Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier

Part 2

Chapter 23,923 wordsPublic domain

Per non parlare che dei miei studii, quanti grandi scienziati non ha oggi la Svezia; e il Loven, l’Illebrand padre a figlio, l’Axel Kei, il Montelius, il Van Düben, lo Stolpe e tanti altri, stanno a dimostrarci che le terra che ci ha dato Linneo e Berzelius, continua ad esser feconda di grandi uomini, che aprono orizzonti nuovi nel campo della natura.

La fisonomia degli svedesi è caratteristica. Nel basso popolo tu vedi non rare le facce a tipo finnico, direi quasi lapponico; sono quadrate, larghissime con naso piccolo, bocca grande. Nella classe alta vedi invece la fisonomia germanica o meglio _scanica_. In generale è gente grassa, bionda, robusta e rubizza, che esprime la forza e la bonomia; occhi grigi o azzurri, non grandi. Allegri, senza _grazia rotonda_ nei loro movimenti. Tutto è in essi angoloso; salutano inchinandosi, a guisa di compasso che si chiuda, o abbassano e innalzano il cappello più volte come macchine. Cortesi, ospitali, ti offrono mazzolini di fiori ad ogni momento.

Fu detto che gli svedesi sono i francesi del nord, ma ciò fu detto anche dei russi e queste frasi ad effetto sono quasi sempre dei _lieux communs_, che ci risparmiano le osservazioni fine e profonde. Un carattere umano è cosa che non si definisce con una frase.

Fu anche detto, che i costumi sono piuttosto _facili_ nella Svezia, e qualche statistica proverebbe che Stocolma è, dopo Monaco, la città che dà in Europa il maggior numero di figli illegittimi. Io vorrei ancora mantenere aperta la questione, perchè ho veduto molto contegnoso il riserbo nelle figlie d’Eva d’ogni classe, e non ho trovato le etarie, che in tante altre città portano in giro le loro provocazioni impertinenti.

Nella Svezia ho trovato assai accentuata una tendenza democratica nelle classi medie e più ancora fra gli uomini di lettere e di scienza. Mentre in Danimarca un nastro all’occhiello fa felici tanti mortali, nella Svezia nessuno porta il nastro e conosco molti professori dell’Università che lo hanno rifiutato. Il Nordenskjöld, il grande esploratore del polo, che si aspetta da un giorno all’altro col bottino glorioso delle sue intraprese, ebbe una volta una lezione dal re. Questi gli aveva conferito non so qual ordine e il Nordenskjöld l’aveva rifiutato. Il grande scienziato alla sua volta offerse al re una magnifica pelliccia portata dal suo viaggio, e Oscar l’accettò, dicendogli: «Tu sei più superbo di me; io ho accettato il tuo dono, tu hai rifiutato il mio.»

Il partito _pietista_ è nella Svezia molto _remuant_, ed è combattuto con molta vivacità dalle classi medie e dagli scienziati. L’istruzione popolare è coltivata con immenso amore, e le signore più distinte di Stocolma vi dedicano il meglio del loro tempo e del loro danaro.

Ho avuto il piacere di essere invitato ad un pranzo, in cui il Retzius, con squisita cortesia, volle circondarmi degli antropologi e fisiologi più illustri della capitale. Più schietta, più larga, più splendida ospitalità io non aveva mai veduto. Un pranzo in Svezia è qualche cosa di originale, di grande, che rammenta il medio evo nelle sue più belle forme. Innanzi tutto vi vedete schierati in tavola almeno dodici o venti piattini, nei quali la terra e il mare vi offrono i loro tesori più pizzicanti e appetitosi; lingua di bue e uova di merluzzo, aringhe della Norvegia e anguille marinate, salame crudo e prosciutto. Si pizzica qua e là e poi si beve un bicchierino d’acquavite, che potete scegliere profumata in tre o quattro maniere. Poi viene la zuppa, che può essere di tartarughe o di gamberi di acqua dolce o anche d’ortiche. Tengon dietro i grandi pesci di mare o di fiume, il cervo o il bove e i fagiani della foresta; gelati, crema balsamica; i vini di tutti i popoli della terra che hanno una vigna. Il Retzius con delicata premura aveva messo in tavola anche il fiasco del Chianti e il moscato di Gerace. Ed ogni volta che il padrone di casa beveva, m’invitava a bevere con lui, facendomi sempre un nuovo augurio. Ed io beveva e ringraziava; mentre tutti i commensali dirigevano verso di me i loro bicchieri con grazia affettuosa. Sempre che si beve, si invita qualcuno all’amichevole augurio e questo si chiama _skole_. Circolò anche a metà del pranzo la maestosa _Olbolle_, immensa tazza di legno dipinto, piena di birra, e tutti bevettero nello stesso nappo fraternamente. Dopo il pranzo ognuno va a stringere la mano al padrone e alla padrona, ringraziandoli. Sono usi patriarcali, pieni di un profumo di antica cavalleria, che ci riportano a un tempo, in cui non si arrossiva di esprimere quel che si sente, per poi imparare con sottilissima ipocrisia ad esprimere quello che non si sente. Benedetti i paesi, nei quali _progresso_ non vuol dire cancellare tutte le memorie del passato e vergognarsi di aver avuto degli antenati.

IV

Cristiania è una delle città più originali di Europa, e solo qua e là ti ricorda qualche lineamento della Scozia e dell’Olanda. Essa è in ordine di tempo la terza capitale della Norvegia. Toccò all’antica Nidaros (oggi Trondhjem) l’onore di essere la prima fino al 1397, quando Margherita, regina dì Danimarca, che fu chiamata la Semiramide del Nord, univa sul suo capo e tramandava ai suoi successori le tre corone di Danimarca, di Svezia e di Norvegia. Dopo il 1397 divenne capitale la città di Opslo, fondata verso l’anno 1100, ma nel secolo XVII fu totalmente distrutta da un incendio. Fu allora che Cristiano IV, re di Danimarca, edificò nel 1624 una nuova città, che dal suo nome fu detta Cristiania.

Nel centro della città avete alcune vie molto larghe e dirette, dove le case si appoggiano le une alle altre come in tutte le città del mondo, ma fuori di lì, senza strozzatura di mura nè tirannia di regolamenti urbani, Cristiania si muove a suo capriccio nel piano, sui colli e lungo il _fiord_, seminando di ville un largo giro di terreno. Son case isolate, tutte o quasi tutte di legno, ora candide come il marmo, ora bianche e nere, ora gialliccie, coperte di piante arrampicanti, che fanno lieta ghirlanda alle scale esteriori, al balcone e alla _varanda_ e che si nascondono pudicamente fra boschetti di lilla, violetti e bianchi, che in questa stagione mostrano una profusione incredibile di fiori di un raro splendore. Dalla maggior parte di queste ville si gode una vista bellissima sul mare lontano, sui colli e sulla città.

Fra gli edifizi più rimarchevoli di Cristiania ho notato il palazzo reale, imponente e bello che domina l’intiera città, circondato da un gran parco, dove passeggiano i pacifici norvegiani, trovando sotto la frescura degli alberi anche botteghine democratiche, dove bevete dell’acqua di Seltz per cinque centesimi e vi è servita quasi sempre da una bionda e giovane figlia di Thor.

Sotto il castello (che così si chiama il palazzo reale) trovate l’Università, fondata solo nel 1811 e che è divisa in varii edifizi. Uno di essi è la _Domus Academica_, destinato alle lezioni di teologia, di diritto, di lettere e di filosofia, e dove hanno sede il gabinetto numismatico e il gabinetto delle antichità norvegiane. Nell’edifizio centrale hanno loro stanza la facoltà di medicina coi suoi laboratorii e i musei di storia naturale; mentre un terzo edifizio, parallelo al secondo, non contiene che la biblioteca, ricca di circa 200,000 volumi.

Il professore Roeg mi fece da cicerone nel museo preistorico e archeologico, dove non si trovano che cose norvegiane, che sono del resto molto rassomiglianti alle svedesi. Anche qui manca affatto l’epoca paleolitica che la Norvegia non ebbe mai. Il giovane Nielsen mi fu guida cortese nella corsa che feci nel museo etnografico moderno, che è giovane di età, ma già molto ricco, specialmente in oggetti della Lapponia e della Groenlandia. Vi sono anche molte e buone cose della Polinesia, della Nuova Zelanda e moltissime della China e del Giappone. Il Nielsen è l’autore della miglior guida per la Svezia e la Norvegia, guida che ha il merito raro di essere scritta in lingua tedesca e non in danese[2].

Lo _Storthingshaus_, o edifizio del parlamento, è più originale che bello, ma ha una fisonomia severa, del tutto medioevale.

Tutta la città coi suoi palazzi, colle sue chiese è però un nulla in confronto dei suoi dintorni, che formano un parco gigantesco, in cui potrebbe muoversi ed anche nascondersi tutta la popolazione di Parigi o di Londra. Vale la pena di venire in Norvegia anche soltanto per ammirare lo splendido panorama, che si gode dall’alto della torre di Oscar’s Hall, villa dei re di Svezia, posta sulla riva opposta a quella su cui è edificata la città di Cristiania. Quel castello, tutto bianco come la neve, innalza le sue torri merlate sopra un oceano di smeraldi, dove vi sembra di nuotare in mezzo a tutte le gradazioni infinite del verde. In fondo il _fiord_, che è lago, mare e fiume in una volta, colle sue grandi isole; di faccia, la città colla massa imponente del palazzo reale e la gran cupola della chiesa della Trinità.

Tutto all’intorno colline, piani ondulati, monti, prati e ville e villaggi e gruppi di betule, che riposano sopra tappeti molli, smaltati di fiori, o un ondeggiare di ombre e di luci argentine in mezzo ad un silenzio di uomini e di cose, che nei nostri paesi del mezzodì ci è affatto sconosciuto. Mai come al castello di Oscar’s Hall io ho provato l’ebbrezza del verde, del verde fresco, infinito, che riposa e calma i nervi irritati dal nostro cielo caldo e azzurro.

Ho veduto molte terre e molti mari, ma io credo di poter mettere accanto ai divini panorami di Rio Janeiro e di Napoli quello di Cristiania veduta da Oscar’s Hall. Il golfo di Rio è la ricchezza feconda, inesausta, del cielo tropicale; Napoli è uno dei più bei quadri della natura mediterranea; Oscar’s Hall è il quadro più fresco delle verdi bellezze del nord. Nè questo è il solo paesaggio divino, che si può ammirare nei dintorni di Cristiania. Sono salito anche sul colle, dove è posto il grande serbatoio d’acqua dolce per spegnere gli incendi, e ho veduto anche lì profili nuovi e nuove bellezze nel contorno dei monti e dei colli e nell’argentino bagliore del _fiord_ norvegiano, che mi stava ai piedi. Quel serbatoio, quell’acqua e l’apparato dei pompieri mi sembrarono però una grande ironia, perchè proprio in quel momento stesso, in cui mi godeva quello stupendo panorama, bruciavano cinquanta case di legno in Cristiania, senza che si potessero salvare che i camini, che erano di calce e di mattoni.

Nessuno però si inquietava molto per quella sventura, dacchè non si aveva alcuna vittima. I norvegiani sono calmi, sereni, pazienti, come gente che campa molto e che non si affretta mai. _Straks_ vuol dire sul dizionario _subito_; ma quando un norvegiano vi dice _straks_, sia pur egli un cameriere o un negoziante, un cocchiere o un medico, traducete pure: _mezz’ora_.

Un altro carattere del norvegiano è l’indipendenza e l’autonomia dell’individuo. Voi arrivate ad una stazione, dove si deve far colazione o pranzare e voi vi sedete alla _table d’hôte_, aspettando di esser servito. Potreste aspettare fino al giorno del giudizio universale: voi dovete alzarvi, prendervi cucchiaio o forchetta e servirvi da voi, scegliendo fra i molti piatti, che vedete schierati sopra un tavolo centrale. Così avviene quando in una _cariole_ giungete ad una casa di posta. Prendete pure la vostra valigia, slegatela e portatela al nuovo veicolo o all’albergo. Essa è piccina e il viaggiatore deve avere la forza di portarla da sè. Io non ho mai guidato un cavallo in vita mia, ma qui mi son visto mettere in mano le redini e da me solo ho dovuto guidare la mia _cariole_ lungo gli abissi, per vie impossibili, su ponti rotti, e vi assicuro che lo _struggle for life_ mi ha fatto diventare in due giorni un famoso _baroccinaio_.

Fuori dell’unica ferrovia che va da Cristiania a Trondhjem, la Norvegia non ha altro mezzo di locomozione oltre le gambe di ogni bipede implume che la _cariole_; e vi posso dire, che, all’infuori dei suoi pericoli, ha molta seduzione. Figuratevi un guscio di noce, nel quale un olandese non potrebbe far capire la parte molle e posteriore del suo corpo, ma dove ogni altro abitante d’Europa deve adagiare la suddetta, mentre poi non sapete sulle prime dove collocare tutto il resto del vostro corpo. Ben presto però imparate che testa, collo, tronco, braccia e gambe devono restare in aria e che vi si concedono due staffe di ferro per appoggiarvi i vostri piedi. Seduto così in aria e tenuto al disopra della terra da due grandi ruote, avete in mano due redini, colle quali dovete trasmettere i vostri desiderii al cavallo, che rapidamente e quasi sempre senza bisogno di frusta vi trasporta per strade senza pilastrini e dove la menoma distrazione degli occhi o delle mani vi precipiterebbe in uno dei bellissimi torrenti della Norvegia o per lo meno in una torbiera o in un prato. Vi assicuro però, che quando avete scontate le prime paure della vostra inesperienza, voi provate una vera ebbrezza di movimento in quella locomozione semiaerea e originalissima.

V

Frederika Bremer, scrittrice molto popolare della Svezia, ha fatto conoscere nei suoi romanzi, a tutta Europa, le feste che si fanno in Scandinavia per festeggiare nel giorno di San Giovanni la levata del sole a mezzanotte. I _touristes_ volgari leggono nelle loro guide che questo fenomeno è curioso, è interessante; e partono da Londra, da Dublino, da Vienna, per portarsi a Bodö. E là sulle prime frontiere del circolo artico otto volte su dieci accade che il cielo è coperto dalle nuvole e il sole non si può vedere nè di mezzanotte, nè di mezzogiorno. Nel caso fortunato, in cui l’astro maggiore voglia essere cortese, i _touristes_ anzidetti cavano dal baule la loro lente biconvessa comperata _ad hoc_ e concentrando i raggi del sole di mezzanotte sopra un punto qualunque del loro cappello o del loro soprabito, serbano eterna memoria di una puerilità umana e di una delle più grandi scene della natura.

E l’ho veduta anch’io quella scena e me ne sono sentito profondamente commosso; tanto che cavai fuori penna e calamaio e scrissi nel mio giornale la data memorabile, dirigendo il pensiero ai miei cari, che avrei voluto chiamare testimoni del grandioso fenomeno. Humboldt, uno degli uomini che più di ogni altro ha adorato la natura con intelletto d’amore, lasciò scritto, che quando il viaggiatore giunge nell’emisfero australe e si accorge che fin le stelle che brillano sul suo capo sono diverse da quelle che ha ammirato dalla sua infanzia, sente più profonda che mai la distanza dalla patria lontana. Questo stesso fatto si verifica, e con maggiore intensità, quando, giungendo nel circolo artico, si trova abolita la notte e scomparse per giorni e settimane le tenebre.

Io era in mare, quando con un cielo serenissimo salutai per la prima volta l’alba della mezzanotte. Aveva passato di poco l’isola pittoresca di Torghatten e navigava in quel labirinto insuperabile di monti nevosi, di colli, di isole, di canali e di coste frastagliate, che formano una delle scene più originali di questo nostro mondo sublunare. Il cono di Torghatten si disegnava grande e isolato in un campo di opale dell’Ungheria, richiamandomi alla mente il _Pan de Azucar_, che sta all’entrata della baia di Rio de Janeiro. Era quasi la mezzanotte e del sole non rimaneva sull’orizzonte che un piccol lembo falcato, una _pepita_ d’oro senza raggi, perchè la refrazione dell’atmosfera marina ci dava l’immagine di un sole che era già scomparso per pochi istanti. Da quel punto irradiava una luce d’argento dorato, che illuminava ogni cosa, come si fosse veduta attraverso un topazzo del Brasile. Tutti si domandavano, se quell’arco d’oro fosse di sole morente o di sole nascente. Era l’uno e l’altro insieme, o piuttosto nè l’uno nè l’altro: era un fantasma del nostro padre massimo, del pontefice supremo della vita planetaria, che si faceva rappresentare da una larva, mentre era andato a riposare per pochi istanti. Qualche nubecola crepuscolare riposava l’occhio in tanta allegrezza di luce, quando ad un tratto i monti nevosi a mezzodì si fecero color di rosa; poi quel sorriso innamorato scese giù giù, accarezzando le betule tremolanti, i licheni policromi, finchè tutto il mare fu preso da un fremito di vita al primo bacio del sole nascente e dorò le sue onde di zaffiro con uno splendore di armatura brunita.

Dopo una breve pausa, il sole riuniva in una bellezza sola due crepuscoli, quasi due sospiri di un amore stanco di voluttà e d’un altro amore che ricomincia con desiderio nuovo. Un silenzio infinito avvolgeva uomini e cose, quasi tutto volesse salutare rispettosamente quella grande scena della natura, immagine di una vita ideale, in cui il riposo non è che un mutar di lavoro e la luce regna sempiterna e feconda.

Ahimè! tutto ciò che è grande e sublime dura poco; e quando ogni giorno da un pezzo voi vedete il sole per ventiquattr’ore di seguito, incominciate a desiderare le tenebre amiche, che ci riposano gli occhi e i nervi e il cuore, e colle loro ombre pietose coprono tante miserie e tante brutture. Noi, uomini di zona temperata, fin dall’infanzia siamo cresciuti in questa alterna vicenda di luce e di tenebre, e così come il sole ci invita al lavoro e alla gioia col primo raggio dell’alba, così ci riposa e ci addormenta col primo velo di tenebre, con cui ricopre i cieli. L’ombra è il riposo della luce, così come il sonno è l’ombra della vita, e la luce non ha valore senza le tenebre, come senza il riposo ogni forza si consuma. Qui invece, dove mi trovo, la luce ti perseguita sempre, e le case piene di finestre, senza persiane, senza imposte, ti imbevono di sole ogni ora, ogni minuto del giorno e della notte; ed io mi guardo più di una volta per vedere, se mai non fossi diventato trasparente, come un cristallo di rocca. Il sonno scompare e col sonno la pace dei nervi. E chi andrebbe a letto quando il sole fiammeggia nell’orizzonte? E quando ti svegli di notte e ti vedi circondato di luce, ti siedi a soprassalto, credendoti in ritardo e svegliato di pieno mezzogiorno. La luce sempiterna può essere un tormento del troppo, come le tenebre sono una tortura del nulla, e l’estrema Lapponia è nell’estate pessimo clima anche per la sovraeccitazione continua dell’attività nervosa.

Tutta questa trasposizione di luce ha però quadri secondari di singolare bellezza. Ad esempio, tu passeggi per le vie solitarie di un villaggio o di una piccola città: le botteghe attraverso i vetri senza imposte lascian vedere le loro merci, le case mostrano i loro vasi di fiori; tutta la vita intima dell’umana famiglia (di una famiglia senza ladri e senza assassini) si lascia vedere in una nudità pura come l’innocenza.

Eppure per quelle vie non si vede anima viva, e la luce silenziosa e trasparente passeggia sola in un mondo abbandonato dagli uomini. Rumore e luce sono per noi compagni fedeli; qui nelle notti della Norvegia trovi il silenzio e la luce, che sembrano abbandonarsi ai misteri di un amore nuovo, di un amore che si direbbe incestuoso.

Io dovrei descrivervi ora le mille e una bellezze delle coste occidentali della Norvegia, ma chi mi può prestare la magica tavolozza del mio grande De Amicis? Dovrei dirvi di avere ammirato per la prima volta una Svizzera in mezzo al mare, e di aver veduta una nuova e singolare armonia di cose, che sogliono essere disgiunte, quali i ghiacciai che vanno a toccare l’onda azzurra, e le navi che toccano coi loro fianchi i monti coperti di prati alpini. E sono catene di monti che ti accompagnano per giorni e giorni, che si accavallano, che si intrecciano, quasi ti volessero sbarrar la via, e poi ti aprono una porticina, e il tuo sguardo di nuovo penetra in altri fiumi di mare, in altri labirinti di isole, in altri dirupi di roccie scoscese, lacerate dai ghiacci secolari, dalle bufere, dalle valanghe, dai venti, da tutti gli agitatori massimi della natura.

Una fanciulletta, che va colle forbici capricciose ritagliando in un foglio di carta seni e merletti, non potrebbe superare ciò che ha fatto la natura, frastagliando i _fiords_ della Norvegia e facendo penetrare il mare in seni di pochi metri o in labirinti di centinaia di chilometri, che sembrano portare la circolazione capillare della vita fin nei più interni recessi del continente.

Mancano a quasi tutti i monti della costa e delle isole della Norvegia occidentale le foreste delle nostre Alpi, ma non mancano però i piccoli quadri pittoreschi della vita umana e della vita animale. Dopo un lungo deserto di scheletri di monti, in un piccolo seno della costa vedi un prato verdeggiante e un boschetto di betule, e lì annidato un villaggio di legno con cinque o sei case, e all’intorno piccole torricelle di merluzzo che seccano al sole, e vedi biondi e rosei fanciulletti e giovani splendenti di salute folleggiare per i prati. Così su qualche scoglio nero come il carbone trovi casette artificiali di pietra apprestate dall’uomo all’_eyder_ che vi annida, preparando ai suoi figliuoli un letto di mollissime piume, che appresterà più tardi voluttà orientali ai molli fianchi delle nostre ricche signore. Quelle anitre norvegiane si sentono così protette dall’uomo, che non si lasciano sgomentare dalla sua presenza, e perfino si lasciano accarezzare dalle nostre mani. Dove una regione è dichiarata _vogel-vere_, significa che quel luogo è sacro, che lì annidano gli _eyder_, una delle ricchezze norvegiane, e che per qualche miglio all’intorno è proibito tirare un colpo di fucile, per non spaventare quelle anitre polari. E qui le leggi si ubbidiscono assai più che tra noi, senza bisogno di _policemen_ o di _questurini_.

CAPITOLO SECONDO

LA GITA A ÖJUNGEN — I PRIMI LAPPONI.

Ritornando un passo addietro, io voglio raccontarvi una gita fatta sull’altipiano centrale della Norvegia per visitare alcuni lapponi, che abitano da tempo immemorabile le montagne che circondano Röros. Il professor Fries, prima autorità in fatto di cose lapponiche, ci aveva detto a Cristiania, che quei lapponi rappresentavano il tipo più puro della loro razza e per animarci a visitarli, ci aveva dato una lettera di raccomandazione per suo fratello, distinto ingegnere che dirige le fonderie di rame di Röros.

Partii dunque il mattino del 15 giugno da Cristiania coll’amico Sommier, con quell’entusiasmo pieno di curiosità e d’impazienza, che ci porta a veder le cose nuove. Il tempo era di malumore e ci ricordava le giornate bizzose del nostro mese di marzo, quando con bisbetica alternativa piove, tira vento e brilla il sole a pochi minuti di distanza. Il malumore del cielo però non poteva passare in noi; perchè un clima interno di calda contentezza ci corazzava contro tutte le intemperie della Scandinavia. Fra due o tre giorni, fors’anche all’indomani, noi avremmo veduti i primi lapponi; come avremmo potuto essere scontenti?

Alle otto del mattino coll’ultimo fischio d’una piccola locomotiva si lasciava la città di Cristiania e si dirigeva la prora dei nostri ardenti desii (come direbbe un secentista) verso Röros. La pioggia rendeva uggioso il paesaggio e si preferiva cercare nell’interno del vagone un’occupazione al nostro pensiero. La guida tedesca del Nielsen, lo studio di alcune parole norvegiane ci rubarono le prime ore del viaggio; poi si passò all’esame del piccolo ambiente in cui eravamo chiusi. Vagoni piccini, ma puliti: fra l’uno e l’altro scompartimento un’urna di cristallo piena di ghiaccio ci offriva acqua fresca per mezzo di un rubinetto argentino; ma non se ne sentiva davvero il bisogno, involti come eravamo ancora nei caldi soprabiti d’inverno. Un immenso cartone appeso al vagone ci offriva una carta geografica del paese che si percorreva, colle stazioni, coi minuti di fermata e con tutte le notizie necessarie al viaggiatore. Un altro cartello dava i prezzi degli alberghi, che avremmo trovati lungo il cammino e dove si sarebbe potuto passar la notte. Eccovi un saggio di queste preziose indicazioni:

HOTEL DI KOPPANG (Centrale)

16 camere e 38 letti