si cacciò dietro un piccolo _hummok_ cercando di farsi più piccino che gli era possibile. A breve distanza aveva udito un muggito, seguìto poco dopo da un altro più rauco e non meno minaccioso.

— I buoi muschiati!... — esclamò, a mezza voce. — Altro che automobile!... Che io sia proprio destinato a lasciare le mie budella sulle corna di quegli animali? —

In quell'istante udì uno sparo, poi un secondo, quindi un terzo.

— Le Colt del signor Gastone!... — mormorò. — Deve essersi accorto della mia scomparsa e mi chiama.

Che cosa fare? Se rispondo mi attirerò addosso tutta la banda dei buoi, e non sarà questo miserabile monticello di ghiaccio, che non è più alto di due metri, che mi salverà.

Corpo di tutte le corone e di tutte le spade di Giove!... Eccomi in un bell'imbarazzo. —

Un quarto, poi un quinto sparo rimbombarono, ma così lontani che lo studente ne fu spaventato.

Doveva aver percorso parecchi chilometri in mezzo al nebbione, credendo di girare sempre intorno al treno.

Malgrado il freddo intensissimo che avrebbe spaccato perfino una pietra, Walter si sentì bagnare la fronte da grosse goccie di sudore.

— Triplice imbecille, — mormorò. — Che cosa fare dunque? Continuare a rivolgermi questa domanda senza nulla risolvere? —

Una sesta, poi una settima detonazione si propagarono fra la nebbia, la quale, contrariamente a quello che si crede, è una eccellente conduttrice dei suoni.

— Accada ciò che si vuole, io risponderò, — disse. — Se i buoi maledetti mi daranno la caccia tanto peggio per me.

Dopo tutto sono il campione della corsa delle cento _yarde_ e per qualche motivo mi sono guadagnato quel grado. —

Alzò risolutamente uno dei due _mauser_ e sparò, uno dietro l'altro, due colpi.

L'eco si era appena spenta quando altri due colpi risposero e questa volta non erano di rivoltella. Il canadese doveva essersi provveduto di qualche altro _mauser_ essendovene parecchi nel carrozzone.

— Ora a me, garretti!... — gridò lo studente. — In marcia! —

Stava per slanciarsi a corsa sfrenata, quando udì dietro di sè un galoppo furioso.

— Fulmini!... — esclamò. — I buoi mi danno la caccia!... Via, Walter mio, se vuoi salvarti le tue budella. —

Si era messo a correre a tutta lena, spiccando di quando in quando dei grandi salti, spronato da un fragore di zoccoli che risuonavano vicinissimi a lui.

Dall'automobile il canadese o l'ex-baleniere continuavano a sparare ad intervalli di mezzo minuto.

Lo studente però, avvolto da quel gelido sudario, si trovava immensamente imbarazzato a mantenere una esatta direzione, anche perchè il vento spostava il rimbombo dei colpi.

Nondimeno non cessava di correre, raccomandandosi ai suoi garretti, fortunatamente robustissimi.

Diamine!... Si era ben allenato sulla pista di Cambridge prima di misurarsi coi corridori d'Oxford.

Correva come il vento, colle braccia tese innanzi per prevenire una disastrosa caduta, la bocca ben chiusa e le nari invece bene aperte, in preda ad un'angoscia che fino allora non aveva mai provata.

Dietro di sè udiva sempre il rombo prodotto da una ottantina di zoccoli percuotenti il ghiaccio.

I buoi gli davano una caccia spietata, accanita, colla speranza di fargli fare un bel salto in aria e di ricevere il suo corpo sulle punte delle corna.

Avevano però da fare con un vero campione di corsa, poichè lo studente manteneva la distanza tuffandosi sempre più nel nebbione.

— Se non ci vedo io, non ci vedranno nemmeno loro, — si diceva il fuggiasco, allungando sempre. — Quando troverò l'automobile? —

Ad un tratto si tolse dalle spalle uno dei fucili, si arrestò un momento e scaricò sei colpi dietro di sè, a casaccio, all'altezza d'un metro.

— Ormai mi hanno scoperto, — disse, riprendendo la corsa, — tanto vale quindi a rispondere al signor Gastone. —

Due spari risposero tosto a quella scarica. Il canadese e l'ex-baleniere segnalavano sempre la loro posizione.

Quei colpi erano echeggiati vicinissimi, forse alla distanza di cinque o seicento metri.

Il treno quindi non era lontano e non doveva essere difficile ritrovarlo se gli spari continuavano.

Lo studente si orientò rapidamente, impugnò il secondo fucile e riprese lo slancio urlando:

— Forza, campione di Cambridge!... Batti il _récord_ di Oxford! —

Pareva però che anche i buoi muschiati volessero stabilire il _récord_ polare, poichè non cessavano un istante di galoppare sulle tracce del disgraziato studente.

Avanzavano con un fragore d'uragano, muggendo ferocemente, furiosi di non aver ancora potuto raggiungere il fuggiasco che li teneva così bene in scacco e di non aver ancora potuto affondare le loro corna nelle sue carni.

Un altro minuto di corsa disperata, poi due lampi squarciarono il nebbione a pochi metri dinanzi allo studente.

L'automobile ed il suo carrozzone stavano a pochi passi, pronti a ripartire poichè il guasto, più per opera del canadese che dell'ex-baleniere, il quale se avesse potuto l'avrebbe invece aggravato, era stato nel frattempo riparato.

— Signor Gastone!... Dik!... — gridò lo studente con voce strozzata.

— Qui!... Qui!... — rispose subito il canadese.

— I buoi!... I buoi!... Mi danno la caccia!...

— Li odo!... Saltate!... —

La sirena lacerò l'aria, mentre il motore ricominciava i suoi _teuff-teuff_ affannosi.

Walter in quattro salti raggiunse l'automobile ormai visibile pei suoi fanali proiettanti attraverso la nebbia due splendidi fasci di luce, si slanciò sul predellino e cadde fra le braccia del canadese il quale gridò subito:

— Via Dik!... A cinquanta miglia!... —

Poi prendendo una bottiglia di _wisky_ ancora mezza piena, la porse allo studente, dicendogli:

— Mandate giù un sorso e poi sparate. —

I buoi muschiati giungevano come una valanga, in gruppo serrato, le teste basse, colle corna quasi rasentanti la superficie gelata.

Guai se tutte quelle masse, lanciate come erano, si fossero precipitate addosso al treno. Fortunatamente giungevano con qualche mezzo minuto di ritardo.

— Via, Dik!... — ripetette il canadese, impugnando le due grosse Colt.

L'automobile scricchiolò tutta sotto lo sforzo supremo fatto per sbarazzare le sue ruote dal ghiaccio che le imprigionava, con un salto raggiunse il livello del banco e si slanciò innanzi rumoreggiando sinistramente.

I buoi vedendola fuggire non interruppero la loro corsa, anzi raddoppiarono di velocità, ma un fuoco terribile partito dai due lati dell'automobile e che gettò a terra tre o quattro di loro li obbligò ben presto a sostare.

D'altronde non avrebbero potuto gareggiare a lungo con quella splendida macchina che divorava la via sfondando il nebbione. Qualche istante dopo il loro galoppo furioso cessava, mentre il canadese e lo studente lanciavano le loro ultime cariche.

— Signore, — disse Dik, il quale cominciava a rallentare, temendo di trovarsi, da un istante all'altro, dinanzi qualche canale pronto ad inghiottirli tutti. — Così non possiamo continuare.

Io non posso rispondere delle vostre vite se questo nebbione non si alza.

— Infatti è una corsa da pazzi che finirà in una catastrofe, — disse il canadese, il quale pensava pure alla possibilità di fare un terribile salto in qualche spaccatura del campo di ghiaccio. — Si odono più i buoi?

— No, signor Gastone, — disse lo studente. — I miei amici sono rimasti indietro e ci hanno perduti di vista.

— Potete avanzare al passo con piena sicurezza, Dik?

— I fanali proiettano abbastanza luce per scorgere a tempo un ostacolo.

— Allora tirate innanzi come potete, mantenendo la rotta sempre al nord.

Rimonteremo più tardi la riva.

E voi, Walter, come vi siete smarrito nel nebbione? Simili imprudenze, come avete veduto, possono costare la vita.

— Mi è costata invece, le gambe la mia, — rispose lo studente, ridendo. — Ah!... Che corsa, signor Gastone!... Se tornerò un giorno in Inghilterra lancerò una sfida in piena regola a tutti i corridori dell'Università di Oxford e di Cambridge insieme, sicurissimo ormai di batterli senza troppa fatica.

Meno male che tirando su di me l'attenzione dei buoi, ho lasciato a voi il tempo di lavorare tranquilli.

Era grave il guasto?

— Oh!... — rispose il canadese, facendogli segno di troncare subito.

— Che diavolo vi è qui sotto? — brontolò lo studente, un po' impressionato dall'aria grave del canadese.

Il dialogo terminò lì.

L'automobile intanto continuava ad avanzare quasi a passo d'uomo, sempre affogata in mezzo al nebbione. Dik non osava lanciarlo, quantunque la luce dei fanali, potentissima, si proiettasse fino ad una decina di metri.

Quella marcia durò un paio d'ore, poi il canadese comandò l'alt.

— Andiamo a prepararci la colazione, Walter, — disse, — e voi Dik, giacchè non temete nè il freddo nè gli orsi, andate a esplorare un po' la via.

Prendetevi un fanale e non dimenticate il fucile. —

Attese che lo _chaffeur_ si fosse allontanato, poi si ritrasse nel carrozzone assieme allo studente e accese la lampada e la stufa.

— Amico mio, — disse poi, — che cosa avete voi pensato di quel guasto misterioso?

— Aspettavo da voi anzi una spiegazione, — rispose lo studente. — Si trattava di cosa grave?

— No, perchè è forse mancato il tempo all'autore del guasto di dare il colpo di martello esattamente, ma un po' più innanzi, ed il radiatore, l'anima della nostra macchina, andava a pezzi.

— Signor Gastone, quello che mi narrate è molto grave.

— Non dico di no, — rispose il canadese, il quale appariva assai preoccupato.

— Sicchè voi dubitereste di Dik?

— Non potrei affermarlo, tuttavia....

— Ed a quale scopo il baleniere avrebbe tentato di arrestarci?

— Chi lo sa? Vi potrebbe essere sotto la mano di Torpon.

— Signor Gastone, quel guasto non potrebbe essere stato prodotto da qualche scossa o da una cornata di qualche bue muschiato?

— Non è possibile.

— Corpo di tutti i fulmini di Giove!... Che la faccia di quel Dik non mi rassicuri pienamente, non ve lo nego, tuttavia non lo crederei capace di compiere una simile infamia.

— Potrò essermi ingannato, Walter, però vi consiglio di aprire anche voi ben bene gli occhi.

È facile guastare un automobile, e se ciò accadesse non dovremmo più pensare a conquistare il Polo.

— Aprire gli occhi!... Non lascerò un solo momento, da questo istante, il baleniere, e se lo sorprendo, giuro su tutti i fulmini di Giove di fracassargli il cranio con una rivoltellata.

Ed ora, signor Gastone, prepariamoci la cena. —

CAPITOLO XXI.

Le estreme terre boreali.

Per due giorni l'automobile, avvolta sempre da quel fitto nebbione che non permetteva alla luce del sole di penetrare, rimase immobilizzata sul campo di ghiaccio del golfo di Bosnia.

La mattina del terzo giorno, dopo una notte burrascosa, accompagnata da furiose raffiche freddissime, l'automobile finalmente si riponeva in marcia fra una vera tempesta di neve.

La nebbia però, spazzata dalle folate, se n'era andata verso il sud, raccogliendosi all'estremità del golfo.

Il canadese e lo studente si erano messi sotto la _capote_ dell'automobile, dietro all'ex-baleniere, per sorvegliarlo strettamente.

Ormai il sospetto, non infondato, si era infiltrato nei loro cuori e non volevano correre il pericolo di rimanere a mezza via.

Procedevano rapidamente poichè il ghiaccio si prestava meravigliosamente ad una corsa anche velocissima, non essendovi che dei rarissimi _hummok_ incastrati fra i ghiacci.

In due ore raggiunsero le isole Murchison che si stendono lungo la costa occidentale della terra di Boothia, poi filarono verso la terra di Somerset, cacciandosi audacemente dentro il canale del Reggente.

Di quando in quando apparivano degli orsi bianchi i quali però, udendo la sirena fischiare, si affrettavano a fuggire a tutte gambe, abbandonando perfino le foche che avevano pescate sull'orlo dei crepacci e che stavano divorando.

La traversata, dal sud al nord, del canale del Reggente, non richiese più di quattro ore, poichè avendo trovato il _pak_ quasi liscio, il canadese aveva ordinato a Dik di spingere la velocità dell'automobile a ottanta chilometri all'ora.

Già le coste meridionali della grande isola di Devon cominciavano a delinearsi, quando l'immenso _pak_ sul quale l'automobile correva sfrenatamente, tutto d'un tratto cominciò a vibrare in maniera strana ed a mugghiare come se un immenso armento di bisonti stesse in quel momento attraversandolo.

— Per tutti i fulmini di Giove!... — esclamò lo studente, assai impressionato da quei fragori che aumentavano di momento in momento d'intensità. — Sta per scatenarsi qualche spaventevole bufera? Eppure il cielo è sgombro di nubi e di nebbia.

— Sono le pressioni, — rispose il canadese, mentre Dik rallentava subito la corsa.

— Prodotte da che cosa?

— Da un salto improvviso del freddo. Il ghiaccio in questo momento aumenta il suo spessore, e non trovando più posto, il nuovo si accapiglia col vecchio tentando di sfondarlo.

All'Università di Cambridge vi avranno già insegnato che quando l'acqua gela aumenta considerevolmente il suo volume.

— Mi pare, — rispose lo studente, sorridendo. — E che cosa succederà ora?

— Una cosa gravissima, mio caro Walter, — disse il canadese, il quale appariva assai preoccupato. — Queste pressioni schiacciano le più solide navi come se fossero delle semplici nocciuole e sono le nemiche più temute dai navigatori artici.

— Ma la nostra automobile non è una nave, signor Gastone.

— Può correre egualmente dei gravissimi pericoli, poichè il pak, sotto l'enorme spinta del nuovo ghiaccio sarà costretto ad aprirsi, a creparsi, ed una spaccatura può manifestarsi, da un istante all'altro, sotto le ruote del nostro treno.

— Ed allora che succederebbe?...

— Un capitombolo in fondo al mare senza alcuna speranza di tornare a galla poichè il ghiaccio, durante le pressioni si apre e si chiude quasi istantaneamente.

— Le pressioni sono adunque i terremoti polari.

— Nè più nè meno, Walter.

— Diavolo!... — esclamò lo studente, grattandosi la punta del naso. — Io non sono mai stato un ammiratore dei terremoti.

— Dik, — chiese il canadese, — che cosa ci consigliate di fare?

— Aspettare, — rispose asciuttamente l'ex-baleniere, il quale aveva già fermato il motore.

— Non si potrebbe fare una volata fino all'isola di Devon? Là almeno potremmo riderci delle pressioni, poichè sulla terra ferma non avvengono.

— Ci occorrerebbe per lo meno una buona mezz'ora, signore. Aspettiamo qui che il movimento del _pak_ cessi.

Il pericolo d'altronde sta qui come a dieci o venti miglia più innanzi.

— Walter, guardate il termometro.

— Quarantadue gradi sotto, — rispose lo studente.

— Mentre poco fa non ne segnava che 36. Che salto di freddo!...

— Me lo sento indosso, signor Gastone. Mi caccierei volentieri nel nostro carrozzone accanto alla stufa.

— Lo farete più tardi, quando il pericolo sarà cessato. Ecco che le pressioni ricominciano: come la finiremo noi? Stritolati od inghiottiti? —

L'immenso _pak_, dopo alcuni minuti di sosta, ricominciava a vibrare ed a rumoreggiare.

Delle fessure o meglio delle spaccature che si prolungavano per parecchi chilometri, di quando in quando si succedevano, accompagnate da detonazioni non meno intense di quelle prodotte dai pezzi grossi della marina.

Succedeva un altro momento di calma, poi quei fragori tutto d'un colpo acquistavano una sonorità spaventosa.

Mille muggiti si fondevano accompagnati da urla e da spari, poi il banco compresso enormemente ai suoi confini da una forza incalcolabile si curvava in alto, gonfiandosi come una gigantesca onda.

Allora avvenivano delle rotture. Dei canali si aprivano per rinchiudersi subito dopo d'aver vomitato blocchi di ghiaccio e masse d'acqua spumeggiante che si solidificava quasi istantaneamente.

Certe volte s'aprivano improvvisamente delle buche più o meno circolari e sorgevano delle punte di ghiaccio le quali s'ingrossavano rapidamente, s'alzavano in forma di torri e di campanili, per poi diroccare con un fracasso assordante che si ripercuoteva fino agli estremi limiti dell'orizzonte.

Guai se l'automobile si fosse, per caso, trovata presso qualcuno di quei centri di pressione!... Sarebbe stata schiacciata sul colpo dallo strapiombare di quegli enormi massi di ghiaccio.

— È uno spettacolo che fa tremare il cuore, — disse lo studente, il quale si teneva stretto al sedile, poichè la vettura oscillava come una nave percossa da un violentissimo rollìo. — Non credevo che i ghiacci fossero capaci di animarsi.

E dureranno molto queste pressioni?

— Fino a quando il _pak_ si sarà completamente assestato, — rispose il canadese. — Forse dei grandi _ice-bergs_ sono scesi lungo lo stretto di Lancaster ed esercitano anche loro delle spinte poderosissime per aprirsi il passo e cacciarsi dentro quello del Reggente.

— E noi giuochiamo la fortuna.

— Certo, Walter, e se la fortuna dovesse abbandonarci, allora potreste dare e per sempre un addio al Polo.

— Non poteva toccare a quel bisonte di Torpon un simile affare?

— Le pressioni non risparmieranno nemmeno lui.

— Potessero inghiottirlo insieme alla sua macchina.

— Siete più feroce di me, Walter.

— Quel bisonte mi è antipatico.

— Saldo, Walter!... —

Il ghiaccio si era gonfiato sotto di loro ed il treno era stato spinto in alto con un rombo spaventevole.

Per un momento i tre esploratori credettero che tutto fosse finito e che s'aprisse qualche immensa spaccatura, invece nulla accadde.

Il _pak_, dopo d'aver vibrato e dopo d'aver oscillato in tutti i sensi come se fosse diventato una massa liquida, s'abbassò bruscamente riprendendo il primiero livello.

Tre o quattrocento passi più innanzi però una torre di dimensioni enormi si era innalzata per cinquanta o sessanta metri, e dopo d'aver oscillato spaventosamente si era sfasciata, scagliando dei massi del peso di parecchie tonnellate, in tutte le direzioni.

La pressione del ghiaccio si era sfogata, e pel momento più nessun pericolo poteva minacciare i tre audaci esploratori.

— Credevo già di vedermi in fondo al mare, — disse lo studente, il quale era ancora pallidissimo. — Signor Gastone, l'abbiamo scappata bella.

— Anch'io per un istante ho creduto che tutto fosse finito, — rispose il canadese. — Se quella torre fosse sorta trecento passi più vicina, l'automobile ed anche il carrozzone sarebbero stati sminuzzati.

— E noi con loro. Che belle bistecche per gli orsi bianchi! Che il _pak_ si risollevi? —

Invece di rispondergli, il canadese si volse verso Dik il quale, abituato a quei terribili spettacoli, non appariva affatto impressionato e gli disse:

— Lanciate e cerchiamo di guadagnare la terra ferma. Il freddo è aumentato d'un altro grado e le pressioni continueranno chissà per quanto tempo, il pericolo esiste qui come più innanzi.

Sfidiamolo. —

L'ex-baleniere scosse il capo, poi rimise in movimento il motore ed approfittando d'un momento di calma, scagliò le vetture a cento chilometri di velocità.

Aveva pur lui compreso che solo la terra ferma avrebbe potuto salvarli da un disastro spaventevole che poteva succedere da un momento all'altro.

Ben presto la corsa del treno divenne fulminea. Pareva che volasse, tutto avvolto in un turbinìo di sottilissimi aghi di ghiaccio i quali balenavano stranamente sotto gli ultimi raggi del sole.

Di quando in quando faceva dei balzi giganteschi e rollava disperatamente come un veliero sbattuto dalla tempesta, fra i mille muggiti delle formidabili pressioni che si potevano benissimo scambiare pei muggiti delle onde in furore, completando così l'illusione.

Intorno, il _pak_ si sollevava, crepava, detonando, si alzavano bruscamente immani colonne di ghiaccio spinte in alto dalle possenti strette e che poi, come sempre, crollavano, lanciando a grandi distanze i loro blocchi i quali rimbalzavano in tutte le direzioni.

— Dio!... Comincio ad aver paura!... — aveva esclamato lo studente. — Raccomandiamo le nostre anime. —

Vi era infatti da aver paura delle tremende convulsioni dell'immenso banco di ghiaccio, il quale s'apriva e si rinchiudeva come se sotto le acque un formidabile terremoto scuotesse le estreme parti del mondo settentrionale.

La terra di Devon era scomparsa fra una cortina di nebbie scendenti dal nord, ma l'ex-baleniere aveva la bussola dinanzi a sè, e quantunque l'ago fosse così inclinato da toccare quasi la rosa dei venti in causa dell'attrazione magnetica del polo, funzionava ancora abbastanza bene per non ingannarlo sulla vera direzione.

Ed intanto il treno continuava a correre, rombando spaventosamente, fra una vera tempesta di ghiacciuoli che cadevano non si sapeva da qual parte, lambendo profondi crepacci in fondo ai quali il mare rumoreggiava tentando di montare alla superficie del _pak_, saltando e balzando sopra i blocchi di ghiaccio disseminati in tutte le direzioni.

Mezz'ora era trascorsa e cinquanta chilometri erano stati divorati, quando la vettura fece un soprassalto e si rizzò come un cavallo che s'impenna sotto una terribile frustata, poi ricadde raddoppiando la corsa.

L'ex-baleniere aveva mandato un grido.

— Che cosa è accaduto, Dik? — chiese il canadese, il quale per poco non era stato scaraventato sul _pak_ dal contraccolpo.

— L'automobile si è alleggerita e mi scappa sotto le mani.

— Alleggerita di che cosa?

— Corpo di tutti i fulmini di Giove!... — gridò in quel momento lo studente, il quale si era alzato aggrappandosi all'orlo della _capote_ di cuoio. — La vettura si è staccata ed è rimasta indietro!...

— Mille dannazioni eterne!... — urlò il canadese.

— Devo frenare? — chiese Dik.

— Lasciamola andare per ora, — rispose il signor di Montcalm. — Tornare, sarebbe come cercare la morte.

Torneremo più tardi a riprenderla se il ghiaccio non l'avrà inghiottita.

Via, Dik!... Via!... —

Le pressioni ricominciavano in quel momento con rabbia crescente. Il _pak_, compresso contro le sponde meridionali dell'isola di Devon, si contorceva tutto come se fosse diventato di gomma.

Da tutte le parti sorgevano blocchi di ghiaccio, i quali saltavano fuori dalla grande massa coll'impeto di blocchi scaraventati in aria dallo scoppio di una mina.

La morte aleggiava intorno ai tre audaci e dava loro la caccia per afferrarli e seppellirli in fondo ai gelidi baratri dell'oceano artico.

Si poteva dire che ormai gareggiavano coll'orribile megera.

— Via!... Via!... — continuava a gridare il signor di Montcalm, con voce strozzata. — Lanciate Dik!... Lanciate!... —

L'ex-baleniere non aveva bisogno di quei consigli. Aggrappato disperatamente al volante, cogli occhi spalancati, quasi rannicchiato dietro lo scudo protettore, non scemava d'un metro la spaventosa velocità del motore pulsante febbrilmente.

Passarono altri dieci minuti lunghi come dieci ore pei tre disgraziati, poi la vettura s'alzò scagliandosi in mezzo ad una fitta cortina di nebbia.

— Saliamo la costa, — gridò Dik, — Tenetevi fermi!... Cerco di frenare!.... —

[Illustrazione: — L'automobile si è alleggerita e mi scappa sotto le mani. — (Cap. XX).]

Avevano raggiunto la terra ferma ed ormai le pressioni più non potevano afferrarli. Dalle pressioni però erano caduti in seno ad una furiosa tempesta di neve che si dibatteva in mezzo ad un fitto nebbione.

L'automobile risalì di volata una costa, traballando come un ubbriaco, spiccò una mezza dozzina di salti, poi sprofondò in mezzo ad un ammasso di neve.

Nel medesimo istante il motore cessò di colpo di funzionare.

— Dik, che cosa è avvenuto? — chiese con angoscia il canadese.

L'ex-baleniere esitò un momento a rispondere, poi abbandonando il volante disse:

— Un nuovo guasto è avvenuto, signore. Siamo immobilizzati.

— Grave?

— Chi lo sa? —

Il canadese e lo studente si guardarono l'un l'altro con estrema ansietà, poi il primo disse con rassegnazione:

— Fatalità questa volta.

— Che cosa faremo ora, signor Gastone? — chiese il secondo.