Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier
Part 1
UN VIAGGIO IN LAPPONIA
COLL’AMICO STEPHEN SOMMIER
DI
PAOLO MANTEGAZZA
MILANO GAETANO BRIGOLA EDITORE — 1881
PROPRIETÀ LETTERARIA
868. — Firenze Tip. dell’Arte della Stampa, Via Pandolfini 14.
A
FRANCESCO DE SANCTIS
E
MICHELE COPPINO
Le vicende capricciose della politica possono aver disgiunti i vostri nomi, ma il mio cuore li riunisce insieme con un vincolo di viva riconoscenza e di affetto sincero.
Come amici e come ministri voi mi avete reso possibile un viaggio, a cui le mie sole forze non sarebbero bastate; l’uno fornendomi i mezzi di pubblicare in una mia monografia i ritratti de’ lapponi raccolti nel mio viaggio, l’altro procurandomi i mezzi di portare nelle estreme regioni del polo europeo macchine fotografiche eccellenti.
Possano il mio libro e l’altro che pubblicherò coll’amico Sommier non essere del tutto indegni del vostro aiuto e del vostro nome.
Firenze, 2 giugno 1880.
MANTEGAZZA
CAPITOLO PRIMO
NOTE SCANDINAVE — IL LAGO DELLE BIONDE CHIOME — COPENAGHEN — I CANALI E I LAGHI DELLA SVEZIA — DA GÖTABORG A STOCOLMA — STOCOLMA E GLI SVEDESI — UN PRANZO IN CASA DI RETZIUS — CRISTIANIA — IL SOLE DI MEZZANOTTE E LE COSTE DELLA NORVEGIA.
I
I viaggi fatti in furia hanno il loro vantaggio, e non conviene calunniarli come si suole. E poi nella vita febbrile del nostro tempo che cosa è che non si faccia in fretta? Leggiamo forse mai un libro per intiero? Studiamo forse per dieci anni almeno una riforma politica prima di farla? Ci ricordiamo per caso di ciò che abbiamo fatto ieri? S’è dormito per tanti e tanti anni colla ninna-nanna dei dogmi immutabili, che una volta svegliati ci siamo messi a correre per chi sa fin quando. E poi e poi, quando si sa leggere bene, si può anche leggere presto; meno i rarissimi casi, nei quali il libro sia un gioiello d’arte, che si mira, che si contempla, che si accarezza, e che, come la donna amata, ogni giorno ci rivela un nuovo tesoro e una bellezza nuova.
Così è dei viaggi; si possono anch’essi far presto e bene, e anche dallo sportello d’un vagone e dalla finestra d’una locanda si possono sorprendere colla stenografia del pensiero tante e preziose medaglie estetiche e psicologiche. Attraversi, per esempio, i monti pittoreschi e le valli ridenti del Tirolo; senti alle stazioni della ferrovia lo squillo poetico delle trombe montane, vedi al crocicchio delle strade campestri i grandi crocifissi, che proteggono il maturare delle biade e ricordi i sentimenti profondamente religiosi dei buoni tirolesi. Attraversi le foreste della Selva Nera, i campi della Germania centrale, e vedi sospesi dovunque i nidi artificiali, che invitano gli uccelletti del Signore a vivere presso la casa dell’uomo, ed eccoti rivelata una pagina del sentimento germanico, che protegge con tanto amore le piccole creature. E così di seguito.
Anche a quelli che hanno poco tempo da spendere consiglio un mese di Scandinavia, e non abbiano rimorso di viaggiare in fretta. Sarà una doccia psichica, che rinfrescherà loro il sangue febbricitante. Che bella cosa riposare l’occhio, che nell’estate italiana trova tanti prati riarsi e brulli, riposarlo sopra pianure interminabili, verdi e fresche di prati, o farlo vagare tranquillo sulle dense foreste dei pini e delle betule! Che bella cosa è riposare l’orecchio nel silenzio di una società, che si muove, si diverte e lavora senza far chiasso! Qui anche nelle grandi città le campane non suonano, i cani non abbaiano, i venditori di giornali non gridano, i monelli non bestemmiano: tutto tace e riposa in una serena contemplazione della natura, e l’attività è anch’essa tranquilla e senza rumore. Silenzio per l’occhio, silenzio per l’orecchio, e silenzio anche per quell’altro senso, quintessenza di tutti e che ci innamora delle figlie di Eva. In Italia abbiamo troppe chiome nere, che schizzano scintille, come pelle elettrizzata d’un felino; abbiamo troppe pupille nere, nei cui abissi profondi si perde la pace serena della vita tranquilla.
Qui da Copenaghen in poi nuotate nel calmo lago delle chiome bionde (permettetemi l’innocente secentismo). Oh quanto biondo, oh quanti bellissimi biondi! Biondo di stoppa di lino e biondo di barbe di _mais_, biondo di _chifel_ e biondo di rame biondo, che al sole risplende come oro fuso e oro castagno, dalle mille ondulazioni di tinte intermedie; e poi sotto quelle cornici bionde tanto latte e tanti petali di rose del Bengala da sentirsi rinfrescati per tutta la vita e guariti dagli incendi delle chiome corvine e delle pupille profonde delle nostre donne.
Vi è qualcosa d’altro che rinfresca e riposa nel mondo femmineo della Scandinavia: la mancanza delle linee curve e del movimento serpentino. (I geografi me lo perdonino, ma etnologicamente e psicologicamente io chiamo scandinava anche la Danimarca). In Germania s’incomincia già a vedere, che gli uomini si muovono con un altro sistema di giunture e le donne, per non farli sfigurare, fanno lo stesso; ma in Scandinavia poi la linea curva del moto è assolutamente proibita in tutti i casi e in tutte le direzioni. Si cammina per angoli, si ride per angoli, ci si siede e ci si leva e si parla per angoli; e sono angoli acuti. Troverete la bellezza, la forza, la maestà, mille elementi estetici della figura umana; ma la grazia è assente e d’ignota dimora. Chi mi dà uno solo di quei movimenti flessuosi, che sono un poema di eleganza e di voluttà; chi mi dà la grazia delle razze greco-latine? Ma gli angoli hanno la loro virtù rinfrescante e calmante e se andate in Scandinavia, vi faranno un gran bene.
Prego però le nostre belle signore a non insuperbirsi troppo. Lassù vi è una coltura nelle loro sorelle, che sorprende davvero, ed è coltura seria, profonda, non vernice di copale e di similoro. A Stocolma ho potuto parlare italiano (immaginatevi con qual piacere) colla contessa Hamilton e colla signora Retzius, moglie di uno fra i più illustri antropologi; e quelle due signore parlavano benissimo anche il francese, il tedesco, l’inglese. Qui i professori più illustri hanno nelle loro compagne veri colleghi nel lavoro. Una di esse fa le fotografie, mentre il marito studia un paese o una razza; un’altra osserva al microscopio o dissecca gli insetti, perchè l’uomo l’ha fatta compagna dei suoi lavori come delle sue gioie; e anche in Italia conosco donne dalle chiome corvine e dalle pupille profonde, che potrebbero e saprebbero far ciò che ogni giorno fanno le loro sorelle scandinave.
A Copenaghen mi ha consolato un’altra cosa: il non vedere straccioni per le vie, e d’allora in poi non ne ho più veduti. Il monello sudicio e lacero non esiste, l’operaio mal lavato e con molte parti del suo vestito assenti, non si trova; ogni uomo e ogni donna hanno l’aspetto decente, pulito; si direbbe che il proletario non esiste o si nasconde. E poi l’uomo si rispetta molto e vuol esser rispettato; nelle botteghe si deve cavare il cappello; non si può fumare in moltissimi luoghi; vi è un grand’ordine dappertutto. Si sente insomma di vivere in una società più sana di dentro e di fuori, che è attonata e vigorosa; non convulsa e stracca, che ora s’agita e ora s’accascia.
Nel parco di Frederikstoy ho veduto a Pentecoste passeggiare migliaia e migliaia di persone; un’onda di gente tranquilla e serena, che sorrideva, parlava poco e mostrava di divertirsi assai. Nel Tivoli poi son rimasto più di otto ore e ho studiato l’ingenuità beata di un popolo, che è felice, perchè si sente bene, e che non ha bisogno di innebbriarsi per godere della vita. L’ingenuità è virtù sparita da un pezzo nelle razze latine: nel Tivoli di Copenaghen ve n’era tanta da allagare tutta l’Italia. Quella brava gente si divertiva sulla slitta russa, si divertiva a tirar le boccie, si divertiva a romper le pipe con palle di legno, e un avviso a stampa invitava il pubblico ad ammirare la _straordinaria bellezza della fioritura dei tulipani_.... Oh chi darà anche a noi un pochino di questa cara, di questa _sancta simplicitas?_[1]
Ed ecco che io sto per chiudere la mia descrizione e non vi ho detto nulla di Copenaghen; ma il mio carattere ufficiale di antropologo mi fa studiare con più vivo amore gli uomini; e d’altronde aprite una guida e vi troverete la descrizione dei monumenti, dei musei, delle chiese.
La Danimarca ha eretto al suo Torwaldsen un vero tempio, dove si trovan riuniti in originale o in copia tutti quanti i suoi lavori. È un palazzo e una chiesa nello stesso tempo, dove potete ammirare tutti i frutti di uno dei più operosi artisti moderni.
L’Italia non ha saputo fare altrettanto per il suo Canova, per il suo Raffaello, per il suo Michelangelo; ma è anche vero, che i danesi non erano tanto ricchi di glorie dell’arte, e ogni nostra città è un museo e un tempio in una volta sola.
Il museo preistorico e il museo etnologico di Copenaghen sono i primi del mondo senza contrasto, ed io non ve ne potrei parlare leggermente, come non si può parlare che in segreto e a bassa voce della donna amata. Vi ho passate tante e tante ore da abbacinarmi gli occhi e da rendermi paralitiche le gambe. Steinhauer e Worsoe me ne fecero gli onori con quella grazia e con quella cortesia, che sono una virtù carissima di tutti gli scandinavi.
Da poco tempo nel bellissimo castello di Rosenborg si è fondato un terzo museo, che raccoglie i prodotti artistici e industriali dell’età moderna, e così voi senza uscire da Copenaghen, potete seguire l’evoluzione storica del lavoro umano dalle ciclopiche ascie di selce dei padri degli scani fino alle ultime chincaglierie del nostro secolo chincagliere.
Copenaghen è una città bella e severa. Qualche palazzo con architettura puramente greca, e tutte le case senza balconi; vie larghe e diritte; alberi dovunque. _Ciclopismo_ e mancanza di gusto dappertutto. _Tramvays_ che sembrano torri, _omnibus_ che paiono balene, e gente che cammina vestita in modo da farci credere, che i sarti non esistano in Danimarca e che i vestiti furon mandati a Copenaghen da un lontano paese per gente non mai veduta.
II
Da Götaborg a Stocolma ho attraversato la Svezia, seguendo la via dei laghi e trovando ad ogni momento insufficienti le parole ammirative del nostro dizionario e anche tutte le altre più mirobolanti del vocabolario tedesco, ad ammirare tutte le bellezze, che passavano dinanzi ai miei occhi innamorati: _wunderschön, wundergross, wunderhübsch_... In Scandinavia bisogna sapere il tedesco, e sulle coste della Norvegia conviene conoscere l’inglese per non vivere isolati in mezzo a un mondo che non intendiamo e che non ci intende. Pur troppo però anche il tedesco e l’inglese non servono che per parlare colle persone colte; nelle botteghe, col popolo minuto, cogli impiegati delle ferrovie ci vuole la lingua universale della mimica e quella ancor più eloquente del denaro e delle minaccie; i due poli entro i quali si muovono e si fanno muovere tante cose di questo mondo sublunare.
La mia ammirazione durò tre giorni e tre notti, e all’ultimo era talmente esaurita da potersi dir morta. I poveri nervi umani hanno anch’essi dei confini e la coppa della gioia ha pur troppo un fondo che si trova presto.
Consiglio i _touristes_ di non prendere il battello a vapore a Götaborg, ma di raggiungerlo colla ferrovia a Traulhettan, per poter visitar meglio e con maggior calma le incantevoli cascate del Gotaelo. Così ho fatto; e a piedi, assaporando voluttuosamente il morbido e fresco contatto dei muschi e delle borraccine, son passato d’una in altra cascata, sulla guida del vispo e biondo monello, che portava scritto sul suo berretto: _Cicerone N. 12_; una parola italiana giunta fino nell’interno della Svezia e portata in capo del più caro e ingenuo ragazzetto, ch’io m’abbia visto. Altri undici _ciceroni_ gli eran compagni alla stazione, ma appena videro di non essere stati scelti a nostra guida, ci salutarono cortesemente, senza neppur lanciare al cielo una bestemmia o dare un pugno al fortunato rivale. Quanta differenza fra quei ciceroni numerizzati di Traulhettan e i nostri, che non portan numero sul berretto, ma che sono così spesso insolenti, brutali e insopportabili!
Chi ha veduto le cascate classiche della Svizzera troverà che queste della Svezia sono meno grandiose, ma in nessun luogo ne vedete in maggior numero e che si succedono con maggiore varietà. Qui il fiume si precipita d’un colpo da una grande altezza, circondando una rupe con una chiesuola e un po’ più in là raccoglie un getto di spuma per lanciarlo in un abisso nero, stretto e profondo; mentre a un mezzo chilometro di distanza le acque spumeggiando fanno fra le rupi tre o quattro salti, che si alternano con ondosi riposi, a guisa di un cavallo, che fremendo caracoleggi. Fanno cornice alle cascate colline gentili coperte di pini e fabbriche di carta di legno o casette romantiche, che fanno spuntare attraverso gli alberi un profilo civettuolo.
Passate la notte all’albergo di Traulhettan, tutto di legno e fragrante del simpatico profumo del pino e dei mazzi di fiori e dei ramoscelli di ginepro o di pino, che voi trovate sparsi nell’atrio delle case o raccolti in piattini messi per terra in ogni camera; uso svedese e norvegiano che è pieno di selvaggia poesia.
Al mattino seguente lasciate la terra e vi imbarcate nel _Baltzan von Platen_, vapore che rassomiglia in tutto a un grosso cetaceo, ma che porta un nome illustre, quello dell’uomo, che, con ferrea pertinacia, ha dato alla Svezia una delle vie acquatiche più lunghe e più meravigliose che si conoscano. Non povertà del paese, non avarizia di ministri, non capricci di parlamento poterono farlo recedere dal suo proposito; e oggi coi sistemi di conche, che si succedono le une alle altre, quasi gradini di una scala gigantesca, centinaia di canali serpentini allacciano tutto un sistema di laghi naturali; per cui ferro, legname e passeggeri si muovono da Götaborg a Stocolma, riunendo due mari e due coste in fraterno amplesso. Il povero Platen moriva pochi anni prima che la sua gigantesca impresa fosse ultimata, ma moriva felice di saperla ormai assicurata per sempre. Non volle grandiosi monumenti: egli dorme l’ultimo sonno sulle rive del suo canale presso Motala, all’ombra di betule gigantesche, ed io gli ho cavato il cappello, trovando che aveva scelto a se stesso la più grande e la più poetica delle tombe. L’uomo che dorme al piede della sua opera, deve dormire il più dolce e il più glorioso dei sonni.
Attraverso le conche stupende della Scozia ho ricordato il nostro grande Leonardo e le lontane glorie del mio paese. Come appassionato amante delle bellezze naturali son rimasto estatico cento volte, vedendo da lungi le navi gigantesche, che innalzavano i loro alberi al disopra dei pini, vedendo coi miei occhi avverato il sogno di un battello incantato, che si muove fra le foreste e in cima dei monti. È poi davvero incredibile la somma abilità con cui quei marinari infilano i loro piroscafi e le loro grosse navi in quelle conche, scendendo e montando senz’urti, senza scosse e senza il menomo accidente. Anche il timoniere deve essere abilissimo, perchè ad ogni momento il canale si piega, e si ripiega, come un serpente, seguendo i capricci del bosco e del piano, accarezzando le rive per baciarne i fiori, non già per fare avarie alla nave.
A Venersborg il canale si apre a un tratto nel lago di Vener, il più grande della Svezia, il terzo di tutta l’Europa. Basterà dirvi che ha una superficie di 5,215 chilometri quadrati, una lunghezza di 150 e una larghezza di 75 chilometri. È insomma un vero mare, che ha infatti le sue procelle e i suoi naufragi, ma che io ho trovato tranquillo e carezzevole, coperto da un magnifico cielo azzurro, intorno a cui faceva bella corona un’aureola di nubi bianche con forme quasi meridionali. Dopo aver serpeggiato fra i pini e aver navigato sui monti, quel gran lago silenzioso e calmo produceva in me una sensazione nuova, profonda, che mi rammentava le vicende della vita, che si alternano con quadri così variati.
Finito il lago, rientrate nel canale, e fra l’una e l’altra conca potete scendere e passeggiare lungo le sue sponde, pestando un tappeto morbidissimo di fiori, quasi foste in un parco principesco. Ed è un parco, che è lungo quasi tre giorni di viaggio, e che vi innamora colle sue fresche ombre, coi suoi licheni scintillanti di rugiada, col velluto dei suoi muschi. Ad ogni stazione del vapore bionde ragazzine dal musino sempre pulito, vengono ad offrirvi mazzolini di mughetti, di narcisi, di lilla, e ve li presentano senza parlare, senza insistere, accontentandosi di un soldo, magari di nulla. Come erano belle e carine nel loro silenzio! Mi pareva che fosse la natura stessa, che ci offrisse quei fiori per mezzo di piccole ninfe, che non erano di questo mondo.
Dopo un lungo giro di canali, attraversate un altro lago, quello di Vetter, azzurro come lo zaffiro, e poi altri fiumi e canali senza fine.
Il sole tramonta dopo le nove, in un cielo che fiammeggia fra la porpora e le perle. Nel morbido contorno delle colline lontane un mulino a vento gigantesco, fermo anch’esso in tanto silenzio, riposa l’occhio, e sembra una croce che pianga la morte del sole. I villaggi dalle case porporine di legno dormono anch’essi, e le betule tremolanti muovono appena le loro eleganti foglioline e senza far rumore.
Durante la notte, colla luna che fa all’amore con una luce di sole, che qui e in questa stagione non muore mai, vi sono punti nei quali il nostro battello si fa strada fra i rami delle betule e dei pini, e noi possiamo dal cassero accarezzare le piante.
Alla mattina, passate per Motala, città delle grandi officine, e per una gradinata di conche, scendete nel lago Boven, grazioso, gentile; un vero amore, uno specchio trasparente, nel quale il cielo si guarda civettuolo, e vi si riproduce colle sue nubi bianche. Le coste sono tutte flessuose, tondeggianti, fin voluttuose, con ondulazioni molli di corpo di donna; pubescenti di abeti e di betule.
In una delle più belle colline si nasconde pudica fra gli alberi una villa forata a giorno, e il fortunato mortale che la possiede, nell’atrio della sua casa può vedere in una volta sola due laghi, perchè il Boven, girando intorno ad una penisola, si raddoppia, moltiplicando all’infinito le sue bellezze. La temperatura dell’aria è tiepida e fresca nello stesso tempo, e mi sembra la carezza d’un uomo burbero, che riesce tanto più simpatica quanto più è rara.
Poi passate Husbyfiöl e il lago di Jocksen, posto fra collinette ondulate, lillipuziane, con villaggi sparsi e ville bianche e nere, basse, adagiate in prati molli e fra cornici di pini, e che ti sembrano fatte per nascondervi le delizie segrete di un lungo amore.
Passato Norskolm, il canale corre parallelo a un fiume che si vede dall’alto, e che nella moltiforme varietà delle sue rive si svolge dinanzi ai vostri occhi come un nastro magico. E la corsa fantastica continua, e voi dai laghi, dai canali, dai fiumi entrate di notte nel Baltico, senza accorgervene, e di nuovo per un canale ripassate in un lago, quello di Melarn, che vi condurrà fino a Stocolma. E voi la vedete seria, là nel fondo dei pini, colle sue alte cupole e il suo campanile sforato di ferro nero nero, e acuto come una spada.
O amanti fortunati, che volete un nido fresco e tranquillo per godervi il vostro primo amore, andate nella verde Svezia, e baciatevi sulle rive di quei laghi che mi hanno innamorato.
III
Stocolma è una bella città, severa e grande, e le fanno cornice alcune foreste così profonde, così verdi, così alte da far diventar druido chiunque passeggi sotto le vôlte di quelle betule gigantesche e di quelle quercie, che contano i secoli come noi contiamo gli anni. Chi ha confrontato Stocolma a Venezia non ha visto Stocolma o non è mai andato a Venezia, o, meglio, non ha veduto alcuna di queste città. La capitale della Svezia è posta sull’acqua e circondata dall’acqua; ma non ha il silenzio misterioso dei canali veneziani, non ha i marciapiedi di mezza città cambiati in acqua, non ha la gondola; infine non è un luogo che ti fa dire: _Qui non si può che cospirare o fare all’amore._ Stocolma è posta sulle rive del lago Målar e sopra un’isola che si adagia sulla sua imboccatura nel mare e l’acqua s’intreccia colla terra in amplesso amoroso; per cui in nessun altro luogo si sente più vivo il bisogno di avere un _yacht_ elegante per muoversi in quel labirinto di acque salse e di acque dolci, di foreste e di ville.
La città è dominata dall’imponente palazzo reale, che innalza le sue mura colossali con pareti di 130 e 137 metri. Di faccia vedete un altro palazzo, che non è fatto per i re, ma per _comfort_ dei viaggiatori; è il Grand-Hôtel, uno dei più belli che abbia veduto in tutta Europa e che domina colla sua posizione il più bel panorama di Stocolma. Tanto qui come in Danimarca vedete alternarsi la pura architettura greca colla scandinava. Parrebbe in teoria che, messe l’una accanto all’altra, dovessero dare una nota stridente di disarmonia, ma le affratella una certa maestà severa, che viene dalla semplicità delle linee. Tutto può passare in architettura, purchè rappresenti un’idea; nulla più mi ripugna del pasticcio, dell’invasione delle chincaglierie e fin delle confetterie nei sacri dominii di quell’arte suprema, a cui dovrebbero attingere ispirazione e guida tutte le altre.
Il palazzo delle Belle Arti, o Museo nazionale, è uno splendido edifizio di architettura veneziana del rinascimento, e noi vorremmo vedere così splendidamente alloggiati i nostri capolavori. Sgraziatamente a Stocolma il contenuto è meno importante del contenente. Nell’atrio vi accorgete subito di essere in Scandinavia, ammirando le tre statue colossali fatte dal Fogelberg, di Odino, Thor e Balder. Al primo piano troverete molti disegni del Dürn, e alcune statue di Sergel, di Byström, di Göthe, di Fogelberg e Quarnström, che non si vergognano troppo di vedersi accanto all’Endimione dormiente, quello stesso che fu trovato nel 1783 nelle rovine della Villa d’Adriano. Come cosa curiosa, non lasciate di guardare una Venere Callipigia, che il re Gustavo III fece fare da Sergel, mettendovi la testa della contessa di Höpken, per vendetta dell’opposizione, che questa dama dell’alta aristocrazia moveva alla Corte.
Stocolma ha anche un museo preistorico dedicato solo alla Svezia, un museo etnologico ricco specialmente in oggetti delle razze iperboree, e un museo antropologico, che è storicamente il padre di tutti i musei antropologici del mondo, essendo stato fondato dal grande Retzius, creatore della craniologia moderna e padre di uno dei più illustri scienziati che abbia oggi la Svezia. Il figlio è professore d’istologia nell’Università e con Kei ha fatto scoperte importantissime sulla fine struttura del sistema nervoso. In questi giorni ha pubblicato un’opera gigantesca sull’etnologia e la craniologia dei finni e che non sarà messa in commercio essendo stata tirata a soli 200 esemplari; ma di questi una dozzina almeno è destinata all’Italia, che Retzius e la sua signora adorano tanto, da aver convertito la loro casa ospitale in un piccolo tempio dell’arte italiana. Mobili, sculture, acquerelli, incisioni, vasi, tutto è italiano, e belle piante del tropico, facendo corona a quei gioielli artistici, ti fanno del tutto dimenticare che tu sei su terra scandinava. Ora Retzius si sta occupando dell’istologia comparata dell’orecchio nei batraci, nelle salamandre e nei pesci, e le sue prime scoperte sono già molto importanti, portando nuovi e preziosi materiali alla scienza darwiniana.